La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

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A vent’anni dalla legge 66/96

Non so cosa avrei immaginato di ascoltare al convegno organizzato da Artemisia lo scorso lunedì, 15 febbraio, a Firenze. Come chiarito dal titolo, ogni intervento si è prefisso lo scopo di indagare l’impatto che il nostro sistema giudiziario ha rispetto alla cura e all’accoglienza di donne e minori che hanno subito una violenza sessuale.

Già, perché in Italia, fino al ’96, essa non era considerata un reato contro la persona. Come a dire che della vittima importava poco. L’unica cosa che si andava ad indagare e  punire era l’impatto della violenza rispetto alla morale pubblica.

A distanza di vent’anni dall’introduzione di questa legge ci ritroviamo ancora in una realtà drammatica. Come hanno illustrato bene i relatori -la Dr.ssa Barni della Regione Toscana, la Dr.ssa Gloria Soavi del Cismai, Titti Carrano, Presidente della rete nazionale dei Cav – oggi si conoscono molti elementi importanti, ad esempio i danni che l’impatto con una violenza di tipo sessuale produce sul Sistema Nervoso Centrale (una sorta di disabilità permanente), sa – attraverso gli studi criminologici sui cosiddetti sex offender – che i predatori sessuali scelgono con cura le proprie vittime selezionando solo quelle vulnerabili (per motivi sociali, economici, personali…), si dispone di tutti gli elementi per poter favorire una presa in carico migliore ma…sta di fatto che tutto ciò non si verifica. In particolare le relatrici hanno posto l’attenzione sulla cultura dello stupro: si delegittimizza la vittima, si sottovaluta il problema si legittima la violenza attraverso una serie di azioni – dirette ed indirette – come ad esempio gli schemi di narrazione usati dai media o in sede  processuale.

Entrando poi nel dettaglio, gli altr* relator* presenti hanno focalizzato l’attenzione su due elementi: la vittima- donna e la vittima- minore.

Rispetto alle donne ancora molto c’è da fare rispetto al gratuito patrocinio (pratica svilita dallo stesso impianto Statale, come a dire che chi sceglie questo canale parte già svantaggiato) e la procedibilità (spesso le donne non sono messe a conoscenza del fatto che vi è la possibilità di usufruire di un tempo più dilatato – sei mesi – per decidere se denunciare).

Rispetto ai bambin* dobbiamo anzitutto ricordare che loro possono essere al centro di tre sistemi giudiziari. Il tribunale, di solito, sospende la terapia a cui il minore ha diritto prima del contatto con il CTU. Ciò significa che il bambin* si troverà a dover affrontare tutto da sol*.

Un ringraziamento particolare, in conclusione, mi sento di esprimere alla Avvocata Paola Di Nicola (autrice del volume Sul pregiudizio di genere in magistratura) poiché ha rimarcato la necessità di un’attenzione quotidiana e pubblica sugli interventi dell’autorità giudiziaria su questi temi. L’avvocata ha inoltre rimarcato un altro fatto importante: il pregiudizio è l’unica chiave di lettura di questo fenomeno sociale. La legge – a volte distorta, a volte limitata – ne è quindi una conseguenza. Per questo per  fare in modo che le cose cambino serve un adeguato cambio di prospettiva: è questo l’unico appiglio per cambiare una società ancora – troppo! – permeata da pregiudizi verso le donne e la loro (nostra) libertà.12596070_10207602724179735_1981148590_n

  L’intervento pedagogico nei processi di riconoscimento e fuoriuscita dalla violenza di genere

  
Chi mi conosce e segue il blog sa che uno degli argomenti sui quali mi piace di più scrivere, formarmi e affrontare è quello relativo agli studi di genere e al concetto di violenza domestica. 

Mi sono avvicinata a questi temi un po’ per caso (anche se anni e anni di corsi formativi mi hanno insegnato che, in realtà, non è mail il caso a determinare l’incontro col tema della violenza, così come non è un caso se si sceglie di diventare professionisti nell’ambito della ‘relazione di aiuto’) ormai nel lontano 2009, quando decisi di svolgere il tirocinio universitario proprio presso uno dei Centri Antiviolenza più famosi e ben funzionanti di Genova. L’anno successivo un tirocinio presso il neonato centro Antiviolenza di Imperia e poi la collaborazione, continuata fino al 2014, per la gestione degli interventi educativi sia con le vittime sia nei contesti scolastici. 

Per lavorare come operatrice è necessario formarsi costantemente, leggere molti volumi sul tema e, a poco a poco, costruirsi un modo specifico di operare all’interno del problema. Il mio modo specifico è quello pedagogico

Ieri, come chi segue la mia pagina Fb saprà, ho partecipato al primo modulo formativo (di un percorso che durerà sei mesi) per acquisire competenze specifiche e diventare operatrice all’interno dei centri che si occupano dei Maltrattanti. È sempre la violenza di genere al centro dell’intervento ma, ovviamente, cambia la prospettiva dalla quale la si osserva. Le due giornate di studio mi hanno fatto riflettere attorno a due questioni che sono quelle che mi hanno fatto nascere l’esigenza, oggi, di dedicare questo articolo proprio ad analizzare i motivi per cui educazione e contrasto alla violenza sono due argomenti fortemente interconnessi.

Anzitutto mi preme partire da una duplice considerazione maturata proprio ascoltando i miei docenti e i tanti interventi fatti dai collegh* corsisti.

– di fronte a questi argomenti si assiste spesso ad una riflessione esclusivamente di tipo psicologico: bisogna aiutare le vittime ad elaborare il trauma (compito fondamentale per uno psicologo), bisogna sostenere imaltrattanti nel processo di allontanamento dalla violenza che spesso deriva da un’incapacità di gestire le emozioni o da scompensi di natura esclusivamente psicologica.

– spesso non si hanno chiare le tante forme di violenza che una donna può subire dal partner (molti uomini ignorano che un rapporto non voluto, all’interno di una relazione di coppia, sia comunque un reato di violenza sessuale (un po’ come a dire: “se stiamo assieme ci sono specifici ‘doveri coniugali’ a cui non ci si può sottrarre)

– siamo circondati dalla violenza: essa è, prima di tutto, un fatto culturale.

Proprio quest’ultima riflessione mi porta a rimarcare la necessità di introdurre – ogni qualvoltasi affrontano questi temi – uno sguardo pedagogico. 

Se la violenza è un fatto culturale significa che tutt*
 veniamo – più o men inconsapevolmente – educati ad essa. 

Ci educano a reprimere le emozioni (perché, socialmente, non è possibile esprimere determinati sentimenti in pubblico a seconda del sesso di appartenenza) o al contrario a dimostrarle, ma sempre e solo nei modi codificati e approvati dal tessuto sociale. 

Ci educano a pensare alla donna come ad un oggetto, anziché un soggetto. Ciò è palese soprattutto rispetto al corpo: viene frammentato per reificarlo (basti guardare all’uso nel panorama pubblicitario). La donna è concepita come ‘elemento di propietà’ del maschile che l’accompagna e ha diritto di disporne Come meglio crede (ricordiamo che fino al 75 il nostro diritto di famiglia prevedeva la presenza di un capofamiglia che poteva disporre di moglie e figli e adottare comportamenti punitivi per la loro di-educazione).

Ci educano a pensare che un uomo sia ‘uomo’ solo se adotta particolari forme espressive, linguistiche, comunicative; se sta stare tra i suoi pari solo in un certo modo; se annulla la componente affettiva o se la sa veicolare in un modo che non sia ‘da donna’ o, peggio da omosessuale.

Ci educano a pensare che una donna sia tale solo se si completa all’interno di una relazione, con una gravidanza. Ci educano a sacrificarci (in termini di lavoro o vita professionale) in nome della famiglia, ma ciò non è richiesto alla controparte.

Se l’ambiente che ci caratterizza è questo, allora, possiamo comprendere perché la violenza di genere sia un fenomeno sociale di così ampia rilevanza. E si capisce perché non si può prescindere da un intervento pedagogico per contrastare il fenomeno. Ovviamente, è fondamentale che ogni intervento sia interdisciplinare ma è fondamentale prevedere anche questo tipo di intervento.

È attraverso il colloquio pedagogico che si può aiutare la persona ad individuare questi meccanismi sociali, ad acquisire consapevolezza rispetto alle modalità violente a cui è stat* educato. Ciò può fornire anche un valido strumento per aiutarl* nel l’educazione dei figl*, in caso li abbia.

Il colloquio pedagogico provvede a chiarire la situazione, ad aiutare l’utente nel processo di nominare le cose, e successivamente è ciò che gli permetterà di essere ri-educato a nuove forme relazionali.

Proprio per sua natura un colloquio pedagogico può essere applicato all’interno di un cav, di un centro per uomini mltrattanti ma anche all’interno delle scuole o delle altre agenzie di socializzazione, per aiutare genitori, insegnant*, assistenti sociali nel processo di riconoscimento della pervasività della violenza e di sensibilizzazione.

Personalmente ho realizzato interventi pedagogici in molti contesti (scuole, progetti formativi, cav) e ciò che mi ha permesso di riconoscerne la validità è stata la reazione delle persone con le quali mi rapportavo: stupore, riflessioni e cambiamento degli agiti violenti.

Sono ancora viva. Voci di donne che hanno detto basta alla violenza

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Sono ancora viva, testo pubblicato alla fine dello scorso anno e curato dalle giornaliste Chiara Brilli e Elena Guidieri, è come prima cosa un’affermazione di riscatto e di dignità. Si tratta di un’antologia di storie di donne che sono riuscite ad uscire da una condizione di violenza – fisica, psicologica, sessuale, economica – inflitta dai partner. Una sorta di racconto corale nel quale possono ravvisarsi molti tratti comuni a tantissime storie di violenza e perciò particolarmente utili a chi, ancora, vi si trova invischiata. Utile per capire, per trovare sostegno, per realizzare  che ciò che sembra capitarci in prima persona non è in realtà una nostra prerogativa ma, purtroppo, una consuetudine che accade a molte. Utile come primo passo per realizzare di avere un problema e correre ai ripari.

Ci sono, in commercio, moltissimi volumi che affrontano la questione “violenza di genere”. Molti sono prettamente teorici e specialistici, destinati ad un pubblico di operatori; tanti altri trattano i fatti di cronaca più efferati, nella maggioranza dei casi conclusi tragicamente. Il volume di Chiara ed Elena, invece, pone il proprio focus sulle donne vive. Essere vive, urlare al mondo di essere riuscite ad attraversare un uragano non è esattamente una cosa banale, se si leggono le storie. Come quella di Giulia, che si trova a combattere contro un uomo violento e possessivo proprio durante il periodo della gravidanza. O come quella di Chiara, che una sera si ritrova le mani del suo compagno intorno al collo e lì capisce che sarebbe dovuta fuggire per sempre dal suo aggressore. O come quella di Rosina, che intraprende una relazione extraconiugale e che per questa ragione sarà costretta a perdere tutto: la dignità, i suoi figli, la sua vita.

Il testo si articola in modo dinamico: le domande poste alle donne intervistate rispondono bene alle esigenze del volume; il lettore è condotto all’interno di ogni singola storia in modo puntuale, preciso. Gli interrogativi posti, inoltre, tengono conto delle tecniche di colloquio generalmente adoperate in un contesto come e quello della consulenza (Bernianamente corrispondono alle tecniche di colloquio applicate dall’Analisi Transazionale: con le domande si esorta alla chiarificazione, si chiede una confrontazione, si approfondisce un aspetto con una specificazione…) e permettono alle intervistate di raccontarsi pienamente.

Dall’analisi delle storie emergono alcuni tratti comuni che la letteratura specialistica  ha definito come “fattori scatenanti” il fenomeno della violenza domestica: il più rilevante è quello relativo alla gravidanza: i dati e le dichiarazioni raccolte dalle denuncianti sottolineano come spesso si assista ad una escalation di violenza proprio in seguito alla notizia di aspettare un bebè. Un altro aspetto importante riguarda il fatto che le autrici indagano anche le tante debolezze del sistema italiano a protezione della vittima: uomini che patteggiano pene gravi, carabinieri e poliziotti che “consigliano” alle vittime di non denunciare per non rovinare la reputazione del partner, donne che si sentono abbandonate dal sistema che dovrebbe proteggerle e aiutarle, anche nella gestione delle piccole faccende quotidiane (che in situazioni così complesse diventano macigni).

Sono ancora viva è un urlo liberatorio delle donne che faticosamente sono uscite o tentano di uscire dal momento più buio della loro esistenza e, insieme, un grido di speranza per coloro che ancora, stanno cercando la forza di reagire.

Le (buone) campagne pubblicitarie di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne

Violenza di genere,  violenza domestica, femminicidio.

Sono termini – alcuni potrebbero essere definiti neologismi – creati appositamente per dare un nome ad un fenomeno che nell’ultimo decennio ha acquisito una rilevanza sociale emblematica. Mi riferisco ovviamente al problema della violenza contro le donne.

La celebre indagine Istat condotta nel 2006 ha descritto questo fenomeno identificandone gli aspetti che meglio lo qualificano. La violenza di genere è un fenomeno trasversale: le donne uccise per mano di un uomo – compagno, marito, amico – appartengono a tutte le classi sociali. Ciò smentisce il pregiudizio per cui i problemi di violenza siano connessi a questioni quali la povertà, la scarsa cultura, l’assenza di un lavoro etc…

Per la fascia di donne tra i 16 e i 44 anni la violenza di genere è la prima causa di morte (superando di gran lunga le morti dovute a incidenti stradali).

Nel 2013 le donne morte per femminicidio sono state 179, all’incirca una ogni 2 giorni.

Proprio in ragione della pervasività del fenomeno (che non è identificabile in un’area geografica specifica, che non appartiene ad una specifica fascia di popolazione…) nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicate le campagne di sensibilizzazione rispetto alla violenza contro le donne.

Mi sono sempre interrogata sull’utilità o meno di queste campagne pubblicitarie, per questo e per altri tanti problemi sociali e sanitari (ad esempio le campagne di prevenzione al tabagismo). Spesso, guardandole, ho l’impressione che siano funzionali solo a dare al problema in oggetto una visibilità ancora maggiore.

Un po’ come dire: d’accordo, la campagna pubblicitaria mi informa che il fumo fa male e che se smetto è meglio…ma se non ci sono politiche sanitarie adeguate, se lo spot non mi spiega quali passi intraprendere per liberarmi progressivamente dal vizio e se,  a monte, non sono previste misure preventive adeguate messe in atto dai servizi nazionali, l’informazione resta -appunto – solo informazione.

Rilevo lo stesso problema nelle campagne di prevenzione alla violenza contro le donne. Secondo il mio punto di vista, se lo scopo è preventivo devono essere esplicitati nella chiarezza più assoluta i servizi territoriali a cui rivolgersi. Se la campagna è di sensibilizzazione deve, a mio avviso, coinvolgere in maniera attiva lo spettatore-fruitore.

Per questo ho trovato la campagna di Women’s aid, l’associazione inglese che combatte la violenza contro le donne, così importante.

A proposito di questa campagna ha scritto l’Huffington post. Un cartellone pubblicitario che ritrae il viso di una donna tumefatto dai lividi. Una telecamera a riconoscimento facciale puntata verso la strada. Ogni volta che un passante si ferma e fissa il cartellone, la fotocamera riconosce il viso del fruitore e il volto ritratto sul manifesto inizia a guarire; via il sangue, via le ecchimosi, via l’occhio nero.

Il significato è evidente: se si ignora il problema, se si chiudono gli occhi davanti alla violenza, il fenomeno continuerà ad ingigantirsi e per le donne sarà sempre più difficile chiedere aiuto. Se si focalizza l’attenzione su questo fenomeno, invece, le cose possono cambiare. Interessante a questo proposito è anche la strategia di marketing connessa alla campagna di informazione. tutti coloro che si soffermano nell’area antistante al cartellone, infatti, ricevono sul proprio smartphone un messaggio che li ringrazia per non aver chiuso gli occhi davanti al problema della violenza domestica e, parallelamente, li spinge a donare per garantire un servizio migliore alle donne che si rivolgeranno a Women’s aid per chiedere aiuto.

Una campagna pubblicitaria di questo tipo mi sembra assolutamente indicata perché risponde a diverse esigenze:

  • portare attenzione sul fenomeno in oggetto
  • trasformare lo spettatore in fruitore
  • sviluppare azioni di crowdfunding (azione doppiamente importante: spinge le persone a sentirsi parte del problema e a trovare strategie per porre ad esso un freno; inoltre, considerando le ristrettezze economiche in cui spesso i servizi territoriali sono costretti ad operare, fornisce anche un’aiuto concreto all’associazione che si occupa delle vittime).

Non c’è pietismo, non c’è retorica. A quando una campagna di questo tipo anche in Italia?

(qui il link per vedere il video)

Cuntala: equal opportunities game

Qualche giorno fa i riflettori di giornali e telegiornali ero puntati su Trieste e, in particolare, su il gioco del rispetto, un’iniziativa per combattere gli stereotipi di genere nelle scuole dell’infanzia. Molti giornali hanno pensato bene di utilizzare queta vocenda per veicolare informzioni sbagliate, false e tendenziose (la famosa ideologia gender, l’idea che nelle scuole si faccia di tutto per “invertire” l’ordine stabilito in base all’appartenenza sessuale.

Quello che i giornali si sono ben guardati dal raccontare (per una sottile volontà di mistificazione o per ignoranza?) è che  – per fortuna! – la scuola italiana è ricca di iniziative di questo tipo, da diverso tempo.

Esistono, inoltre, moltissim* professionist* che si preoccupano di creare libri e materiali per avvicinare i ragazzi ai temi del rispetto e delle differenze di genere

Mi è già capitato di recensire, sul blog, alcuni di questi giochi (trovate qualche info qui). Oggi vorrei parlarvi di un altro strumento ludico-didattico che ha un nome bellissimo: le cuntaline.

Le cuntaline è un gioco di carte, nello specifico è definito come equal opportunities game. E’ stato creato da Barbara Imbergamo per portare avanti un progetto, più ampio, sulle pari opportunità.

Cuntala significa “raccontala”. E’ perciò il nome più adatto per definire un gioco il cui scopo è, appunto, quello di raccontare storie. Si compone di diverse carte, appartenenti a quattro categorie (personaggi, verbi, oggetti e caratteristiche). E’ un  gioco strano, cuntala, perché non ha regole. Come si può leggere nel “manuale di istruzioni” :

In questo gioco tutto è possibile e ogni regola può essere inventata. Potete decidere voi quante carte dare, come fare i turni, quanto fare durare una storia.

Se non ha regole, allora, come si gioca? intanto si può partire dal distribuire qualche carta ai* giocator*. Ognun* contribuisce a creare un “pezzo” della storia attraverso la carta che intende giocare. C’è il papà che cucina e la sindaca,la muratrice e l’ostetrico. Le carte sono piacevolissime: hanno colori vivaci, rappresentano immagini non stereotipate e ogni definizione è riportata in tante lingue (spagnolo francese tedesco inglese e italiano).

Fin qui, potreste obiettare, tutto bene: il gioco si presenta bene e ha delle importanti finalità. Ma nella pratica?

Beh, per recensire un gioco bisogna anzitutto provarlo. Io ci ho giocato e mi sono divertita un monte! Pescare carte, aggiungere pezzi ad una storia che comincia già in modo non convenzionale  è un ottimo esercizio per uscire da schematismi e pregiudizi. Perché è molto più facile raccontare la storia della bella Biancaneve, che cura  i sette nani nella casetta nel bosco, fino a quando la strega cattiva – invidiosa della sua bellezza – non decide di avvelenarla… piuttosto che cominciare il racconto con c’era una volta un giovane papà, in cucina, con un bellissimo grembiule verde…

 Le possibilità creative sono infinite e come ricorda l’autrice

Inventare storie a partire da questi personaggi permette di immaginare mondi e comprendere i molteplici aspetti della realtà.

Per avere altre informazioni sul gioco, o per acquistarlo, potete dare un’occhiata al sito!)