Elogio delle donne non vittime

Negli ultimi venti mesi, molti dei miei contatti Facebook (alcuni amici anche nella vita reale, altri solo in quella virtuale) hanno continuato a tenere alta l’attenzione sul caso Silvia Romano postando foto della giovane –  immagini normali di una ragazza sorridente, con i bambini e le bambine che aveva scelto di aiutare, con gli abiti tradizionali africani – e chiedendone la liberazione.

Quando la notizia è arrivata, sabato scorso, la rete è stata invasa, ancora una volta, dalle sue foto – sempre quelle – unite questa volta a messaggi festosi che ne celebravano la liberazione.

Appena si sono diffuse le prime notizie, le prime immagini “rubate” a seguito dell’azione delle forze armate, qualcosa ha iniziato a cambiare. Ancor prima della questione economica (su cui ancora oggi non c’è assoluta chiarezza), il focus è stato sulla sua immagine. Una donna cambiata (rapita ventitreenne, la ritroviamo venticinquenne), forse un po’ ingrassata, col viso segnato ma sorridente, con addosso una lunga veste verde.

L’atteggiamento della maggior parte delle persone, anche di chi, inizialmente ha accolto con entusiasmo la notizia del ritorno a casa della cooperante milanese, è cambiata.

Seguire questo rapido cambio di prospettiva nei confronti della vicenda mi ha portato alla mente altri avvenimenti analoghi, come quello di altre due coppie di cooperanti, Simona Torretta e Simona Pari (sequestrate a Baghdad nel settembre 2004) e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, (rapite l’1 agosto 2014 in Siria). Anche nei loro confronti, al ritorno in Italia, si scatenarono gli haters sostenuti da una certa stampa che le accusava di vari “crimini” (essersela cercata, essere nemiche dell’Italia etc…).

Ho cominciato così a decostruire le numerose polemiche cercando di arrivare all’origine del problema.

L’accento sugli aspetti economici sono a mio modo di vedere solo uno specchietto per allodole. Sono molti gli uomini per cui lo Stato ha pagato un riscatto (dai celebri Marò ad altri cooperanti, come Francesco Azzarà, rapito nel 2011).

Ricordate il caso di Francesco? Ricordate altri casi di cooperanti (uomini), sequestrati e successivamente liberati?

E’ una domanda che mi sono posta in prima persona e a cui ho risposto negativamente.  Credo che pochi si ricordino di loro perché, al loro rientro, le polemiche sono state scarse o addirittura non si sono verificate.

Ho supposto così che il problema nei confronti di Silvia Romano (e più in generale delle altre cooperanti) non riguardi tanto i soldi o il modo in cui sono riuscite a sopravvivere all’evento (appigliandosi alla fede o all’umanizzazione dei propri aguzzini). Credo che il problema sia un altro.

Silvia, Simona e Simona sono donne che hanno subito un’aggressione perché hanno trasgredito la regola base della società patriarcale: la libertà è un privilegio maschile e,  se una donna decide di volerlo conquistare, lo farà a proprio rischio e pericolo.

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(fonte: vitatrentina.it)

Essere una cooperante significa recarsi in luoghi di per sé pericolosi, significa abbandonare la casa e gli ambienti “protetti” che per tradizione sono appannaggio delle donne.

Se, per qualsiasi motivo, la trasgressione alla norma  ha un finale negativo (come ad esempio un rapimento), esso si paga con la vergogna, la gogna sulla pubblica piazza.

Silvia racconta di essere stata forte, di non aver subito particolari angherie (al netto di aver attraversato il confine tra Kenya e Somalia a piedi, camminando 10 ore al giorno e probabilmente altri fatti che ha scelto di non raccontare), di essersi convertita. E’ sorridente e sta bene; probabilmente tornerà ad aiutare i bambini e le bambine  di paesi in difficoltà. Silvia è una sopravvissuta (non ha caso ha scelto di chiamarsi Aisha, che vuol dire “vivente”), ma non porta su di sé lo stigma e la vergogna di quanto vissuto.

Non è tornata cospargendosi il capo di cenere, facendo “mea culpa” e scusandosi per aver cercato di conquistare una libertà che non appartiene al suo genere.

Certi avvenimenti, come quello subito dalla giovane cooperante, costituiscono nell’immaginario comune un trauma e si presume che ogni donna reagisca allo stesso modo: col silenzio, con la vergogna, al limite scusandosi.

E’ ciò che ci racconta Virginie Despentes, regista e scrittrice francese, nel suo The king kong Theory, a proposito dello stupro, trauma femminile per eccellenza:

“(…) il punto è che finché non viene chiamata per nome, l’aggressione perde la sua specificità, può essere confusa con altri tipi (…). Questa strategia della miopia ha la sua utilità. Perché dal momento che chiamiamo il nostro stupro “stupro”, è tutto il sistema di controllo sulle donne che si mette in moto: vuoi davvero che si sappia quello che è successo? vuoi che tutti ti vedano come una donna a cui è successo? E comunque, come puoi esserne uscita vita, senza essere una tro*a fatta e finita? Una donna che tenga alla propria dignità avrebbe preferito farsi ammazzare. La mia sopravvivenza è di per sé una prova ai miei danni.” (p.33)

A ben vedere, credo che le reazioni di odio scatenate dalla sola immagine di Silvia Romano vadano ricercate qui, alle origini del sistema di controllo patriarcale sulle donne. E’ il fatto che non sia tornata come vittima, ma come donna che a testa alta racconta quanto vissuto e – guarda un po’ – ricostruisce una storia certamente dura ma senza quei tratti (violenze, angherie, stupri..) che l’avrebbero ricollocata nell’unico ruolo che ci si aspetta una donna possa ricoprire.

Volevano che Silvia fosse una vittima, invece è tornata Aisha.

 

silvia

(fonte: corriere.it)

Alessia Dulbecco

Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco