Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

Maschi oltre la forza

Uno degli aspetti migliori del partecipare ad un corso formativo è la possibilità di ricevere interessanti suggerimenti di lettura. Al corso di formazione del CAM – centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze – mi sono imbattuta in questo volume. Si tratta di un libro che raccoglie alcune riflessioni nate grazie alla creazione del gruppo “maschi contemporanei”. L’autore – come si legge nell’introduzione – ha cominciato ad interrogarsi intorno ai temi che riguardano il maschile, la mascolinità e la sua contestualizzazione a livello sociale un po’ per caso, ad una cena con amici. Da qui è nata l’idea di racchiudere, passo dopo passo, queste considerazioni in un volume. E’ un testo che si può leggere cominciando dalla prima fino all’ultima pagina, oppure si può aprire a caso e selezionare una delle riflessioni, racchiuse in quattro macrosezioni, ognuna declinata in quattro sfere specifiche. Ha il pregio di favorire un continuo dialogo con gli uomini poiché parte  proprio da una prospettiva maschile quindi – forse – più semplice da “digerire”. il volume invita alla riflessione costante attorno a quelle tematiche intorno alle quali gli uomini hanno il dovere di interrogarsi: la mascolinità, l’uso della forza, la paura di esprimere le proprie emozioni, l’affettività distorta che molti sembrano coltivare grazie a convinzioni personali che vanno ad innestarsi su luoghi comuni :

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Forse alcune considerazioni sono un po’ desuete, forse alcune si basano su stereotipi (come la n.50 che recita “le donne sono più avanti di noi, sanno affrontare con più leggerezza la fine di un amore..”) ma è un libro che sento di consigliare. Agli uomini, soprattutto – perché a loro in particolare si rivolge – ma anche alle donne. Perché come ricorda l’autore solo quando nessuna delle parti si sentirà esclusa dalle riflessioni attorno al rapporto tra i generi, attorno ai cambiamenti sociali imposti a uomini e donne, al grande tema del femminicidio e della violenza, sarà possibile, autenticamente, produrre autentico un cambiamento sociale.

 

Alessia Dulbecco

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Da uomo a uomo

Uomini maltrattanti raccontano la violenza di genere

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Chi, come me, è interessat* agli studi di genere avrà avuto modo di notare che esistono, in circolazione, un’enormità di volumi pubblicati tanto da far fatica ad orientarsi nella loro scelta. Ho notato, in particolare, che esistono due modi diversi e – paradossalmente – non conciliabili di approcciarsi all’argomento.

Ci sono moltissimi volumi scientifici che propongono carrellate di dati, indagini, statistiche e prospettive teoriche di riferimento. Testi che ovviamente è bene avere e consultare ma, almeno all’inizio, rendono difficile la possibilità di avvicinarsi all’argomento soprattutto per i non addetti ai lavori.

Dalla parte opposta, invece, abbiamo tanti volumi divulgativi. Affrontano i casi più eclatanti di violenza contro le donne riportano le loro parole sotto forma di interviste o di narrazioni ideali.

A mio modo di vedere queste due prospettive hanno dei grossi limiti: intanto, si escludono a vicenda (un buon saggio non è pensato per divulgare informazioni ma è destinato di per sé ai professionisti che operano nel settore). Il rischio è che da una parte vi sia un’eccessiva rigidità e dall’altra una non accuratezza nei contenuti (spesso i volumi che intendono avere solo un compito divulgativo privilegiano  il resoconto dei fatti di cronaca – a volte affrontati in maniera sensazionalistica – disinteressandosi di fornire un quadro teorico di riferimento entro il quale leggere le narrazioni).

Proprio per questi motivi ho apprezzato particolarmente l’ultimo volume di Alessandra Paunz – la professionista che ha fondato, in Italia, il primo centro per uomini maltrattanti -intitolato Da uomo a uomo. il volume ha il pregio di essere sia divulgativo che scientifico. Da una parte, infatti, indaga le forme della violenza, le zone d’ombra che impediscono al fenomeno di emergere (proprio nelle prima pagine si ricorda che – secondo il Consiglio d’Europa – almeno una donna su quattro ha conosciuto la violenza da parte di un partner o di un ex) e ribadisce le varie interconnessioni tra violenza e contesto sociale (la violenza si veicola all’interno dei rapporti famigliari, si mantiene grazie agli stereotipi e ai valori culturali distorti che hanno dato vita a rapporti e condizioni di accesso diseguali uomini e donne), dall’altra favorisce la divulgazione chiamando all’appello operatori, professionisti e uomini maltrattanti a raccontare il proprio personale vissuto. Come ha sottolineato Giacomo Grifoni nelle conclusioni il volume

ci aiuta ad effettuare una rivoluzione che ci riavvicina alla violenza e l’aspetto più innovativo è stato  unire più voci in un’unica azione di contrasto (p.96).

Consiglio questo saggio proprio per la sua capacità di conciliare  e dar voce ad una pluralità di prospettive. Tra i tanti pregi ha quello di essere leggibile con facilità, anche da parte di chi non conosce in dettaglio l’argomento. E, non da ultimo, dà un’opportunità fondamentale: quella di ascoltare le voci dei maltrattanti, il loro punto di vista. Quello che si può individuare attraverso le loro parole è il livello di pervasività della violenza: pervasiva perché appresa mediante stereotipi e tracce culturali che impediscono l’equilibrio nei rapporti e nell’autodeterminazione  dei due sessi. Leggere le loro storie – di analisi dei dati di realtà, di presa di coscienza, di riscatto, di cambiamento – è fondamentale se vogliamo comprendere la portata del problema e individuare interventi mirati in grado di porvi un freno.

Alessia Dulbecco

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  L’intervento pedagogico nei processi di riconoscimento e fuoriuscita dalla violenza di genere

  
Chi mi conosce e segue il blog sa che uno degli argomenti sui quali mi piace di più scrivere, formarmi e affrontare è quello relativo agli studi di genere e al concetto di violenza domestica. 

Mi sono avvicinata a questi temi un po’ per caso (anche se anni e anni di corsi formativi mi hanno insegnato che, in realtà, non è mail il caso a determinare l’incontro col tema della violenza, così come non è un caso se si sceglie di diventare professionisti nell’ambito della ‘relazione di aiuto’) ormai nel lontano 2009, quando decisi di svolgere il tirocinio universitario proprio presso uno dei Centri Antiviolenza più famosi e ben funzionanti di Genova. L’anno successivo un tirocinio presso il neonato centro Antiviolenza di Imperia e poi la collaborazione, continuata fino al 2014, per la gestione degli interventi educativi sia con le vittime sia nei contesti scolastici. 

Per lavorare come operatrice è necessario formarsi costantemente, leggere molti volumi sul tema e, a poco a poco, costruirsi un modo specifico di operare all’interno del problema. Il mio modo specifico è quello pedagogico

Ieri, come chi segue la mia pagina Fb saprà, ho partecipato al primo modulo formativo (di un percorso che durerà sei mesi) per acquisire competenze specifiche e diventare operatrice all’interno dei centri che si occupano dei Maltrattanti. È sempre la violenza di genere al centro dell’intervento ma, ovviamente, cambia la prospettiva dalla quale la si osserva. Le due giornate di studio mi hanno fatto riflettere attorno a due questioni che sono quelle che mi hanno fatto nascere l’esigenza, oggi, di dedicare questo articolo proprio ad analizzare i motivi per cui educazione e contrasto alla violenza sono due argomenti fortemente interconnessi.

Anzitutto mi preme partire da una duplice considerazione maturata proprio ascoltando i miei docenti e i tanti interventi fatti dai collegh* corsisti.

– di fronte a questi argomenti si assiste spesso ad una riflessione esclusivamente di tipo psicologico: bisogna aiutare le vittime ad elaborare il trauma (compito fondamentale per uno psicologo), bisogna sostenere imaltrattanti nel processo di allontanamento dalla violenza che spesso deriva da un’incapacità di gestire le emozioni o da scompensi di natura esclusivamente psicologica.

– spesso non si hanno chiare le tante forme di violenza che una donna può subire dal partner (molti uomini ignorano che un rapporto non voluto, all’interno di una relazione di coppia, sia comunque un reato di violenza sessuale (un po’ come a dire: “se stiamo assieme ci sono specifici ‘doveri coniugali’ a cui non ci si può sottrarre)

– siamo circondati dalla violenza: essa è, prima di tutto, un fatto culturale.

Proprio quest’ultima riflessione mi porta a rimarcare la necessità di introdurre – ogni qualvoltasi affrontano questi temi – uno sguardo pedagogico. 

Se la violenza è un fatto culturale significa che tutt*
 veniamo – più o men inconsapevolmente – educati ad essa. 

Ci educano a reprimere le emozioni (perché, socialmente, non è possibile esprimere determinati sentimenti in pubblico a seconda del sesso di appartenenza) o al contrario a dimostrarle, ma sempre e solo nei modi codificati e approvati dal tessuto sociale. 

Ci educano a pensare alla donna come ad un oggetto, anziché un soggetto. Ciò è palese soprattutto rispetto al corpo: viene frammentato per reificarlo (basti guardare all’uso nel panorama pubblicitario). La donna è concepita come ‘elemento di propietà’ del maschile che l’accompagna e ha diritto di disporne Come meglio crede (ricordiamo che fino al 75 il nostro diritto di famiglia prevedeva la presenza di un capofamiglia che poteva disporre di moglie e figli e adottare comportamenti punitivi per la loro di-educazione).

Ci educano a pensare che un uomo sia ‘uomo’ solo se adotta particolari forme espressive, linguistiche, comunicative; se sta stare tra i suoi pari solo in un certo modo; se annulla la componente affettiva o se la sa veicolare in un modo che non sia ‘da donna’ o, peggio da omosessuale.

Ci educano a pensare che una donna sia tale solo se si completa all’interno di una relazione, con una gravidanza. Ci educano a sacrificarci (in termini di lavoro o vita professionale) in nome della famiglia, ma ciò non è richiesto alla controparte.

Se l’ambiente che ci caratterizza è questo, allora, possiamo comprendere perché la violenza di genere sia un fenomeno sociale di così ampia rilevanza. E si capisce perché non si può prescindere da un intervento pedagogico per contrastare il fenomeno. Ovviamente, è fondamentale che ogni intervento sia interdisciplinare ma è fondamentale prevedere anche questo tipo di intervento.

È attraverso il colloquio pedagogico che si può aiutare la persona ad individuare questi meccanismi sociali, ad acquisire consapevolezza rispetto alle modalità violente a cui è stat* educato. Ciò può fornire anche un valido strumento per aiutarl* nel l’educazione dei figl*, in caso li abbia.

Il colloquio pedagogico provvede a chiarire la situazione, ad aiutare l’utente nel processo di nominare le cose, e successivamente è ciò che gli permetterà di essere ri-educato a nuove forme relazionali.

Proprio per sua natura un colloquio pedagogico può essere applicato all’interno di un cav, di un centro per uomini mltrattanti ma anche all’interno delle scuole o delle altre agenzie di socializzazione, per aiutare genitori, insegnant*, assistenti sociali nel processo di riconoscimento della pervasività della violenza e di sensibilizzazione.

Personalmente ho realizzato interventi pedagogici in molti contesti (scuole, progetti formativi, cav) e ciò che mi ha permesso di riconoscerne la validità è stata la reazione delle persone con le quali mi rapportavo: stupore, riflessioni e cambiamento degli agiti violenti.

Sono ancora viva. Voci di donne che hanno detto basta alla violenza

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Sono ancora viva, testo pubblicato alla fine dello scorso anno e curato dalle giornaliste Chiara Brilli e Elena Guidieri, è come prima cosa un’affermazione di riscatto e di dignità. Si tratta di un’antologia di storie di donne che sono riuscite ad uscire da una condizione di violenza – fisica, psicologica, sessuale, economica – inflitta dai partner. Una sorta di racconto corale nel quale possono ravvisarsi molti tratti comuni a tantissime storie di violenza e perciò particolarmente utili a chi, ancora, vi si trova invischiata. Utile per capire, per trovare sostegno, per realizzare  che ciò che sembra capitarci in prima persona non è in realtà una nostra prerogativa ma, purtroppo, una consuetudine che accade a molte. Utile come primo passo per realizzare di avere un problema e correre ai ripari.

Ci sono, in commercio, moltissimi volumi che affrontano la questione “violenza di genere”. Molti sono prettamente teorici e specialistici, destinati ad un pubblico di operatori; tanti altri trattano i fatti di cronaca più efferati, nella maggioranza dei casi conclusi tragicamente. Il volume di Chiara ed Elena, invece, pone il proprio focus sulle donne vive. Essere vive, urlare al mondo di essere riuscite ad attraversare un uragano non è esattamente una cosa banale, se si leggono le storie. Come quella di Giulia, che si trova a combattere contro un uomo violento e possessivo proprio durante il periodo della gravidanza. O come quella di Chiara, che una sera si ritrova le mani del suo compagno intorno al collo e lì capisce che sarebbe dovuta fuggire per sempre dal suo aggressore. O come quella di Rosina, che intraprende una relazione extraconiugale e che per questa ragione sarà costretta a perdere tutto: la dignità, i suoi figli, la sua vita.

Il testo si articola in modo dinamico: le domande poste alle donne intervistate rispondono bene alle esigenze del volume; il lettore è condotto all’interno di ogni singola storia in modo puntuale, preciso. Gli interrogativi posti, inoltre, tengono conto delle tecniche di colloquio generalmente adoperate in un contesto come e quello della consulenza (Bernianamente corrispondono alle tecniche di colloquio applicate dall’Analisi Transazionale: con le domande si esorta alla chiarificazione, si chiede una confrontazione, si approfondisce un aspetto con una specificazione…) e permettono alle intervistate di raccontarsi pienamente.

Dall’analisi delle storie emergono alcuni tratti comuni che la letteratura specialistica  ha definito come “fattori scatenanti” il fenomeno della violenza domestica: il più rilevante è quello relativo alla gravidanza: i dati e le dichiarazioni raccolte dalle denuncianti sottolineano come spesso si assista ad una escalation di violenza proprio in seguito alla notizia di aspettare un bebè. Un altro aspetto importante riguarda il fatto che le autrici indagano anche le tante debolezze del sistema italiano a protezione della vittima: uomini che patteggiano pene gravi, carabinieri e poliziotti che “consigliano” alle vittime di non denunciare per non rovinare la reputazione del partner, donne che si sentono abbandonate dal sistema che dovrebbe proteggerle e aiutarle, anche nella gestione delle piccole faccende quotidiane (che in situazioni così complesse diventano macigni).

Sono ancora viva è un urlo liberatorio delle donne che faticosamente sono uscite o tentano di uscire dal momento più buio della loro esistenza e, insieme, un grido di speranza per coloro che ancora, stanno cercando la forza di reagire.

Le (buone) campagne pubblicitarie di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne

Violenza di genere,  violenza domestica, femminicidio.

Sono termini – alcuni potrebbero essere definiti neologismi – creati appositamente per dare un nome ad un fenomeno che nell’ultimo decennio ha acquisito una rilevanza sociale emblematica. Mi riferisco ovviamente al problema della violenza contro le donne.

La celebre indagine Istat condotta nel 2006 ha descritto questo fenomeno identificandone gli aspetti che meglio lo qualificano. La violenza di genere è un fenomeno trasversale: le donne uccise per mano di un uomo – compagno, marito, amico – appartengono a tutte le classi sociali. Ciò smentisce il pregiudizio per cui i problemi di violenza siano connessi a questioni quali la povertà, la scarsa cultura, l’assenza di un lavoro etc…

Per la fascia di donne tra i 16 e i 44 anni la violenza di genere è la prima causa di morte (superando di gran lunga le morti dovute a incidenti stradali).

Nel 2013 le donne morte per femminicidio sono state 179, all’incirca una ogni 2 giorni.

Proprio in ragione della pervasività del fenomeno (che non è identificabile in un’area geografica specifica, che non appartiene ad una specifica fascia di popolazione…) nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicate le campagne di sensibilizzazione rispetto alla violenza contro le donne.

Mi sono sempre interrogata sull’utilità o meno di queste campagne pubblicitarie, per questo e per altri tanti problemi sociali e sanitari (ad esempio le campagne di prevenzione al tabagismo). Spesso, guardandole, ho l’impressione che siano funzionali solo a dare al problema in oggetto una visibilità ancora maggiore.

Un po’ come dire: d’accordo, la campagna pubblicitaria mi informa che il fumo fa male e che se smetto è meglio…ma se non ci sono politiche sanitarie adeguate, se lo spot non mi spiega quali passi intraprendere per liberarmi progressivamente dal vizio e se,  a monte, non sono previste misure preventive adeguate messe in atto dai servizi nazionali, l’informazione resta -appunto – solo informazione.

Rilevo lo stesso problema nelle campagne di prevenzione alla violenza contro le donne. Secondo il mio punto di vista, se lo scopo è preventivo devono essere esplicitati nella chiarezza più assoluta i servizi territoriali a cui rivolgersi. Se la campagna è di sensibilizzazione deve, a mio avviso, coinvolgere in maniera attiva lo spettatore-fruitore.

Per questo ho trovato la campagna di Women’s aid, l’associazione inglese che combatte la violenza contro le donne, così importante.

A proposito di questa campagna ha scritto l’Huffington post. Un cartellone pubblicitario che ritrae il viso di una donna tumefatto dai lividi. Una telecamera a riconoscimento facciale puntata verso la strada. Ogni volta che un passante si ferma e fissa il cartellone, la fotocamera riconosce il viso del fruitore e il volto ritratto sul manifesto inizia a guarire; via il sangue, via le ecchimosi, via l’occhio nero.

Il significato è evidente: se si ignora il problema, se si chiudono gli occhi davanti alla violenza, il fenomeno continuerà ad ingigantirsi e per le donne sarà sempre più difficile chiedere aiuto. Se si focalizza l’attenzione su questo fenomeno, invece, le cose possono cambiare. Interessante a questo proposito è anche la strategia di marketing connessa alla campagna di informazione. tutti coloro che si soffermano nell’area antistante al cartellone, infatti, ricevono sul proprio smartphone un messaggio che li ringrazia per non aver chiuso gli occhi davanti al problema della violenza domestica e, parallelamente, li spinge a donare per garantire un servizio migliore alle donne che si rivolgeranno a Women’s aid per chiedere aiuto.

Una campagna pubblicitaria di questo tipo mi sembra assolutamente indicata perché risponde a diverse esigenze:

  • portare attenzione sul fenomeno in oggetto
  • trasformare lo spettatore in fruitore
  • sviluppare azioni di crowdfunding (azione doppiamente importante: spinge le persone a sentirsi parte del problema e a trovare strategie per porre ad esso un freno; inoltre, considerando le ristrettezze economiche in cui spesso i servizi territoriali sono costretti ad operare, fornisce anche un’aiuto concreto all’associazione che si occupa delle vittime).

Non c’è pietismo, non c’è retorica. A quando una campagna di questo tipo anche in Italia?

(qui il link per vedere il video)

Le parole sono importanti

oggi, tra le pagine di Facebook, mi sono imbattuta in questo articolo:

http://m.ilgazzettino.it/m/gazzettino/articolo/NORDEST/1203462

Proviene da una testata on line, Il Gazzettino. Il testo dell’articolo è il seguente:

ROVIGO – Un uomo di 37 anni residente in un Comune dell’Alto Polesine, padre di una bambina, è finito in manette dopo che gli investigatori della Polizia Postale hanno scovato nel suo computer una sessantina tra foto e video di bambini impegnati in scene di sesso con adulti.

L’inchiesta, partita da Perugia, potrebbe riservare ulteriori sviluppi: in uno dei video, infatti, comparirebbe una bambina con meno di dieci anni in una scena di sesso esplicito con un adulto. Gli investigatori non escludono che la piccola possa essere la figlia dell’indagato e l’adulto lo stesso genitore.

L’accusa per l’uomo, al momento, riguarda solo la detenzione di materiale pedo-pornografico.

Sempre più spesso mi capita di leggere articoli riguardanti violenza sessuali ai danni di minori scritti con un linguaggio non adeguato. Ricordo a tal proposito che il gruppo di Narrazioni differenti ha dato vita ad una campagna mediatica proprio per cercare di portare nuova attenzione al problema (se volete informarvi, qui alcuni dettagli).

Vorrei ricordare al giornalista in questione che i bambini non “fanno sesso” con gli adulti. I bambini che subiscono una violenza dovrebbero essere chiamati “vittime” e l’espressione “fare sesso” andrebbe sostituita con “violenza sessuale”.

La seconda parte dell’articolo, quella che si riferisce alla possibilità che le foto di una bambina, presenti nel pc, siano addirittura della figlia dell’arrestato risulta poco comprensibile (scrivere che “gli investigatori non escludono che la piccola possa essere la figlia dell’indagato e l’adulto lo stesso genitore” è più distaccato rispetto ad un’affermazione cos’ impostata: “gli investigatori non escludono che la piccola possa essere la figlia dell’indagato e l’adulto lo stesso padre”).

Mi piacerebbe che ci fosse una nuova e più autentica attenzione rispetto alle parole che si utilizzano quando si fa riferimento a fatti di cronaca particolarmente gravi, come una violenza operata ai danni di un minore o di una donna. Il linguaggio deve dare una visione chiara dei fatti e  non deve nascondere o celare la verità. Il linguaggio contribuisce poi a costruire una visione del mondo. Se, anche in maniera indiretta, veicoliamo l’idea secondo la quale un minore può “fare sesso” con un adulto implicitamente lo stiamo rendendo parte attiva anziché vittima di un reato odioso. Questo vale sia quando si scrive di violenze ai danni di bambin* sia nei confronti delle donne.

E’ importante acquisire consapevolezza rispetto a questi meccanismi e denunciarli subito (commentando la notizia, inoltrando una mail a siti – come appunto quello di Narrazioni differenti – che si occupano della rilevanza del linguaggio all’interno degli studi di genere).

Perché, come diceva Nanni Moretti, le parole sono importanti.

#nonèamodomio

Anna Maria Arlotta ha creato nel 2011 un gruppo su facebook intitolato La pubblicità sessista offende tutti. L’obiettivo, come si legge nelle informazioni, è di  “portare all’attenzione generale quelle pubblicità italiane che sviliscono la donna relegandola sempre ai ruoli di oggetto di sollecitazione erotica e casalinga”.

L’attenzione al tema in oggetto è nato grazie allo splendido documentario di Lorella Zanardo, “Il corpo delle donne” e ai molti saggi e volumi che sono stati scritti nel corso di questi ultimi anni (uno è, ad esempio, il bel saggio di ballista e Pinnock che ho recentemente recensito qui)

Di pubblicità di questo tipo è possibile incontrarne a centinaia: sfogliando un rivista, passeggiando per qualsiasi città italiana, accendendo il televisore. E’ proprio nei confronti di uno spot televisivo che si è focalizzata l’attenzione di Anna Maria. Lo spot è quello di Lavazza A Modo Mio.

L’attenzione, secondo il mio punto di vista, è l’anticamera di una consapevole presa di posizione. Ed è per questo che Anna Maria ha deciso di lanciare una petizione: “Lavazza, il tuo spot non è a modo mio!”, trovate qui tutte le informazioni).

Obiettivo della petizione è quello di chiedere a Lavazza di ritirare la pubblicità.

Come si può leggere nelle motivazioni:

Nello spot “A modo mio” una donna angelica china la testa in maniera pudica quando Brignano, l’uomo buono che ha meritato il Paradiso, appreso che lì tutto è di tutti, estende il concetto di possesso a lei chiedendo implicitamente a S.Pietro (Solenghi) se questo vale anche per la ragazza. La donna è raffigurata come un’angioletta decerebrata.

Ancora una volta abbiamo un tipico italiano di mezz’età che rivolge lo sguardo marpione a una donna con la metà dei suoi anni e completamente passiva. Poi c’è un anziano che, in una scena che conta otto uomini, le fa da altolocato protettore, senza il quale si presume che lei possa essere a loro disposizione, mentre, silente, aspetta di sapere se sarà consumata come un cioccolatino al bar.

Poco fa Anna Maria ha voluto scrivere un breve aggiornamento circa gli effetti di questa petizione:

 Ad oggi sono arrivati mille messaggi nell’orecchio dei responsabili della pubblicità della Lavazza. Dicono che devono rappresentare la donna con una personalità e non come un angelo muto, e che non devono neanche far supporre a un protagonista uomo che sia ottenibile come un prodotto. Speriamo che la ditta recepisca e…più firme ci sono e più saremo ascoltati, perciò diffondete ancora!

Sono perfettamente d’accordo con l’autrice: la pubblicità è sessista e svilente: una donna rappresentata come una bambolina bellissima quanto inutile, senza alcun valore intrinseco ma esclusivamente ad uso e consumo dello sguardo maschile. E’ questo genere di pubblicità che contribuisce a rafforzare nell’immaginario comune l’immagine della donna come di un (s)oggetto debole e pertanto bisognoso della protezione maschile, priva di qualità o competenze se non quelle legate al proprio aspetto fisico (costruito non come valore intrinseco ma come estrinsecazione degli interessi maschili).

Per questo vi invito a firmare la petizione: non solo perché si faccia pressione e lo spot venga ritirato, quanto piuttosto per dare un segnale forte. Come a dire: “siamo consapevoli dei messaggi comunicativi che si celano dietro questa pubblicità e non siamo dispost* ad accettarli”.E mi auguro davvero che possano sostenere questa iniziativa anche tanti uomini perché, come giustamente fa notare Anna Maria, “la pubblicità sessista offende TUTTI”.