Gesti concreti per contrastare l’omofobia: Stefano ci ha messo la faccia.

La notizia è di pochi giorni fa.

Un normalissimo fine settimana come tanti, a Torino. Due giovani che tornano in autobus dopo una serata passata a divertirsi. Due giovani che vengono insultati da un gruppo di coetanei. Vengono insultati con frasi del tipo “froci di m…”. Persone piccole piccole che ritengono che essere gay sia un’offesa.

Stefano è stato prima aggredito a parole poi, dalle parole, il gruppetto è passato ai fatti. Prima di scendere dall’autobus è stato colpito con un pugno in pieno volto. Sette giorni di prognosi.

Come racconta il giovane, inizialmente aveva pensato di non denunciare. Poi, per fortuna, cambia idea. Non solo denuncia il fatto alle forze dell’ordine ma, pubblicamente, decide di “metterci la faccia”. Si scatta una foto, la pubblica su facebook. In poche ore diventa virale e l’aggressione che neppure voleva denunciare diventa un caso.

Stefano denuncia e trasforma il fatto spiacevole che ha subito in un espediente per sensibilizzare la popolazione e portare un messaggio di speranza ai tanti che subiscono e non hanno la forza di esporsi.

Come afferma in una intervista a Vanity Fair

Tra i messaggi di queste ore, almeno cinquanta raccontano di aggressioni a ragazzi omosessuali. Spesso non denunciate.«Invece bisogna farlo, bisogna difendersi. Io ho chiamato l’Arcigay Torino, che mi ha aiutato, e anche il numero verde della Gay Help Line, all’800713713. Bisogna reagire. Per me la cosa più importante è che da quella che mi sembrava una sconfitta sono riuscito a ricavare una vittoria».

Nell’intervista Stefano sottolinea di non aver ricevuto solidarietà dai politici: le istituzioni locali iniziano a preoccuparsi di dimostrare al giovane un po’ di solidarietà a distanza di 48 ore, (qui potete leggere una dichiarazione da parte del Presidente del Consigli oregionale del Piemonte).

Vorrei esprimere tutta la mia solidarietà a questo giovane. Per aver deciso di attirare su di sé i riflettori e portare un po’ di luce su un argomento che spesso viene strumentalizzato e banalizzato.

Spero che questo gesto aiuti non solo i tanti omosessuali vittime, ogni giorno, di soprusi e aggressioni ma anche altre categorie… come quella delle donne vittime di violenza che spesso, per timore o paura, preferiscono non denunciare e, mai e poi mai, esporsi pubblicamente. Il loro gesto è comprensibile: in una società che vede ancora le donne (e gli omosessuali) come principali colpevoli delle aggressioni che loro stess* subiscono, esporsi pubblicamente (e, a volte, anche solo andare a denunciare) è un’operazione faticosissima.

Gli eterosessuali non possono nemmeno lontanamente percepire quanto sia difficile essere gay in Italia. Dall’accettazione personale, al farsi accettare (e spesso i genitori sono i primi a voltarti le spalle, gli unici a cui ponevi tutta la tua fiducia) al vivere giorno per giorno nella società. Io andrò avanti nella speranza e nel desiderio che qualcosa cambi, perché noi non siamo animali o persone di secondo ordine e ci meritiamo gli stessi diritti degli altri. La maggior parte delle persone non è a proprio agio con cose o persone che percepiscono come diverse da loro e scommetterei che, se spendessimo del tempo per conoscerci l’un l’altro, se portassimo avanti una nostra indagine, se guardassimo sotto la superficie delle cose, scopriremmo che, dopo tutto, non siamo così diversi».

Grazie, Stefano, per averci messo la faccia.

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Di normalizzazione, banalità e altre brutture.

Ieri, al telegiornale delle 13, ascolto la notizia della tredicenne violentata per sette mesi da un gruppo di suoi coetanei in un garage abbandonato nella periferia torinese. Il fatto è sconcertante ma nonostante lo sdegno mi concentro per ascoltare i dettagli. Nei tre minuti che il telegiornale dedica alla notizia registro alcuni fatti:

– la ragazzina era costretta dal gruppo a subire ogni genere di violenza e umiliazione sotto la minaccia del branco di raccontare tutto – attraverso i video e le foto –  ai genitori

– il ritratto che viene fatto della giovane è – appunto – quello di una poco più che bambina impaurita e spaventata (tanto che, nel corso del tempo, la ragazzina comincia a non andare più a scuola e a raccontare alle amiche che alcuni ragazzi non la lasciano più stare e lei non ce la fa più…).

– quando la giovane prova a ribellarsi la vendetta del branco è immediata: subito vengono recapitate a casa le foto e i video a riprova della condotta della ragazza. Quello che si evince dal servizio del tg è che la notizia lascia sconvolti tutti, i genitori (che denunciano il fatto),  i docenti e il preside della scuola (dalla quale la giovane sarà trasferita per volontà della famiglia).

Decido di cercare qualche informazione in più, in rete, sui quotidiani on line. Consulto Il secolo XIX,  Il Giornale e Il Corriere. Quello che leggo, soprattutto sui primi due siti indicati, mi lascia senza parole.

Cito da Il giornale:

Il tutto sarebbe accaduto in un garage, racconta un tredicenne del quartiere al quotidiano torinese. Una cosa su cui “all’inizio, lei ci scherzava pure. Era andata liberamente. Raccontava certi particolari alle amiche…”.

Mentre su Il Corriere:

«Tutti nel quartiere conoscevamo questa storia», racconta al quotidiano torinese uno studente della scuola frequentata dalla ragazzina e dai suoi stupratori. «Sembrava una cosa normale – aggiunge – non avevamo capito che le avevano fatto dei video e la stavano ricattando».

Tutti nel quartiere sapevano, tranne gli insegnanti e il preside, come è riportato sul sito del Secolo XIX.

Leggendo i vari articoli ho pensato ad un’altra notizia letta di recente,  questa volta su Il fatto quotidiano. La notizia in questione (che trovate per intero qui) riporta i dati di una ricerca realizzate da due università americane sugli effetti che comportamenti sessisti e violenti hanno sulla salute mentale delle donne. Si può leggere:

Uno dei problemi del sessismo quotidiano è che le donne tendono a “normalizzare” la violenza che subiscono, facendola rientrare nella loro routine e agendo soltanto a livello individuale per evitarla. Di fatto si auto-limitano in diversi modi (ad esempio, non frequentando certi posti e non uscendo sole la sera) mantenendo un costante stato di ipervigilanza, dannoso per l’equilibrio psicofisico. Per esaminare il fenomeno nella sua complessità, secondo i ricercatori, ci vorrebbero più studi sul tema.

Della vicenda accaduta a Torino mi chiedo quanto la protagonista abbia “normalizzato” i fatti subiti. Ma anche quanto sia stato normalizzato dai coetanei che sentivano i suoi racconti e non coglievano la gravità dei fatti. Certo, forse non la percepivano per una legittima immaturità (parliamo comunque di ragazzini appena adolescenti) ma in ogni caso è identificativo della modalità con cui i tredicenni pensano al sesso: è normale che una ragazzina vada con un gruppo di coetanei a consumare rapporti sessuali in un garage abbandonato. Ovviamente, le cose cambiano se di mezzo c’è un ricatto. Ma ciò che conta è che è normale per una tredicenne mantenere una condotta di questo tipo.  Per questo credo che gli interventi di educazione alla sessualità e all’affettività che vengono condotti nelle scuole abbiano un’importanza essenziale. Non si insegna ciò che è giusto o no fare, secondo regole di moralità e correttezza. Si insegna anzitutto il rispetto di sé e dell’altro. Si educa alla consapevolezza rispetto alle proprie azioni e a dare il giusto peso a quelle che si possono subire. Secondo i ricercatori americani l’unico modo per non soccombere agli effetti delle violenze subite è quello di raccontare agli altri la propria storia. E’ essenziale, però, che gli “altri” abbiano orecchie per ascoltare. Ecco, gli interventi di educazione all’affettività producono proprio questo effetto: allineano cervello cuore e orecchie affinché l’ascolto sia autentico.