Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

Annunci

Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

…e per gli uomini cosa fate?

Succede sempre.

Ogni volta che, in una situazione informale (un aperitivo con amici, dal parrucchiere…) sono “costretta” a dire che lavoro faccio subito mi viene posta la domanda più scomoda di tutte.

Di solito affronto l’argomento con molto tatto. Non urlo ai quattro venti che lavoro in un centro antiviolenza ma racconto che mi occupo di violenza di genere, che come pedagogista progetto interventi educativi che possano servire a contrastare una cultura – gretta e maschilista –  e a proporne una migliore, più inclusiva e aperta per i bambin* e gli adult*. Queste considerazioni di solito non sono neppure recepite. “Ah, ti occupi di donne picchiate in casa dai mariti allora. Ehh…se ne sentono così tante oggigiorno. Ma per gli uomini cosa fate?”.

Sempre. Sempre. E no, non sono solo gli uomini a chiedermelo…spesso sono proprio le donne. “Cosa fate per gli uomini che subiscono dalle mogli, invece?? Ahhh, guarda..ho conosciuto delle tipe..delle vere arpie che sono diventate anche peggio in fase di separazione dal poveretto”.

Cosa faccio in situazioni di questo tipo? Una gran parte delle mie energie se ne va nel tentativo – stoico – di mantenere la calma e non aggredire verbalmente l’interlocutore di turno (l’Analisi Transazionale mi ha insegnato a contrastare i giochi psicologici, anziché caderci dentro..certo, è faticosissimo ma deve essere fatto…essere trascinati al suo stesso livello è sicuramente controproducente per me).

Poi, lentamente provo a ribattere. 

Cosa facciamo con gli uomini? Beh, facciamo in modo che non siano più degli autori di violenze ad esempio. In questo senso sono fiera di collaborare col Cam, primo centro che si occupa di uomini maltrattanti nato a Firenze nel 2009, il cui lavoro consiste  proprio nell’avviare percorsi – educativi e psicologici – per aiutare gli uomini che agiscono violenza nelle relazioni a cambiare modalità e comportamenti.

Al di là di questo…niente. Non si fa nulla perché il fenomeno da loro indicato non ha origini sociali, culturali, antropologiche da combattere. La violenza degli uomini contro le donne, invece, si. E no, non è la costruzione organizzata ad hoc da quattro pazze femministe. Purtroppo la violenza di genere ha dei paramenti specifici che la rendono un fenomeno socialmente indagabile e rilevante per le sue conseguenze. Certo, anche le donne possono essere violente ci mancherebbe. Il problema però è che queste forme di violenza non possono essere indagate alla luce della dinamica di potere e controllo che invece caratterizza la violenza maschile. In una situazione violenta perpetuata da un uomo, infatti, c’è una disparità nella diffusione del potere (pende più da una parte, per dirla alla spicciola) e nel controllo (che è agito dall’uomo allo scopo di limitare la donna).

No, che io sappia non esistono associazioni  – serie – che aiutano gli uomini a sottrarsi alle angherie di quelle brutte arpie di sesso femminile.

Certo, in rete si trova di tutto. Lupi vestiti da agnelli soprattutto. Come questa pagina Facebook che mi ha segnalato la mia amica Elena 

Nella descrizione si legge che si tratta di un”movimento egualitario di uomini e donne per la parità dei sessi e la difesa degli esseri umani di sesso maschile”.

Già qui a me sorgono dei dubbi: è un movimento per la difesa degli uomini (inteso come maschi) o per la parità?

Basta osservare ciò che viene postato per notare fin da subito il più gretto maschilismo (oltre che una serie di luoghi comuni). Quello più grande di sempre è la diversità di trattamento tra uomini e donne. 

 

L’esempio migliore ce lo fornisce questa immagine. Una donna che denuncia uno ‘che gli ha toccato le tette’ viene creduta subito e il malcapitato – che magari si era appoggiato per sbaglio – tratto in galera come il peggiore dei criminali. 

Ecco, vorrei dire solo una cosa. MA MAGARI!  Chi fa il mio lavoro, invece, sa benissimo che una donna spesso non viene ascoltata. Viene trattata con biasimo, rimproverata col più gretto dei paternalismi. Non viene creduta quando racconta anni di soprusi, violenze, ricatti. 

Di immagini come queste, di pagine come queste ce ne sono tantissime. A volte passano indisturbate sotto al nostro sguardo perché non siamo in grado di coglierne i messaggi ulteriori. L’educazione, in questo senso, è l’unica arma che possiamo utilizzare per contrastare gli stereotipi e la violenza di genere e, soprattutto, per costruire una cultura nuova.

Le donne tra accuse, difese e il mantenimento degli stereotipi di genere.

Analogie e riflessioni attorno a due fatti di cronaca.
Il 2016 appena cominciato ha già posizionato le donne al centro di numerosi fatti di cronaca nera. Proprio a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno si sono verificate diverse morti in sala parto. Situazioni apparentemente tranquille degenerare in tragedie. 

Ho seguito poco i notiziari: credo sia giusto dare, infatti, notizie circa lo svolgimento delle indagini – per appurare se si sia trattato di fatalità o di errori umani – ma non trovo giusto entrare nel privato delle situazioni intervistando i parenti, anche quelli di terzo grado, pur di avere un ritratto delle vittime. E si, le perché le donne smettono di essere tali e diventano vittime con connotati quasi angelici. I servizi che ne descrivevano la personalità, le loro aspirazioni di future mamme, le foto intime, vengono così messe su pubblica piazza.

Pochi giorni dopo si è verificato un altro caso di morte in sala parto. Una ventenne, Gabriella Cipolletta, muore durante un’interruzione volontaria di gravidanza al Cardarelli di Napoli. Anche in questo caso ho ascoltato i notiziari solo distrattamente ma, come nei casi precedenti, ammetto di aver provato una sensazione sgradevole. Ho sentito tante, troppe volte ribadire il fatto che si è trattato di un aborto consigliato da un medico, insomma, un aborto a scopi precauzionali. Tutti i telegiornali hanno dato rilievo a questo particolare. La sensazione di fastidio nasceva proprio qui: muore una donna durante un intervento chirurgico. Chi se ne importa di conoscere le motivazioni che l’hanno portata sotto i ferri?

Ho capito poco dopo perchè questa corsa alla giustificazione. L’ho capito mettendo in relazione questo fatto con un altro episodio di cronaca: al centro, ancora una donna. Si tratta di Ashley Olsen, la trentacinquenne uccisa nel suo appartamento in Oltrarno. Si racconta che abbia passato una notte ‘brava’ e l’ipotesi – che pochi giorni dopo verrà confermata – è che possa aver invitato a casa sua qualcuno che poi l’avrebbe uccisa.

Il caso di Gabriella e quello di Ashley: così diversi eppure così simili. Cosa le accomuna è il gioco delle accuse, la mercificazione delle loro vite. 

Così si dedicano articoli a capire chi fosse la giovane napoletana – e il meglio che i giornalisti riescono a fare è dire che il medico che l’ha uccisa è quello che venti anni prima l’aveva fatta nascere – esattamente come si gioca ad individuare nello stile di vita un po’ bohémienne della donna americana un possibile motivo del suo omicidio. 

Loro non sono le Madonne decedute di parto, nell’atto estremo di dar la vita al prossimo. Loro sono le puttane, morte perché se lo meritavano. Non è un caso, allora, che i giornalisti si affannassero tanto a trovar motivazioni per spiegare la scelta di Gabriella: si trattava di un vano tentativo di depistaggio contro quelle persone che, pochi giorni dopo, scriveranno che “se avesse scelto di tenere il bambino lei sarebbe ancora viva“. Anche sul caso di Ashley, le parole dei leoni da tastiera  non si faranno attendere. Come illustra Doppio Standard i commenti su di lei si sprecano.

    
Le due vicende dimostrano allora, ancora una volta, il peso degli stereotipi. Una donna non è libera di scegliere – di interrompere una gravidanza, di vivere una sessualità non ‘canalizzata’ – e sarà sempre giudicata per come si comporta. 

È difficile spiegare ad alcuni uomini questo concetto – subito ribattono che “Ashley non era una santa” o che “bisogna stare attenti” e anche se si chiede loro quanti uomini -generalmente- adottano condotte sessuali disinibite non si riuscirà a ottenere una risposta soddisfacente. Si dirà che per le donne “è più facile subire violenza” senza capire che, purtroppo, è più facile perché alcuni uomini sono propensi a vedere nell’altra solo un oggetto.  Si tratta quindi di educazione, sensibilizzazione agli stereotipi nella prospettiva di un loro abbattimento…e libertà. 

AlessiaDulbecco

http://www.facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco

Da uomo a uomo

Uomini maltrattanti raccontano la violenza di genere

uomo.jpg

Chi, come me, è interessat* agli studi di genere avrà avuto modo di notare che esistono, in circolazione, un’enormità di volumi pubblicati tanto da far fatica ad orientarsi nella loro scelta. Ho notato, in particolare, che esistono due modi diversi e – paradossalmente – non conciliabili di approcciarsi all’argomento.

Ci sono moltissimi volumi scientifici che propongono carrellate di dati, indagini, statistiche e prospettive teoriche di riferimento. Testi che ovviamente è bene avere e consultare ma, almeno all’inizio, rendono difficile la possibilità di avvicinarsi all’argomento soprattutto per i non addetti ai lavori.

Dalla parte opposta, invece, abbiamo tanti volumi divulgativi. Affrontano i casi più eclatanti di violenza contro le donne riportano le loro parole sotto forma di interviste o di narrazioni ideali.

A mio modo di vedere queste due prospettive hanno dei grossi limiti: intanto, si escludono a vicenda (un buon saggio non è pensato per divulgare informazioni ma è destinato di per sé ai professionisti che operano nel settore). Il rischio è che da una parte vi sia un’eccessiva rigidità e dall’altra una non accuratezza nei contenuti (spesso i volumi che intendono avere solo un compito divulgativo privilegiano  il resoconto dei fatti di cronaca – a volte affrontati in maniera sensazionalistica – disinteressandosi di fornire un quadro teorico di riferimento entro il quale leggere le narrazioni).

Proprio per questi motivi ho apprezzato particolarmente l’ultimo volume di Alessandra Paunz – la professionista che ha fondato, in Italia, il primo centro per uomini maltrattanti -intitolato Da uomo a uomo. il volume ha il pregio di essere sia divulgativo che scientifico. Da una parte, infatti, indaga le forme della violenza, le zone d’ombra che impediscono al fenomeno di emergere (proprio nelle prima pagine si ricorda che – secondo il Consiglio d’Europa – almeno una donna su quattro ha conosciuto la violenza da parte di un partner o di un ex) e ribadisce le varie interconnessioni tra violenza e contesto sociale (la violenza si veicola all’interno dei rapporti famigliari, si mantiene grazie agli stereotipi e ai valori culturali distorti che hanno dato vita a rapporti e condizioni di accesso diseguali uomini e donne), dall’altra favorisce la divulgazione chiamando all’appello operatori, professionisti e uomini maltrattanti a raccontare il proprio personale vissuto. Come ha sottolineato Giacomo Grifoni nelle conclusioni il volume

ci aiuta ad effettuare una rivoluzione che ci riavvicina alla violenza e l’aspetto più innovativo è stato  unire più voci in un’unica azione di contrasto (p.96).

Consiglio questo saggio proprio per la sua capacità di conciliare  e dar voce ad una pluralità di prospettive. Tra i tanti pregi ha quello di essere leggibile con facilità, anche da parte di chi non conosce in dettaglio l’argomento. E, non da ultimo, dà un’opportunità fondamentale: quella di ascoltare le voci dei maltrattanti, il loro punto di vista. Quello che si può individuare attraverso le loro parole è il livello di pervasività della violenza: pervasiva perché appresa mediante stereotipi e tracce culturali che impediscono l’equilibrio nei rapporti e nell’autodeterminazione  dei due sessi. Leggere le loro storie – di analisi dei dati di realtà, di presa di coscienza, di riscatto, di cambiamento – è fondamentale se vogliamo comprendere la portata del problema e individuare interventi mirati in grado di porvi un freno.

Alessia Dulbecco

altri articoli su Facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco

 

 

 

Dimmi quando (ma soprattutto: dimmi dove)

miss

Ebbene, capita ancora che un gruppo di giovani donne si trovi a sfilare e competere, in tv, per ambire al fantasmagorico titolo di Miss Italia.

Capita ancora che un giudice della serata proponga ancora la solita, retorica, domanda del “in che epoca storica avresti voluto vivere” (domanda che di solito io pongo a mia nipote, di anni 10, per provare a interrogarla in modo indiretto sperando di non farmi troppo notare).

Succede, ancora, che tra le giovani donne candidate-miss si propaghi il panico: forse si erano preparate tutte per rispondere alla domanda sulla pace e la fame nel mondo.  Risposte biascicate in un italiano improbabile. Costruzioni sintattiche deboli: anche mia nipote – si, sempre lei, quella di anni 10 – avrebbe fatto di meglio.

Ammetto di aver guardato questi 20 secondi di video con un’espressione tristemente consapevole. Mi aspettavo la retorica, ma questa volta ci ho trovato un bel mucchietto di stereotipi. Sì, quelli triti e ritriti che vogliono la donna come passiva e inerme. Quelli per i quali sarebbe stato tanto bello vivere nel 1942 perché tanto in quanto donna “non avrei fatto il militare”. Magari non avresti fatto il militare ma ti saresti fatta un culo così, cara mia. Probabilmente non hai nonne o bisnonne (data la tua giovane età) a cui chiedere come era, esattamente, vivere in quegli anni, tra figli da crescere da sole, paura per stupri e aggressioni sempre dietro l’angolo, poco cibo e piogge di bombe sulla testa. “sui libri ci sono pagine e pagine”, è vero, ma forse tu non le hai lette con precisione. Le donne c’erano, durante la guerra e anche dopo, come partigiane, c’erano eccome. E hanno avuto un ruolo attivo anche senza indossare l’uniforme o trovarsi al fronte.

Sarebbe stato bello trovarsi davanti una donna competente: avrebbe potuto ribaltare la domanda e sostituire un “quando” con un “dove”. A me, per esempio, piacerebbe vivere in un posto dove alle donne sia concesso qualcosa di più del semplice “ruolo di rappresentanza”. In un paese dove si realizzino azioni concrete per contrastare bullismo, omofobia e femminicidio. Un paese dove siano garantiti i diritti civili a tutt*, indistintamente dai propri gusti sessuali, ad esempio.

Mi spiace che sia questa l’immagine che ancora si cerca di attribuire alle donne. Approssimative e retoriche. Vi prego, ragazze, proviamo a smantellare i luoghi comuni. Che voi ci crediate o no, non siamo tutte così.

Abbattere gli stereotipi …a piccoli passi.

Non c’è nulla da fare…gli stereotipi sono ovunque!

La scorsa settimana mi è capitato di entrare in una nota università americana con sede a Firenze. Il dipartimento delle “visual arts” si trova in una bella sede, in pieno centro. Gli studenti sono giovani americani che decidono di svolgere un semestre in Italia, seguendo corsi e lezioni complementari a quelli normalmente svolti in sede.

La scuola prende in carico in maniera globale i giovani studenti, curando non solo la parte didattica ma anche quella relativa alla loro sistemazione in città. Questa premessa risulta indispensabile per capire alcuni aspetti della scuola che saltano subito agli occhi non appena si percorrono i corridoi, ci si sofferma nelle aree studio o si osservano i materiali presenti sui tanti tavolini o al desk all’ingresso. La scuola ricorda costantemente cosa fare o cosa non fare: dentro le aule, a lezione, quando si gira per la città…persino dove gettare i tovagliolini per asciugarsi le mani quando si va in bagno.

Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi … Perché se è vero che la scuola fa di tutto per ricoprirsi di un’aura internazionale e cosmopolita (come è giusto che sia, visto le sue “origini”) quando si tratta di stereotipi, purtroppo, ci riveliamo sempre molto italiani!

In bagno mi sono imbattuta in questo cartello:

11330497_10205815923510835_1526817853_n

“cerchiamo di essere signore”. Cioè cerchiamo di comportarci in modo appropriato, gettando i tovagliolini nel cestino anziché intasare la toilette.

…perché per compiere un gesto di questo tipo bisogna essere “signore”? Questo è, a mio modo di vedere, un altro piccolo esempio di come spesso gli stereotipi vengano utilizzati quasi inconsapevolmente. La costruzione culturale tradizionale ha tratteggiato una figura femminile pulita, ordinata, rigorosa. Quando si vuol esprimere il concetto di “comportiamoci bene” si utilizza l’espressione “comportiamoci da signore”.

Per questo credo che la persona che ha “pasticciato” il cartello cancellando la parola ladies e scrivendoci accanto – con un pennarello indelebile – “hygienic individual” abbia davvero stravinto! Per comportarsi in modo adeguato quando si utilizzano i servizi pubblici non serve essere signore, basta essere persone con un buon senso dell’igiene.

Perché gli stereotipi si cancellano anche così, trovando parole diverse per descrivere comportamenti abituali, che non possono avere alcuna connotazione di genere.

La sottile differenza

Sono morti due ragazzi in provincia di Messina. Secondo gli inquirenti, il giovane di trentatré anni ha ucciso la sua ex fidanzata durante un incontro chiarificatore da lui voluto per riflettere sulla fine della loro relazione avvenuta il mese scorso (potete leggere la notizia qui)

Se le parole creano mondi, noi stiamo abitando quello sbagliato.

Nel nostro mondo il concetto di femminicidio viene pressoché ignorato dalla stampa. Anche in questo caso – ma anche nel caso della scorsa settimana, l’omicidio di una donna per mano del marito carabiniere avvenuto a Napoli – si parla di raptus, di gesto di follia.

Spesso si vanno ad individuare cause che, indirettamente, colpevolizzano la vittima: se l’omicidio avviene “nel disperato tentativo di convincere la moglie a non chiedere il divorzio” (erano all’incirca queste le parole usate per il caso di Napoli) sembra quasi che la colpa sia della donna, che ha preferito la propria vita (e le proprie scelte) a scapito della vita familiare che – per i vecchi stereotipi – la donna dovrebbe sempre difendere, anche sacrificando se stessa.

Nel dare la notizia del caso di Messina i giornalisti si sono addirittura superati. Parlano di un caso di omicidio- suicidio per motivi di gelosia”. Tutto pur di non usare la parola “femminicidio”. Tutto per trovare una definizione che contenga in sé già la giustificazione per il gesto..che non a caso è “folle”.

I giornalisti perdono un’altra occasione di far bene il proprio lavoro, peccato.

Il sessismo strisciante

Prendete una notizia, una notizia banale, per la quale di certo il giornalista non vincerà alcun premio.

Questa, ad esempio:

http://www.huffingtonpost.it/2015/05/04/divorzio-breve-separano-dopo-tre-giorni-matrimonio_n_7202966.html

La notizia è appara sull’ huffington post ma io l’ho trovata attraverso una pagina Facebook che si chiama “Ah, ma non è Lercio”. Si tratta di una pagina che ha proprio lo scopo di raccogliere quelle notizie che un vero giornalista non dovrebbe nemmeno sognarsi di scrivere –  per evitare di fare la figura dell’idiota – e che un vero giornale non dovrebbe neppure sognarsi di ospitare sulle proprie pagine, in formato web o cartaceo.

La notizia di per sé è decisamente anonima: due persone si frequentano per anni coltivando però una storia a distanza. Si sposano dopo molti anni e la loro prima prova di convivenza va malissimo. Decidono subito di divorziare. Fin qui, nulla di strano. Ognuno fa ciò che meglio crede, soprattutto quando queste scelte non sono un problema per gli altri 7 miliardi di persone su  questa terra.

Chiedo però, a chi possiede un account FB, di cercare la pagina in questione e questa notizia perché troverà anche tutti i commenti che gli utenti hanno postato.

Immagine

C’è gente che non ha dubbi: se si sono separati è perché lei era una puttana.

Paradossalmente non ci sono elementi per tirare nessun tipo di conclusione, ma per alcuni non ce n’è bisogno: la risposta è chiara.

Potevano aver litigato in aereo per il posto su cui sedersi, ma per alcuni non ci sono dubbi.

Potevano aver litigato durante l’organizzazione del matrimonio…quel momento in cui il povero neo marito deve far ballare la prozia novantenne della sposa e che lui proprio no, non voleva fare. Ma per alcuni no,  non ci sono dubbi.

Potevano aver litigato guardando una partita di calcio.  Ma per alcuni no,  non ci sono dubbi.

Parafrasando il mitico Toy Story: