Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Di idee condivise e buone prassi. L’apporto pedagogico all’interno delle questioni sociali.

Quello che si è appena concluso è stato un weekend stimolante ed impegnativo.

Se è vero che il sapere pedagogico, per sua natura, può abbracciare molti settori fornendo nuovi angoli di parallasse dai quali osservare nuovi e vecchi fenomeni sociali, è anche vero che spesso queste intenzioni non si realizzano, vuoi per l’ostruzionismo che spesso si genera attorno alla pedagogia, vuoi per gli eventi di bassa qualità (in molti casi presentati come “l’evento dell’anno”!!!) che affollano questa scienza.

Venerdì e sabato, invece, posso dire di aver partecipato ad eventi di grande spessore. Vorrei definirli momenti di idee condivise e buone prassi.

Venerdì si è svolta la presentazione, per la prima volta sul territorio fiorentino, del pluripremiato libro scritto dall’Avv.  Alessia Sorgato, Giù le mani dalle donne.

Si è trattato di un momento di approfondimento che ha saputo intrecciare i temi della prevenzione – a carattere prettamente pedagogico – con quelli della difesa che interviene quando cioè l’episodio violento si è già verificato, tipico dell’impianto legale. Insieme abbiamo cercato di rendere chiari gli aspetti tecnici, propri del diritto, per arrivare a capire dove intervenire e in quali modalità. E’ stato davvero piacevole poter dar vita ad un dibattito (con la grande partecipazione del pubblico) con una professionista autentica e, ciò nonostante, autentica, semplice, diretta e simpatica.

 

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Sabato, invece, è stata la volta di Educare alle Differenze, una giornata intera di laboratori, seminari, approfondimenti dedicati al ruolo della pedagogia e, quindi, dell’educazione) intorno alle questioni di genere, al femminismo  e alle libertà dei singol*.

I laboratori si sono rivelati una bella occasione per conoscere altri professionist* e per trovare nuovi stimoli, nuovi elementi da introdurre nelle attività che conduco, come libera professionista e all’interno del Cav.

Durante la giornata ho avuto modo di assistere all’intervento di Graziella Priulla che ha ripreso il punto focale, introdotto in mattinata dal comitato di Scosse: serve una nuova presa di coscienza attorno a queste tematiche perché bambini/e vengono socializzati/e al genere e noi adult*, spesso, lo ignoriamo. Serve riconoscere il peso del linguaggio e il peso delle parole. Serve, in definitiva, riconoscere il peso della violenza simbolica. 

L’occasione, inoltre, mi ha dato la possibilità di conoscere dal vivo il team di Pasionaria.it, sito che vi consiglio caldamente di frequentare e per il quale ho avuto l’onore di scrivere qualche pezzo. Il loro laboratorio, dedicato al femminismo intersezionale mi ha dato modo di riflettere maggiormente su quelle forme violente nei confronti dell’altr* che spesso poniamo in essere in assoluta buona fede o senza nemmeno pensarci.

Le rassegne sono sempre l’occasione di conoscere nuove case editrici e di acquisire nuovi strumenti di lavoro..la prossima settimana dedicherò questo spazio proprio ad un gioco – scoperto allo stand di una casa editrice della bassa reggiana, presente all’evento – che ho trovato davvero interessante. Un gioco di carte per narrare storie. La grande particolarità? essere adatto ad un pubblico vastissimo: bimb*, adolescent*, adult* e anzian* possono usarlo con grande semplicità!! Vi ho un po’ incuriosito?? Appuntamento allora a lunedì prossimo 🙂

Nel frattempo vi lascio qualche foto della giornata di sabato!

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L’Umiliazione di Canossa

Se c’è una cosa che non sopporto sono i cosiddetti “leoni da tastiera”. gente che, forte della protezione che viene loro concessa dal computer e dalla rete, si permettono di attaccare l’altr*, così, per il puro gusto di farlo. Non si tratta di discutere attorno ad un tema esponendo un’opinione diversa dalla controparte, si tratta proprio di attaccare e offendere la persona su un piano personale. Se poi la “controparte” è una donna l’offesa scatta ancora con più facilità. Basti pensare a Boldrini e alle centinaia di insulti che compaiono sotto quei post che riportano ciò che ha fatto o ha detto. E quanti sono gli insulti che hanno avuto come destinatario Samantha Cristoforetti?

Insultate in quanto donne. in quanto donne, la loro opinione conta un po’ di meno e le persone che si sentono legittimate a denigrarle attraverso affermazioni che rimandano alla loro sfera sessuale si moltiplicano.

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La stessa cosa è accaduta qualche giorno fa a Selvaggia Lucarelli. Selvaggia aveva postato, la scorsa settimana, una foto del cadavere di una bambina che, come altre settecento persone, non è riuscita a salvarsi dal naufragio al largo delle coste libiche. Accanto alla foto (trovate qui il suo profilo facebook) ha scritto questa frase:

Lascio a voi decidere se era una cellula Isis, l’ennesima delinquente o colei che veniva a rubarci il lavoro. Magari Salvini lo sa.

La Lucarelli ha pubblicato questa foto anche all’interno di alcuni gruppi presenti sul social network. Tra i tanti che hanno commentato si è distinto Giuseppe Grasselli, candidato sindaco per la Lega Nord nella città di Canossa che l’ha apostrofata con un sempreverde (…i leghisti amano il verde, si sa…) “Zitta puttana”. 

Cosa spinge una persona (nel caso specifico un candidato sindaco!) ad usare un insulto di questo tipo? Il ragionamento è semplice anche se credo che i nostri amici della teoria del gender non lo capiranno.perché per loro gli stereotipi di genere non esistono.

Se sei un uomo e ti voglio insultare ti dirò che sei un imbecille, un idiota, uno stronzo, nel caso. Ma non farò mai riferimento alla sfera intima, sessuale, della tua persona; d’altronde, non ce ne sarebbe il motivo: ogni riferimento alla sfera intima, per un uomo è segno di forza e prestanza..per cui non sarebbe un insulto. C’è solo un caso in cui si può attaccare un uomo facendo riferimenti alla sua sfera sessuale: quando cioè, si vuole dubitare della sua virilità.

Per una donna, invece, gli attacchi alla dimensione sessuale sono all’ordine del giorno. Sei una donna, quindi sei stupida. E siccome sei donna e sei stupida la tua opinione conta meno, quindi stai zitta. E siccome sei donna e sei stupida sarai sicuramente una puttana.

E’ un po’ questo il ragionamento alla base dell’insulto.

Spesso controbattere è impossibile. Questi commenti hanno la funzione di annullare qualsiasi possibilità di ribattere: perché ti fanno ribollire il sangue, perché ti senti impossibilitata a replicare, perché riescono nel loro intento di farti sentire inadatta.

Per fortuna non sempre le cose vanno così.

Selvaggia, che su M2O conduce un programma radiofonico, ha chiamato in diretta il nostro esponente leghista. Durante l’intervista Selvaggia ha ricordato pubblicamente che Grasselli ha denunciato una persona per diffamazione per aver usato un linguaggio inappropriato (in questo caso insulti e bestemmie). Il povero Grasselli non aveva ancora finito di rispondere, con quel tono fiero da supereroe, che Lucarelli  interviene a gamba tesa:

“se queste sono le premesse, perché lei ha scritto su una bacheca facebook “zitta puttana” a me?”

Che dire, non vi resta che guardare il filmato in questione (qui trovate il link) e godervi i balbettii confusi del nostro politico di fiducia!

Storie di ordinario sessismo

In due giorni, due episodi odiosi.

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Il primo: intervistato dai microfoni di radio2, Giovanni Veronesi, regista italiano famoso per manuale d’amore e genitori & figli, parla di Clio Zammatteo,  truccatrice e blogger, come di una “culona“.

Il secondo: durante la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi (più in forma che mai…) incontra l’On. Rosi Bindi e,attraverso un solo scambio di battute riesce ad attaccarla pubblicamente. Questa l’infelice uscita di berlusconi:

 «Ho visto che ha versato lacrime di commozione, non ce lo aspettavamo da un uomo… pardon, da una donna, come Bindi, tante lacrime».

In due giorni, due storie di ordinario sessismo.

Cosa c’è di grave, in questi due episodi? Anzitutto il fatto che la denigrazione costante della donna (sempre e solo per il suo aspetto fisico) è ormai un fenomeno pervasivo e proviene da ogni settore: politico, sociale, culturale.

E’ vero, molti si indignano (basti pensare all’ondata di polemiche che ha suscitato in rete l’affermazione di Veronesi). Ma spesso l’indignazione nasce da un generico “non si parla così, ad una donna”: non c’è una riflessione autentica sui motivi per cui non si deve parlare così. non si condanna quell’affermazione in quanto sessista e lesiva della dignità (di una donna, perché a nessuno viene in mente di denigrare un uomo per la sua bruttezza).

L’indignazione, poi, è maggiore quando la persona colpita è una bella donna (e sfido chiunque a dire che Clio sia  brutta!): nei confronti di Rosi Bindi l’opinione pubblica si è mossa in maniera molto più soft (ricordiamo che già in passato l’onorevole era stata attaccata pubblicamente per il suo aspetto fisico, e sempre da Berlusconi.

La politica è responsabile nel modo in cui la donna è rappresentata (se bella e giovane è stupida e ricopre certi incarichi istituzionali solo per  meriti estetici/sessuali; se avanti con l’età o “brutta” che sia intelligente o no, non importa).

Anche il cinema ha le medesime responsabilità: come sono rappresentate le donne che compaiono nelle pellicole di Veronesi? Quali stereotipi le caratterizzano? Sono belle (spesso) e vivono storie d’amore romantiche e complicate.

Credo sia importante continuare a stigmatizzare comportamenti sessisti e provare a interrogarsi sui motivi per cui risulta sempre così importante giudicare una donna, a livello pubblico,  a partire dal suo aspetto fisico.  Io preferirei lasciare il gusto personale (“è bell*”, “mi piace”, “l* trovo sexy” etc…) alla sfera privata. Sarebbe bello per una donna essere valorizzata, anziché disprezzata. Sarebbe bello per una donna essere considerata per ciò che è, anziché per il modo in cui appare.

Sexy e vincente

POOL - PRESENTAZIONE FERRARI SF15-T  - © FERRARI MEDIA

Poco dopo le 20, qualche sera fa: il giornalista del solito telegiornale manda in onda un servizio sulla nuova Ferrari. E’ stato presentato il nuovo modello che lotterà per aggiudicarsi il Mondiale.

Fin qui, nulla di strano. Ascolto l’intero servizio (purtroppo non saprei recuperarlo, però posso suggerirvi di leggere qui, tanto il contenuto è lo stesso) e l’intervista al team principal, Maurizio Arrivabene

Guardiamo a quella dell’anno scorso (la precedente monoposto), era brutta e perdeva pure. Quella di quest’anno è veramente bella, è una Ferrari veramente sexy”.

Ancora una volta si parla di un’autovettura con gli stessi aggettivi che si usano per descrivere una donna (sexy, bella o brutta). E’ la stesa analogia che viene compiuta dai professionisti del marketing e delle pubblicità, quando per sponsorizzare una moto o una nuova automobile usano il corpo di bella ragazza, possibilmente svestita. Il messaggio è semplice: quell’oggetto è bello come la donna rappresentata, e se possiederai l’oggetto avrai la possibilità di fare colpo su donne bellissime.

E poi, ancora: le parole di Arrivabene pongono in stretto rapporto “l’essere brutta” con “l’essere perdenti”. Come a dire, chi è brutta  non è vincente. In realtà essere vincenti, come sappiamo, dipende da altre doti. Doti personali per una donna, questioni “meccaniche” per una vettura.

Il parallelismo, in ogni caso, è indicativo della pervasività degli stereotipi di genere: nelle pubblicità, come nelle parole di un importante manager.

Analogie. Di Violetta e del fenomeno del tweening

Nei giorni scorsi ho letto con grande interesse il libro di Loredana Lipperini Ancora dalla parte delle bambine. Nel libro si fanno alcune riflessioni soprattutto sul mondo dei media (internet e tv) analizzando i modelli culturali che questi canali contribuiscono a veicolare. Come  ho scritto nella recensione che potete leggere qui, la tesi dell’autrice è chiara:  riconosce al mezzo in sé enormi potenzialità ma nota che i contenuti corrispondono, purtroppo, ancora a quegli stereotipi di genere contro cui duramente si era battuta Elena Gianini Belotti. Alle bambine si insegna esclusivamente ad essere belle per poter far colpo sugli “uomini” e trovare così il Principe Azzurro che le sposerà e con cui avranno tanti bambini. L’autrice, inoltre, si sofferma su alcuni fenomeni preoccupanti: i* bambin* sono sottoposti ad un bombardamento mediatico tale per cui

– sono i principali spettatori di programmi non direttamente rivolti a loro (ad esempio il celebre uomini e donne)

– vengono avvicinati molto presto al mondo delle marche (si legge nel volume che scopo degli esperti di marketing è abbassare l’entry point, ovvero l’età di ingresso alla marca, ad esempio attraverso la pubblicità che ritrae la mascotte del brand in versione cartoon, azione è stata realizzata da marchi come Camel  o Red Bull) [per approfondire si veda pag. 111]

– gli esperti di marketing puntano al tweening, parola che sta ad indicare il fenomeno dell'”adolescenza retrodata”: «i prodotti, i temi e i programmi televisivi apparentemente rivolti ai quattordicenni vengono in realtà fruiti dai bambini di otto anni» (ibid.)

Ho  tutti questi concetti così beni chiari nella mia testa e il libro ancora aperto sulla scrivania quando mi imbatto in un servizio del TG1 (andato in onda ieri, 30 gennaio, nell’edizione delle 20.00…vi consiglio di recuperarlo perché merita!). Il servizio dà la notizia del nuovo tour di Violetta, la protagonista di una serie tv di Disneychannel. I protagonisti sono giovani teenager ma, se si osservano le immagini di repertorio dei concerti che si sono tenuti in Italia (ma anche nel resto del mondo) durante lo scorso anno si può notare che la platea è composta da un pubblico ben più giovane.. circa 7-8 anni. Il fenomeno del tweening, dunque, è in agguato.

La giovane protagonista viene intervistata in conferenza stampa dal giornalista. La domanda è banale, le viene chiesto se è felice di sapere che al tour sono state aggiunte diverse tappe nel nostro paese. La giovane, abbronzata e bellissima 18enne, appena sente parlare dell’italia si esalta e dice di essere molto felice perché le ragazze (…forse “bambine” era un termine più adeguato”…) italiane si emozionano tantissimo ai suoi concerti “se una inizia a piangere attaccano all’unisono tutte le altre”. Insomma, “sono emotive e tenerissime”.

Il giornalista fa presente che questo nuovo tour avrà delle sonorità molto più rock, ispirate al mondo degli adulti, e tante coreografie oltre ad abiti dei scena bellissimi.

A proposito degli abiti, qui un esempio di quelli indossati nel precedente tour:

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abiti sexy e succinti che immaginati addosso alle tante bambine che si immedesimano nella protagonista fanno quasi paura.

Insomma, il discorso di Lipperini torna alla grande:precoce adultizzazione delle bambine attraverso il bombardamento mediatico di programmi che vengono proiettati sulle reti dedicate all’infanzia (come Disney channel) ma destinati in realtà ad un pubblico adolescente; programmi che veicolano un’immagine femminile stereotipata (vestiti succinti e sexy: la bellezza sempre in primo piano) e, per concludere, un’immagine stereotipata anche delle giovani spettatrici viste solo come “tenerissime ed emotive”.

Non so cosa sia necessario fare per interrompere questo strano circuito che porta bambine di nemmeno dieci anni (attraverso genitori consenzienti) a “rovinarsi” l’infanzia attraverso un’adultizzazione precoce. Anzi, sarò tragica: considerando che ciò avviene perché ci sono professionisti del marketing che ogni giorno studiano per confezionare prodotti sempre più appetibili anche agli occhi dei bambin*, non so nemmeno se un’inversione di rotta sarà possibile. In ogni caso, se almeno i telegiornali evitassero di fomentare questo fenomeno..ecco, di quello sì gliene sarei grata.

Ancora dalla parte delle bambine

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Negli anni Settanta Elena Gianini Belotti scrive un breve saggio nel quale analizza i condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La premessa è semplice quanto innovativa: la maggior parte delle persone ritiene che le differenze tra maschio e femmina siano innate mentre, secondo il ragionamento della studiosa, invece, sono frutto di condizionamenti culturali – spesso trasmessi in modo inconsapevole – dai genitori e dalle altre figure preposte alla formazione e alla socializzazione dei più piccoli. La società utilizza questi condizionamenti allo scopo di  tutelare quei valori che intende trasmettere da una generazione all’alta e – tra questi – vi è il mito della “naturale” superiorità maschile a scapito di una inferiorità femminile. Mentre i maschi sono educati fin da subito ad avere un comportamento irruente e sono giustificati per la loro aggressività, le bambine sono educate alla passività e al sacrificio. Tutto ciò si rifletterà sugli spazi che bambine e bambine andranno ad occupare: se le prime potranno muoversi esclusivamente all’interno delle mura domestiche (saranno cioè angeli del focolare, casalinghe, brave mamme e si faranno carico della cura di tutti i componenti della famiglia), i bambini sono educati fin da subito a conquistare gli spazi esterni (sono incoraggiati a giocare all’aria aperta, a fare sport, a fare carriera una volta adulti etcc..).

Queste sono le premesse da cui si origina il bel saggio di Lipperini. A distanza di trent’anni dal precedente volume, cosa è cambiato? L’indagine della scrittrice è profonda e ampia e prende in esame quei contesti in cui le bambine compiono il loro apprendistato formativo: la famiglia, la scuola, i libri e i fumetti aggiungendone uno che, oltre ad avere una vita autonoma, spesso influisce sui precedenti: i media.

I media, cioè i programmi tv, le pubblicità, il mondo di internet (che si esplicita nei videogiochi che si possono trovare sulla rete, nei blog, nei siti internet spesso fruiti da bambin* a partire dai 5 anni di età) non sono il male assoluto, come molti genitori e molti intellettuali continuano ad affermare. Secondo Lipperini il problema è legato alla confusione che si crea confondendo il mezzo e il contenuto. L’autrice riconosce molti meriti agli strumenti sopra descritti. Il problema è, però, che continuano a contenere pregiudizi e stereotipi decisamente simili a quelli individuati da Belotti nel processo di socializzazione che caratterizzava le bambine negli anni ’70. L’estrema versatilità degli strumenti, poi, si traduce in una confusione dei modelli proposti: le bambine possono guardare i programmi per l’infanzia, ma anche i reality destinati ad un pubblico adulto come il grande fratello, uomini e donne e la pupa e il secchione. La sessualità è sbandierata, le donne protagoniste sono superficiali ed esclusivamente attente all’apparenza. Il modello femminile, in sostanza,non è cambiato.  Neppure nei cartoni animati o nel mondo dei giocattoli – dove accanto alla sempreverde Barbie spuntano nuove protagoniste, come le Bratz, bambole simili alla bionda star di Mattel ma più aggressive nel look e nelle storie che le vedono protagoniste- qualcosa è cambiato. Alle bambine è sempre richiesto di guardare all’apparenza  et tutto ciò che ruota nel loro mondo ha a che fare con vestiti alla moda, trucchi e acconciature. Curare il proprio aspetto per un unico motivo: far colpo sui ragazzi e – possibilmente – trovare il Principe Azzurro che le sposerà e dal quale potranno avere tanti figlioletti.  Come un perfetto Giano bifronte i giocattoli mostrano l’altro “ideale” a cui le bambine sono socializzate: attraverso aspirapolveri, cucine, carrelli delle pulizie e stoviglie così simili a quelle delle proprie mamme le giovani sono educate ad essere donne remissive e accudenti, a farsi carico delle faccende domestiche e a curare i piccoli.

Il modello schizofrenico è quello a cui le donne sono da sempre educate. Ciò si nota bene anche quando si parla di maternità: si trasmette il valore secondo il quale l’istinto materno sia una dote innata per una donna, ma non appena partorisce la si sommerge di messaggi negativi che rimandano alla sua totale incapacità di prendersi cura in modo adeguato del/lla piccol* (ed ecco quindi moltiplicarsi guide, libri, opuscoli, canali tematici e programmi tv…).

A scuola, i genitori, mentre invocano protezione da parte delle insegnanti nei confronti dei propri figli e del programma didattico da rispettare (soprattutto quando a creare scompiglio è un bambin* con un disturbo legato all’apprendimento) ricordano al proprio figli* di farsi valere se qualcuno osa attaccarli direttamente.

Nonostante l’importanza della riflessione sulla maternità, sulla scuole e sui compiti educativi, sotto la lente di ingrandimento dell’autrice vi sono in larga misura i media: «chi si trova a riempire di contenuti un sistema di media che avrebbe possibilità notevolissime agisce seguendo vecchi schemi» (p.233) inoltre «non è la sola televisione ad aver innescato la riproduzione di archetipi che si credevano scomparsi: sono quegli stessi modelli ad aver preso forza in luoghi diversi e a essere riversati – anche – in televisione» (ibid.)

Ancora oggi si rivela necessaria un’opera di decostruzione degli stereotipi di genere e, soprattutto,risulta indispensabile veicolare nuovi modelli educativi basati su un approccio meno rigido e schematico. Trasmettere alle future donne valori formativi differenti rispetto alla bellezza, all’apparenza, e alla femminilità che si esplicita nell’essere o “femme fatale” o “buona madre di famiglia” Solo così potranno essere ampliate le possibilità partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del paese.

Bomba Libera Tutti. Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari

In che modo – bambine e bambini – costruiscono la propria identità di genere? Come influiscono gli stereotipi di genere e i pregiudizi sul maschile e sul femminile all’interno di questo processo? A questa e ad altre domande hanno provato a rispondere alcuni insegnanti della scuola elementare “Galileo Galilei” di Pistoia. Coinvolgendo gli* alunn* della classe quarta gli autori Daniele Lazzara e Pina Caporaso hanno realizzato un documentario delicato ed intenso. I* bambin* sono stati divisi in piccoli gruppi, per consentire ad ognuno di avere tempo e spazio per esprimere le proprie idee, e sono stati coinvolti in tre attività diverse: la lettura a voce alta di brevi racconti, l’analisi di pubblicità e di immagini televisive e la discussione tra pari sul modo in cui le bambine vedono i bambini e viceversa.

La prima attività prende spunto da un’esperienza editoriale degli anni ’70  intitolata Dalla parte delle bambine in cui si racconta la rappresentazione del maschile e del femminile attraverso brevi storie che hanno per protagonisti alcuni animali. Attraverso le storie di Arturo e Clementina e quella dei topini del racconto una fortunata catastrofe si indaga il rapporto tra maschi e femmine sia nei rapporti relazionali sia nella divisione dei ruoli e dei compiti sociali. I bambini percepiscono i pregiudizi attorno alle figure descritte e discutono assieme attorno al tema dell’identità di genere.

Gli autori del documentario sono consapevoli che oggi la scuola, a causa della disputa politica che la coinvolge e dei grandi problemi finanziari ed economici, sta perdendo quel ruolo di agenzia formativa primaria che per secoli le è stato assegnato, ruolo che sempre di più viene affidato alla televisione:

è la scuola che insegna ai bambini come stare al mondo e crea un modello di convivenza basato su una visione conservativa e consumistica.

L’analisi di alcune pubblicità permette ad insegnanti e bambin* di focalizzarsi attorno al tema degli stereotipi: come vengono rappresentate le donne? di cosa parlano, di cosa si occupano? nello svolgimento di quali attività vengono ritratte? I bambin* comprendono bene il meccanismo degli stereotipi e ciò risulta evidente nell’analisi della pubblicità di “Indovina chi?”, un gioco da tavolo molto in voga negli anni ’90. Nella pubblicità si può vedere un bambino e una bambina sfidarsi ad una partita. «Se c’era solo una bambina si poteva pensare che quel gioco era da femmina», dice un bimbo. «Comunque non è detto – fa eco una bambina – anche se avessero fatto vedere solo un bambino non è detto che solo i bambini possano giocarci!» I* bambini* notano le criticità e le ristrettezze di un adeguamento troppo rigido ai ruoli che vengono imposti ai generi.

L’ultima attività proposta riguarda la discussione sul maschile e sul femminile: ai bambini è chiesto di descrivere le bambine e viceversa, soffermandosi in particolare su cosa non apprezzano dell’altro sesso. Emerge qui una visione stereotipata dei generi (i bambini sono bulli e vanitosi, le bambine interessate solo al proprio aspetto fisico e troppo gelose) e la discussione accende il conflitto. I maschi si offendono per la descrizione fatta dalle bambine mentre queste ultime tentano di mediare e ritrattare la propria posizione.

Si può leggere qui il ruolo conservatore delle donne? Attente a non rovinare gli equilibri (…) chiamate a ricucire ed accogliere?

In definitiva il documentario offre una fotografia, nitida e precisa, dei rapporti tra maschile e femminile e delle modalità in cui la società contribuisce a determinare  precise regole di comportamento attribuendo ruoli imposti. Alla scuola gli autori affidano un compito importante: quello, cioè, di costruire un luogo protetto e sicuro in cui affrontare il tema in questione proponendo modi/mondi alternativi a quello imposto dalla società e dalla televisione.

Se, come dicono gli autori, «nel buio del presente ci sono cose che fanno luce»  il lavoro di questi insegnanti rappresenta un bel traguardo raggiunto nell’ottica di un’educazione al genere e al rispetto, per tutti.

Donne, stereotipi e sessismo: un paio di iniziative per un efficace contrasto

Se, ieri, ho voluto portare l’attenzione attorno al volume realizzato e reso gratuitamente disponibile dall’associazione Giulia, oggi vorrei parlarvi di un altro paio di iniziative importanti: la prima è la campagna #giornalismodifferente, proposta da narrazioni differenti, la seconda è la proposta di Scosse per un Natale senza stereotipi .

L’iniziativa di Narrazioni differenti è stata lanciata proprio in occasione del 25 novembre. L’obiettivo è portare l’attenzione attorno alla terminologia impiegata dai giornalisti per raccontare, negli articoli che appaiono sui giornali o nei servizi in tv, il feminicidio e la violenza di genere. Allo scopo le autrici hanno realizzato un breve filmato che raccoglie e denuncia il lessico improprio – a tratti svilente- usato dai media. Oltre al linguaggio si pone grande attenzione alle immagini che vengono scelte per accompagnare l’articolo, la maggior parte delle quali risponde a vecchi stereotipi  che vedono la donna come o tentatrice, come colei che ha compartecipato al reato subito, o come vittima da difendere.

L’altra iniziativa, realizzata da Scosse, associazione di promozione sociale con sede in Roma, vede al centro della propria riflessione il mondo dei giocattoli e gli stereotipi che essi, spesso, veicolano. La campagna è stata lanciata nel mese di dicembre, proprio perché è in questo periodo che i genitori, presi dalla smania del regalo perfetto per i propri figli, finiscono spesso per assecondare le strategie di marketing che propongono giochi differenziati rigidamente in base al genere. La campagna vuole sensibilizzare i cittadini attraverso semplici gesti: individuare i giochi che veicolano immagini stereotipate o al contrario quelli che optano per una maggiore libertà dei ruoli (ad esempio i giochi in scatola a carattere scientifico con protagonista una bambina che gioca a fare la “piccola chimica”); apporre sulle confezioni i simboli atti a identificare i giochi “positivi” o “negativi” (utilizzando il logo scaricabile dal sito) e condividere la foto della confezione del giocattolo sui social, proprio per  una maggiore diffusione del messaggio.

Credo nell’utilità di entrambe le iniziative ma – considerato anche il periodo prenatalizio – direi che quella di Scosse possa portare a ottimi risultati anche nell’immediato. Il messaggio è molto semplice, facilmente esportabile e potenzialmente recepibile da tutti. Per questo suggerisco a tutti di diffondere il più possibile questa proposta: non sarebbe bello se bambine e bambini trovassero sotto l’albero giocattoli in grado di ampliare le loro possibilità di essere, anziché precluderli in mondi preconfezionati?

Brutte e cattive, Vol. 2

Bene, ci risiamo.

Dopo l’articolo apparso su Panorama – nel quale si cercava di far luce rispetto alle continue vessazioni commesse dalle donne nei riguardi degli uomini –  intorno al quale scrissi qualche settimana fa, oggi è il turno de Il Giornale. L’articolo proposto dal quotidiano reca il seguente titolo:

Donne contro donne Ecco la metà nascosta del fenomeno stalking

Fin qui, nulla di male: è da molto tempo che si cerca di far luce attorno alle modalità con cui le donne utilizzano lo stalking nei riguardi di altre donne. Se il Giornale si fosse preso la briga di indagare questo fenomeno lo avrei apprezzato.

Invece, ecco come inizia l’articolo:

Le donne sono più violente degli uomini. I maschilisti e gli amanti della retorica sono rimasti scioccati? Beh, col risalto fornito ogni giorno al tema del femminicidio, questa frase pare scesa dalla luna.

L’atteggiamento a metà tra il polemico e il denigratorio traspare già dalle prime tre righe. Di femminicidio se ne parla troppo!

Bisognerebbe invece dar risalto allo studio condotto da tre docenti (donne, si affretta a ricordare il giornalista!) che hanno proposto un’indagine dal titolo: “le stalkers donne sono più violente degli stalkers uomini?”

Lo studio ha fatto il giro d’Europa e degli Usa, ma in Italia è stato riportato ben poco, anche perché fanno troppo clamore le 179 donne uccise nel 2013, una ogni due giorni, con un aumento dei matricidi di oltre il 27% al sud, per lasciar spazio all’altra faccia della medaglia.

Ovviamente dello studio in questione non viene riportata una riga: subito l’articolo si getta a capofitto nelle “storie di vita vera” come quella di Elisa che vorrebbe denunciare per stalking la sua ex ma non se la sente perché “se denunci un atto di violenza commesso da una donna ti ridono in faccia“, o quella di Antonella, che subisce atti di stalking da parte della moglie del suo amante. Dice l’intervistata «ho parlato con due amici avvocati ed entrambi mi dicono che probabilmente la sopravvaluto, proprio perché è una donna. Inoltre denunciarla vorrebbe dire far sapere che ho frequentato un uomo sposato».

Quello che vedo, al di là dell’articolo, sono i soliti vecchi pregiudizi:

– è ridicolo andare a denunciare un atto punibile per legge se commesso da una donna (perché, nell’immaginario, devi saperti  difendere da solo/a da una donna!)  Se non sei in grado probabilmente sei frocio..e se – come in questo caso – la vittima è omosessuale i motivi di scherno sono due: chi raccoglierà la denuncia immaginerà facilmente quale relazione ci sia tra le due parti coinvolte (sei sicuramente lesbica!), se non sai difenderti da una donna sei una nullità, anche in termini sessuali.

– spesso denunciare comporta costi ulteriori: ad esempio andare a lavare i “panni sporchi” (come ad esempio una relazione clandestina) in piazza. Ricordo al giornalista che l’omertà e la vergogna sono ancora due dei motivi principali per cui una donna che subisce forme reiterate di violenza domestica dal partner preferisce non denunciare!

L’articolo prosegue con queste considerazioni, tratte dal lavoro delle ricercatrici

Per la ricerca australiana le donne sarebbero più propense ad azioni violente nei confronti della vittima perché consapevoli che i loro comportamenti saranno sottovalutati dagli altri e difficilmente giungerebbero all’attenzione delle autorità.

Inoltre, le donne stalker sarebbero meno inibite a perpetuare atti di violenza perché convinte siano comportamenti meno gravi quando messi in atto da loro, piuttosto che dalla controparte maschile. La violenza da parte delle donne nella cultura occidentale, risulta quindi più giustificabile, meno dannosa, meno condannabile, anche dalle donne stesse.

Al di là del fatto che l’articolo non fornisce indicazioni sulla ricerca stessa (chi vi si è sottoposto, come sono stati raccolti i risultati…qui potete trovare un abstract  e scaricare il lavoro per intero) credo che anche nel passaggio sopra riportato traspaia il solito stereotipo sulle donne incapaci di commettere violenza: il fatto che le donne siano poco consapevoli rispetto al gesto violento può dipendere proprio dal fatto che per secoli le autentiche attitudini del comportamento femminile sono state celate dietro ad un sipario di stereotipi grotteschi: le donne non usano le mani ed è per questo che “non si picchiano nemmeno con un fiore” (essendo incapaci ad usare la violenza non saprebbero difendersi. Non si picchiano solo per galanteria, in pratica). A furia di essere pensate per stereotipi, le donne hanno finito per pensar-si alla luce dello stesso parametro. Se non sono in grado di essere violente è evidente che qualsiasi gesto che possa affermare il contrario sarà letto cercando di trovare le giustificazioni migliori per depenalizzarlo .

Questo maldestro tentativo di attribuire alle donne un comportamento violento peggiore di quello maschile, oltre al tentativo -altrettanto maldestro – di provare a racchiudere in una scala tassonomica i comportamenti violenti perpetuati dalle donne o dagli uomini, portato avanti  ad opera di alcuni giornalisti, mi spaventa abbastanza. Colloco su questa linea anche tutti gli articoli scritti attorno alla vicenda di Veronica Panarello, madre di Loris, ucciso all’inizio di dicembre in Sicilia. tutti gli interventi che cercano di spiegare come e perché la donna possa aver ucciso il bambino. Curioso come attorno a questo caso abbondino gli articoli in cui si cerca di capire se la donna (che per ora risulta solo indagata) abbia agito su premeditazione o a causa di un raptus: quando ad uccidere una donna – una ex, una moglie – è un uomo (che magari ha già confessato) la giustificazione del raptus gliela si concede automaticamente: niente indagini per capire l’origine del “folle gesto” (che proprio perché folle, è etimologicamente “privo di senso”).

Non è inasprendo lo scontro – peraltro già abbastanza violento – tra uomini e donne su diritti  e garanzie che si potranno veder attenuati certi episodi di violenza. Scrivere al fine di giustificare questa o quell’altra parte ha solo come effetto quello di usare le parole per erigere muri tra le contrapposte fazioni. E i muri conducono facilmente all’incomunicabilità. E’ necessario invece tornare a parlarsi, seguendo la strada dell’educazione, del dialogo e del rispetto reciproco.