Un aiuto per l’apprendimento: Schede, esercizi, dispense per potenziare l’apprendimento dei ragazzi/e

Ieri ho pubblicato un post su facebook che ha riscosso diversi commenti. Stavo lavorando alla ricerca di materiali da utilizzare con una delle “mie” fantastiche ragazzine con cui lavoro per il potenziamento didattico sia nell’area linguistica che logico-matematica.

Ho proposto di raccogliere per voi qualche link a siti e pagine dai quali attingere materiali da utilizzare nell’ambito dell’apprendimento.

Ovviamente, dare qualche suggerimento a proposito di materiali e schede non esula dalla necessità di saperli usare in modo adeguato, altrimenti non si vedrà alcun risultato positivo. Soprattutto ai genitori raccomando sempre di contattare i professionisti dell’educazione per definire un progetto – coerente, preciso, misurabile – nell’ambito del quale anche queste schede potranno essere impiegate. suggerisco, invece, di rifiutare il mero “fai da te” perché il rischio è quello di stampare milioni di schede che poi non userà nessuno (o potranno essere usate ma senza risultati).

 

Pronti? ecco a voi un po’ di materiale!

 

  1. aiutodislessia.net

un sito ben costruito sul quale trovare materiali per scuole medie, elementari e superiori. Pensato soprattutto per alunni/e con DSA, ma non solo

2. sostegno bes 

un sito sul quale trovare giochi e esercizi oltre al informazioni utili per i docenti per impostare una didattica inclusiva

3. Fabrizio Alteri

Un sito di un docente che, per passione e professione, condivide materiali ed esercizi utili per favorire l’apprendimento

4. fantasia web

Un sito meno professionale, ricco però di spunti per stimolare la creatività anche di bambini/e entro i sei anni.

 

Questa la prima “carrellata” di materiali da  condividere con voi

A presto per altri piccoli suggerimenti!

Alessia

 

(PS. Se ti è piaciuto l’articolo ti invito a condividerlo e, se ti va, a visitare la mia pagina FB http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/)

Sei affetta anche tua dalla “Sindrome di Penelope”?

Ottobre è il mese in cui  progetti – avviati sulla fine dell’estate – entrano nel vivo.

Ti capita mai di avere grandi idee che non riesci a trasformare in progetti veri? A me capita, spesso. Mi viene in mente un’idea, spendibile sul lavoro, a cui inizio a dedicarmi; quando la metto per un attimo da parte, giusto per farla decantare qualche settimana, perde di energia e realizzo che la mia opinione è cambiata.

Capita anche a te di avere buone idee che non riesci a sviluppare o di avviare progetti che poi non porti a conclusione?

Credo che il primo passo da fare, per cercare di combattere questo pensiero auto-sabotante, sia individuare le possibili cause:

  • Il tempo: l’idea è buona, ma non ho abbastanza tempo per realizzarla; oppure avrebbe risposto bene ad un bisogno ormai estinto. Se il problema è il tempo (l’idea che arriva in “controtempo” rispetto a ciò che si dovrebbe fare) credo che l’unica soluzione sia quella di programmare meglio il nostro lavoro. Interrogarci spesso su ciò che potremmo fare per non sprecarlo;
  • Il coraggio: questo è tutto un altro genere di problema! Una sorta di “vorrei ma non posso”. L’idea è buona ma non ho la forza di spingermi in fondo per vederla realizzata (ciò potrebbe comportare diverse tipologie di impegno: pubbliche relazioni, prendere contatti specifici con chi potrebbe aiutarmi a realizzarla, pubblicizzarla…). In questo caso credo che la soluzione sia quella di cercarla nell’Empowerment: convinciti della bontà della tua idea, punta in alto (indipendentemente dagli sforzi che devi fare)… il successo può dipendere proprio dallo sviluppo di quell’idea che ti è balenata in testa così, quasi per caso… convinciti di meritartelo!

 

Mi rendo conto che le soluzioni non siano in realtà troppo scontate. Già – direte – come faccio a convincermi della bontà della mia idea se non metto a tacere la mia vocina critica interiore che giudica passo dopo passo (con frasi del tipo “ti porterà via tempo per nulla, andrai a spendere una montagna di soldi senza la certezza del risultato…”) tutte le azioni che dovrei fare per svilupparla??

Si tratta di spezzare un’abitudine, un modo tipico di pensarsi che è fatto di giudizi e rimproveri.. noi donne siamo esperte in questo perché spesso ci viene tramandato insieme a tutti gli stereotipi che vorrebbero fare di noi tutto tranne che delle donne di successo.

Se credi di aver bisogno di sostegno in questo percorso, ti svelo una bella novità!

A novembre partirà il mio nuovo corso

Donne in rinascita, percorsi sulla strada del cambiamento

Si tratta di un corso che ho pensato per tutte coloro che hanno bisogno di svelare le proprie potenzialità eliminando quelle gabbie mentali che ci portano a bloccarci o, peggio ancora, a muoverci in cerchio anziché in avanti. Il corso si svolgerà on line, per una durata di 1 mese. Si comporrà di mail dedicate, esercizi, una skype call e un gruppo fb chiuso dentro al quale scambiarsi ulteriori spunti di riflessione. Se vuoi conoscere qualche piccola anticipazione scrivimi pure ad alessia.dulbecco@alice.it, altrimenti… stay tuned!

 

A presto!

Alessia

 

(immagine: dal web)

 

 

A.A.A. energie cercasi!

Settembre è un po’ un mese di rodaggio: è lo spartiacque tra la tranquillità estiva e l’inizio dei nuovi impegni autunnali.

In famiglia, però, capita proprio il contrario! l’estate coincide con i figl* a casa, le attività da impostare ed incastrare per non lasciarli sol* mentre si è ancora al lavoro, l’eterna lotta con i compiti delle vacanze e con quel mantra che fuoriesce dalla bocca di ogni studente/essa dai 6 ai 18 anni: “lo faccio dopo…”. Difficile staccare e fare il pieno di risorse in estate! Per questo le prime settimane di settembre possono fare al caso tuo: i bambin* sono già rientrati a scuola e tu puoi approfittare di qualche ora di permesso, o dell’ultimo residuato di ferie che ti rimane, per dedicarti a te.

Ti suggerisco tre strade:

  • potenzia te stessa! se sei una mamma single, in carriera, o se hai pochi aiuti dall’esterno dedicati prevalentemente a te stessa! fatti un regalo (spesso si tende a non farlo, per dedicare tutte le risorse ai figl*): che sia un aperitivo con le amiche, un’incursione dal parrucchiere .. o, perché no, un corso sui temi della genitorialità, per rispondere sempre meglio alle richieste che il tuo ruolo ti impone
  • potenzia la coppia! Soprattutto se hai un bambin* piccol* dedicati molto a rinvigorire il rapporto con il partner!
  • se i figl* sono già grandi, se magari sono fuori città per gli studi, approfitta di settembre (l’Università spesso riapre i battenti da fine mese, o addirittura da inizio ottobre) per passare il tempo anche con loro, recuperando magari ciò che facevate, tutti insieme, prima che loro “diventassero grandi”.

E tu, quali strategie utilizzi per recuperare le energie? condividi i tuoi pensieri sulla pagina fb se vuoi! ti ricordo inoltre che, se vuoi dedicarti ad un corso sui temi della genitorialità, in autunno il mio corso su genitori&regole educative si rifà il look e ritorna, sia online che in studio. Chiedimi pure tutte le info a alessia.dulbecco@alice.it 😉

un abbraccio!
Alessia

Nelle tue parole, 2

Un altro post dedicato ai feedback delle clienti che in questa prima parte di 2017 hanno lavorato con me.

Oggi le parole sono di S. che si è rivolta a me in particolare per iniziare a riflettere e trovare soluzioni in merito ad aspetti della sua vita professionale.

Gli strumenti pedagogici e di counselling offrono un sostegno in ogni ambito della vita, non solo in quella personale/affettiva ma anche in quella pubblica/lavorativa.

nelle tue parole sara

Regole educative ed educazione emotiva. Un corso per genitori, a Firenze

I motivi per cui i genitori si recano in consulenza sono spesso molto simili:

  • i bambini crescono e iniziano a stare con difficoltà dentro le regole
  • hanno bisogno di un confronto con un professionista per capire meglio quale condotta seguire quando emergono comportamenti problematici (ad esempio quando i piccoli non vogliono andare a scuola!)
  • si sono verificati episodi di scontro con i bambini e non sanno quale strategia adoperare per uscirne

 

Questi sono i tre problemi principali che fino ad oggi ho riscontrato nella mia pratica professionale.

E’ vero: ogni famiglia è un mondo a sé e non è possibile trovare soluzioni condivise, valide per tutti. Quello che so per certo, però, è che parlarne fa bene – confrontarsi anche di più! – e proprio in ragione del fatto che non esistono soluzioni preconfezionate il modo migliore di affrontare questi piccoli grandi problemi è discuterne, insieme.

Per questa ragione il 10 marzo 2017 partirà, presso i locali di Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38r a Firenze, un nuovo corso dedicato ai genitori.

Si parlerà di regole (indispensabili per la crescita dei bambini!) ma soprattutto cercheremo di capire insieme cosa rappresentano per i genitori. Dietro al modo di intendere le regole (sono un modo per mettersi al riparo da scontri e conflitti? o sono il modo per dimostrare agli altri di essere autorevoli? o rappresentano il modo per mantenere un controllo sulla crescita dei figli?…) si nasconde un proprio, personale, stile genitoriale. Bisogna conoscerlo, interrogarsi sul genitore che siamo, comprendere come intendiamo emozioni e conflitti per capire se il modo in cui impartiamo le regole è appropriato, oppure no. In educazione

Regole, stili genitoriali, emozioni e relazioni educative: di questo e altro parleremo in questo ciclo di 5 incontri che si terranno venerdì 10 -17-24-31 marzo e il  7 aprile, dalle 18 alle 19.30.

Uno spazio dedicato ai genitori: per riflettere, per conoscere/si, per confrontarsi.

 

Vi aspettiamo!

dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(per info e contatti potete scrivere a me o a spazio Co-stanza,www.spaziocostanza.it)

La dimensione pedagogica del doposcuola

Venerdì si è concluso il percorso di sostegno scolastico nel quale sono stata impiegata, come pedagogista, a partire dallo scorso ottobre.

Per quanto il servizio sia denominato di “sostegno scolastico” e sia recepito dai servizi sociali del Comune espressamente sotto questa veste è in realtà un lavoro molto più complesso.

Risulta complesso perché “complicati” sono i ragazz* che vi accedono: hanno un’età – delicatissima – compresa tra gli 11 e i 14 anni; complesse sono inoltre le loro storie (familiari, sociali) e le loro esistenze.

Il lavoro con i ragazz* che accedono al servizio non è solo quello di sostenerli lungo il percorso scolastico.  Vi è una prima fase di monitoraggio e valutazione delle situazioni di partenza e la definizione, in equipe, del percorso educativo e psicologico da intraprendere affinché le risorse di partenza possano essere pienamente espresse e potenziate mentre i potenziali deficit (soprattutto quelli relazionali) possano essere colmati.

E’ un lavoro complesso quindi per le tante variabili da considerare,  per i rapporti che devono essere intrattenuti con le famiglie e la scuola (che vedono il servizio esclusivamente dal punto di vista di sostegno allo svolgimento dei compiti) e per la mole di ragazz* da seguire.

Dopo un anno di lavoro, di affiancamento, di ragionamenti, di sostegno… posso dire però che si tratta di un lavoro stupendo. E’ la dimensione pedagogica nella sua forma più pura: la forza di una relazione educativa che cambia -tras-forma – entrambe le parti in gioco.

E’ l’affiancamento autentico, quello che porta ad uno scambio e ad una condivisione. A fidarsi. A credere  in se stess*.

Io sono grata a questo lavoro che mi ha fatto riscoprire le parti migliori di me..ma ancor più esprimo la mia gratitudine ai ragazz* che hanno partecipato all’ultimo giorno di attività  insieme e che – nel gioco dei saluti – hanno scelto di donarmi “allegria”, “sorrisi”, “spensieratezza”.

Martina ha voluto rappresentare  tutto ciò attraverso un disegno che porterò sempre con me e di cui mi ricorderò soprattutto nei giorni di sconforto – naturali in una professione come la mia – in cui tutto sembra più grande e difficile del previsto.

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Costruire l’alleanza all’interno di una relazione di aiuto

Negli ultimi articoli che ho scritto ho tentato di focalizzarmi su alcuni argomenti “caldi” che spesso i genitori mi portano in studio e sui quali mi chiedono di lavorare e riflettere. Il tema del rinforzo (che, come abbiamo visto nell’articolo, è spesso negativo) e il tema  dell’autoefficacia educativa rivestono una grande importanza e anche per questo ho voluto trattarli per primi. Ho cioè, estrapolato dalle relazioni di aiuto alcune tematiche portando il mio focus su di esse anziché sull’ intero processo pedagogico di ascolto attivo, interpretazione, alleanza.

Oggi mi piacerebbe approfondire proprio questo aspetto: lasciare da parte i focus, i temi caldi sui quali rifletto assieme agli utenti, e concentrarmi sulla cornice di sfondo. Perché si, per poter parlare coi genitori è essenziale prima aver creato un clima di fiducia che consenta alla coppia di aprirsi e parlare senza timori. Questa condizione, secondo i principi di Analisi Transazionale applicati al Counselling, prende il nome di Alleanza di lavoro. Si potrebbe definire come quella sensazione di fiducia che si instaura via via tra counsellor e utente/i e che permette un buon esito nel percorso di consulenza.

Ricordiamoci infatti che, anche quando i genitori arrivano per presentare un problema – spesso riguardante il figli* – essi rimangono sempre i primi destinatari del nostro intervento. Il nostro obiettivo, di pedagogisti e di counsellor, è pre-disporli affinché possano diventare disponibili a modificare i loro comportamenti (ad esempio, dopo aver illustrato come si esprime il rinforzo negativo, educarli al riconoscimento e a non utilizzarlo più).

Esistono delle barriere alla costruzione di un rapporto basato sul l’alleanza pedagogica e sulla collaborazione. Ho individuato le seguenti:

  • Atteggiamento valutativo: è fondamentale concentrarsi sul problema (ad esempio: un ritardo nel linguaggio, una scarsa adesione del l’adolescenza a seguire le regole familiari) evitando il più possibile di porre sotto la”lente di ingrandimento” il ruolo dei genitori (passando ad esempio implicito messaggi valutativi o giudicanti).
  • Comprendere il contesto ed agire di conseguenza: questa è a mio avviso l’operazione più difficile. Quando i genitori arrivano vorrebbero immediatamente agire sul problema. Per il professionista, invece, è fondamentale individuare prima il funzionamento familiare: quale risorse emotive, relazionali, di rete possiedono oppure in che cosa il loro funzionamento risulta compromesso (penso ad esempio alle famiglie seguire dal Sert, quelle con genitori affetti da patologie psichiatriche etc…). Di fronte ad una famiglia più fragile il professionista ha il compito di portare avanti, proprio tramite l’alleanza educativa, un percorso specifico che consenta una crescita è l’acquisizione di nuove competenze (ad esempio quelle relative ad una genitorialità più sana e consapevole).
  • La prospettiva genitoriale: un altro aspetto fondamentale è quello che definisco di “cultura”. È essenziale capire quali siano la prospettiva che orienta la funzione genitoriale dell’auto che ci pone una domanda e ha bisogno del nostro aiuto. Certe modalità di azione (ad es. la punizione corporale) può essere perfettamente in linea con le credenza dei genitori (che magari sono stati educati a ricevere qualche schiaffone da piccini ed è stato loro insegnato a valutarlo positivamente). In questo caso, ad esempio, non servirebbe nulla cambiare modello operativo (ad es. sostituendo la punizione con un rinforzo) se il genitore non “crede” in questo modello di intervento. Per questo sostengo che sia essenziale anzitutto stabilire un linguaggio comune e, insieme, fare cultura: individuare le credenze, analizzarle assieme e tramite l’alleanza portare il genitore a guardare il problema da un’altra prospettiva nella speranza che possa mettere in discussione il loro precedente modello di osservazione.

Parafrasando M.G. Riva si stratta di ricercare i significati ed ascoltare la componente emotiva all’interno di un sistema ampio che trascende il principale oggetto di intervento portando in consulenza per raggiungere l’intero nucleo familiare e sociale.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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(Immagine: web)

 

Genitori efficaci

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Locus of control, stile attributivo e nessi pensieri-emozioni-comportamenti: rafforzare il senso di autoefficacia educativa.

Quando accolgo un nuovo genitore che arriva al mio studio parto sempre chiedendogli cosa lo porta da me. Come racconto spesso all’interno del blog, si tratta di questioni connesse alle regole educative e al carattere del proprio figli* (“non fa i compiti perché ha un carattere oppositivo!”, “Va male a scuola perché è una testa dura!”).
Queste affermazioni possono essere molto pericolose, ai fini di un buon lavoro pedagogico, perché si parte dal presupposto che – se le problematiche di attribuiscono al carattere del bambin*, ciò che lo caratterizza da sempre – sarà impossibile ogni loro modificazione. Il primo lavoro da portare avanti, quindi, è proprio una riflessione intorno all’orientamento cognitivo dei genitori e alle loro convinzioni per rafforzare il loro senso di efficacia genitoriale.

Come ci ricorda Loredana Benedetto, docente d Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Messina:

Ciò che i genitori fanno (comportamenti) è strettamente legato a un insieme di cognizioni, spesso implicite, riguardo allo sviluppo e all’educazione. (…) esse sembrano essere correlate in l’effettivo comportamento dei genitori nei confronti dei figli.

Per dirla con altre parole, molto simili a quelle dell’Analisi Transazionale: c’è una profonda relazione tra pensieri, emozioni ed azioni. Ogni essere umano è un sistema integrato composto di questi elementi e, siccome pensieri ed e,omini hanno un risvolto molto importante sulla dimensione operativa, è essenziale portare ad un livello consapevole i primi due per poter avere dei cambiamenti concreti nelle azioni educative realizzate.

Proviamo a chiarire il tutto con un esempio, anche questo proposto dalla prof. Benedetto.

Un genitore è cresciuto acquisendo il concetto secondo il quale “terra=sporcizia=malattie”. Quando vedrà il proprio figlio di due anni giocare mettendo le mani a terra o raccogliendo oggetti, potrà provare una gamma di emozioni che spazieranno dalla collera  alla paura per quel gesto che sicuramente causerà al piccolo qualche malattia (“con tutti quei virus che girano!”) e la necessità di dover lavare tutto se si sporca (“tanto poi quella che pulisce sono io!”). L’azione educativa conseguente sarà che il genitore allontanerà – con aria arrabbiata e scocciata – il piccolo da terra e non mancherà qualche rimprovero (quindi anche il bambino potrà crescere pensando che giocare per terra è orribile e causa di malattie).

Questo esempio ha la funzione di spiegare in maniera semplice il fatto che, per promuovere un intervento educativo funzionale, finalizzato al cambiamento, è  essenziale

  • portare i genitori a comprendere il nesso tra cognizioni, emozioni provate e stile educativo ( proprio quello che applicano ogni giorno prendendosi cura del loro bambin*),
  •  Portarli a conoscenza del proprio stile attributivo (locus of control).

Con stile attributivo intendiamo il nesso che il genitore individua tra causa ed effetto. Le cause possono essere interne o esterne mentre il comportamento può essere valutato relativamente al genitore che o al bambino. Se, per esempio, una papà dice di essere spesso arrabbiato coi bimbi  perché accumula tanto stress al lavoro, il processo attributivo è riferito a se stesso ed è esterno (“la colpa” delle sue arrabbiature è il troppo lavoro). Se una ma dice che il bambino fa spesso la pipì a letto perché ha il sonno agitato e spesso ha paura lo stile attributivo sarà riferito al bambino ed il locus è interno (la “colpa” della pipì a letto risiede nel carattere pauroso del piccolo).

Compito del professionista è quindi, prima di impostare un progetto educativo per la famiglia, individuare queste variabili e aiutare i genitori a diventarne consapevoli. Questo passaggio sarà fondamentale poiché aiuta mamma e papà a comprendere quando il nesso tra pensiero-emozioni-azioni sia fondamentale ai fini del cambiamento. Se una mamma si rivolge al pedagogista ma, in ogni colloquio, non manca di sottolineare quanto i problemi siano tutti causati dal caratteraccio del figlio adolescente nessun cambiamento sarà mai possibile.

Per poter cambiare è essenziale incrementare il senso di autoefficacia unitamente ad una nuova prospettiva educativa intorno alla quale il professionista costruirà il proprio intervento.

Alessia Dulbecco

facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco

 

(immagine: web)

Cambiare prospettiva: rinforzo negativo Vs. rinforzo positivo

Perché la punizione non è mai una soluzione…

I genitori che ricevo in consulenza mi raccontano spesso di avere molte difficoltà a seguire delle regole educative valide quando i figl* “fanno i capricci” o si comportano nel modo sbagliato.

Quando entriamo nel dettaglio dei fatti scopro di solito che i comportamenti sono tanti e variano dalle scenate nei supermercati, nel tentativo che i genitori comprino loro quel giocattolo, al non seguire determinate regole di comportamento (“quando si entra a casa ci si lava le mani”) o, ancora, tentare di catturare l’attenzione degli adulti – magari quando sono immersi in discorsi o faccende importanti – facendo chiasso e baccano.

Spesso i genitori tentano di ignorare il comportamento che, naturalmente, viene intensificato. Al raggiungimento della “soglia di tolleranza” (quando, ad esempio, il pianto si è fatto insistente e fastidiosissimo) tendono a reagire . La reazione può essere di solito a parole (“basta!”) ma – come raccontano – di solito sortisce l’effetto contrario e  il comportamento aumenta di intensità. Quindi, innervositi e frustrati, i genitori cedono ed intervengo..”con le cattive”.

Ci sono molti motivi che spingono un genitore a  mettere in atto questo comportamento. In molti casi è appreso (“i miei genitori si comportavano nello stesso modo”), a volte, come scrive Loovas (1990)

ci sono genitori che puniscono un bambino non per come si comporta ma come espressione della loro ansietà o incapacità di far fronte a determinate situazioni.

 

Quando – insieme a loro – proviamo ad analizzare il problema spesso i genitori vivono una specie di insight. Comprendono, cioè, di aver sbagliato strategia e capiscono perché il loro comportamento non produrrà mai (perché è logicamente impossibile) l’effetto tanto desiderato.

Quello che accade, infatti, ha un nome: si tratta del rinforzo negativo. 

Se ci poniamo dal punto di vista del bambin*, infatti, vediamo un’altra realtà. Il bambin* impara che è solo piangendo più forte, o facendo scenate sempre più “teatrali”, o comportandosi nel modo peggiore che ottiene l’attenzione dei genitori (certo, si tratta di un’attenzione negativa – perché otterrà una punizione – ma – come ricorda Eric Berne – nell’economia delle carezze si preferisce riceverne di negative, piuttosto che non  riceverne alcuna).

Il rinforzo negativo produce due grossi problemi

  • nell’immediato, non argina un problema ma al contrario lo radicalizza.
  • a lungo periodo produce quello che Paterson ha definito ciclo della coercizione. Si sviluppa cioè una relazione scorretta tra l’influenza reciproca tra genitore-bambino e il rinforzo negativo. Il rinforzo negativo aumenta cioè l’intensità di quei comportamenti che dovrebbe, al contrario, combattere Ciò produce anche un aumento dell’intensità delle risposte (sia da parte dei genitori che dei figl*). Sull ungo periodo, quindi, aumenta solo il grado di espressione della collera e – di conseguenza – il basso livello e capacità di gestione della frustrazione. Il rischio maggiore, quindi, è quello di compromettere  i rapporti familiari di fiducia e rispetto che invece la famiglia dovrebbe sostenere.

I genitori che comprendo il meccanismo sono anche in grado di comprenderne la sua tossicità. Spesso, poi, hanno bisogno di un sostegno per portare nella pratica quanto acquisito a livello teorico. Chiaramente i suggerimenti qui esposti sono generali: un buon intervento su questi problemi richiede un confronto vis à vis tra il pedagogista e la famiglia.

In ogni caso due validi strumenti – tra loro correlati – sono il time out, quindi la sospensione del rafforzamento tramite l’allontanamento (davanti al bambino che piange perché non vuole mangiare il genitore può spiegare con le parole (se il bambin* è grande) ciò che starà per fare e poi applicare il comportamento. Si tratta di sottrarsi al comportamento spostandosi in un’altra stanza. Appena il bambin* si calma lo si accoglie nuovamente – senza astio o risentimenti!!! – e si andrà a rinforzare il suo comportamento adeguato (il bambino infatti si sarà calmato e sarà collaborativo). Il time out porta l’accento sulla possibilità di rinforzare il comportamento positivo (“ti sei calmato, quindi ti lodo”) piuttosto che quello negativo (“il tuo pianto è insostenibile, ora ti punisco con uno schiaffo!”).

Ovviamente, ribadisco, si tratta di suggerimenti teorici. Ogni situazione richiede aggiustamenti specifici calibrati in base alle necessità familiari e tenendo conto della storia del nucleo stesso.

 

Dr.ssa Alessia Dulbecco

http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

Tra film e riflessioni educative. Il ruolo delle carezze nella relazione genitori-figli

  

Scrivo questo articolo in un’assolata domenica di novembre, bella e calda. Un malanno di stagione mi obbliga ad un po’ di riposo e così ne approfitto per organizzare le attività della nuova settimana, provare a leggere qualcosa (tre i mille libri comprati e disposti in bell’ordine sulla scrivania!) e ordinare un po’ l’armadio.

Faccio queste cose mentre la TV proietta le immagini di The help, film di qualche anno fa ma che trovo sempre molto bello ed attuale. Per chi non lo avesse visto il film è ambientato in uno Stato sudista dell’America degli anni ’60, quando i diritti per le persone di colore erano ancora un miraggio, e parla di una giovane appena laureata che trova lavoro nella redazione di un giornale di provincia. Dovrebbe rispondere alle lettere per una rubrica, invece le viene l’idea di scrivere un libro dal punto di vista delle tante collaboratrici domestiche di colore che animano le case delle ricche signore della borghesia. Sono considerate una nullità, la segregazione è ancora fortissima, ma nonostante il razzismo a loro è affidata l’educazione dei piccol* di famiglia. Una delle collaboratrici che si deciderà a partecipare al progetto della giovane protagonista si occupa non solo di fare la governante per una delle più importanti e ricche donne bianche della città, ma anche di curare l’educazione della bambina della padrona di casa. È una bimba di circa due anni che che con la madre non ha alcun rapporto se non quelli di semplice ‘apparenza’ legati alla necessità di mostrare la piccola alle invitate ai suoi party. Ogni mattina, quando la governante la sveglia, le ripete tre frasi… È il suo modo di farle sentire affetto e calore.

Tu sei carina, tu sei brava, tu se importante.

Ascolto questo passaggio e ripenso ai tanti colloqui che svolgo coi genitori, alle loro richieste. Le loro esigenze sono di solito quelle di ottenere un cambiamento comportamentale nei loro figl*… Ma quanti genitori di impegnano attivamente sul piano delle emozioni per ottenere questi cambiamenti?

Secondo la prospettiva Analitico Transazionale le affermazioni della governante possono racchiuderesi sotto il concetto di carezze. Per Berne, padre di questo orientamento, ogni essere umano ha dei bisogni specifici uno dei quali è la cosiddetta fame di riconoscimento. La possibilità di essere riconosciuto dagli altri nella propria essenza, indipendentemente da ciò che fa. Le carezze sono proprio quelle modalità con le quali sviluppiamo un contatto affettivo, empatico, con l’altra persona e le riconosciamo il diritto ad esistere. Dal mio punto di vista non è possibile attuare alcun cambiamento – penso soprattutto alla relazione genitori-figl* – senza una comunicazione che prenda in considerazione l’aspetto affettivo. Esso fluisce attraverso la comunicazione, soprattutto quella non verbale, ed è essenziale che i genitori siano consapevoli delle loro modalità. Per questo il colloquio pedagogico può essere utile ai genitori che decidono di riflettere sul proprio stile comunicativo, per aiutarli ad ottenere quei cambiamenti tanto voluti…mettendo però, prima, in gioco se stessi.