Adolescenza Zero

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Lo studio dell’adolescenza e delle dinamiche sociali, educative e psicologiche in cui si manifesta occupa uno specifico spazio di studio tra gli addetti/e ai lavori da ormai diversi anni.

L’adolescenza – dal latino adolescĕre, «crescere» – si può definire come l’insieme dei cambiamenti fisici, sociali e psicologici che si verificano indicativamente tra i 12 e i 18 anni che portano il soggetto ad abbandonare il proprio status di bambino/a per acquisire progressivamente quello di adulto/a. Richiamandosi all’etimo, quindi, “adolescenza” dovrebbe coincidere proprio con un momento di crescita individuale – una sorta di fioritura delle proprie qualità e della propria personalità – di crisi (intesa come spaccatura che porta a separare il vecchio dal nuovo assumendo così nuove decisioni) e di apertura verso l’altro.

In realtà, se si osservano più da vicino gli/le adolescenti contemporanei, sembra al contrario di assistere ad un progressivo ripiegamento verso un’interiorità che si autoreclude, che si autoaggredisce e che rafforza il mantenimento di meccanismi di dipendenza, anacronistici e malsani, nei confronti degli adulti di riferimento. E’ questa la tesi di fondo del volume di Laura Pigozzi, psicoanalista di stampo lacaniano che, nel suo ultimo volume intitolato  “Adolescenza zero”,  indaga alcuni fenomeni che a suo modo di vedere hanno una funzione ben precisa: portano infatti ad una riduzione delle energie necessarie per “diventare adulti/e” e ampliano all’infinito il tempo per raggiungere questa tappa. A trarne giovamento, secondo il pensiero dell’autrice, sono i genitori – in particolare l’indice è puntato sulle madri, caregiver ad oggi ancora preminente, soprattutto in Italia – che annullano la conflittualità sana e necessaria coi figli/e educandoli progressivamente alla dipendenza e allontanando così sempre di più lo spauracchio del “nido vuoto”.

Nel volume l’autrice esamina che coinvolgono in prima persona i  giovani/e stessi/e – come l’hikikomori e i cutters – ma anche ad altri fenomeni in cui è preminente l’attenzione attorno alle modalità educative e relazionali che i genitori attuano nei confronti dei figli/e (la loro pervasività all’interno del mondo scolastico, o – al contrario – la scelta di separarli e proteggerli da questa realtà mediante l‘homeschooling o  – ancora – la scelta di accompagnarli  negli spogliatoi delle palestre anche quando ormai hanno acquisito la capacità di aver cura di sé, vestirsi e cambiarsi autonomamente).

 

C’è qualcosa che accomuna gli Adolescenti che si ripiegano nella propria interiorità isolandosi completamente dal resto del mondo (hikikomori, parola giapponese composta da hiku, indietreggiare, e komoru, nascondersi) e quelli che hanno disturbi del comportamento, di attenzione e di iperattività (ADHD) per cui si rende necessaria la sedazione attraverso terapie, nella maggior parte dei casi, esclusivamente farmacologiche (tanto che l’uso del Ritalin, in Italia, è cresciuto in un anno – tra il 2012 e il 2013 – del 9% ). E, ancora, c’è qualcosa che lega il fenomeno dell’homeschooling (in cui sempre più spesso le famiglie scelgono di non iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo per poter impartire loro, autonomamente e a casa, l’educazione e l’istruzione necessaria) a quello delle reborn dolls, oggetti – feticci – di materiali plastici e siliconici che dovrebbero replicare le forme di un neonato, commercializzate in inquietanti sacchetti di plastica che le “reborn mothers” aprono come se fosse un sacco amniotico tagliando poi l’inconsistente cordone ombelicale, lavando e vestendo la bambola con il materiale – tutina, cappellino, braccialetto come quello fornito alla gestante dall’ospedale – presente nel kit acquistato.

Vi è, secondo l’autrice, un eccesso di plusmaterno «che si esprime con la manifestazione di un eccesso amoroso, con una cura smodata, nella quale a una madre è permessa un’intrusione che abitua il bambino a non saper fare, a non saper essere, a non percepirsi senza di lei» (p.169). Ciò che i genitori, le madri, vogliono sono figli/e immobili e perfetti (proprio come una reborn doll, che rimane sempre dipendente e sempre uguale a se stessa) rispetto ai quali non si rendano più necessari momenti di conflittualità: se essa si verifica (come nel caso dei ADHD) viene opportunamente sedata. La causa di questi fenomeni, quindi, è da riscontrarsi in una mancata separazione tra genitori e adolescenti: i primi, spaventati dall’idea di stare nel conflitto e di avere figli non così perfetti come immaginati, non sanno più attuarla e i secondi, perennemente dipendenti dalle cure genitoriali, perdono l’occasione di esercitare le proprie capacità di resilienza, sperimentare l’ansia e quelle difficoltà che contribuiscono a formare una persona adulta.

L’analisi dei vari fenomeni è per l’autrice, un modo per sottolineare la necessità di invertire la tendenza oggi in atto: è necessario cioè aiutare i genitori ad attuare la separazione dai figli/e annullando quel legame simbiotico tipico dell’infanzia ricordando che – come Francoise Dolto ha detto – “si diventa adulti solo quando l’angoscia dei genitori non produce più in lui alcun effetto inibitore”.

La sindrome “lucignolo”: i genitori e il comportamento dei propri figl*

In concomitanza con la fine del primo quadrimestre – e la consegna delle tanto temute pagelle! – anche noi in cooperativa abbiamo trovato l’occasione per richiamare i genitori dei nostri ragazz* per raccontargli un po’ il percorso fatto fino ad ora, le conquiste e le difficoltà incontrate. Uno dei problemi che riscontriamo maggiormente, infatti è quello relativo al comportamento. Il nostro è un centro di socializzazione e apprendimento dunque non è sempre facile mantenere quell’equilibrio che ci dovrebbe far dire “ora si fanno i compiti !” Oppure “questo è il momento giusto per giocare, parlare e condividere una parte di noi”, magari attraverso la proposta di qualche bella attività.

I genitori convocati, spesso, ci ripetono che sono “certe amicizie” che hanno reso il bambin* così ingestibile, intrattabile, scarsamente propenso a ascoltarlo o seguire le,regole. Ho trovato una bella definizione di questo comportamento nel volume di Mariani e Schiralli, Nostro Figlio, una sorta di compendio di tutto ciò che è bene sapere a proposito di educazione emotiva, dalla gravidanza fino all’età adulta.

Come i due autori illustrano bene, si tratta un po’ di un gioco per facilitarsi la vita: scaricare la responsabilità riduce il sentimento di percezione di un problema, lo ne fuori dal nostro raggio di azione e, quindi, limita la possibilità di pensare, valutare ed organizzare il nostro intervento attivo per risolvere la questione.

Prima di pensare che esista un ragazzino “lucignolo”, proviamo a pensare cose è possibile fare per rafforzare il nostro fragile “Pinocchio”.

  • Quali sono le regole applicate dal contesto familiare? Come vengono gestite? Cosa procura nella famiglia il loro rispetto o la loro trasgressione?
  • In che rapporto si pongono i genitori? Sono “amici” del ragazz*? Sanno mantenere quella giusta distanza che consente loro di esprimere il loro ruolo?
  • Con quale “valigia” hanno attrezzato loro figli* (anche questa è una bella espressione mutuata dal volume. Ho scritto a riguardo un altro articolo che vi invito a cercare… La valigia della sicurezza).
  • E a scuola? In quale clima vive il ragazz*? Quale visione hanno le insegnanti delle regole? Sono consapevoli del fatto che spesso le punizioni vanno a rinforzare atteggiamenti negativi?
  • E in quale rapporto si collocano scuola e famiglia? Cosa viene detto ai ragazz* della scuola? È importante infatti che la figura delle/gli insegnant* non venga svalutata da atteggiamenti o considerazioni provati, che è giusto che i genitori facciano ma sempre lontano dai figl*.

Spesso, un bambin* che decide di essere un “lucignolo” è solo più fragile degli altri. Ed essendo consapevole delle proprie difficoltà e fragilità preferisce scegliere la via più facile: accettare lo stigma del “ragazzo difficile” piuttosto che cercare quegli aiuti che potrebbero permettergli di rafforzare la sua “valigia”.

Per questo il nostro principale compito è quello di predisporre l’ambiente affinché i genitori tornino a riscoprire (anche, si!, in senso positivo! Perchéi figli perfetti non esistono…li possiamo solo aiutare a migliorarsi!) le difficoltà, le zone grigie dei propri ragazz*. Aiutare i genitori ad ascoltarli di più, a capire la situazione di partenza per supportarli in quelle attività pratiche con cui aiuteranno i ragaz* a credere di più in se stessi, ad essere poco alla volta più autonomi.

Ribadisco, ancora una volta: è essenziale prendersi cura dei genitori se vogliamo favorire il benessere dei bambin*!

Alessia Dulbecco

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Educare all’autonomia

Come aiutare i genitori ad educare i figli all’autonomia senza timori che possano intraprendere una “brutta strada”?

Una delle questioni più dibattute – una di quelle, cioè, intorno alle quali si concentrano i dubbi e le domande di tanti genitori che incontro – riguarda l’educazione all’autonomia. Mi ritrovo spesso a parlare con donne e uomini che tendono a limitare molto le conquiste dei propri figl* (in particolare, quelli la cui fascia d’età oscilla tra i 12 e i 15) per paura di “perdere di mano le briglie”. In quest’età è importante per i ragazzin* acquisisire piccole libertà (andare al negozio all’angolo per fare un acquisto, passare un pomeriggio dai compagni, prendere l’autobus o recarsi per qualche ora ai giardini). Spesso però i genitori hanno paura: che possa sfuggir loro di mano il controllo, che possano “perderlo”, che il gruppo dei pari possa condurlo su una cattiva strada.

Una bella definizione, che ho trovato all’interno del volume Nostro figlio di Schiralli e Mariani, è quella di valigia della sicurezza.  Aiutare i genitori a  preparare una bella “valigia” per fare in modo di non essere spaventati ed essere in grado di gestire i cambiamenti futuri diventa, con loro, il mio lavoro.

Come suggerito dal volume, tre sono gli aspetti sui quali mi focalizzo maggiormente:

  • l’autonomia
  • l’autostima
  • la capacità di costruire e mantenere relazioni significative con l’altr*.

 

Chiaramente, per educare i ragazz* all’acquisizione di queste competenze non esistono formule…esistono solo modelli: sono i genitori, quindi, a dover essere educati per rispondere in modo adeguato alle richieste dei figl* educandoli così allo sviluppo di queste competenze.

Ovviamente, ogni genitore che incontro rappresenta un caso a se e le modalità educative che seguo dipendono da molti aspetti (le sue concezioni a proposito della vita e dell’educazione, la gradualità con cui possiamo avvicinarci a determinati argomenti o il grado di preparazione necessario per affrontarli etc…).

A titolo esemplificativo, seguendo i contenuti del volume, indico di seguito alcune capacità che reputo essenziali:

  1. per quanto concerne l’autonomia:
  • dare al proprio figlio delle risposte, magari in maniera empatica (facendogli capire che siete in grado di sentire ciò che sta provando)
  • dare delle risposte significa metterlo in condizione di saper agire (sarebbe un errore sostituirsi!)
  • educarlo alla capacità di stare (anche) da solo
  • contenerlo: regole, divieti (che possono essere concordati e fatti rispettare puntando al rinforzo positivo) sono fondamentali!

 

  1. per quanto concerne l’autostima:
  • non banalizzare mai ciò che prova (ciò si collega a quanto detto precedentemente sull’empatia)
  • educarlo alle critiche costruttive e al realismo (è fondamentale che le critiche siano rivolte ad una cosa che, ad esempio, può aver fatto..si critica ciò che si fa, non ciò che si è).
  • non temerlo: mi trovo spesso a parlare con genitori che preferiscono evitare (le regole, una sana comunicazione…) per timore degli stati emotivi che possono attivarsi. È fondamentale che i genitori sappiano gestirli e, quindi, incitino i figl* a verificare le proprie emozioni, imparando piano piano a modularle… provare a fare tutto ciò in famiglia può essere importante…è un luogo protetto che può fungere da palestra!
  1. per educare alla costruzione e al mantenimento di relazioni significative
  • favorire il dialogo (in quante famiglie si assiste a quei silenzi prolungati dopo un momento di scontro?
  • favorire l’intimità (ci sono molti genitori che per evitare imbarazzi preferiscono non scendere ad un livello più profondo…)
  • favorire (sempre!) la riflessione empatica

 

Come ho già sottolineato, questi punti sono quelle linee guida che tendo a seguire nella mia attività professionale, usando metodologie e “passaggi” differenti a seconda della situazione che si presenta.

Quello che noto è che spesso i genitori hanno paura (delle reazioni dei figl*, di perdere il controllo…). Educare i figli all’autonomia, all’autostima e alla costruzione di relazioni significative significa – per il professionista che si muove tra Counselling e Pedagogia – compiere ancor prima un lavoro sulla famiglia. È essenziale che i genitori abbiano delle conoscenze specifiche su questi argomenti, altrimenti andremo a dire loro come comportarsi e saranno solo definizioni posticce, che non sapranno padroneggiare. Educare i genitori a conoscere come potenziare l’autonomia dei figli significa compiere, in prima battuta, un lavoro sulla loro educazione all’autonomia. Ciò risulta fondamentale anche per i raggiungimento di un nuovo concetto di benessere. I risultati, credetemi, non si faranno attendere.

Alessia Dulbecco

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