La violenza contro le donne è tra le righe

Oggi, come ogni 25 novembre, si celebra una giornata che rappresenta la sconfitta di tutt*. Un mondo che ha (ancora) bisogno di una giornata così, per sensibilizzare le persone nei confronti degli abusi, delle violenza, dei femminicidi subiti dalle donne è – diciamocelo – un mondo che ha perso.

Non starò qui a ricordare perché abbia – purtroppo – ancora senso una ricorrenza come questa (andate sulla pagina istat e troverete, numeri alla mano, il perché di questa giornata).

Quello che mi preme ricordare è che questa giornata non dovrebbe essere funzionale a ricordare quanto ingiusto sia subire violenza- e in alcuni casi anche la morte – per mano di chi dice di amare: tutt* si schierano ovviamente contro comportamenti di questo tipo.

Oggi troverete ovunque – dalle foto profilo di Fb fino agli status o ai post – immagini e frasi di persone che si professano contro la violenza sulle donne.

Già, schierarsi in questo senso è facile. Chi direbbe che è giusto picchiare una partner se non ci prepara la cena o se scambia una battuta con un altro uomo?

Ma quant* appoggiano una donna che si ribella ad una battuta sessista? Quanti si sentono in diritto di fare “complimenti” non richiesti ad una ragazza? Quanti spiegano alle donne come dovrebbero pensare/agire/fare?

Purtroppo, questi comportamenti non sono ancora considerati nella loro gravità. Spesso vengono screditati (“ma è solo una battuta!”, “ma lo dico per te”, “ma è solo un complimento!”).

In realtà, come ormai gli studi hanno ben illustrato, la violenza – quella più brutale, fatta di botte, insulti e in taluni casi di morte – non si verificherebbe se a sostenerla non vi fossero atteggiamenti di questo tipo.

(fonte chayn Italia)

La violenza esiste e continua a mantenersi forte e in vita grazie alle forme implicite, silenti, che giustificano una cultura patriarcale e maschilista. Sono atteggiamenti ormai acquisiti e spesso agiti anche dalle donne nei confronti di altre donne (si definisce “maschilismo interiorizzato).

Per mol* sembra assurdo ma le conseguenze più gravi sono in realtà possibili semplicemente dalla reiterazione di questi atteggiamenti.

Una giornata come questa è funzionale solo se contribuisce a mettere in discussione questi atteggiamenti, se permette ad ognuno – uomo e donna – di giudicarli negativamente e scegliere di non applicarli più.

Informatevi, provate a mettere in discussione questa modalità, alzate la testa nei confronti di chi dice siano “solo battute”.

Oggi, come in tutti gli altri giorni dell’anno, abbiamo bisogno di alleati/e, non di persone che si rammaricano ogni volta (più o meno una volta ogni SESSANTA ORE) in cui il tg dà la notizia di un altro femminicidio.

E tu, da che parte stai?

dr.ssa Alessia Dulbecco

Di idee condivise e buone prassi. L’apporto pedagogico all’interno delle questioni sociali.

Quello che si è appena concluso è stato un weekend stimolante ed impegnativo.

Se è vero che il sapere pedagogico, per sua natura, può abbracciare molti settori fornendo nuovi angoli di parallasse dai quali osservare nuovi e vecchi fenomeni sociali, è anche vero che spesso queste intenzioni non si realizzano, vuoi per l’ostruzionismo che spesso si genera attorno alla pedagogia, vuoi per gli eventi di bassa qualità (in molti casi presentati come “l’evento dell’anno”!!!) che affollano questa scienza.

Venerdì e sabato, invece, posso dire di aver partecipato ad eventi di grande spessore. Vorrei definirli momenti di idee condivise e buone prassi.

Venerdì si è svolta la presentazione, per la prima volta sul territorio fiorentino, del pluripremiato libro scritto dall’Avv.  Alessia Sorgato, Giù le mani dalle donne.

Si è trattato di un momento di approfondimento che ha saputo intrecciare i temi della prevenzione – a carattere prettamente pedagogico – con quelli della difesa che interviene quando cioè l’episodio violento si è già verificato, tipico dell’impianto legale. Insieme abbiamo cercato di rendere chiari gli aspetti tecnici, propri del diritto, per arrivare a capire dove intervenire e in quali modalità. E’ stato davvero piacevole poter dar vita ad un dibattito (con la grande partecipazione del pubblico) con una professionista autentica e, ciò nonostante, autentica, semplice, diretta e simpatica.

 

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Sabato, invece, è stata la volta di Educare alle Differenze, una giornata intera di laboratori, seminari, approfondimenti dedicati al ruolo della pedagogia e, quindi, dell’educazione) intorno alle questioni di genere, al femminismo  e alle libertà dei singol*.

I laboratori si sono rivelati una bella occasione per conoscere altri professionist* e per trovare nuovi stimoli, nuovi elementi da introdurre nelle attività che conduco, come libera professionista e all’interno del Cav.

Durante la giornata ho avuto modo di assistere all’intervento di Graziella Priulla che ha ripreso il punto focale, introdotto in mattinata dal comitato di Scosse: serve una nuova presa di coscienza attorno a queste tematiche perché bambini/e vengono socializzati/e al genere e noi adult*, spesso, lo ignoriamo. Serve riconoscere il peso del linguaggio e il peso delle parole. Serve, in definitiva, riconoscere il peso della violenza simbolica. 

L’occasione, inoltre, mi ha dato la possibilità di conoscere dal vivo il team di Pasionaria.it, sito che vi consiglio caldamente di frequentare e per il quale ho avuto l’onore di scrivere qualche pezzo. Il loro laboratorio, dedicato al femminismo intersezionale mi ha dato modo di riflettere maggiormente su quelle forme violente nei confronti dell’altr* che spesso poniamo in essere in assoluta buona fede o senza nemmeno pensarci.

Le rassegne sono sempre l’occasione di conoscere nuove case editrici e di acquisire nuovi strumenti di lavoro..la prossima settimana dedicherò questo spazio proprio ad un gioco – scoperto allo stand di una casa editrice della bassa reggiana, presente all’evento – che ho trovato davvero interessante. Un gioco di carte per narrare storie. La grande particolarità? essere adatto ad un pubblico vastissimo: bimb*, adolescent*, adult* e anzian* possono usarlo con grande semplicità!! Vi ho un po’ incuriosito?? Appuntamento allora a lunedì prossimo 🙂

Nel frattempo vi lascio qualche foto della giornata di sabato!

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Se l’è andata a cercare

Lo spazio del lunedì sul blog lo dedico tutto – umanamente e professionalmente – alla giovane donna che si è uccisa la scorsa settimana. Di lei è stato detto tutto, il suo nome su tutti i giornali, telegiornali, blog, meme, post articoli e qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Capisco la necessità de* giornalist* di informare ma se penso al tanto agognato diritto all’oblio, da lei mai ottenuto, trovo l’accanimento sul suo nome, sul suo viso, sulla frase che la rese suo malgrado “celebre”, davvero grottesco.

Su di lei ho letto tutto, in particolare le opinioni che la vogliono colpevole della sua stessa morte.Come a dire che se non avesse provato a scegliere la strada più semplice per diventare famosa probabilmente oggi sarebbe ancora viva.

Io, al contrario, credo che per comprendere e fermare una tendenza di questo tipo (sempre più confermata dagli attuali fatti di cronaca in cui “amiche” filmano coetanee semi-svenute nei locali mentre uomini, ragazzi, a volte poco più che bambini abusano di loro) sia indispensabile osservare la cornice culturale entro cui ragazze e ragazzi vivono e crescono. Si tratta di un contesto fortemente non egualitario nei modelli e nelle richieste sociali. Alle femmine si chiede di aderire a stereotipi che risultano ostili, sopra ogni cosa, alla loro libertà sessuale.  Se il fatto in oggetto fosse capitato ad un maschio probabilmente non si sarebbe neppure potuto montare un caso, per il semplice fatto che non ci saremmo arrivat*: non avrebbe ottenuto biasimi sociali ma indifferenza o approvazione più o meno evidente. Come altr* hanno fatto notare, la giovane era inserita in una cornice sociale fatta di  uomini/donne/cornuti/puttane. Lei, infatti, aveva scelto di fare del sesso orale con un uomo perché aveva litigato col suo fidanzato, definito – dal ragazzo che compare nel video – “il cornuto”.

Quindi, se un primo livello del problema si colloca all’interno di una malsana forma di educazione al genere, la cui pervasività è sempre troppo forte (anche perché i vari tentativi di contrastarla finiscono per essere osteggiati, svilititi o fatti passare per un “attacco alla tradizione”) ad un livello di lettura ulteriore l’altro grosso problema è il rapporto di coppia eteronormativo e monogamico. Non si riesce ad uscire, nell’Anno Domini 2016, da un modello che propone sempre i soliti vecchi cliché del “lui”, “lei”, “l’altro”, “l’amante”, “il cornuto”, “la troia”. sembra cioè che un modello alternativo di vita di coppia (dove, ad esempio, la parola “tradimento” sia abolita perché sia possibile far cadere il (pre)concetto di fedeltà) sia assolutamente impensabile.

Credo che le due letture siano in realtà il diritto e rovescio della stessa medaglia: per proporre modelli sociali alternativi (e quindi inclusivi rispetto alle tante aberrazioni dalla normale “curva di Gauss” oggi già presenti in società ma spesso – ancora – non riconosciute) serve anzitutto un’educazione al rispetto. Rispetto di sé (una ragazza deve essere educata a scostarsi dal modello che la vuole valevole solo in funzione del corpo che mostra..o che non mostra a seconda dei casi), rispetto delle individualità altrui e, per finire, scardinamento dei modelli e delle “etichette” che adoperiamo con inusuale leggerezza per proteggere i luoghi comuni (ad una donna può piacere il sesso senza necessariamente essere “troia”, lo sapevate?!).

“Se l’è andata a cercare”, dicono.

Personalmente, vado a cercare tutto ciò che ho scritto qui sopra: inclusione, rispetto, modelli sociali alternativi capaci di sostituire quelli attuali, più fluidità e meno rigidità mentale.

Li ricerco per lei e per le tante vittime di cyberbullismo (parola che secondo me non esprime completamente la gravità del fenomeno. Avete mai letto la testimonianza del papà di Carolina, uccisa ben tre anni fa per una storia analoga? forse il suo caso non fece così scalpore all’epoca. Bene, io ricerco tutte quelle cose anche per lei.

E voi, cosa andate cercando?

 

(immagine: il cervo ferito – Frida Kahlo – fonte: web)

 

Il Friuli, il marketing…e la “campagna” di Russia

Facciamo un gioco.

Immaginate di essere un imprenditore: dovete sponsorizzare i vostri prodotti per dare una spinta alle vendite, magari per stringere contatti con altre parti del mondo e favorire l’export. Quale immagine utilizzereste? Su quali aspetti puntereste maggiormente?

Ecco, io credo che queste domande se le siano fatte Marco Felluga e Volpe Pasini, due imprenditori di note aziende friulane, o almeno i loro responsabili del Marketing.

Cosa hanno pensato di realizzare? Un filmato per promuovere le loro vigne, la loro uva, il loro vino in Russia. Fin qui tutto bene.

Peccato però che questo sia il risultato

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O meglio, il risultato è racchiuso in un video diretto da Iris Brosch: una serie di immagini – corredate da musica classica malinconica – che rappresentano il backstage dello shooting .

Se vi va potete vederlo qui.

Prima di spiegare (casomai ce ne fosse bisogno) perché sono contraria a questo tipo pubblicità vorrei fare una premessa: credo che le immagini siano bellissime, la luce, le ambientazioni, perfino la colonna sonora. Tutto è perfetto e se fossi in un contesto non commerciale non avrei nulla da ridire (questo per dire: 1)no, non ce l’ho con le modelle perché sono bellissime, 2)no, non ce l’ho con la pubblicità in sé e per sé). Mi capita spesso di andare in giro per mostre fotografiche e ci sono moltissimi lavori che rappresentano nudi femminili che trovo assolutamente pertinenti nella loro dimensione estetica.

Qui, invece, siamo nel commerciale. Per vendere si allude alle curve delle modelle, alla loro bellezza, alle loro effusioni. Un po’ come quando si deve vendere un nuovo modello di moto e vi si pone a cavalcioni una conturbante modella in posa sexy. Il messaggio comunicativo implicito è chiaro: “se compri questa moto potrai avere donne così”.  Il meccanismo funziona anche al femminile: “se acquisti questo capo di abbigliamento sarai anche tu una donna sexy” (da notare: i modelli a cui il messaggio pubblicitario aspira sono costruiti su standard maschili: la bellezza, la sensualità, la “donna in carriera” che per poter farsi strada deve adeguarsi al modus operandi maschile). Il video è tutto un ammiccare: replica cliché e stereotipi sessisti, pensati per soddisfare determinati pruriti maschili.

Qual è il messaggio comunicativo di questo spot? Se non avessi letto l’articolo, non avrei mai immaginato potesse riferirsi al Friuli e ai suoi vitigni.

L’autore dell’articolo si chiede:

E soprattutto che vantaggio in termini di visibilità sul mercato estero per il vino friulano determinerà la circolazione del filmato?

A mio parere il vantaggio sta proprio nella polemica suscitata: fare in modo che se ne parli facilita la permanenza del messaggio pubblicitario nelle orecchie dei possibili fruitori/acquirenti. “Perciò, mi direte, perché perdi tempo a fare il loro gioco?” Perché credo che l’educazione passi da qui: se non si educano le persone a vedere il contenuto autentico, a demolire il messaggio individuandone i sottotesti, ci si potrà anche sottrarre dal loro gioco ma non si produrrà mai alcun tipo di cambiamento culturale.

Io, forse un po’ ingenuamente, aspetto e lavoro affinché i tempi possano maturare. Mi piacerebbe arrivare al punto in cui tutti siano in grado di decodificare un messaggio e prenderne le distanze se non rispetta determinati standard etici…ed umani.

…come scrive Lorella Zanardo:

(…) non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze (…). Alcuni tra noi adulti vi daranno una man, il tempo necessario per costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli  di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli. POi sarà ora. Non attendete oltre. Tocca a voi.

Senza chiedere il permesso.

Primavera: tra vernici contro la ruggine e nuovi modelli del maschile

Oh bene.

Sono proprio felice, oggi.

lo sono per diverse ragioni: ho passato un bellissimo weekend di studio e formazione, che mi ha rigenerato e mi ha permesso di lavorare su temi di counselling che mi stanno molto a cuore, oggi posso permettermi di lavorare, aggiornare il sito e scrivere da qui

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ed effettivamente è un bel lusso. Il mio angolo verde, in centro a Firenze.

Ma c’è un altro motivo che mi rende particolarmente felice! E’ l’arrivo, un po’ in anticipo, di una primavera che profuma quasi di estate, considerando le temperature e le giornate terse.

Vi starete dicendo: beh, ci vuole poco a capire che siamo arrivati nella bella stagione, basta uscire, mettere il naso fuori dalla finestra ed assaporare l’aria calda e queste lunghe bellissime giornate.

Già, vero. Ma io non mi sono accorta così dell’arrivo dell’estate. Mi è bastato, anziché aprire la finestra, accendere il televisore!

Eh, si: da un paio di giorni ho potuto bearmi della messa in onda dell’ormai celebre spot della Saratoga. Quello il cui slogan recita: “brava Giovanna, brava”.

Eh, quanto mi era mancata Giovanna.

La giovane procace in shorts che tinteggia l’inferriata e nel frattempo amoreggia col giovane collega, che le passa accanto  – con la sua canottiera e il bicipite scolpito – e lo sguardo che non lascia spazio a dubbi. La giovane soubrette che riceve elogi e complimenti perché sa dare una mano di colore ad un ferro vecchio… ma come lo fa lei non lo fa nessuno, con la messa in piega e il reggiseno a balconcino.

Un’immagine del femminile volgare, ancora una volta le donne rappresentate come bamboline stupidotte e procaci che ricevono complimenti più per come appaiono che per cosa sanno fare (che in effetti, qui, è un po’ pochino).

E pensare che questo è il restyling di uno spot ancora peggiore, quello che andava in onda quando una decina di anni fa.

Giovanna, qui, ha una mise che dovrebbe rappresentare quella di una cameriera… ma di una cameriera vista dall’occhio maschile. insomma, un incrocio tra Magenta del Rocky horror Picture Show e la classica porno attrice che veste i panni della donna di servizio.

Tinteggia l’inferriata stando appollaiata su una scala, per mostrare subito nella prima inquadratura il suo “lato b” (ovviamente nei 30 secondi dello spot c’è tempo anche per mostrare il décolleté, non temete). Lavora insieme alla proprietaria della villa, una donna ricca che (lo si intuisce dall’abbigliamento, dai gioielli etc..) che però non disdegna i lavori manuali, a quanto pare.

Ma il re dello spot è lui, il padrone di casa (e delle cose all’interno della casa..incluse le due donne), che sbuca fuori da una tenda con un’improbabile giacca da camera chiedendo informazioni su ciò che le due stanno combinando. Qui, il gioco di sguardi è notevole: meriterebbe un capitolo intero in un manuale di Analisi Transazionale! Giovanna lo guarda compiaciuta reclinando la testa, come una starlette del drive in (non a caso, lo sappiamo, i primi spot di Saratoga – quelli della donna nuda sigillata nel box doccia – risalgono proprio agli anni ’80..”coincidenza? io non credo”, come direbbero a Mistero…) mentre la signora sogghigna e lui guarda compiaciuto e voglioso entrambe le donne.

Mi chiedo per quale ragione abbiano speso soldi nel restyling…il contenuto è esattamente lo stesso: la donna oggetto. A meno che per i pubblicitari non sia un segno di emancipazione il balletto che la “nuova” Giovanna fa al termine dello spot, contornata da maschi virili e grandi lavoratori.

Mentre Saratoga butta via i soldi in pubblicità dozzinali che ricalcano stereotipi dai quali le donne – ma anche una certa parte della società – sta cercando di prenderne le distanze, c’è un altro grande marchio che fa sul serio. Mi riferisco a Dove che per la sua linea di deodoranti maschili (se leggete il mio blog con continuità sapete che non ho un buon rapporto con la differenziazione dei prodotti “per lui” e “per lei” ma per i deodoranti posso fare un’eccezione: basta entrare in una palestra e andare nell’area fitness – solitamente abitata da donne – e nell’area pesi,in cui si trovano tanti uomini…qui il clima è davvero irrespirabile!).

Dove men care punta su uno spot atipico per il “maschio medio”.

Non sono riuscita a trovare la versione italiana ma l’ho vista recentemente in tv e poco si discosta dalla versione inglese. Dove lancia l’hashtag realstrength e punta a creare un nuovo concetto di forza.

mostra uomini che si prendono cura dei bambini, in tutte le loro necessità. Uomini presenti, con le loro famiglie, le loro compagne, con i figli adolescenti. La vera forza è data dal sapersi prendere cura degli altri. In italiano lo spot recita “la loro vera forza è la delicatezza”. Trovo entrambe le versioni bellissime, in grado di aprire ad un nuovo ideale di maschile.

E così, ogni volta che “incontro” Giovanna non posso fare a meno di ridere. Per l’anacronismo, per gli stereotipi beceri, per l’inutilità del messaggio… e perché so che malgrado questo, piano piano – invece – qualcosa sta cambiando.

I motivi per votare una donna

Le donne in politica subiscono spesso attacchi pretenziosi e svalutanti per il solo fatto di essere donne. Chi le accusa utilizza termini che rimandano ad un femminile stereotipato che ormai ha assunto solo caratteristiche negative.

È di pochi giorni fa la polemica che ha colpito la ministra Boschi, caduta sotto il fuoco incrociato di Salvini e Gasparri. Il primo l’ha definita “sculettante”, il secondo “principessa sul pisello’.

Gli attacchi a Boldrini sono all’ordine del giorno. Quello forse più grave è stato quello che l’ha colpita lo scorso anno in seguito ad una domanda provocatoria posta dal leader del movimento 5 Stelle.

Ma ora siamo in clima elettorale (le regionali sono ormai alle porte), perché non concentrarci sui manifesti elettorali e sui messaggi che propongono??

Proprio ieri, infatti, girando su internet mi sono imbattuta in questo capolavoro

  
“Alle regionali provaci con una donna”. Uno slogan orribile. Non ci sono riferimenti alle capacità politiche della candidata, non ci sono riflessioni sul motivo per cui scegliere lei anziché le altre decine di aspiranti politic*. Uno slogan vincente è uno slogan accattivante. Qui si ammicca solo alla dimensione sessuale. All’elettore non è richiesto senso critico, si cerca di solleticare i tanti stereotipi che caratterizzano l’essere maschio secondo le regole sociali: essere cacciatore, fare il latin lover, “provarci” con le donne.

Ovviamente questo non è il primo, ovviamente non solo l’Italia è famosa per messaggi politici intrisi di sessismo.  Per una carrellata di manifesti, nuovi e vecchi, italiani e stranieri, potete dare uno sguardo qui.

Io, nel frattempo, aspetto che il mio paese si trasformi, piano piano, in un paese civile (si, lo so, potrei dover aspettare moooooolto tempo).

Il sessismo strisciante

Prendete una notizia, una notizia banale, per la quale di certo il giornalista non vincerà alcun premio.

Questa, ad esempio:

http://www.huffingtonpost.it/2015/05/04/divorzio-breve-separano-dopo-tre-giorni-matrimonio_n_7202966.html

La notizia è appara sull’ huffington post ma io l’ho trovata attraverso una pagina Facebook che si chiama “Ah, ma non è Lercio”. Si tratta di una pagina che ha proprio lo scopo di raccogliere quelle notizie che un vero giornalista non dovrebbe nemmeno sognarsi di scrivere –  per evitare di fare la figura dell’idiota – e che un vero giornale non dovrebbe neppure sognarsi di ospitare sulle proprie pagine, in formato web o cartaceo.

La notizia di per sé è decisamente anonima: due persone si frequentano per anni coltivando però una storia a distanza. Si sposano dopo molti anni e la loro prima prova di convivenza va malissimo. Decidono subito di divorziare. Fin qui, nulla di strano. Ognuno fa ciò che meglio crede, soprattutto quando queste scelte non sono un problema per gli altri 7 miliardi di persone su  questa terra.

Chiedo però, a chi possiede un account FB, di cercare la pagina in questione e questa notizia perché troverà anche tutti i commenti che gli utenti hanno postato.

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C’è gente che non ha dubbi: se si sono separati è perché lei era una puttana.

Paradossalmente non ci sono elementi per tirare nessun tipo di conclusione, ma per alcuni non ce n’è bisogno: la risposta è chiara.

Potevano aver litigato in aereo per il posto su cui sedersi, ma per alcuni non ci sono dubbi.

Potevano aver litigato durante l’organizzazione del matrimonio…quel momento in cui il povero neo marito deve far ballare la prozia novantenne della sposa e che lui proprio no, non voleva fare. Ma per alcuni no,  non ci sono dubbi.

Potevano aver litigato guardando una partita di calcio.  Ma per alcuni no,  non ci sono dubbi.

Parafrasando il mitico Toy Story:

Come una ragazza

Questa mattina, girando su facebook, ho trovato una bella foto tratta dal mitico film palombella rossa di Nanni Moretti. Riporta la famosa frase: le parole sono importanti!! 

Pensando alle parole e alla loro importanza mi è tornato alla mente un bel video che mi ha mostrato una cara amica, Elena. Il video è questo qui:

Sponsorizza un noto marchio di assorbenti. Per parlare di questo argomento la regista del documentario, Lauren Greenfield, si concentra su un concetto importante, quello di self-confidence, cioè di autostima. Secondo Greenfield gli stereotipi minano la sensazione di fiducia nelle proprie capacità e l’autostima, soprattutto nei confronti delle donne. Gli stereotipi sessisti, quindi sono causa di una sorta di disempowerment: minano poco alla volta, fino ad annullare, le risorse e le potenzialità del femminile.

Tutto ciò è ben visibile attraverso l’uso di certe espressioni. Quella che Greefnfield prende ad esempio è like a girl. La regista chiede ad un gruppo di ragazze teenager e ad un gruppetto di bambini di fare alcune cose (correre, lanciare un oggetto, combattere) come le ragazze. Sia le giovani donne che i bambini compiono azioni fortemente stereotipate: una ragazza corre piano, o in modo disarmonico, se lancia un oggetto è probabile che le cadrà sui piedi dato che non ha forza, se combatte con grande facilità sbaglierà bersaglio o starà attenta a non rovinarsi la manicure.

Subito dopo Greenfield ripropone le stesse azioni ad un gruppetto di bambine: alla sua richiesta – di correre, di combattere, di lanciare un oggetto immaginario – le bambine risponderanno facendo leva su ciò che riescono a fare meglio: correre veloce, lancioare oggetti con tutta la forza di cui dispongono, combattere con energia ed impegno.

– cosa significa per te l’espressione “correre come una ragazza”?

-significa correre più in fretta che posso.

Intervistando le bambine, si capisce che per loro quest’espressione non è affatto un insulto. Intervistando un bambino di 10 anni circa, invece, si comprende come questa frase venga usata come un insulto: “non intendo insultare mia sorella, ma è un insulto per le altre ragazze”, risponde il bambino alla domanda della regista.

Da quando, si chiede, fare qualcosa come una ragazza è diventato un insulto?

Dopo aver mostrato cosa le bambine intendono con l’espressione like a girl anche le  ragazze cambiano opinione: “mi vesto come una ragazza, nuoto come una ragazza, corro come una ragazza, mi sveglio la mattina come una ragazza…perché sono una ragazza, e in tutto questo non deve esserci nulla di male.”

Nonostante sia una pubblicità, ho trovato questo spot molto interessante. Mette in luce la pervasività degli stereotipi e il loro impatto sull’attivazione delle risorse e delle capacità di ciascun*, in particolare delle ragazze. Sconfiggerli non è impossibile: per farlo, però, è essenziale tornare indietro, ripartire dall’uso di certe parole prima che queste fossero impiegate per insultare o umiliare l’altr*. Le parole sono importanti perché spesso è attraverso di loro che si definisce il destino di una categoria e il valore delle persone.

L’Umiliazione di Canossa

Se c’è una cosa che non sopporto sono i cosiddetti “leoni da tastiera”. gente che, forte della protezione che viene loro concessa dal computer e dalla rete, si permettono di attaccare l’altr*, così, per il puro gusto di farlo. Non si tratta di discutere attorno ad un tema esponendo un’opinione diversa dalla controparte, si tratta proprio di attaccare e offendere la persona su un piano personale. Se poi la “controparte” è una donna l’offesa scatta ancora con più facilità. Basti pensare a Boldrini e alle centinaia di insulti che compaiono sotto quei post che riportano ciò che ha fatto o ha detto. E quanti sono gli insulti che hanno avuto come destinatario Samantha Cristoforetti?

Insultate in quanto donne. in quanto donne, la loro opinione conta un po’ di meno e le persone che si sentono legittimate a denigrarle attraverso affermazioni che rimandano alla loro sfera sessuale si moltiplicano.

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La stessa cosa è accaduta qualche giorno fa a Selvaggia Lucarelli. Selvaggia aveva postato, la scorsa settimana, una foto del cadavere di una bambina che, come altre settecento persone, non è riuscita a salvarsi dal naufragio al largo delle coste libiche. Accanto alla foto (trovate qui il suo profilo facebook) ha scritto questa frase:

Lascio a voi decidere se era una cellula Isis, l’ennesima delinquente o colei che veniva a rubarci il lavoro. Magari Salvini lo sa.

La Lucarelli ha pubblicato questa foto anche all’interno di alcuni gruppi presenti sul social network. Tra i tanti che hanno commentato si è distinto Giuseppe Grasselli, candidato sindaco per la Lega Nord nella città di Canossa che l’ha apostrofata con un sempreverde (…i leghisti amano il verde, si sa…) “Zitta puttana”. 

Cosa spinge una persona (nel caso specifico un candidato sindaco!) ad usare un insulto di questo tipo? Il ragionamento è semplice anche se credo che i nostri amici della teoria del gender non lo capiranno.perché per loro gli stereotipi di genere non esistono.

Se sei un uomo e ti voglio insultare ti dirò che sei un imbecille, un idiota, uno stronzo, nel caso. Ma non farò mai riferimento alla sfera intima, sessuale, della tua persona; d’altronde, non ce ne sarebbe il motivo: ogni riferimento alla sfera intima, per un uomo è segno di forza e prestanza..per cui non sarebbe un insulto. C’è solo un caso in cui si può attaccare un uomo facendo riferimenti alla sua sfera sessuale: quando cioè, si vuole dubitare della sua virilità.

Per una donna, invece, gli attacchi alla dimensione sessuale sono all’ordine del giorno. Sei una donna, quindi sei stupida. E siccome sei donna e sei stupida la tua opinione conta meno, quindi stai zitta. E siccome sei donna e sei stupida sarai sicuramente una puttana.

E’ un po’ questo il ragionamento alla base dell’insulto.

Spesso controbattere è impossibile. Questi commenti hanno la funzione di annullare qualsiasi possibilità di ribattere: perché ti fanno ribollire il sangue, perché ti senti impossibilitata a replicare, perché riescono nel loro intento di farti sentire inadatta.

Per fortuna non sempre le cose vanno così.

Selvaggia, che su M2O conduce un programma radiofonico, ha chiamato in diretta il nostro esponente leghista. Durante l’intervista Selvaggia ha ricordato pubblicamente che Grasselli ha denunciato una persona per diffamazione per aver usato un linguaggio inappropriato (in questo caso insulti e bestemmie). Il povero Grasselli non aveva ancora finito di rispondere, con quel tono fiero da supereroe, che Lucarelli  interviene a gamba tesa:

“se queste sono le premesse, perché lei ha scritto su una bacheca facebook “zitta puttana” a me?”

Che dire, non vi resta che guardare il filmato in questione (qui trovate il link) e godervi i balbettii confusi del nostro politico di fiducia!

Di penne e di rasoi usa e getta: una risata vi seppellirà

Si sa, spesso l’ironia è l’arma migliore per dire a qualcuno che ha fatto una cazzata.

Il video che segue è un perfetto esempio di come utilizzare satira e ironia per criticare apertamente qualcuno.

Il “qualcuno” in questione è la mitica Bic. La mitica azienda francese ha pensato di lanciare sul mercato…una penna per le donne!

L’attrice Ellen DeGeneres ha pensato bene di mettere questo fatto al centro di uno dei suoi interventi comici. L’ironia si rivela il metodo migliore per sottolineare quanto questa operazione di marketing sia stata deplorevole.

Perché le donne dovrebbero avere una penna diversa? Le indicazioni riportate sul retro della confezione  sottolineano che le dimensioni della penna sono pensate per le mani delle donne. Ma non mi pare che quelle “da UOMINI” siano di dimensioni tanto diverse. L’unica cosa che cambia a me pare sia il colore. E’ da donna perché è rosa, o viola.

Wow. Che grande operazione concettuale ha compiuto Bic.

Ma, se andiamo a vedere, non è la prima volta che capita. Lo stesso accade da diversi anni con i rasoi. Sono entrambi mono lama, usa e getta, privi di qualsiasi differenza che non sia..il colore! Un bel blu scuro istituzionale per i maschietti, un tenue lilla o rosa per le signorine. L’oggetto in questione, però, sia che lo si usi per radersi la faccia o le gambe, ha le medesime proprietà.

Cara Ellen, ti prego, è una vita che aspetto che qualcuno se ne accorga!  nella prossima puntata del tuo show, per favore, ironizza anche sui rasoi.

Perché si, non c’è migliore arma per combattere il sessismo che non sia una sonora risata!

(la versione sottotitolata è reperibile qui).