La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

Annunci

Di scuole, di aziende… e di spazi espositivi.

Che fare se la scuola ha bisogno di fondi? Tutto è lecito, nella logica di mercato?

 

Si sa: la scuola è sempre più un luogo di scontri e battaglie. Le riforme la pongono spesso al centro di innumerevoli dibattiti con il solo risultato di peggiorarne, concretamente, la situazione. Un po’ come i cambiamenti che hanno colpito, anno dopo anno, l’USL (che da Unità è diventata AZIENDA) anche per la scuola si prospetta questo orizzonte.

Intendiamoci: non ho assolutamente nulla contro i modelli privatizzati (purché funzionanti). L’assistenzialismo statale non ha prodotto solo benefici. Personalmente lavoro nell’ambito del privato sociale: qui nessuno si siede sugli allori, è sempre necessario aggiornarsi, formarsi e proporre contenuti innovati ed interessanti..altrimenti le sovvenzioni (che non sono statali, quindi non sono date di default) non arrivano e in quattro e quattr’otto si chiude bottega. Certo, c’è un PERÒ. Anzi, tanti.

Però… è essenziale che le proposte siano in linea con il proprio ambito di intervento.

Però… è essenziale non snaturare i contesti.

Però..è essenziale che la privatizzazione (e la ricerca di capitali) sia funzionale ad una maggiore inclusione dell’utenza … a favorire il loro benessere, insomma. Perché, personalmente, non credo che solo il pubblico favorisca l’inclusione. Ciò sarebbe possibile se ci fossero i capitali e le coperture cosa che, al momento, non mi pare di vedere.

Insomma tutto questo per dire che non è il problema della “scuola trasformata in azienda”. Ben vengano le aziende che funzionano (e tutti i servizi che possono erogare… penso alla Menarini e ai suoi asili per i bambini dei dipendenti, penso alla mia conterranea Carli e a tutte le agevolazioni che può fornire ad operai e lavoratori).

Per questo alla notizia che una scuola dell’infanzia e una scuola primaria potessero ospitare una dimostrazione relativa alla vendita di materassi e doghe con l’unico scopo di permettere all’istituto un guadagno di circa 500€ sono rimasta basita. Intendiamoci: i soldi sono necessari e quando lo Stato non provvede è sicuramente necessario per la scuola provare a recuperare dove è possibile per fornire quei servizi di base (ma “di base proprio”..tipo la carta igienica, il sapone o le matite colorate nelle aule). Ma l’unico modo è proprio quello di organizzare una dimostrazione per una vendita di materassi (a proposito,spero che Mastrota sia incluso nel prezzo dell’esibizione!)?

Perché non proporre un aperitivo di autofinanziamento? può essere l’occasione per fare squadra e aprire la scuola al territorio. O la presentazione di un libro. O, ancora, la possibilità di collaborare con i professionisti o le cooperative del territorio per creare corsi formativi specifici per alunni con difficoltà di apprendimento: professionisti preparati, quindi ben retribuiti, che collaborano con la scuola fornendo un servizio che potrà essere di sicuro aiuto alle famiglie…credete non ci siano aziende pronte a scendere una piccolissima parte del loro fatturato per sostenere iniziative simili?

Certo, è molto più semplice “svendersi” al miglior offerente piuttosto che mettere del sano impegno alla ricerca di ambiti assolutamente redditizi ma sicuramente più difficili da trovare.

La scuola può sicuramente convertirsi a logiche aziandali…ma forse è meglio che non si trasformi in uno showroom.

Alessia Dulbecco

puoi seguirmi su www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

(immagine: web)

Il doposcuola: molto più di un sostegno scolastico!

dopos

Mi capita molte volte di parlare – nell’ambito dei colloqui specifici per l’attivazione degli sportelli di facilitazione degli apprendimenti/ doposcuola Dsa – con genitori che cominciano a raccontarmi dei loro figl*dicendomi cosa non piace loro della scuola.

Affermazioni del tipo: “Non ci sono versi: la matematica la odia proprio!” Oppure “prova ad applicarsi, ma con la geografia è negato/a”. Quando una mamma o un papà esordiscono con un’affermazione del genere sono solita provare ad ‘indagare’ la questione (e quindi stimolarli a riflettere)  orientandomi su due aspetti apparentemente divergenti ma in realtà profondamente interconnessi.

– perché il bambino/a nutre tutto questo “odio” nei confronti di quella specifica materia  (ma soprattutto: cosa vuole esprimere con la parola odio? A volte i ragazz* fanno fatica a comunicare le proprie emozioni in modo adeguato e tendono a semplificare utilizzando quelle parole con cui hanno più dimestichezza… E (purtroppo) la parola odio è talmente abusata che ne fanno esperienza fin dalla più tenera età)

-cosa si aspettano da un servizio come quello da noi proposto, cioè un doposcuola specifico per gli apprendimenti?

Come dicevo, le due domande sembrano condurre il discorso su due piani differenti ma in realtà sono profondamente interconnesse. Uno dei principali obiettivi dei colloqui propedeutici è di far passare ai genitori il messaggio che un doposcuola è qualcosa di ben più complesso e ricco di un semplice momento di ripetizioni, utili solo per colmare una la una in una materia.

Al doposcuola i bambin*, supportati dal team, imparano a stare assieme in un ambiente protetto, a sperimentare (e in questo il Counselling è una risorsa molto importante: l’obiettivo del counsellor è quello di sostenere l’utente ad acquisire nuovi “permessi” che prima non era in grado di darsi), a socializzare e ad esprimere le proprie emozioni. Tutto ciò si fa man mano che si porta avanti lo studio delle materie.

E qui arriviamo all’altra domanda: perché un bambin* “non riesce” in una determinata materia? Si tratta senza dubbio di una domanda complessa di fronte alla quale spesso i genitori non sanno rispondere. Per aiutarli a trovare una possibile spiegazione ho provato a ” scomporre” la questione in ulteriori osservazioni.

Parto sempre dal presupposto che non esistono persone “non portate” ad imparare qualcosa (resto sempre una femminista e so bene quanto questo stereotipo abbia condizionato la vita scolastica di molte ragazze rispetto alla percezione delle loro capacità in ambito matematico/scientifico). Quindi, se non esistono student* non portati allo studio di certe materie, cosa può far loro amare/odiare una determinata disciplina? Io ho provato a rispondere così:

– l’insegnante FA la differenza: incontrare sul proprio percorso un docente in grado di motivare, accogliere e fornire ai suoi student* occasioni e stimoli di approfondimento è una gran fortuna! Per esperienza ho notato che il problema con la materia spesso è solo un riflesso dei problemi con l’insegnante.

– il modo in cui viene insegnata la materia: le lezioni esclusivamente frontali, il meccanismo della punizione (che a volte diventa quasi uno svilimento delle capacità dell’alunn*) sono metodologie che non favoriscono l’interesse per una materia

– il clima in aula: questo punto è una conseguenza dei due precendenti. Se l’insegnante sa fare (ma soprattutto, alla Don Milani, sa essere) un insegnante, se le metodologie sono efficaci e non si respira un clima di repressione, svalutazione o violenza sarà difficile non innamorarsi della scuola e delle materie insegnate.

Cosa può fare un genitore, allora? Intanto, cambiare punto di vista sul proprio figli*: se qualche materia non va si può sempre rimediare, ma se si convince il bambino* del fatto che “non è portato per lo studio” non sarà possibile attuare alcun cambiamento.

E poi, sostenerli nella crescita colmando le carenze di una scuola un po’ debole grazie ai supporti territoriali. L’importante è avviare un cambiamento e se non è possibile farlo a partire dalla scuola bisognerà appoggiarsi alla grande rete educativa che i territori forniscono. Arrestare il cambiamento, poi, sarà impossibile e anche l’istituzione scolastica – volente o nolente – dovrà riconsiderare alcuni suoi aspetti per diventare, stavolta sì, davvero a misura di alunno/a!

Ricomincia la scuola: istruzioni per l’uso


Bene, ci siamo… la fatidica data è finalmente giunta: Ricomincia la scuola!

Complice il fatto di avere due nipoti alle prese, rispettivamente, con una terza e una quinta elementare ho atteso questa data con un po’ di apprensione, tra compiti da terminare, cartelle da preparare e la motivazione sotto i piedi! Immagino che per chi è alle prese con un inserimento alla scuola dell’infanzia o alle elementari la fatidica data X sarà ancor più carica di sentimenti ed emozioni, positivi e negativi.

Pensando a tutti i genitori – non importa se sorridenti come la mamma ritratta in foto o disperati, già alle prese con una possibile sindrome da ‘nido vuoto’ da affrontare – ho pensato di buttare giù due o tre semplici consigli da tenere a mente in questi giorni un po’ concitati:

Per tutt* vale una sola grande regola: ogni passaggio si affronta meglio se lo si accoglie con apertura. Se ci si pone in una modalità respingente o se si vive il tutto all’insegna della preoccupazione ogni passo sarà faticoso e ci sovraccaricherà di un fardello di inutili apprensioni. E’ vero: spesso sono passaggi complicati…ma bellissimi. Scegliere su cosa concentrarsi dipende solo da noi!

Ai genitori che si apprestano a compiere il lungo commino dell’inserimento raccomando tanta pazienza. Il percorso è lungo ma, vedrete, vi ripagherà. È il momento giusto per farsi una carezza, come si dice in Analisi Transazionale. Datevi un riconoscimento: per il vostro ruolo, per ciò che avete fatto, a volte con semplicità a volte con grande fatica. nei piccoli passi che porteranno il vostro piccol* ad essere autonomo e ad incontrare i coetanei nella prima esperienza di allontanamento da casa ritroverete il vostro percorso, le vostre scelte genitoriali.

Per coloro che cominciano l’avventura della scuola primaria la parola d’ordine è tranquillità. La prima elementare è una tappa molto complessa, i vostri bambin* si troveranno a compiere passi da gigante: li lascerete a settembre ancora incapaci di scrivere e li ritroverete a dicembre con,  in mano, la letterina di fine anno. Favorite i loro progressi con la calma e la tranquillità, non affrettate i passi, non richiedete ai vostri figl* di velocizzare la loro “andatura” solo per fare contenti voi. Godetevi ogni momento: saranno irripetibili!

Per chi, invece, si trova a metà o alla fine del percorso delle elementari ricordo l’importanza di una buona comunicazione scuola-famiglia. Se dovesse presentarsi qualche problemuccio (penso ad un bisogno educativo speciale, ad esempio) la velocità nella gestione dei rapporti comunicativi può fare la differenza. Un’altra parola chiave è ‘attenzione’: dato che i passaggi importanti sono già stati affrontati ci può essere la tendenza di delegare un po’ il compito educativo. Il mio consiglio invece è di rimanere concentrati, dare attenzione, premiare le conquiste giornaliere dei vostri ragazz*.

Certo, questi sono suggerimenti validi per tutt*…ma che fare se subito si manifesta un problema? Se la scelta della scuola non si è rivelata così adeguata come pensavamo, se non riusciamo a gestire lo stress che questo periodo può causare?  E’ importante riconoscere di sentirsi in un momento faticoso. Una volta ammessa a se stessi questa difficoltà la strada è in discesa: è possibile cominciare a confrontarsi con gli altri genitori, richiedere un colloquio con le/gli insegnanti per conoscere i servizi che la scuola mette a disposizione (doposcuola per i bambin*, sportelli pedagogici per gli adulti…). Se invece i problemi da affrontare hanno bisogno di più spazio è possibile chiedere un supporto specifico rivolgendosi ai professionisti che si occupano di educazione e formazione: nel dialogo e nell’ascolto troverete il modo di chiarire il vostro punto di vista e guardare alle cose da altre angolazioni che non avevate neppure considerato.

A tutt*: bambin*, genitori, insegnanti e personale tecnico e ausiliario…un buon anno scolastico!

Tra Dsa e Bes: la figura del Facilitatore degli apprendimenti

Chi mi segue in modo costante, magari approfittando dei tanti aggiornamenti che pubblico sulla mia pagina Facebook (a proposito..chi ancora non lo sa può trovarmi qui! ) saprà che in questi ultimi mesi – oltre a portare avanti gli studi in Counselling in Analisi Transazionale – mi sto dedicando ad approfondire alcune tematiche relative ai Dsa e alle nuove frontiere della didattica inclusiva. Sto partecipando ad un corso formativo promosso dalla Provincia di Prato e da alcune agenzie formative del territorio volto all’individuazione delle competenze necessarie per abilitare la figura del  facilitatore degli apprendimenti. Con questa espressione un po’ macchinosa si vuole ricordare una delle principali finalità della didattica che è quella di avvicinare gli studenti alla scuola favorendo i loro processi di apprendimento, più che quella di sollevare barriere e allontanarli progressivamente dal mondo scolastico. Non è un caso che questo corso sia promosso proprio dalla Provincia di Prato: qui, infatti, la percentuale degli alunni stranieri iscritti a scuola – elementari, medie, superiori – oscilla tra il 16% e il 25%.

Pochi giorni fa Il Ricciocorno Schiattoso mi ha inviato un link, proprio a proposito di Scuola e Dsa.

Con l’articolo si vuole rispondere ad una docente “sbigottita dalla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali.”

La docente che scrive al direttore parte da alcune considerazioni legittime:

Oltre 90 mila alunni con DSA tra gli anni scolastici 2010/2011 e 2011/2012 , 24.811 certificazioni in più (+37 per cento). L’incremento più significativo alle superiori, il numero più alto di studenti alle medie». (…) Nel 2013 all’ ASL 5 (Pisa, n.d.a.) sono arrivate 530 richieste di valutazione per DSA che hanno confermato 343 diagnosi. In pratica, si è registrata una richiesta di diagnosi ogni circa 641 persone e un caso di Dsa ogni 990 abitanti.

La risposta data dal Direttore è in linea con l’opinione che ho maturato frequentando il corso in queste settimane. E’ vero, si sta assistendo ad una progressiva “medicalizzazione” del’impianto scolastico. Il problema però non sono le norme ma la loro applicazione.

Per favorire l’inclusione l’impianto normativo italiano si è adeguato (sempre con quella tipica lentezza che lo contraddistingue): se fino agli anni ’90 si consideravano solo gli alunn* con disabilità (L.104/92) oggi si fa riferimento anche a nuove certificazioni riguardanti i famosi Disturbi Specifici dell’Apprendimento e i Bisogni Educativi Speciali.

La legge riguardante i Dsa (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) è stata promulgata nel 2010. Ma non esistono solo i Dsa. Esiste anche un’altra categoria di cui ancora si parla poco, troppo poco. Mi riferisco ai Bes: bisogni educativi speciali.

Secondo Dario Ianes i Bes (che comprendono anche le disabilità certificate dalla L. 104, i Dsa certificati dalla L.170, ma anche una serie di problematiche – come lo svantaggio socioeconomico, o linguistico – che non godono di alcuna certificazione) riguardano difficoltà evolutive in ambito educativo/apprenditivo. La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 ricorda che l’obiettivo dell’individualizzazione dei BES (individuazione affidata al perdonale docente e ai consulenti pedagogici,  che non si esprime in alcuna diagnosi) consiste nell’orientare la didattica verso una personalizzazione del percorso formativo. I BES complicano il lavoro dei docenti: non si chiede loro di avere un unico metodo d’insegnamento ma, al contrario, di saper individuare nuove strategie  per favorire il percorso evolutivo dei bambin* facendo loro raggiungere  i medesimi obiettivi ma attraverso nuove strade.

Dal mio punto di vista la legge sui Dsa è precisa e ha colmato un vuoto: si tratta, adesso, di adeguare la didattica al cambiamento normativo. Spesso infatti la certificazione viene usata come un’arma: per tutelare i docenti (“l’alunno è certificato” spesso suona come  un “è autorizzato a fare meno”…dunque il corpo docente si sentirà meno in colpa di possibili rallentamenti  e delle possibili difficoltà riscontrate dal gruppo classe) e le famiglie (di fronte alla inadeguatezza di molte scuole preferiscono tutelare il figl*, senza sapere che si tratta di una tutela solo di facciata).

Il mio suggerimento quindi è: parliamo meno di Dsa, parliamo di più dei Bes. Educhiamo le persone, soprattutto i genitori, ad una conoscenza approfondita di questi argomenti. Mettiamo in discussione l’idea per cui una certificazione è di per sé sufficiente ad annullare il problema. Facilitiamo lo sviluppo di nuovi metodi di apprendimento. Da qui anche l’esigenza di nuove figure da inserire nel panorama scolastico: il facilitatore degli apprendimenti ha proprio la funzione di valutare quali possono essere le migliori strategie per il raggiungimento degli obiettivi, deve conoscere nuovi metodi di lavoro, nuovi strumenti e, soprattutto, si pone come esperto nelle relazioni: cura, cioè, il rapporto tra corpo docente, genitori e alunni. Il facilitatore orienta i genitori e i docenti, li aiuta a individuare nuovi metodi per migliorare il lavoro dell’alliev*, sia in classe che a casa, da informazioni circa gli uffici territoriali che si occupano di didattica e strumenti dispensativi e compensativi, favorisce il processo di crescita personale dell’alunn*, potenziandone il senso di autoefficacia e di autostima.Il facilitatore, facendo proprie le abilità del counselling e della pedagogia, si contraddistingue per essere anche un professionista dell’ascolto empatico: non fornisce soluzioni ma pone le persone lungo il cammino per trovarle da sé. Credo ci sia bisogno di questa figura professionale per rendere la didattica meno “tecnica” e più umana.

11168855_472659036236707_362900534934380885_n

La triste gioventù

Ogni anno, a giugno, quando incrocio i giovani e gli studenti per le strade della città – con t-shirt colorate e lo sguardo di chi sa che, presto, la tortura della scuola lascerà spazio alle meritate vacanze – mi assale una sorta di nostalgia e subito la mia mente mi riporta agli anni del liceo.

Quando, nel lontano 1999, varcai la soglia del Lliceo Sociopsicopedagogico della mia città sapevo che  – di ritorno a casa – avrei avuto un sacco di Barbie e qualche gioco della Playstation ad aspettarmi per passare il pomeriggio. Se guardo la foto scattata insieme alle mie amiche più care, nel giugno del 2000, rivedo cinque bambine, senza trucco e con magliette oversize dalle fantasie improbabili, sedute sulla scalinata della scuola. Il passaggio all’adolescenza fu graduale e sfumato: non ricordo momenti spiacevoli e, sicuramente, posso dire che la maggioranza delle ragazzine che componevano la mia classe erano esattamente come me: bambine con corpi che lasciavano presagire un’adolescenza incombente, ma pur sempre bambine.

Certo, c’era sicuramente qualcuna più “navigata” delle altre, quella che nella sfera della sessualità era più avanti, quella con la fissa del makeup e quella più modaiola delle altre  … ma non erano circondate da nessuna “aura” magica, né risultavano essere le più invidiate della scuola. Certamente, all’epoca, la parola “baby doccia” non era presente nel vocabolario degl* student* della mia scuola.

In realtà, per quanto mi riguarda, ancora stamattina non sapevo dell’esistenza di questa parola. Se qualcuno mi avesse chiesto il significato, prima di leggere l’articolo de il fatto quotidiano, non avrei saputo rispondere.

Non conoscevo questa nuova tendenza che consiste nel fare sesso una volta al giorno (una, come le volte in un giorno in cui ci si lava) nei bagni della scuola.

Il fenomeno era emerso già a Milano, e scoperto dall’equipe del professor Luca Bernardo, direttore del reparto di pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli. È stato lui a parlare per primo di questa nuova tendenza tra ragazzine di 14 e 15 anni, che frequentano perlopiù scuole private: “Abbiamo individuato per ora otto ragazze ma ci risulta che il fenomeno sia molto più esteso. I maschietti–clienti vengono scelti in base a ciò che possono dare in cambio”. Ma come tutte le mode, anche questa è stata poi reinterpretata: nel centralissimo ginnasio del capoluogo partenopeo non si fa più sesso per soldi o per regali, ma – come ci spiegano le ragazze – “solo per il piacere di farlo, per scoprire cosa si prova”. E perché altrimenti si finisce fuori dal giro che conta.

Il meccanismo è semplice, è spietato: si riceve un messaggio in chat, “SSS” si risponde e si fissa l’incontro. Inizialmente lo si fa perché bisogna liberarsi della verginità, per essere considerate dal “giro giusto”. Poi lo si fa per soldi, o per ricompense (ed io – nella mia realtà provinciale – mi ero fermata a questa modalità, seppur ugualmente aberrante). ma adesso si va oltre: le ragazzine lo fanno per il piacere di farlo, piacere che nulla ha a che vedere con il godimento.

Leggendo le interviste – raccolte poi nel documentario “sex and the teens” mandato in onda su Sky qualche giorno fa – mi sono fatta un’idea di una gioventù molto triste, che ha inconsapevolmente bruciato le tappe, che si è ritrovata al centro di scandali che si sarebbero potuti prevenire. Penso alla ragazzina che manda il video hard al fidanzatino ma che, una volta finita la loro relazione, finisce su internet. Penso ai tanti che la insultano (perché lui  è quello che ha reso pubblico un pezzo della loro intimità, ma la “troia” è lei) e penso alla sua impossibilità di uscire dal copione (in linguaggio AT) racchiusa nelle foto ammiccanti e nell’atteggiamento di donna vissuta che continua a mantenere.

Leggendo queste interviste mi pongo molti interrogativi, essenzialmente di tipo pedagogico. Penso che ci sia molta omertà a scuola. L’omertà è il problema peggiore: è quello che costringe l’istituto a non applicare programmi adeguati di educazione all’affettività e alla sessualità un po’ per non contrastare con le richieste dei poteri forti della chiesa, un po’ per liberarsi da eventuali richieste di aiuto da parte di giovani e famiglie. Fingere che tutto vada bene, che non ci siano problemi, che nulla di strano accada nel cambio d’ora o durante l’intervallo. Dico “fingere” perché non credo che tutti gl* studenti siano spie del KGB che agiscono in modo pulito, rapido e senza destare sospetti. Dico “fingere” perché credo che anche le famiglie siano un po’ colpevoli: magari non vedono, magari si voltano dall’altra parte..per paura, per senso di inadeguatezza, per timore di scandali sociali, perché fanno fatica a chiedere aiuto.

Così facendo, però, abdicano al loro ruolo genitoriale e lasciano i figli in una condizione di difficoltà, in bilico tra il chiedere aiuto e la necessità di cavarsela da sé.

“Tutti quanti, soprattutto i genitori, sono convinti che questi aspetti legati al sesso o non esistano proprio o comunque non riguardino loro e i loro figli. Ma secondo me dovrebbero rendersi un po’ più consapevoli di quello che succede. E parlarne. A me per esempio avrebbe fatto piacere confrontarmi con mia madre. Prima dicevo: non ne parlerei mai. Ma ora penso: forse avrei dovuto confidarmi, mi avrebbe potuto dare un consiglio. Serve il parere di una persona esterna, esterna nel senso che non fa parte del tuo giro, che non ti spinge a fare certe cose. Ti può aiutare a capire che non sono cose normali”.

C’è grande onestà nelle parole di Nina: i genitori devono smetterla di avere paura di ricoprire questo ruolo e devono essere presenti, se vogliono che certi potenziali pericoli siano abbattuti prima ancora di risultare un problema. La nostra non è una società pedagogicamente orientata, ma può diventarlo grazie a percorsi educativi, a nuove forme di sostegno in grado di colmare le mancanze (di tutti: genitori ed insegnanti) in materia di affettività e sessualità. Ci sono professionisti stimati in grado di fare ciò: basterebbe concedergli di fare il loro lavoro, in un clima di alleanza e vicinanza reciproche.

perché, parafrasando una frase di Dostoevskij bisogna rendersi degni di svolgere mestieri (penso all’insegnante, all’educatore e – non da ultimo – al genitore) delicati ed importantissimi.

La buona scuola…e i buoni insegnanti

Ok, sto per scrivere un post scomodo, lo so. 

Vorrei scrivere alcune opinioni, molto a caldo, sullo sciopero della scuola di oggi, contro la riforma proposta dal governo Renzi.

La mia non vuole essere una critica ma solo una serie di osservazioni su quello che ho visto oggi su giornali e TV. Non conosco nel dettaglio tutti i punti della riforma (e, però, lasciarmelo dire: in base alle interviste ascoltate oggi nei vari telegiornali non so neppure se i manifestanti abbiano chiara la questione) per questo le mie osservazioni saranno parziali e decisamente molto personali.

Vorrei partire da una domanda un po’ provocatoria: siamo davvero sicuri di poter affermare che ‘la buona scuola’ sia quella fatta dai docenti scesi oggi in strada? Io credo che di insegnanti degni di questo nome ce ne siano davvero pochi. in tutta la mia carriera di studentessa ho incontrato cinque, massimo sei insegnanti strepitose. Le maestre Tersa, Rosa e Angela durante il percorso delle elementari, le prof. Ottobelli e Pallastrelli negli anni della scuola superiore. Delle medie ho solo ricordi negativi: la professoressa di ginnastica che si divertiva a umiliarmi al quadro svedese, la prof. di italiano decisamente sadica. Al liceo ricordo la professoressa di latino e il clima di terrore che sapeva creare, di nuovo la prof. di ginnastica che mi obbligava a giocare a pallavolo (nonostante proprio non fossi in grado!). 

Ascoltando le varie interviste mi è parso di capire che il punto maggiormente contestato sia quello relativo al nuovo inquadramento dei presidi. Gli insegnant* intervistati ritengono che accentrare troppi poteri nelle mani di un’unica persona possa produrre alcuni rischi: il rischio di una deriva dittatoriale, il rischio, per un docente, di essere valutato e licenziato a piacimento del dirigente scolastico.

È chiaro che per poter essere precisi bisognerebbe leggere in dettaglio il testo della riforma ma, come dicevo, questo è un post ‘di pancia’, scritto per raccogliere una serie di considerazioni pensate e scritte in fretta.

Io non credo che un docente con un regolare contratto possa essere cacciato solo perchè ‘non gradito’ al preside. Il licenziamento prevede sempre una giusta causa. Credo però che anche per un insegnante sia importante essere valutato nel corso del proprio lavoro. Io, come consulente a partita iva, sono sempre suscettibile del controllo dei miei committenti che, se non ritengono il mio operato all’altezza, sono pronti a optare per un altr* professionista. Durante il liceo ricordo l’insegnante di latino del triennio che era completamente incapace di fare bene il proprio lavoro, ricordo di altri docenti incapaci di pensare ad una programmazione adeguata a fornire a noi studenti una formazione adeguata. Tralasciando quelle poche e rare eccezioni, ricordo che avrei voluto insegnanti migliori.

Magari ci saranno altri mille motivi per scendere in piazza, per protestare e ovviamente rispetto chi oggi l’ha fatto. Solo mi piacerebbe che i motivi fossero anche altri, non solo la paura di sentirsi ‘valutati e osservati’ dal preside. Per me un buon insegnante non ha paura di essere valutato per cosa o come insegna, non ha paura del feedback dei propri studenti o dei suoi superiori, non ha paura, soprattutto, di mettersi in discussione. Il mio timore è che molti insegnanti ritengano che il posto fisso sia un modo per sgravarsi di tanti problemi, una strategia per ‘sedersi’ e fare il meno possibile. Proporre contenuti superati, evitare l’autocritica. Non per tutti, ovviemente, ma ho l’impressione che per alcuni fare l’insegnante sia come essere impiegati al catasto.

Per questo credo davvero ci sia bisogno di una buona scuola e, ancora di più, di buoni insegnanti. E per questo mi chiedo: perché gli insegnanti che sono scesi in piazza oggi non si organizzano per creare una controproposta? 

Un’altra cosa che mi piacerebbe vedere nel mio paese (anche in seguito alle recenti manifestazioni no expo ): essere più propositivi e meno contestatori.

Ancora dalla parte delle bambine

ancora1

Negli anni Settanta Elena Gianini Belotti scrive un breve saggio nel quale analizza i condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La premessa è semplice quanto innovativa: la maggior parte delle persone ritiene che le differenze tra maschio e femmina siano innate mentre, secondo il ragionamento della studiosa, invece, sono frutto di condizionamenti culturali – spesso trasmessi in modo inconsapevole – dai genitori e dalle altre figure preposte alla formazione e alla socializzazione dei più piccoli. La società utilizza questi condizionamenti allo scopo di  tutelare quei valori che intende trasmettere da una generazione all’alta e – tra questi – vi è il mito della “naturale” superiorità maschile a scapito di una inferiorità femminile. Mentre i maschi sono educati fin da subito ad avere un comportamento irruente e sono giustificati per la loro aggressività, le bambine sono educate alla passività e al sacrificio. Tutto ciò si rifletterà sugli spazi che bambine e bambine andranno ad occupare: se le prime potranno muoversi esclusivamente all’interno delle mura domestiche (saranno cioè angeli del focolare, casalinghe, brave mamme e si faranno carico della cura di tutti i componenti della famiglia), i bambini sono educati fin da subito a conquistare gli spazi esterni (sono incoraggiati a giocare all’aria aperta, a fare sport, a fare carriera una volta adulti etcc..).

Queste sono le premesse da cui si origina il bel saggio di Lipperini. A distanza di trent’anni dal precedente volume, cosa è cambiato? L’indagine della scrittrice è profonda e ampia e prende in esame quei contesti in cui le bambine compiono il loro apprendistato formativo: la famiglia, la scuola, i libri e i fumetti aggiungendone uno che, oltre ad avere una vita autonoma, spesso influisce sui precedenti: i media.

I media, cioè i programmi tv, le pubblicità, il mondo di internet (che si esplicita nei videogiochi che si possono trovare sulla rete, nei blog, nei siti internet spesso fruiti da bambin* a partire dai 5 anni di età) non sono il male assoluto, come molti genitori e molti intellettuali continuano ad affermare. Secondo Lipperini il problema è legato alla confusione che si crea confondendo il mezzo e il contenuto. L’autrice riconosce molti meriti agli strumenti sopra descritti. Il problema è, però, che continuano a contenere pregiudizi e stereotipi decisamente simili a quelli individuati da Belotti nel processo di socializzazione che caratterizzava le bambine negli anni ’70. L’estrema versatilità degli strumenti, poi, si traduce in una confusione dei modelli proposti: le bambine possono guardare i programmi per l’infanzia, ma anche i reality destinati ad un pubblico adulto come il grande fratello, uomini e donne e la pupa e il secchione. La sessualità è sbandierata, le donne protagoniste sono superficiali ed esclusivamente attente all’apparenza. Il modello femminile, in sostanza,non è cambiato.  Neppure nei cartoni animati o nel mondo dei giocattoli – dove accanto alla sempreverde Barbie spuntano nuove protagoniste, come le Bratz, bambole simili alla bionda star di Mattel ma più aggressive nel look e nelle storie che le vedono protagoniste- qualcosa è cambiato. Alle bambine è sempre richiesto di guardare all’apparenza  et tutto ciò che ruota nel loro mondo ha a che fare con vestiti alla moda, trucchi e acconciature. Curare il proprio aspetto per un unico motivo: far colpo sui ragazzi e – possibilmente – trovare il Principe Azzurro che le sposerà e dal quale potranno avere tanti figlioletti.  Come un perfetto Giano bifronte i giocattoli mostrano l’altro “ideale” a cui le bambine sono socializzate: attraverso aspirapolveri, cucine, carrelli delle pulizie e stoviglie così simili a quelle delle proprie mamme le giovani sono educate ad essere donne remissive e accudenti, a farsi carico delle faccende domestiche e a curare i piccoli.

Il modello schizofrenico è quello a cui le donne sono da sempre educate. Ciò si nota bene anche quando si parla di maternità: si trasmette il valore secondo il quale l’istinto materno sia una dote innata per una donna, ma non appena partorisce la si sommerge di messaggi negativi che rimandano alla sua totale incapacità di prendersi cura in modo adeguato del/lla piccol* (ed ecco quindi moltiplicarsi guide, libri, opuscoli, canali tematici e programmi tv…).

A scuola, i genitori, mentre invocano protezione da parte delle insegnanti nei confronti dei propri figli e del programma didattico da rispettare (soprattutto quando a creare scompiglio è un bambin* con un disturbo legato all’apprendimento) ricordano al proprio figli* di farsi valere se qualcuno osa attaccarli direttamente.

Nonostante l’importanza della riflessione sulla maternità, sulla scuole e sui compiti educativi, sotto la lente di ingrandimento dell’autrice vi sono in larga misura i media: «chi si trova a riempire di contenuti un sistema di media che avrebbe possibilità notevolissime agisce seguendo vecchi schemi» (p.233) inoltre «non è la sola televisione ad aver innescato la riproduzione di archetipi che si credevano scomparsi: sono quegli stessi modelli ad aver preso forza in luoghi diversi e a essere riversati – anche – in televisione» (ibid.)

Ancora oggi si rivela necessaria un’opera di decostruzione degli stereotipi di genere e, soprattutto,risulta indispensabile veicolare nuovi modelli educativi basati su un approccio meno rigido e schematico. Trasmettere alle future donne valori formativi differenti rispetto alla bellezza, all’apparenza, e alla femminilità che si esplicita nell’essere o “femme fatale” o “buona madre di famiglia” Solo così potranno essere ampliate le possibilità partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del paese.

Bomba Libera Tutti. Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari

In che modo – bambine e bambini – costruiscono la propria identità di genere? Come influiscono gli stereotipi di genere e i pregiudizi sul maschile e sul femminile all’interno di questo processo? A questa e ad altre domande hanno provato a rispondere alcuni insegnanti della scuola elementare “Galileo Galilei” di Pistoia. Coinvolgendo gli* alunn* della classe quarta gli autori Daniele Lazzara e Pina Caporaso hanno realizzato un documentario delicato ed intenso. I* bambin* sono stati divisi in piccoli gruppi, per consentire ad ognuno di avere tempo e spazio per esprimere le proprie idee, e sono stati coinvolti in tre attività diverse: la lettura a voce alta di brevi racconti, l’analisi di pubblicità e di immagini televisive e la discussione tra pari sul modo in cui le bambine vedono i bambini e viceversa.

La prima attività prende spunto da un’esperienza editoriale degli anni ’70  intitolata Dalla parte delle bambine in cui si racconta la rappresentazione del maschile e del femminile attraverso brevi storie che hanno per protagonisti alcuni animali. Attraverso le storie di Arturo e Clementina e quella dei topini del racconto una fortunata catastrofe si indaga il rapporto tra maschi e femmine sia nei rapporti relazionali sia nella divisione dei ruoli e dei compiti sociali. I bambini percepiscono i pregiudizi attorno alle figure descritte e discutono assieme attorno al tema dell’identità di genere.

Gli autori del documentario sono consapevoli che oggi la scuola, a causa della disputa politica che la coinvolge e dei grandi problemi finanziari ed economici, sta perdendo quel ruolo di agenzia formativa primaria che per secoli le è stato assegnato, ruolo che sempre di più viene affidato alla televisione:

è la scuola che insegna ai bambini come stare al mondo e crea un modello di convivenza basato su una visione conservativa e consumistica.

L’analisi di alcune pubblicità permette ad insegnanti e bambin* di focalizzarsi attorno al tema degli stereotipi: come vengono rappresentate le donne? di cosa parlano, di cosa si occupano? nello svolgimento di quali attività vengono ritratte? I bambin* comprendono bene il meccanismo degli stereotipi e ciò risulta evidente nell’analisi della pubblicità di “Indovina chi?”, un gioco da tavolo molto in voga negli anni ’90. Nella pubblicità si può vedere un bambino e una bambina sfidarsi ad una partita. «Se c’era solo una bambina si poteva pensare che quel gioco era da femmina», dice un bimbo. «Comunque non è detto – fa eco una bambina – anche se avessero fatto vedere solo un bambino non è detto che solo i bambini possano giocarci!» I* bambini* notano le criticità e le ristrettezze di un adeguamento troppo rigido ai ruoli che vengono imposti ai generi.

L’ultima attività proposta riguarda la discussione sul maschile e sul femminile: ai bambini è chiesto di descrivere le bambine e viceversa, soffermandosi in particolare su cosa non apprezzano dell’altro sesso. Emerge qui una visione stereotipata dei generi (i bambini sono bulli e vanitosi, le bambine interessate solo al proprio aspetto fisico e troppo gelose) e la discussione accende il conflitto. I maschi si offendono per la descrizione fatta dalle bambine mentre queste ultime tentano di mediare e ritrattare la propria posizione.

Si può leggere qui il ruolo conservatore delle donne? Attente a non rovinare gli equilibri (…) chiamate a ricucire ed accogliere?

In definitiva il documentario offre una fotografia, nitida e precisa, dei rapporti tra maschile e femminile e delle modalità in cui la società contribuisce a determinare  precise regole di comportamento attribuendo ruoli imposti. Alla scuola gli autori affidano un compito importante: quello, cioè, di costruire un luogo protetto e sicuro in cui affrontare il tema in questione proponendo modi/mondi alternativi a quello imposto dalla società e dalla televisione.

Se, come dicono gli autori, «nel buio del presente ci sono cose che fanno luce»  il lavoro di questi insegnanti rappresenta un bel traguardo raggiunto nell’ottica di un’educazione al genere e al rispetto, per tutti.

Violenza di genere e omofobia: strumenti di smascheramento e nuove forme di “resistenza”

E’ di pochi giorni fa la notizia di un quattordicenne insultato e picchiato, in una scuola di Perugia, da un insegnante. Il “professore” (anche se definirlo con questo termine mi mette un po’ in difficoltà) avrebbe prima detto che essere gay è una brutta malattia, associando poi la frase al nome e cognome del giovane. “Tu ne sai qualcosa” avrebbe detto rivolgendosi al ragazzo, che per tutta risposta avrebbe ribattuto “si, da quando conosco lei”. La risposta dello studente avrebbe scatenato l’ira dell’insegnate che gli si sarebbe lanciato contro, colpendolo con due pugni alla spalla e con un calcio alle gambe. La versione del giovane sarebbe stata sostenuta da diversi compagni di classe.

Alla notizia seguono le voci e le opinioni di – da una parte – si schiera dalla parte dello studente invocando un sostegno maggiore (anzitutto economico) alle iniziative con le quali si cerca di parlare pubblicamente (nelle piazze e nelle scuole, tramite dibattiti ed interventi) di violenza di genere e omofobia – e, dall’altra, chi si schiera dalla parte dell’insegnate. Certo, schierarsi da questa parte risulta molto difficile: come si può difendere il gesto di un insegnante violento (indipendentemente dalle motivazioni omofobe che hanno scatenato il fatto)?? E’ così che si assiste ad un ribaltamento della questione.

Vince il premio “come ti rivolto la frittata” Giancarlo Cerrelli, avvocato cassazionista e canonista, vicepresidente nazionale Unione Giuristi Cattolici Italiani. Ieri mattina, sul suo profilo twitter, ha scritto:

Sulla violenza omofobica di un prof di PG contro uno studente: NON E’ VERO: il ragazzo non è gay!

Interessante punto di vista, il suo. Come a dire: non importa quello che ha fatto il professore, non si discute del suo comportamento e del suo gesto vile, scorretto oltre che perseguibile per legge. Ciò che conta è l’orientamento sessuale della vittima.

Non so voi, ma a me queste parole hanno subito fatto venire in mente quello che accade – troppe volte, troppo spesso – alle vittime di violenza sessuale: il rovesciamento dell’accusa sulla vittima. Ma, lei, ci stava? O il suo “no” poteva essere letto come un “forse si”?  In generale questo diventa un po’ il modus operandi di fronte a tutte le violenze di genere: se una donna decide di interrompere una relazione violenta, prima di andare a colpire il partner aggressivo ci si chiederà perché solo oggi la donna abbia deciso di denunciare, di interrompere quella relazione.

“Ma perché c’è stata fino ad oggi?” , la classica affermazione che si sente ripetere.

Tutto ciò mi fa pensare che i comportamenti aggressivi – nei confronti delle donne o di chi ha un orientamento sessuale, presunto o dichiarato,  “non conforme” – si muovano sulla stessa lunghezza d’onda: perché la prima cosa che si cercherà di fare è di mettere in dubbio la veridicità dell’accusa della vittima: se la donna che subisce uno stupro “è una che ci sta” non pottrà essere presa sul serio e comunque di certo non si potrà parlare di violenza, al massimo di una incomprensione tra le parti; se il ragazzino che subisce un atto di bullismo omofobico (non da un suo coetaneo ma addirittura da un suo professore) in realtà non è gay viene meno la questione: non si tratta di omofobia, al limite di un atteggiamento “correttivo” (non a caso il docente si è difeso dicendo di aver dato un “colpetto” alle gambe del ragazzo perché seduto scomposto) che nulla ha a che vedere con l’odio verso gli omosessuali.

Il problema si annulla, viene fatto passare in secondo piano e perde di importanza.

Per questa ragione ritengo sia essenziale continuare a parlare di questi problemi: la violenza E’ il problema, non le azioni riferibili ai singoli casi. Bisogna continuare a proporre iniziative per parlare di violenza, soprattutto nelle scuole ma non esclusivamente ai ragazzi: spesso i giovani hanno mentalità più aperte dei docenti che dovrebbero insegnar loro qualcosa. Mettere in luce i meccanismi che i detrattori utilizzano, smascherare le loro argomentazioni vuote e, in molti casi, pretestuose è un fondamentale gesto di resistenza pedagogica.