Piccolo decalogo per genitori affidabili (e per figl* felici)✨

buongiorno a tutt*!

Oggi ricomincia la scuola, qui in Toscana! Mentre immagino bambin* eccitati – felici di cominciare un percorso o riprendere quello interrotto – genitori in ansia per la ri-organizzazione della vita famigliare (“oggi mangi a scuola? Ma dopo hai judo? Viene a prenderti la nonna…”) ho pensato a qualche suggerimento che tutti i genitori possono adottare; un prontuario da leggere, ricordare e ricordarsi…

👩🏻‍🏫scuola è sinonimo di crescita: anche se ti costa molto, impara poco per volta ad allentare la presa. Goditi lo sviluppo del tuo bambino che passerà dal chiederti tutto (fare lo zaino, preparare i vestiti, uscire di casa…) al volerlo fare da sé. Non ti sta mettendo da parte, ma ha bisogno di diventare “competente”. sostienilo in questo processo bellissimo!

📈soprattutto all’inizio, non andare in ansia per il suo rendimento. Ogni bambin* ha tempi diversi. Ascoltali, e rispettali.

🤾🏻‍♂️🤸🏻‍♀️lo sport è importante,ma non imporlo! Sceglietelo assieme e, se non è convint*, non farlo continuare a tutti i costi. Magari ne troverà un altro di suo gusto, senza sforzi.

🤹🏼‍♂️🎼piscina, teatro musica, danza.. ogni bambin* ha bisogno di tempo libero! Non occupare ogni singolo momento della sua giornata. I bambin* (di tutte le età!) devono poter giocare e si, in alcuni momenti, anche sperimentare la noia.

💭se ritieni che tuo figl* abbia bisogno di un aiuto, cerca il/la professionista che meglio risponde alle sue necessità. Ma ricordati che niente potrà sostituire il tuo ruolo di mamma o babbo.

🌱il rendimento di tuo figl* dipende anche dall’ambiente in cui cresce. Farlo assistere a litigate, dargli poco tempo, non farlo sentire amato hanno effetti negativi…ricordalo!

❗️presta attenzione ai cambiamenti: un trasloco, un lutto, un fratellino in arrivo. Sono eventi che tuo figl* comprende, non pensare che “è troppo piccolo!” Presta attenzione, aiutalo a capire e sostienilo!

🧾non puoi tenere sotto controllo tutto. Capiterà di perdere una lezione di chitarra, far tardi al mattino. Ciò che conta è che siano eccezioni, non la regola.

❣️fa si che si senta amat*, sempre, non solo se porta a casa il 9 di matematica. Niente come l’autostima porta a risultati concreti. Gli insegnerai che l’amore non si baratta per un voto, un successo. Si ama, punto.

👩‍👧‍👦👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧👪👨‍👨‍👧‍👦 non è vero che “siamo tutti genitori”. Biologicamente, certo, ma non sempre sappiamo fare la scelta giusta o sappiamo rispondere correttamente a questo compito. E ciò non deve farci sentire meno adatti, sbagliati, perdenti. Se hai bisogno, fatti aiutare, sempre!🙏

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto

Credo sia giusto non interrompere mai le buone abitudini. Uno dei motivi per cui ho voluto aprire questo blog, ormai più di un anno fa, è per divulgare e difendere i contenuti pedagogici.

Una delle attività che ho sempre preferito, a riguardo, consiste nel recensire i libri che affrontano temi che mi stanno particolarmente a cuore nella pratica professionale. Libri mai scontati, non i “grandi classici”

Credo sia giusto quindi cominciare questo nuovo anno nel solco del precedente!

Il libro che ho scelto di leggere e di commentare per voi è un manualetto edito da una casa editrice toscana, Terra Nuova Edizioni, scritto da Catherine Dumonteil-Kremer. L’ho acquistato diversi mesi fa proprio ad un evento nel quale si è fatto luce sulle attuali correnti che animano il mondo scolastico, curato dalla casa editrice medesima.

Il libro mi ha incuriosito a partire dal titolo: STOP! Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto. Affronta, cioè, uno di quegli argomenti intorno al quale, in consulenza, le famiglie mi chiedono di essere portati a riflettere.

Il volume è scritto da una educatrice montessoriana e si apre con un’introduzione di Micaela Mecocci, anch’essa professionista formatasi all’interno dell’approccio montessoriano.

Il libro è molto semplice, non fornisce soluzioni ma solo suggerimenti attorno a quegli aspetti che, se non presi adeguatamente in considerazione, possono rischiare di mandare “in frantumi” la serenità familiare.

Per affrontare il tema delle regole l’autrice parte dalla necessità, per i genitori, di vedere e ri-vedere le stesse distinguendole in gruppi diversi: quelle non negoziabili, quelle negoziabili e poi i valori che, per il nucleo, possono essere alla base delle loro modalità educative e di vita (i valori possono cambiare da famiglia a famiglia).

In sostanza, la prima “regola per dare regole” consiste proprio nella capacità dei genitori di fare chiarezza ed ascoltarsi. L’ascolto poi diventa il filo conduttore di ogni scambio comunicativo con i bambin*.  L’autrice smonta il concetto di capriccio e anche quello di premi&punizioni: secondo la logica montessoriana, infatti, un bambin* non deve agire per ottenere il consenso altrui ma deve essere messo nella condizione di esprimersi (e, spesso, i capricci non sono altro che un’espressione di un bisogno che non si sa comunicare – o si comunica più facilmente – in altro modo)e scegliere per il proprio benessere.

Attraverso l’ascolto e la condivisione dei punti di vista è possibile costruire un approccio autorevole ma non autoritario che metta il bambin* nella condizione di imparare ad esprimersi, a fare richieste, senza sentirsi necessariamente castrato o svalutato. L’obiettivo delle regole infatti non è quello di produrre futuri uomini e donne capaci di “stare nei ranghi” ma, proprio al contrario, esseri pensanti e ben in ascolto di se stessi.

Condivido l’approccio del volume (pur non essendo io di formazione montessoriana) e credo abbia dalla sua una serie di vantaggi: è molto breve, si legge facilmente, è semplice e fornisce ai genitori – unico vero target – una serie di stimoli atti a farli riflettere su di sé e sulle loro modalità di educazione e gestione dei bambin*.

Si tratta di un libro che riutilizzerò sicuramente all’interno deli miei corsi sulla genitorialità o durante le consulenze perché offre spunti interessanti attorno ai quali avviare un riflessione condivisa.

Il tema delle regole e della genitorialità consapevole risulta essere uno di quelli maggiormente “caldi”: molti sono i genitori che richiedono consulenze in questo senso. Credo, oggi, ci sia una nuova sensibilità attorno all’argomento. Si sta finalmente mettendo da parte quell’idea (stereotipo) secondo la quale essere genitori è la cosa più naturale del mondo. La genitorialità oggi è riflessiva, ha bisogno di spazi e confronto e ttto ciò è indispensabile per non produrre enormi danni ai bambin* in crescita.

Se anche tu credi di aver bisogno di un confronto in questo senso resto, come sempre, a tua disposizione!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Strumenti operativi per l’educazione sulle tematiche di genere

Se seguite il blog e avete letto l’articolo della scorsa settimana saprete che è stato dedicato completamente a raccontarvi, dal mio punto di vista di pedagogista e counsellor, il grande evento che si è tenuto a Bologna sui temi dell’educazione di genere. Si è trattato del terzo evento promosso da Scosse, organizzazione di Roma, ed ha raccolto più di mille adesioni tra educatori/trici, insegnan*, formatrici/tori, personale di associazioni, centri antiviolenza, scuole e centri educativi. Lo scopo è stato quelli di fare il punto circa gli ultimi sviluppi attorno all’argomento e, ovviamente, raccogliere buone prassi per introdurle nei percorsi formativi ed educativi dedicati alle nuove generazioni.

Se nell’ultimo articolo vi ho quindi parlato dei seminari a cui ho assistito, dei workshop a cui ho partecipato, questa volta vorrei che il focus  fosse centrato sugli strumenti operativi impiegabili non solo all’interno dei contesti descritti (associazioni, centri antiviolenza, scuole..) ma pensando anche a chi, come me, ha uno studio e vuole introdurre questi temi nella propria pratica professionale.

Uno dei motivi per cui vale la pena partecipare a questi grandi meeting, infatti, è la presenza di moltissimi stand di case editrici, librerie specializzate, associazioni che su queste tematiche lavorano e mettono a punto nuovi strumenti di lavoro.

Una di queste è la libreria  LIBRE, libri d’infanzia della bassa reggiana, che realizza volumi e giochi allo scopo di combattere gli stereotipi (in particolare quelli di genere, ma non solo…).

E’ così che ho comprato un paio di materiali.

Il primo è il libro che vedete in foto. Né questo né quello è il titolo di questo libro illustrato che gioca sull’ambiguità di alcune immagini per raccontare, pagina dopo pagina, che certe azioni possono essere compiute da chiunque, uomini o donne, indipendentemente da come siamo abituati a pensare o credere..

Un volume semplice che si presta però a più livelli di lettura e che pertanto può essere impiegato con fasce d’età differenti. Valido strumento all’interno di un laboratorio di lettura ma non solo: esso può fornire degli spunti per giocare coi bambin* trovando insieme nuovi contesti in cui applicare uno sguardo di genere, libero da stereotipi.

Nel prossimo articolo, invece, vi racconterò di un altro strumento…Il titolo? Fatus, storie infinite…

Se siete curios* vi consiglio di seguirmi 🙂

nel frattempo vi lascio il link della mia pagina facebook, per chiunque voglia interagire con me!

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Dott.ssa Alessia Dulbecco

Se l’è andata a cercare

Lo spazio del lunedì sul blog lo dedico tutto – umanamente e professionalmente – alla giovane donna che si è uccisa la scorsa settimana. Di lei è stato detto tutto, il suo nome su tutti i giornali, telegiornali, blog, meme, post articoli e qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Capisco la necessità de* giornalist* di informare ma se penso al tanto agognato diritto all’oblio, da lei mai ottenuto, trovo l’accanimento sul suo nome, sul suo viso, sulla frase che la rese suo malgrado “celebre”, davvero grottesco.

Su di lei ho letto tutto, in particolare le opinioni che la vogliono colpevole della sua stessa morte.Come a dire che se non avesse provato a scegliere la strada più semplice per diventare famosa probabilmente oggi sarebbe ancora viva.

Io, al contrario, credo che per comprendere e fermare una tendenza di questo tipo (sempre più confermata dagli attuali fatti di cronaca in cui “amiche” filmano coetanee semi-svenute nei locali mentre uomini, ragazzi, a volte poco più che bambini abusano di loro) sia indispensabile osservare la cornice culturale entro cui ragazze e ragazzi vivono e crescono. Si tratta di un contesto fortemente non egualitario nei modelli e nelle richieste sociali. Alle femmine si chiede di aderire a stereotipi che risultano ostili, sopra ogni cosa, alla loro libertà sessuale.  Se il fatto in oggetto fosse capitato ad un maschio probabilmente non si sarebbe neppure potuto montare un caso, per il semplice fatto che non ci saremmo arrivat*: non avrebbe ottenuto biasimi sociali ma indifferenza o approvazione più o meno evidente. Come altr* hanno fatto notare, la giovane era inserita in una cornice sociale fatta di  uomini/donne/cornuti/puttane. Lei, infatti, aveva scelto di fare del sesso orale con un uomo perché aveva litigato col suo fidanzato, definito – dal ragazzo che compare nel video – “il cornuto”.

Quindi, se un primo livello del problema si colloca all’interno di una malsana forma di educazione al genere, la cui pervasività è sempre troppo forte (anche perché i vari tentativi di contrastarla finiscono per essere osteggiati, svilititi o fatti passare per un “attacco alla tradizione”) ad un livello di lettura ulteriore l’altro grosso problema è il rapporto di coppia eteronormativo e monogamico. Non si riesce ad uscire, nell’Anno Domini 2016, da un modello che propone sempre i soliti vecchi cliché del “lui”, “lei”, “l’altro”, “l’amante”, “il cornuto”, “la troia”. sembra cioè che un modello alternativo di vita di coppia (dove, ad esempio, la parola “tradimento” sia abolita perché sia possibile far cadere il (pre)concetto di fedeltà) sia assolutamente impensabile.

Credo che le due letture siano in realtà il diritto e rovescio della stessa medaglia: per proporre modelli sociali alternativi (e quindi inclusivi rispetto alle tante aberrazioni dalla normale “curva di Gauss” oggi già presenti in società ma spesso – ancora – non riconosciute) serve anzitutto un’educazione al rispetto. Rispetto di sé (una ragazza deve essere educata a scostarsi dal modello che la vuole valevole solo in funzione del corpo che mostra..o che non mostra a seconda dei casi), rispetto delle individualità altrui e, per finire, scardinamento dei modelli e delle “etichette” che adoperiamo con inusuale leggerezza per proteggere i luoghi comuni (ad una donna può piacere il sesso senza necessariamente essere “troia”, lo sapevate?!).

“Se l’è andata a cercare”, dicono.

Personalmente, vado a cercare tutto ciò che ho scritto qui sopra: inclusione, rispetto, modelli sociali alternativi capaci di sostituire quelli attuali, più fluidità e meno rigidità mentale.

Li ricerco per lei e per le tante vittime di cyberbullismo (parola che secondo me non esprime completamente la gravità del fenomeno. Avete mai letto la testimonianza del papà di Carolina, uccisa ben tre anni fa per una storia analoga? forse il suo caso non fece così scalpore all’epoca. Bene, io ricerco tutte quelle cose anche per lei.

E voi, cosa andate cercando?

 

(immagine: il cervo ferito – Frida Kahlo – fonte: web)

 

Deumanizzazione. Come si legittima la violenza

Dedico l’articolo del lunedì ad un tema che, come sapete, mi sta particolarmente a cuore sia in termini personali che professionali. Ho deciso di recensire e commentare per voi un bel libro che ho letto recentemente e che spiega bene quei meccanismi sociali e psicologici che appaiono – soprattutto sui social – in concomitanza con una notizia relativa ad una violenza – di qualsiasi tipo – subita da una donna. Spesso la donna passa ad essere da soggetto colpito a possibile concausa del problema ( “ma cosa indossava..?”, “eh.l’avete voluto la parità sessuale??”), molte volte viene pesantemente accusata attraverso lo ‘slutshaming’ o ad altre forme forme di violenza verbale diretta ad indagarne la lunghezza dei vestiti, la profondità della sua morale, la liceità dei suoi gesti. Questi meccanismi rientrano in un più ampio progetto di deumanizzazione della vittima, che è appunto il tema di questo interessante volume.

Se, per passione o per diletto, vi occupate di questioni di genere, di storia o di politica, non potete non affrontare la lettura di questo bel saggio di Chiara Volpato.

Volpato, professoressa di Psicologia Sociale all’Università di Milano, si occupa di deumanizzazione affrontando l’argomento sotto profili diversi. Deumanizzare significa negare l’umanità all’altr* e sono molti i contesti in cui l’uomo mette in atto questa pratica: durante  i conflitti, per sottolineare l’importanza di alcuni gruppi sociali e giustificarne la supremazia (basti pensare a quelle fasi oscure della nostra storia, come il nazismo o l’apartheid… ma anche la deumanizzazione delle donne nelle nostre civilissime società occidentali postmoderne.

L’interrogativo di Volpato è di tipo sociale:

quali sono le condizioni nelle quali la deumanizzazione diventa un fenomeno che ha conseguenze  severe nella vita sociale?

La deumanizzazione è alla base di molti crimini contro l’umanità, come gli stermini o i genocidi. In questo caso la deumanizzazione è esplicita (un intero gruppo sociale ha dichiarato e – in taluni casi – teorizzato – l’inferiorità di un popolo/razza rispetto ad un altro). Bandura – ci ricorda Volpato –  ha raccontato bene alcuni esiti della deumanizzazione attraverso il costrutto del disimpegno morale.  Nel corso dello sviluppo morale ogni soggetto introietta egli standard etici che determinano il suo comportamento. Quando alcuni individui, con il loro agire, vanno contro gli standard acquisiti , si innescano quattro forme di disimpegno morale:

1- si giustificano i comportamenti negativi su un piano morale

2- si minimizza il ruolo dell’agente

3- si distorcono o minimizzano le conseguenze degli atti

4- le vittime vengono incolpate di quanto subiscono

In una delle forme implicite pi evidenti della disumanizzazione – quella contro le donne o altre categorie sociali (“i gay”, “i/le trans” etc…) si assiste proprio a questa situazione: le vittime sono incolpate di provocare la reazione da parte egli aggressori. Questo tipo di giustificazione diventa possibile perché le categorie sopra riportate “perdono” il valore umano che le dovrebbe caratterizzare. Ciò accade, ad esempio, con l’oggettivazione (in particolare del corpo femminile). Il volume di Volpato ha il pregio di soffermarsi a lungo su questa questione andando ad indagare anche il collegamento tra gli effetti sociali (le donne sono “meno umane” degli uomini) e psicologici (le donne oggettivate fanno una maggiore esperienza di sentimenti negativi, ansia, paure). Il volume non dimentica poi di analizzare anche le ultime perversioni che questo concetto ha acquisito, primo tra tutte l’antropomorfismo, una sorta di deumanizzazione al contrario.

Consiglio la lettura del volume soprattutto a chi si occupa degli studi di genere: comprendere le modalità sottili con cui la società ci de-forma e de-umanizza permette di avere una visione più chiara attorno a quei fenomeni sociali che fanno molto clamore (le baby-prostitute, il gender gap etc..) e che spesso rimangono ad un livello troppo limitato di autentica riflessione sociale.

Gesti di solidarietà e di resistenza pedagogica

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Lo ammetto, per un istante mi sono sentita orgogliosa delle mie origini liguri.

Perchè dovete sapere che la scelta di lasciare la mia città non è stata dettata solo da motivi contingenti (prospettive lavorative limitate, opportunità lavorative sempre più ridotte dalla crisi …) ma anche per un motivo che definirei “etico”.  Negli ultimi anni ho visto la mia terra impoverire non solo economicamente parlando ma anche in senso morale. E’ normale, la crisi genera improbabili guerre tra poveri e se le persone non hanno modo di difendersi  – con un pensiero e ragionamento forte – il rischio di cadere in dinamiche poco felici c’è. Dalle mie parti purtroppo c’è stato. Ho visto un territorio potenzialmente florido ridursi sempre di più, persone intrappolate nel proprio isolamento volontario (un isolamento contro gli altri). Rare forme di associazionismo e sicuramente poco produttive, poco utili se non a raccogliere fondi (il nostro lato pratico spesso portato alle estreme conseguenze) e mai a creare occasioni: di incontro, scambio, contatto. Perché sono queste tre cose, secondo me, a portare nuove opportunità e qui in Toscana l’ho imparato bene.

Per questo leggere questa notizia, oggi, mi ha riempito di gioia. L’evento organizzato a Bellissimi, un borgo bellissimo di nome e di fatto, mi rende orgogliosa di essere imperiese. E’ un piccolo gesto di coraggio e di resistenza pedagogica, la definirei. Aprirsi all’altr*, conoscere un pezzo del suo mondo e dare a lui o a lei la possibilità di vedere il nostro. Senza paure, senza barricate, senza terrori mediaticamente indotti.

Peccato che la gioia sia durata fin quando non ho letto i commenti alla notizia. Da essi traspare il lato peggiore del ligure, ma anche dell’italiano medio, che vive in città ai margini dell’impero e autenticamente provinciali. Mi spiace molto per loro: perderanno l’occasione dello scambio con l’altro, del confronto che è sempre accrescimento. Perderanno la possibilità di mettere in discussione affermazioni che spesso assimilano e vomitano senza neppure aver verificato. Io quest’anno una ragazza, una profuga, arrivata dal Sud Sudan con un barcone l’ho conosciuta, proprio grazie al mio lavoro. E’ stata temporaneamente alloggiata presso la comunità dove lavoro. Ha 17 anni e due occhi sorridenti seppur provati.

E’ una ragazza molto carina, nonostante l’aria sempre un po’ nostalgica. Ha profonde ferite ai polsi. Ora che si sono cicatrizzati sono diventati segni, “cose che stanno al posto di qualcos’altro”: della sua vita passata, delle sue sofferenze. Anche se non capisce una parola di italiano prova ad imparare ogni giorno e se non si riesce si comunica a gesti.

Posso confermare che per il suo sostentamento le istituzioni pubbliche mettono in atto gli stessi provvedimenti per altri ospiti. Perché dove c’è un disagio – psichico, sociale, economico, linguistico – un paese civile degno di essere chiamato tale deve mettere in atto forme di sostegno – aiuto e se si può intervenire prima – di prevenzione. Mi spiace per i miei conterranei e connazionali che non lo capiranno mai.

(foto tratta dall’articolo di Imperia Post)

Ladies and gentlemen..and stereotypes.

“Un mondo senza ladies è un mondo senza gentlemen” è il titolo di una campagna pubblicitaria realizzata per il brand Parisian Gentlemen  dall’agenzia italiana DLVBBDO.

Questo il filmato:

Il filmato rappresenta alcune donne intente a mettere in atto comportamenti generalmente attribuiti agli uomini (sputare, mangiare in auto gettando i rifiuti dal finestrino, azzuffarsi, frequentare locali di streptease etc..)

Ho cercato in rete qualche considerazione in più a proposito delle motivazioni che hanno spinto il brand di moda, che si occupa di realizzare abiti per uomini eleganti, a scegliere questa tematica.

Qui si può leggere:

Volevamo che il nostro spot fosse diverso. Volevamo un progetto che sfatasse i soliti preconcetti e le aspettative abituali.

Ammetto che ciò mi incuriosisce… quale è il preconcetto in questione che si vorrebbe sfatare? quello secondo cui “le femmine sono sempre aggraziate e si comportano in modo adeguato, mai sconveniente?” Il progetto mi pare interessante, mi ripeto tra me e me: cambiare punto di vista sulle donne, togliere quella patina angelicata che spesso ci rappresenta in tv (a proposito di donne-angelo, ricordatevi di firmare la campagna #nonèamodomio, qui un mio breve articolo e tutte le info) mi pare un’iniziativa di pregio.

Proseguo la lettura:

Attraverso questo breve film Parisian Gentleman intende sottolineare che nella nostra concezione dello stile maschile, nonché della ricerca di esso, non vi è alcunché di frivolo. Siamo convinti che il perseguimento dell’eleganza personale tocchi alcuni dei valori umani più fondamentali, compreso il rispetto di sé, e che il desiderio di dare veste visibile a questi valori meriti il nostro impegno a mostrare la parte migliore di noi non soltanto nella vita sociale, ma anche nell’ambito della vita privata.

Quale è quindi il nucleo del progetto? lo stile maschile, che deve essere elegante e non frivolo. E si è eleganti se si da voce a valori umani come il rispetto di sé. Questi valori devono trasparire non solo nella vita sociale ma anche nella sfera privata.

Ma allora, mi chiedo, se tutto è incentrato sullo stile maschile, sull’eleganza del gentlemen… che bisogno c’è di scomodare le donne per giunta attribuendo loro  dei comportamenti che raramente mettono in pratica?

Lo stile per le donne  non è solo un “valore”, è anzitutto uno stereotipo: indossare la gonna per essere obbligate a tenere chiuse le ginocchia (comportamento tanto radicato che, nonostante ora le donne possano indossare liberamente i pantaloni, diversamente dal secolo scorso, la posizione delle gambe non cambia…), non poter fischiare, sporcarsi o – per le bambine – giocare ad arrampicarsi. Non poter dire frasi sconvenienti o volgarità è stata la regola a cui molte donne sono state costrette.

Ribaltare lo stereotipo mostrandole in comportamenti maschili può essere un gesto di rottura rispetto ai pregiudizi ma mi pare poco calzante rispetto alle finalità dello spot. Anche qui le donne vengono usate come “accessorio”, per veicolare un messaggio che sarebbe stato reso più forte ed evidente se i protagonisti fossero stati uomini.

Uomini che di solito sono elegantissimi ma che comunque mettono in atto quei comportamenti – magari nella sfera privata – lasciando intatta la propria allure di gentlemen. Sarebbe bello – come è scritto nelle dichiarazioni del brand – esortare gli uomini a impegnarsi a mostrare la parte migliore  non soltanto nella vita sociale, ma anche nell’ambito della vita privata.

Le donne, purtroppo o per fortuna, lo fanno da sempre.

Ma il cielo è sempre più blu. Un’inchiesta sugli stereotipi di genere con i bambini e le bambine delle scuole elementari.

Bambine e bambini costruiscono la propria identità di genere attraverso i modelli sociali e culturali del proprio contesto di riferimento. Questi, poi, sono a loro volta influenzatii dai modelli che – su vasta scala – vengono proposti e riproposti da media (e dalla tv in particolare).

Queste sembrano essere le premesse da cui è partito il lavoro di Alessandra Ghimenti, videomaker, toscana di origine e milanese di adozione. Tra il 2010 e il 2014 Alessandra ha realizzato tre filmati – due dei quali sono stati raccolti in un dvd (acquistabile sul suo blog) – con i quali prova ad indagare l’influenza degli stereotipi di genere e la percezione del femminile e del maschile nei bambin* delle elementari. i tre filmati (che si possono vedere – in una versione ridotta – su You tube ) godono della stessa impostazione: le domande proposte, infatti, sono le stesse e ciò ci permette con più facilità di comprendere l’influenza del contesto di riferimento rispetto alla percezione del maschile e del femminile e alla concezione della donna nell’immaginario dei bambin*.

Le domande in questione sono le seguenti:

– cosa vorresti fare da grande?

– c’è differenza tra maschi e femmine?

– c’è qualcosa che le femmine/i maschi non possono fare?

– cosa ti piace dell’essere maschio/femmina?

– chi si occuperà dei bambini quando ne avrai uno?

Nel primo filmato i bambini coinvolti sono quelli di una scuola elementare in provincia di Lucca. Come si può intuire ascoltando le risposte il contesto di riferimento influenza una visione stereotipata dei sessi. Alla domanda “cosa vuoi essere da grande” molte bambine rispondono di voler diventare parrucchiere, showgirl o ballerine e la motivazione è – per tutte – la bellezza (“mi piace sistemare i capelli, mettere lo smalto…”). Alla domanda “come sono le femmine?” le bambine si descrivono come “più tranquille, più belle, non fanno mai la lotta, più brave, amano lo shopping…). È evidente dunque che le bambine hanno ricevuto – in maniera più o meno intenzionale – una forte educazione al ruolo femminile inteso nella sua versione maggiormente stereotipata. Ciò traspare anche nelle risposte date alla domanda relativa a chi si occuperà dei bambini:

“quando devo andare a far la spesa se ne  occuperà mio marito, quando lui deve lavorare me ne occuperò io”.

Le bambine hanno ben chiaro il ruolo femminile che sono chiamate a svolgere e allo stesso modo i bambini che alla domanda “ti piace esser maschio” rispondono di sì perché possono fare più cose rispetto alle femmine.

Un po’ diverse invece sono le risposte che si possono ascoltare nel secondo filmato, girato in una scuola elementare del centro di Milano. Alla domanda “cosa vuoi fare da grande” il numero di bambine che risponde “la modella” è infinitamente più basso. Molte vogliono fare la veterinaria, o la scrittrice, o l’avvocata  o, ancora, la cavallerizza. Anche per i maschi le risposte sono simili: l’avvocato, l’ingegnere, il militare, l’architetto. È facile immaginare che i bambini, nati e cresciuti nel centro di Milano, vivano in un contesto in cui entrambi i genitori lavorano fuori di casa e in un clima di benessere diffuso. Alla domanda “c’è differenza tra maschi e femmine” o “c’è qualcosa che maschi/femmine non possono fare?” infatti, rispondono di no: tutti possono fare tutto. Anche alla domanda sui futuri figli molti rispondono che saranno le tate o i nonni ad occuparsi di loro (è facile immaginare che siano proprio queste figure a prendersi cura dei piccoli intervistati  che si trovano, dunque, a riproporre un modello già vissuto).

Nel terzo filmato, realizzato a Brescia, si coglie nuovamente un clima di grande apertura: i bambinii vorrebbero essere scienziati, muratori, camionisti.. ma anche modelli! Le bambine dottoresse, pasticcere, parrucchiere, chef e pittrici. Il contesto è forse meno elitario rispetto al centro di Milano (lo si può intuire dall’abbondanza di mestieri che non implicano anni di studio o di specializzazione).In ogni caso,per la maggior parte di loro non ci sono grosse differenze tra l’esser maschio o femmina. Emblematica la risposta di una bambina: “se ci provi a fare le cose, poi impari!”. La stereotipizzazione dei ruoli però è presente specialmente se si osservano le risposte relative alla domanda “cosa ti piace dell’esser maschio/femmina”. Quasi tutte le bambine rispondono con affermazioni relative alla bellezza (“abbiamo i capelli lunghi, indossiamo vestiti più belli..”) i maschi con riferimenti allo sport e alla professione (“facciamo i lavori più belli, possiamo fare più sport”). le bambine, dunque, sono educate, anche in modo inconsapevole, a coltivare la loro bellezza e vanità, i bambini ricevono un messaggio implicito relativo alla loro forza fisica (che deve essere mantenuta e sfogata attraverso gli sport) e alla professione che andranno a svolgere una volta adulti.

Il lavoro di Alessandra costituisce un ottimo strumento di valutazione della percezione degli stereotipi nei bambin* ed è allo stesso tempo, un forte grido di allarme per l’intera società. È necessario combattere il modo in cui ancora si concepisce la donna e il ruolo femminile. Abbattere i luoghi comuni è un processo fondamentale di cui dobbiamo assumerci la responsabilità promuovendo anzitutto un cambiamento che deve partire dalla scuola attraverso forme nuove di educazione al genere e al rispetto dell’altro.

Il progetto di Alessandra è un “work in progress”: ai filmati che che potete vedere qui se ne aggiunge un altro, realizzato in una scuola elementare di Sesto San Giovanni. Altri due filmati sono in fase di montaggio.  Tre documentari sono, invece, in fase di elaborazione. Il lavoro sarà composto di 9 capitoli che – una volta realizzati tutti – saranno raccolti in un nuovo dvd.

…Stay tuned!

Conosci Andrea? e Ciaomaramao: strumenti ludici per l’educazione al rispetto delle differenze e alla parità di genere

Sino ad ora mi sono occupata di recensire volumi e pubblicazioni che affrontassero il tema della violenza sulle donne, degli usi sessisti del linguaggio o dell’omofobia.

Oggi vorrei invece dedicare alcune righe per recensire due giochi didattici realizzati da Giuseppina Diamanti, psicologa, psicoterapeuta ed insegnate, allo scopo di promuovere il rispetto delle differenze e l’educazione alla parità.

I giochi costituiscono un valido strumento per favorire lo sviluppo di sé e della propria identità. Hanno inoltre la funzione di indagare il rapporto tra le relazioni (sociali e culturali) tra gli esseri umani e la costruzione di sè e dell’identità di genere, facilitando il racconto e la narrazione di sé.

Oltre a questo importante obiettivo vi sono altre finalità tra cui quella di combattere stereotipi di genere e pregiudizi che permeano la cultura infantile. In definitiva, lo scopo dei giochi è quello di promuovere la conoscenza e la valorizzazione delle differenze tra pari.

Entrambi i giochi si pongono l’obiettivo di sviluppare il pensiero ipotetico-deduttivo e le capacità di analisi e sintesi, migliorare la creatività, favorire lo sviluppo di abilità decisionali e incrementare l’autonomia e l’autostima.

Ciaomaramao è un gioco di carte pensato per bambine e bambini dai 5 agli otto anni. È composto da 96 tessere che ritraggono bambine e bambini intente/i in attività differenti (curare un cucciolo, leggere, giocare all’aria aperta, sistemare fiori etc..). Il gioco è concepito come una sorta di domino delle differenze: le carte possono essere unite tenendo conto della variabile azione (alla carta “bambina che gioca con un peluche” si affiancherà il corrispettivo per il bambino) o altre variabili (ad esempio i colori dei vestiti dei bambin* ritratti…). Il gioco ha la funzione di combattere gli stereotipi, infatti:

– non ci sono stereotipizzazioni basate sui colori (bambine e bambini vestono abiti colorati o tessuti  fantasia)

– i ruoli di cura sono affidati a uomini e donne

– bambine e bambini si cimentano nelle medesime attività (giochi all’aria aperta, letture, accudimento degli animali domestici…)

Scopo del lavoro, dunque, è quello di affermare che se è vero che tra bambine e bambini sussistono alcune differenze di tipo biologico, gli stereotipi e i pregiudizi sono esclusivamente un prodotto culturale.

Conosci Andrea? è un gioco cooperativo pensato per bambin* della scuola primaria. Nucleo centrale del gioco è la plancia sui cui è disposto un percorso immaginario che si chiama la città dei bambini  su cui si possono trovare alcuni edifici (la scuola, la biblioteca, il ristorante…), alcuni luoghi (il parco, la spiaggia…) e incontrare alcune persone. I luoghi e i personaggi che si incontrano permettono ai partecipanti di avere degli indizi per capire chi sia Andrea. Ad esempio al ristorante sarà possibile conoscere i gusti di Andrea a tavola, in spiaggia capire il rapporto di Andrea con la sua fisicità e con lo sport e via discorrendo. Le carte rappresentano diverse professioni al maschile e al femminile (il bagnino/la bagnina, il sindaco/la sindaca): Andrea, infatti, è un nome che si presta all’uno e all’altro sesso: spetta ai partecipanti capire se si tratti di un maschio o di una femmina.

Conosci Andrea?”.

“Quale?”, replicheranno

e una risposta completa non vi daranno

 (Ma a farvi un’idea vi aiuteranno)

e  ad Andrea a poco a poco vi porteranno!

Così il percorso  non sarà  affatto facile.

Le persone sì, vi forniranno un indizio,

ma solo in cambio di un vostro dato su tizio.

 Dovrete rispondere anche voi alle domande,

 a volte seriose a volte un po’ strambe.

E lungo le strade del vostro viaggio,

ragazza forte, o bambino saggio,

il caso seminerà dei brutti momenti.

    A nulla varranno gli sforzi o i lamenti:

  “NON È GIUSTO”, direte.

E’ vero, non è giusto per niente.

 Ma questo dovrete spiegarlo alla gente.

Oltre alle carte-personaggi il gioco è corredato da una serie di carte imprevisto: sono delle vere e proprie ingiustizie dove l’arbitrarietà vince sul diritto (perdite motivate da discriminazioni, momenti in cui si nega il rispetto a qualcun altro su basi arbitrarie etc…). Queste carte hanno lo scopo di mettere in luce la scorrettezza di un comportamento basato su un pregiudizio o uno stereotipo e, di conseguenza, educare al rispetto delle differenze.

Scopo del gioco è affrontare il tema degli stereotipi: chi è Andrea? Può essere un maschio anche se sappiamo che ama ballare? Può essere una femmina anche se i personaggi incontrati ci hanno detto che gioca a calcio?

I giochi sono veloci ed intuitivi e nel progetto di Giuseppina dal titolo Giochiamo la differenza per un mondo di parità è prevista la possibilità di supportare i docenti interessati con percorsi di formazione ed approfondimento specifici per permettere loro di usare lo strumento in maniera ottimale.

Nella mia esperienza di pedagogista, nell’ambito delle attività realizzate presso il centro Antiviolenza di Imperia, mi è capitato in un paio di occasioni di sperimentare nella concretezza il gioco “conosci Andrea?” e i risultati sono stati ottimi: il gioco ha fornito il pretesto per coinvolgere l’intero gruppo classe creando sinergie positive e ha dato la possibilità di introdurre il tema degli stereotipi di genere in modo molto spontaneo. Le osservazioni fatte dai bambin* – sulle carte, sugli indizi – hanno permesso di cominciare fin da subito a parlare di stereotipi e pregiudizi e ciascuno ha avuto la possibilità di esprimersi liberamente (anche i* bambin* più timidi, che magari di fronte ad una domanda diretta si sarebbero tirati indietro, non hanno avuto difficoltà ad esprimersi e a confrontarsi coi compagn*).

E’ uno strumento efficace e veloce che – a mio avviso – tutti i docenti interessati a lavorare sui temi del rispetto e dell’educazione al genere dovrebbero conoscere.