Regole educative ed educazione emotiva. Un corso per genitori, a Firenze

I motivi per cui i genitori si recano in consulenza sono spesso molto simili:

  • i bambini crescono e iniziano a stare con difficoltà dentro le regole
  • hanno bisogno di un confronto con un professionista per capire meglio quale condotta seguire quando emergono comportamenti problematici (ad esempio quando i piccoli non vogliono andare a scuola!)
  • si sono verificati episodi di scontro con i bambini e non sanno quale strategia adoperare per uscirne

 

Questi sono i tre problemi principali che fino ad oggi ho riscontrato nella mia pratica professionale.

E’ vero: ogni famiglia è un mondo a sé e non è possibile trovare soluzioni condivise, valide per tutti. Quello che so per certo, però, è che parlarne fa bene – confrontarsi anche di più! – e proprio in ragione del fatto che non esistono soluzioni preconfezionate il modo migliore di affrontare questi piccoli grandi problemi è discuterne, insieme.

Per questa ragione il 10 marzo 2017 partirà, presso i locali di Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38r a Firenze, un nuovo corso dedicato ai genitori.

Si parlerà di regole (indispensabili per la crescita dei bambini!) ma soprattutto cercheremo di capire insieme cosa rappresentano per i genitori. Dietro al modo di intendere le regole (sono un modo per mettersi al riparo da scontri e conflitti? o sono il modo per dimostrare agli altri di essere autorevoli? o rappresentano il modo per mantenere un controllo sulla crescita dei figli?…) si nasconde un proprio, personale, stile genitoriale. Bisogna conoscerlo, interrogarsi sul genitore che siamo, comprendere come intendiamo emozioni e conflitti per capire se il modo in cui impartiamo le regole è appropriato, oppure no. In educazione

Regole, stili genitoriali, emozioni e relazioni educative: di questo e altro parleremo in questo ciclo di 5 incontri che si terranno venerdì 10 -17-24-31 marzo e il  7 aprile, dalle 18 alle 19.30.

Uno spazio dedicato ai genitori: per riflettere, per conoscere/si, per confrontarsi.

 

Vi aspettiamo!

dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(per info e contatti potete scrivere a me o a spazio Co-stanza,www.spaziocostanza.it)

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Parliamo di educazione emotiva…e quelle emozioni che i genitori non dicono.

Rabbia, paura, felicità, tristezza: sono emozioni che proviamo tutti/e, nessuno escluso.

Quando però mi confronto coi genitori emerge spesso il fatto che essi cerchino, per il bene dei più piccoli, di ometterne qualcuna. Così cercano di mascherare la tristezza per la malattia di un parente, o la rabbia per quell’ingiustizia subìta sul posto di lavoro.

Il problema è che  i bambini sono sensibilissimi alle emozioni, ancora di più rispetto a quelle che vengono taciute o storpiate!

Ometterle non significherà quindi non trasmetterle: probabilmente,  i bambini coglieranno qualcosa di distorto e inizieranno – passo dopo passo – a capire che alcune emozioni sono degne di essere espresse, altre meno (o per nulla).

Per questo, secondo me, è fondamentale che i genitori conoscano alcuni principi dell’educazione emotiva: essa insegna a conoscere le emozioni, comprendendo quale impatto esse abbiano nella nostra vita (alfabetizzazione emotiva) e trasmetterle. Non ci sono emozioni di serie A e di serie B: tutte devono trovare margine di espressione se vogliamo vivere bene.

Per poter trasmettere ai figli un modo sano di accostarsi alle emozioni è necessario che i genitori siano anzitutto preparati a conoscerle per trovare poi il modo migliore per coinvolgere i piccoli.

Se il tema delle emozioni ti sta a cuore e vuoi capirne di più, se sei intenzionata/o a riflettere sul modo in cui le manifesti o sul peso che dai loro, il corso in partenza presso Spazio Co-stanza  fa per te!

Un percorso dedicato ai genitori, per riflettere sul peso che le emozioni hanno all’interno della relazione educativa. Se sei interessato al percorso scrivimi, oppure contatta Spazio Co-stanza (www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts).

…Ti aspetto!!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

Il tempo coi nostri figli e le regole: qualità versus quantità

Quanto tempo trascorriamo mediamente coi nostri figli/e?

ho fatto questa domanda ad alcune famiglie: amici stretti e conoscenti, colleghi di lavoro e utenti che seguono i miei percorsi. Età diverse, città diverse. La risposta è la stessa. POCHISSIMO.

Mediamente, la mattina trascorre al lavoro (per i grandi)  o a scuola/asilo/nido per i piccoli. Poi ci sono le attività pomeridiane (per i piccoli) e quelle “autentiche scocciature” (spesa/posta/banca/medico/bollette… ma potrei continuare) per i grandi.

Il tempo che resta a disposizione non sarebbe nemmeno poco, se ci pensiamo: intere serate, weekend, periodi di festa…. ma c’è un problema: non è di qualità.

Parlando con le coppie che si recano da me in consulenza mi trovo spesso a condividere con loro alcune riflessioni sul tempo che corre: siamo così presi dal senso del dovere e delle regole che spesso il tempo che trascorriamo coi piccoli è funzionale solo a dire loro cosa devono/non devono fare. Spesso ci arrabbiamo, e questo ci fa perdere altro tempo che invece potrebbe esser speso in modo costruttivo (…per citare Einstein)

ogni minuto che passi arrabbiato perdi 60 secondi di felicitò.

Le regole, i divieti, i no sono l’argomento che imprigiona la maggior parte delle famiglie con cui lavoro e limita il  loro tempo.

Certo, le regole per i bambini sono fondamentali, ma si rischia di cadere in questo loop

-spesso se ne danno troppe

-questo perché, a volte, diventano uno strumento ( per i genitori) per contenere le loro ansie

-in questo modo, quello che ne deriva è che perdono totalmente il loro potenziale.

Non c’è nulla di più pericolo di regole prive di valore, perché esse portano ad ottenere l’esatto contrario: i bambini ne colgono la vaghezza, l’inutilità e finiranno  – non solo – per non rispettarle ma anche per non riconoscere più quelle importanti dalla marea di regoline e divieti che cadranno a pioggia su di loro.

Se anche per te il tema delle regole è faticoso e ingestibile, presso Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38 a Firenze, sta per partire un corso proprio per imparare a definirle, impartirle e mantenerle.. ma non solo! L’obiettivo sarà anche quello di capire cosa rappresentano per te, mamma o babbo, e capire quindi come le utilizzi all’interno della relazione educativa.

Che aspetti a prenotarti?? ..ti aspetto!!

Per qualsiasi informazione scrivimi o consulta la pagina  https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/

Oppure quella di spazio Co-stanza: www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts

 

Cambiare prospettiva: rinforzo negativo Vs. rinforzo positivo

Perché la punizione non è mai una soluzione…

I genitori che ricevo in consulenza mi raccontano spesso di avere molte difficoltà a seguire delle regole educative valide quando i figl* “fanno i capricci” o si comportano nel modo sbagliato.

Quando entriamo nel dettaglio dei fatti scopro di solito che i comportamenti sono tanti e variano dalle scenate nei supermercati, nel tentativo che i genitori comprino loro quel giocattolo, al non seguire determinate regole di comportamento (“quando si entra a casa ci si lava le mani”) o, ancora, tentare di catturare l’attenzione degli adulti – magari quando sono immersi in discorsi o faccende importanti – facendo chiasso e baccano.

Spesso i genitori tentano di ignorare il comportamento che, naturalmente, viene intensificato. Al raggiungimento della “soglia di tolleranza” (quando, ad esempio, il pianto si è fatto insistente e fastidiosissimo) tendono a reagire . La reazione può essere di solito a parole (“basta!”) ma – come raccontano – di solito sortisce l’effetto contrario e  il comportamento aumenta di intensità. Quindi, innervositi e frustrati, i genitori cedono ed intervengo..”con le cattive”.

Ci sono molti motivi che spingono un genitore a  mettere in atto questo comportamento. In molti casi è appreso (“i miei genitori si comportavano nello stesso modo”), a volte, come scrive Loovas (1990)

ci sono genitori che puniscono un bambino non per come si comporta ma come espressione della loro ansietà o incapacità di far fronte a determinate situazioni.

 

Quando – insieme a loro – proviamo ad analizzare il problema spesso i genitori vivono una specie di insight. Comprendono, cioè, di aver sbagliato strategia e capiscono perché il loro comportamento non produrrà mai (perché è logicamente impossibile) l’effetto tanto desiderato.

Quello che accade, infatti, ha un nome: si tratta del rinforzo negativo. 

Se ci poniamo dal punto di vista del bambin*, infatti, vediamo un’altra realtà. Il bambin* impara che è solo piangendo più forte, o facendo scenate sempre più “teatrali”, o comportandosi nel modo peggiore che ottiene l’attenzione dei genitori (certo, si tratta di un’attenzione negativa – perché otterrà una punizione – ma – come ricorda Eric Berne – nell’economia delle carezze si preferisce riceverne di negative, piuttosto che non  riceverne alcuna).

Il rinforzo negativo produce due grossi problemi

  • nell’immediato, non argina un problema ma al contrario lo radicalizza.
  • a lungo periodo produce quello che Paterson ha definito ciclo della coercizione. Si sviluppa cioè una relazione scorretta tra l’influenza reciproca tra genitore-bambino e il rinforzo negativo. Il rinforzo negativo aumenta cioè l’intensità di quei comportamenti che dovrebbe, al contrario, combattere Ciò produce anche un aumento dell’intensità delle risposte (sia da parte dei genitori che dei figl*). Sull ungo periodo, quindi, aumenta solo il grado di espressione della collera e – di conseguenza – il basso livello e capacità di gestione della frustrazione. Il rischio maggiore, quindi, è quello di compromettere  i rapporti familiari di fiducia e rispetto che invece la famiglia dovrebbe sostenere.

I genitori che comprendo il meccanismo sono anche in grado di comprenderne la sua tossicità. Spesso, poi, hanno bisogno di un sostegno per portare nella pratica quanto acquisito a livello teorico. Chiaramente i suggerimenti qui esposti sono generali: un buon intervento su questi problemi richiede un confronto vis à vis tra il pedagogista e la famiglia.

In ogni caso due validi strumenti – tra loro correlati – sono il time out, quindi la sospensione del rafforzamento tramite l’allontanamento (davanti al bambino che piange perché non vuole mangiare il genitore può spiegare con le parole (se il bambin* è grande) ciò che starà per fare e poi applicare il comportamento. Si tratta di sottrarsi al comportamento spostandosi in un’altra stanza. Appena il bambin* si calma lo si accoglie nuovamente – senza astio o risentimenti!!! – e si andrà a rinforzare il suo comportamento adeguato (il bambino infatti si sarà calmato e sarà collaborativo). Il time out porta l’accento sulla possibilità di rinforzare il comportamento positivo (“ti sei calmato, quindi ti lodo”) piuttosto che quello negativo (“il tuo pianto è insostenibile, ora ti punisco con uno schiaffo!”).

Ovviamente, ribadisco, si tratta di suggerimenti teorici. Ogni situazione richiede aggiustamenti specifici calibrati in base alle necessità familiari e tenendo conto della storia del nucleo stesso.

 

Dr.ssa Alessia Dulbecco

http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

Tra il fare e l’essere: le competenze genitoriali

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Quando le persone mi contattano perché ritengono di non avere le “basi” adeguate per fare il genitore e mi richiedono pertanto un supporto educativo attraverso il quale imparare a costruire una relazione sana, positiva ed autentica col proprio bambin* noto sempre che le mamme e i papà abusano della parola fare.

“come faccio a gestire mi* figli* quando, magari in un luogo pubblico, pianta una scenata perché non gli ho comprato il gelato?”

“come faccio a mantenere la linea educativa? Spesso minaccio delle punizioni che poi non so mettere in pratica…”

“come faccio a far capire a mi* figli* che io e il mio compagno abbiamo anche bisogno di spazi nostri? ogni volta che proviamo ad intavolare una conversazione il bambin* si intromette appositamente per richiedere la nostra completa attenzione..”

“mi* figli* ha un dsa certificato: come faccio a seguirlo nei compiti? Non possiedo le competenze necessarie!”

Queste sono alcune delle domande che, all’interno di un primo colloquio, mi vengono generalmente poste. Rispetto a questi interrogativi il lavoro del pedagogista è quello di cambiare il focus del problema. Ricordate la celebre affermazione di Lorenzo Milani?

Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […] Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di comebisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere  per poter fare scuola.

Credo che anche i genitori dimentichino troppe volte questo fatto: prima di concentrarsi sul fare bisognerebbe aver chiaro come si è. Come si è rispetto alla propria vita (si è felici per il proprio lavoro? o si è insoddisfatti? Come è stata vissuta la maternità, come si è accolto il propri* figli*? Come fanno ci fanno sentire le fatiche quotidiane?), come “ci si sente” dentro le regole? Per poterle dare a gli altri, infatti, è necessario prima come ci sentiamo noi a riceverne e a impartirne.

Una volta chiariti gli aspetti relativi all’essere è possible allora passare al fare. Anche qui, spesso i genitori si aspettano un piccolo prontuario sempre pronto all’uso. In realtà, dal mio punto di vista, il fare passa attraverso l’esempio: se proviamo ad imporre ai bambin* delle regole ma siamo noi, i primi, a non rispettarle si finirà per non essere autorevoli mai, poco importano le minacce o le punizioni.

Fermo restando che non esistono regole comuni a tutt*, credo che n buon punto di partenza per stabilire una relazione genitoriale autentica siano:

  • l’ascolto: delle parole, ma anche delle emozioni dei piccol* di casa
  • poche regole ma rispettate: le regole dovrebbero fornire ai genitori i punti cardinali della loro attività educativa. Per questo, a mio parere, tante regole sono inutili e anche dannose. Il bambin* si ritroverà a vivere dentro un regolamento, piuttosto che dentro una relazione e tutto ciò è controproducente. È importante invece che le regole siano rispettate (e non utilizzate come una minaccia).
  • il dialogo dentro le regole: spiegare, aiutare il bambin* a comprendere perché si richiede da lui un certo comportamento è il primo passo per favorire l’accettazione. Senza dialogo non sarà possibile per il bambin* comprendere la reale portata della regola che si richiede sia rispettata
  • l’espressione delle emozioni: i genitori devono sapersi porre come dei facilitatori dell’espressione emotiva dei piccol*, aiutandoli ad esprimerle e, nel caso, ad incanalarle in azioni utili (lo sport, il disegno, le attività con gli animali…).

Essere un buon genitore è certamente una questione più complessa del fare il genitore. Serve più coraggio e molta voglia, prima di tutto, di lavorare su se stessi e per questo il supporto alla genitorialità può essere uno strumento efficace di riflessione e costruzione di un percorso comune. Per questo invito tutt* coloro che sentono la necessità di approfondire di rivolgersi ai pedagogisti presenti sul proprio territorio.

(immagine tratta dal web)

I “no” nell’educazione

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Come ormai avrete intuito, gli articoli che scrivo sul blog derivano spesso dai casi concreti che affronto al’interno della mia professione. Quando le consulenze che svolgo con i “miei” genitori si focalizzano su tematiche importanti tendo sempre a scrivere qualche riga in merito, soprattutto quando offrono spunti di riflessione che credo possano essere molto utili anche ai tanti genitori che mi leggono attraverso questo dispositivo.

Nel colloquio di ieri ci siamo focalizzati a lungo sulle regole e sui “no”. La seduta di counselling ha messo i genitori nella condizione di parlar-si e riflettere sul proprio agire in maniera serena e “mediata” dalla sottoscritta, in modo che non ci fossero svalutazioni (o che fossero rese riconoscibili) o tentativi di prevaricazione di un’opinione sull’altra. Il motivo del contendere è stato un apparente disaccordo rispetto alle modalità: per il babbo la compagna è troppo “ligia alle regole” mentre lui tende a “minacciare” il bambino (“se non fai….se non la smetti… niente cartoni stasera”).

Siamo rimasti a lungo a discutere su questo elemento e siamo arrivati alla conclusione che per poter dare le regole, bisogna prima riuscire a stare dentro le regole. Se infatti concepiamo in “no” come una limitazione per il bambino (e quindi cerchiamo di non pronunciare mai quella parola o non mettiamo in pratica quanto detto) rischiamo di creare un ambiente solo apparentemente sereno.

Spesso i genitori travisano l’importanza delle regole e hanno bisogno di essere sostenuti nel cambiare prospettiva: se date in modo adeguato non sono delle limitazioni alla libertà, anzi! le regole e i “no” costruiscono genitori autorevoli e ambienti sicuri. I bambini infatti hanno bisogno di fidarsi degli adulti di riferimento, hanno bisogno di sapere quanto e fino a che confine possono spingersi, in un clima di fiducia e rispetto. La regola forma il loro ambiente, quello nel quale devono – a poco a poco – imparare a muoversi in autonomia. Senza, questo delicato passaggio sarebbe molto complicato e, a lungo andare, inefficace.

Acconsentire ai capricci eliminando i “no”o determinate regole nasconde spesso un’insicurezza dei genitori. Apparentemente crea bambini felici ma in realtà sono molto più soli e, quindi, più deboli. Si crea pertanto un clima di sfiducia che deriva – da una parte – da una figura genitoriale che “cambia idea” e pertanto sfugge alla comprensione del bambin* e – dall’altra – dalla paura di doversi muovere in un terreno privo di tracciato che possa dar loro sicurezza.

Certo, ci sono delle regole anche per dare le regole 🙂

  • i no o le regole non devono mai essere uno sfogo passeggero dei genitori: se i nervi saltano si rischia di fare solo una gran confusione! Si rischia di dir cose che dopo 10 minuti vorremmo cancellare, o non saremo in grado di fare. È importante perciò che la regola sia costruttiva e non dettata da un momento contingente di rabbia
  • il contatto emotivo: se volgiamo che una regola sia compresa, o che un “no” abbia un senso, dobbiamo inquadrarlo all’interno di una comunicazione che sia soprattutto non verbale. Il bambin* deve sentirsi accolto e deve comprendere che dietro la regola o il “no” c’è sempre un genitore che agisce per il suo bene. I genitori, quindi, non devono farsi spaventare dalla reazione emotiva del piccol*, ma devono al contrario aiutarl* ad esprimerla in maniera costruttiva e farli capire che le sue emozioni saranno sempre accolte.
  • il linguaggio: niente parolacce, niente insulti. I no e le regole devono essere impartiti in un clima costruttivo. Alla regola (o al “no”) deve seguire una motivazione e – soprattutto – è fondamentale che venga poi mantenuta.

Questi sono alcuni suggerimenti utili, in linea di massima, in molte situazioni. È sempre bene ricordare però che ogni caso ha mille sfaccettature e rappresenta una situazione a sé, per questo è sempre meglio chiedere il consulto con un* specialista.

Per ogni informazione e ogni ulteriore suggerimento mi puoi trovare sul sito alessiadulbecco.com (da oggi è presente anche la mailing list… vuoi iscriverti?)

(La foto è tratta dalla pagina fb “la scuola creattiva”)