Homo docens: il talento del nostro cervello

/im-pa-rà-re (io im-pà-ro): Acquisire una conoscenza, un’abilità, un comportamento/

È questa parola che, secondo Stanislas Dehaene, Professore titolare della Cattedra di Psicologia Cognitiva al Collège de France, riassume il talento principale della nostra specie. È proprio su questo argomento che egli riflette nel suo volume Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, recentemente pubblicato da Raffaello Cortina.

Secondo lo studioso l’essere umano è homo docens: ciò che sa del mondo lo ha appreso dall’ambiente sociale o naturale all’interno di quel lungo periodo – che occupa in particolare infanzia ed adolescenza, pur non esaurendosi in esse – che coincide con la scuola e l’educazione.

Già, ma cosa vuol dire imparare?

Questa particolare abilità diventa incredibile se osservata in situazioni estreme – ad esempio in soggetti in cui le capacità cognitive sono state compromesse da incidenti, interventi chirurgici o da particolari condizioni biologiche – o se paragonata a quella delle intelligenze artificiali.

Secondo Dehaene nessuna macchina è al momento in grado di superare le capacità del cervello umano. Nonostante i prodigi realizzati dai programmatori delle Intelligenze Artificiali (l’autore cita ad esempio Deepblue), l’apprendimento umano risulta al momento imbattuto sia in termini di velocità e che di modalità di astrazione.

Secondo Dehaene il cervello possiede dei modelli interni, funzionanti fin dalla nascita, dotati di plasticità e per questo vengono continuamente rimodellati sulla base feedback derivanti dalle proiezioni che essi riescono a fare sul mondo esterno. Il cervello dei bambini, quindi, lungi dall’essere una “tabula rasa” è in realtà un fine calcolatore in grado di compiere osservazioni e adattare le reti neurali biologiche ai dati rilevati tramite i sensi.

I pilastri dell’apprendimento

Ma come funziona l’apprendimento? Secondo il professore – che in questo viaggio attinge dalle Neuroscienze, dalla Psicologia cognitiva, dalla Filosofia e dalla Pedagogia – esso si struttura su quattro importantissimi “pilastri”. Il primo è l’attenzione, meccanismo senza il quale il nostro cervello non può selezionare, circoscrivere e amplificare l’informazione. Ciò che ha permesso il successo dell’homo sapiens è il fatto che questo meccanismo viene condiviso:

L’uomo dispone di un “modulo pedagogico” che si attiva non appena prestiamo attenzione a ciò che gli altri cercano di insegnarci (p.209)

L’essere umano cioè è l’unico in grado di condividere questo meccanismo e per questo la maggior parte delle informazioni che apprende le deve agli altri più che alla sua esperienza personale. È così che si diffonde la cultura.

Il secondo pilastro è costituito dal coinvolgimento attivo. Secondo Dehaene lo studente, lungi dall’esser lasciato a se stesso, ha bisogno di essere motivato, attivo ed impegnato nell’apprendimento, se si vuole che spesso raggiunga risultati positivi. In questo senso la curiosità e la motivazione hanno un valore importantissimo poiché rappresentano i pre-requisiti che stimolano la capacità di imparare.

Altro pilastro è costituito dal riscontro dell’errore. L’apprendimento è possibile quando il cervello cerca di determinare la correttezza delle sue inferenze. Si apprende quando si verifica uno scarto tra ciò che ha ipotizzato e il dato che acquisisce. Per questo l’apprendimento dovrebbe essere supervisionato

(…) l’ideale è un riscontro dettagliato dell’errore che indichi esattamente cosa si doveva fare per non sbagliare (p.249)

Dal riscontro dell’errore derivano importanti riflessioni pedagogiche: il voto, non accompagnato da valutazioni costruttive, è un metodo inefficace per contrastare gli errori. Inoltre esso spesso si associa alla punizione in grado solo di provocare ansia e stress, meccanismi che inibiscono l’apprendimento.

Ultimo pilastro, per Dehaene, è il consolidamento. Esso si verifica quando si acquisisce l’automatismo. Per arrivare a questo traguardo serve, secondo l’autore, allenamento (in particolare distribuire l’apprendimento) ma è essenziale anche… dormire! Il sonno è un acceleratore del nostro apprendimento poiché in questa fase il cervello non solo elimina tossine inutili ma consolida quanto imparato durante il giorno.

Tra notizie di cronaca, Neuroscienze e Pedagogia

Questo incredibile viaggio all’interno dei meccanismi cerebrali che consentono l’apprendimento acquisisce un valore essenziale per chi si occupa di didattica ed educazione. L’autore infatti non si preoccupa solo di descrivere gli innumerevoli talenti del nostro cervello, ma cerca anche di capire cosa possano fare la Pedagogia, la Filosofia, le Scienze Cognitive e le Neuroscienze al fine di migliorare e potenziare le capacità di apprendimento.

Tutto ciò acquisisce un valore importante soprattutto alla luce di alcune notizie di cronaca. Prendiamo l’ultima:

Secondo l’Ocse, che ha valutato con il Test Pisa le competenze dei 15enni rispetto alla lettura, alla matematica e alle scienze, la situazione italiana è preoccupante. Hanno partecipato  11.785 studenti, in 550 scuole, rappresentativi di 521.223 studenti quindicenni, e ciò che emerge è un abbassamento delle prestazioni medie in particolare in lettura e in scienze.

Sembrerebbe che gli studenti/esse italiani non imparino più, che i meccanismi che rendono il nostro cervello così prodigioso si siano inceppati.

Anzitutto, se si osservano i dati riportati anche dallo stesso Dehaene, sembrerebbe che il problema non riguardi solo la situazione italiana.

L’indagine Pisa (…) mostra che in termini di lettura e comprensione del testo gli studenti francesi occupano il centro o il fondo della scala dei paesi europei. In matematica i risultati sono diminuiti fortemente tra il 2003 e il 2015. (…) la Francia occupa l’ultimo posto nell’indagine TIMMS: Quella francese è la diminuzione più forte su un arco di vent’anni (p.283)

Per questo l’autore ribadisce un fatto importante: non si sa ancora – al momento – cosa determini un abbassamento di queste capacità. Quello che è sicuro, però, è che troppi bambini/e non sono messi nella condizione di realizzare appieno il proprio potenziale di apprendimento, spesso perché la famiglia e la scuola – ancora così distanti tra loro – non forniscono le condizioni ideali che per Dehaene si basano, tra le altre cose, sui seguenti principi:

  • Approfittare dei periodi sensibili, quelli un cui l’apprendimento concede risultati migliori (ad esempio imparare una lingua straniera nei primissimi anni di vita);

Arricchire l’ambiente

    , che significa offrire loro maggiori occasioni per sperimentare i propri modelli interni, esprimere curiosità, riconoscere gli errori;

Rendere i bambini attivi, coinvolti e curiosi

    , cioè guidare i bambini tramite una Pedagogia strutturata che favorisca la possibilità di generare nuove ipotesi e, quindi, apprendere;

Incoraggiare gli sforzi

    , che significa smettere di dire ai bambini/e che è “tutto facile”, altrimenti crederanno che se non riescono in qualcosa è perché non sono dotati;

Correggere gli errori

    , perché senza feedback strutturati (non punitivi!) l’apprendimento non evolve;

Ripassare con costanza

    , altrimenti l’apprendimento non si fissa;

Dormire

    , ovvero togliere tutti quegli elementi che distorcono il momento del sonno ma anche seguire i cambiamenti evolutivi del ciclo sonno-veglia (ad esempio: durante l’adolescenza si tende a dormire di più la mattina. Non è che i ragazzi sono svogliati, si tratta solo di un fattore biologico!).

In definitiva, il volume ricorda il valore dell’apprendimento, sottolinea l’importanza delle nuove scoperte per regolare e modificare il sistema scolastico ed educativo, e ribadisce l’importanza della multidisciplinarietà senza la quale è impensabile, oggi, accogliere le sfide della contemporaneità in termini sia educativi che didattici.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto

Credo sia giusto non interrompere mai le buone abitudini. Uno dei motivi per cui ho voluto aprire questo blog, ormai più di un anno fa, è per divulgare e difendere i contenuti pedagogici.

Una delle attività che ho sempre preferito, a riguardo, consiste nel recensire i libri che affrontano temi che mi stanno particolarmente a cuore nella pratica professionale. Libri mai scontati, non i “grandi classici”

Credo sia giusto quindi cominciare questo nuovo anno nel solco del precedente!

Il libro che ho scelto di leggere e di commentare per voi è un manualetto edito da una casa editrice toscana, Terra Nuova Edizioni, scritto da Catherine Dumonteil-Kremer. L’ho acquistato diversi mesi fa proprio ad un evento nel quale si è fatto luce sulle attuali correnti che animano il mondo scolastico, curato dalla casa editrice medesima.

Il libro mi ha incuriosito a partire dal titolo: STOP! Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto. Affronta, cioè, uno di quegli argomenti intorno al quale, in consulenza, le famiglie mi chiedono di essere portati a riflettere.

Il volume è scritto da una educatrice montessoriana e si apre con un’introduzione di Micaela Mecocci, anch’essa professionista formatasi all’interno dell’approccio montessoriano.

Il libro è molto semplice, non fornisce soluzioni ma solo suggerimenti attorno a quegli aspetti che, se non presi adeguatamente in considerazione, possono rischiare di mandare “in frantumi” la serenità familiare.

Per affrontare il tema delle regole l’autrice parte dalla necessità, per i genitori, di vedere e ri-vedere le stesse distinguendole in gruppi diversi: quelle non negoziabili, quelle negoziabili e poi i valori che, per il nucleo, possono essere alla base delle loro modalità educative e di vita (i valori possono cambiare da famiglia a famiglia).

In sostanza, la prima “regola per dare regole” consiste proprio nella capacità dei genitori di fare chiarezza ed ascoltarsi. L’ascolto poi diventa il filo conduttore di ogni scambio comunicativo con i bambin*.  L’autrice smonta il concetto di capriccio e anche quello di premi&punizioni: secondo la logica montessoriana, infatti, un bambin* non deve agire per ottenere il consenso altrui ma deve essere messo nella condizione di esprimersi (e, spesso, i capricci non sono altro che un’espressione di un bisogno che non si sa comunicare – o si comunica più facilmente – in altro modo)e scegliere per il proprio benessere.

Attraverso l’ascolto e la condivisione dei punti di vista è possibile costruire un approccio autorevole ma non autoritario che metta il bambin* nella condizione di imparare ad esprimersi, a fare richieste, senza sentirsi necessariamente castrato o svalutato. L’obiettivo delle regole infatti non è quello di produrre futuri uomini e donne capaci di “stare nei ranghi” ma, proprio al contrario, esseri pensanti e ben in ascolto di se stessi.

Condivido l’approccio del volume (pur non essendo io di formazione montessoriana) e credo abbia dalla sua una serie di vantaggi: è molto breve, si legge facilmente, è semplice e fornisce ai genitori – unico vero target – una serie di stimoli atti a farli riflettere su di sé e sulle loro modalità di educazione e gestione dei bambin*.

Si tratta di un libro che riutilizzerò sicuramente all’interno deli miei corsi sulla genitorialità o durante le consulenze perché offre spunti interessanti attorno ai quali avviare un riflessione condivisa.

Il tema delle regole e della genitorialità consapevole risulta essere uno di quelli maggiormente “caldi”: molti sono i genitori che richiedono consulenze in questo senso. Credo, oggi, ci sia una nuova sensibilità attorno all’argomento. Si sta finalmente mettendo da parte quell’idea (stereotipo) secondo la quale essere genitori è la cosa più naturale del mondo. La genitorialità oggi è riflessiva, ha bisogno di spazi e confronto e ttto ciò è indispensabile per non produrre enormi danni ai bambin* in crescita.

Se anche tu credi di aver bisogno di un confronto in questo senso resto, come sempre, a tua disposizione!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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L’arte di amare

La gente capace di amare, nel sistema attuale, è l’eccezione; l’amore è per necessità un fenomeno marginale nella società occidentale moderna.

Il saggio di Erich Fromm ruota attorno all’amore e alle definizioni in cui è stato declinato nella società contemporanea. Secondo lo psicologo si è progressivamente arrivati a confondere l’amore con l’essere amati. Si è, inoltre, arrivati a semplificare il concetto fino a renderlo semplicemente un sentimento a cui è sufficiente abbandonarsi per incontrarlo.

Al contrario, Fromm intende – in questo volumetto di cui consiglio la lettura – problematicizzare il tema dell’amore.

Nessun crede che ci sia qualcosa da imparare sull’amore.

L’amore è affrontato in modo confuso: si crede sia sufficiente trovare un oggetto da amare. L’oggetto si è imposto sulla funzione. Si immagina l’amore, infatti, come una piacevole sensazione contro la quale gli uomini sperano di potersi  imbattere così, grazie ad un colpo di fortuna. Scopo del saggio sarà quello di portare attenzione sull’amore inteso come ‘arte’ – quindi come capacità che si conquista affrontando teoria e pratica, mettendo in campo discrete dosi di sforzo e saggezza. 

Secondo lo studioso – psicologo e sociologo – l’uomo avverte profondamente il desiderio di unione. L’unione col gruppo è il modo più semplice per superare questo isolamento. Le democrazie occidentali – che hanno stabilito “un’uguaglianza di uomini che hanno perso il loro individualismo” (p.27) porta a preferire un tipo di unione che si esplicita nella routine e nel conformismo, di per se insufficienti a risolvere o placare l’ansia avvertita dall’uomo. Questa semplificazione porta l’essere umano a pensare all’amore come ad un elemento passivo. Amo nella misura in cui sono amato.

Fromm non accetta queste definizioni ed è pronto a scardinarle per sostituirle.

Amore è premura

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amo.

Amore è responsabilità

Responsabilità è un atto volontario, è la mia risposta ad un bisogno – espresso o inespresso – di un altro essere umano

Amore è rispetto

Esso denota, nel vero significato della parola (respicere = guardare) la capacità di vedere una persona come è

L’amore è guidato dalla conoscenza

Proprio per questa ragione Fromm arriva a distinguere una teoria è una pratica dell’arte di amare. La teoria è essenziale per capire come si sono organizzate le società contemporanee, cosa richiedono agli esseri umani e come hanno contribuito alla trasformazione del concetto di amore. Serve altrsì per conoscere i vari tipi di amore (quello materno, quello erotico, quello per se stessi, quello rivolto a Dio…).

La pratica significa imparare qualcosa sull’arte di amare, sugli elementi che servono per acquisirla. L’autore individua in particolare alcuni elementi indispensabili per avvicinarsi alla pratica:

  1. La disciplina ( che contrasta quel sentimento di pigrizia che le persone attivano come reazione alla routine quotidiana),
  2. La concentrazione (condizione particolarmente complessa da acquisire: la nostra società agisce allo scopo di distrarci e anche le nostre conversazioni con l’altro servono solo a questo scopo. Non ci permetto no di incontrare l’altro, sono farcite di clichés, non sono finalizzate all’ascolto),
  3. La pazienza

La capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare

(…) non si può imparare a concentrarsi senza diventare sensibili a noi stessi.

Ma quali sono le qualità indispensabili nell’arte di amare??

  1. Superare il proprio narcisismo
  2. L’umiltà
  3. La fede: non quella irrazionale ( la credenza in un essere superiore) ma quella razionale, la convinzione radicata nella propria esperienza di pensiero e sentimento. La base di questo tipo di fede è la produttività
  4. La fede rischia a necessariamente il coraggio

Amerei significa affidarsi completamente incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata

Consiglio a tutti/e la lettura di questo volume proprio perché non si può considerare esclusivamente un saggio di psicologia. Fromm coniuga il suo sguardo sul l’essere umano con quello del sociologo e compie una riflessione in grado di unire individuale e sociale.

Certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari se l’amore deve diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale.

(…) analizzare la natura dell’amore significa scoprire la sua attuale assenza totale e criticare le condizioni sociali che sono la causa di tale assenza.

Alessia Dulbecco 

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    Toglimi le mani di dosso

      

    Olga scrive sotto pseudonimo. Racconta di sé, della sua vita professionale – ma anche di quella privata, poichè l’essere umano non vive per compartimenti stagni e quindi l’una si riflette sull’altra – e delle difficoltà che incontra sul luogo di lavoro. Queste ‘difficoltà’: hanno un nome ben specifico: si tratta di molestie. Quelle sottili, che passano per richieste travestite da inviti, per baci sulla guancia non voluti, per battuttine sulla sfera sessuale assolutamente inappropriate. In tutto il volume non ci sono riferimenti ai luoghi in cui si svolge la vicenda: tutto viene contestualizzato in maniera indefinita. Si parla così di colloqui che avvengono in grandi città, di un primo trasferimento in una località nella pianura padana, di un soggiorno di prova in una cittadina balneare di provincia.

    Olga è una giornalista trentenne: anni di gavetta alle spalle, master e corsi di formazione hanno lastricato il suo cammino di precaria che le ha permesso – dopo anni di lavori nel giornalismo (pagati quanto un tirocinio) di approdare nel mondo di una piccola emittente televisiva. Sempre precaria, ma almeno con uno stipendio mensile da milleduecento-euro-al-mese. Un miraggio, per la nostra generazione. Quando l’emittente comincia a navigare in cattive acque le viene data notizia del suo licenziamento. La precarietà modifica il cervello delle persone e Olga non si scoraggia, conosce bene la sensazione di non avere nulla di certo nella vita e di non poter spingere la sua fantasia a progettare la propria esistenza al di là della fatidica soglia dei sei mesi. Sa anche, purtroppo, che non è possibile muoversi alla ricerca di un lavoro senza le conoscenze, gli agganci. Un amico le fa avere un colloquio con un potente direttore che sta per aprire un nuovo giornale, con sedi sparse in tutta Italia. Le viene proposto un periodo di prova di due settimane: Olga è felice, sembra che il direttore riconosca il suo valore e la incoraggi ad essere decisa per potersi far strada. Presto capirà la verità: le settimane di prova diventeranno mesi e quella che inizia sembra essere una trattativa dove la posta in gioco è proprio Olga: è il gioco perverso del “io ti do… se tu mi dai”. Olga lo capisce subito e ne ha conferma confrontandosi con altre colleghe, ben consapevoli del fatto che la possibilità di avere un contratto, di fare carriera o di non essere cacciate dal mondo lavorativo (per le colleghe di già un certa età) passa inevitabilmente per il letto del direttore, attraverso il soddisfacimento delle sue richieste.

    È un bene che nel volume non ci siano riferimenti specifici: la storia di Olga diventa così un manifesto collettivo. Contro la precarietà delle esistenze che si traduce in una mortificazione dei rapporti sociali (“non c’è solidarietà tra precari”) e personali che diventa quasi una battaglia tra i sessi (Ettore, il suo compagno, ha una carriera avviata, lavora per una radio nazionale, e non deve scontrarsi con la rabbia, la vergogna e la totale assenza di riconoscimento professionale). 

    La storia di Olga è la storia di tutte noi, giovani precarie, che sul posto di lavoro non hanno la stessa dignità che spetta alla controparte maschile.

     La storia di Olga è la storia di tutte le donne, costrette ad essere ‘sempre sul pezzo’ a dimostrare quanto valgono, obbligate a toccare con mano la propria vulnerabilità. Essere donna, in ambito lavorativo, è un problema: perché si guadagna meno, perché è richiesto il doppio dello sforzo per dimostrare le proprie capacità, perché si è sempre alla mercé di qualcuno che si sente in diritto di abusare di quel corpo che non possiede lo stesso valore di quello maschile: siamo (ancora) oggetti più che soggetti.

    Il libro di Olga è un punto nello stomaco, 130 pagine difficili da leggere… Perché ogni molestia subita, ogni angheria da parte del caporedattore, del collega-nemico, del sindacato che cerca invano di coinvolgere per richiedere protezione e sostegno, le subiamo anche noi. La sua denuncia è l’unico modo per aprire gli occhi su una realtà  –  ben chiara ai colleghi e alle colleghe, ma anche dello stesso Ettore o alla  mamma che confessa di aver subito un trattamento simile molti anni prima, quando lavorava in un grande studio come segretaria – che è purtroppo conosciuta da tutt*, ma taciuta. Il volume e il progetto on line che si è sviluppato in contemporanea – Il porco al lavoro – danno la possibilità, alle donne ma non solo, di compiere una piccola rivoluzione: smetterla di accettare le molestie come parte integrante della vita lavorativa e cominciare, invece, a denunciare apertamente. 

    Per fare in modo che l’atteggiamento nei confronti delle donne cambi bisogna prima essere in grado di riconoscere ciò che ci accade, uscire dalla logica del “forse siamo noi che dobbiamo adattarci al mondo e smetterla di volerlo cambiare” (come dice una collega alla giovane giornalista) e cominciare – davvero – a reagire. Olga ha compiuto una prova di coraggio, ci ha tracciato la strada. Il resto, ora, tocca a noi.

    I Giochi nell’Analisi Transazionale

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    Secondo Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, la dimensione sociale si compone di transazioni:

    Se due o più persone s’incontrano in un aggregato sociale, prima o poi qualcuno si deciderà a parlare o a dar segno in qualche modo di essersi accorto della presenza altrui. Questo è lo stimolo transazionale. L’altro, o gli altri, diranno o faranno qualcosa che sarà in qualche modo in rapporto con lo stimolo: e questa è la reazione transazionale (A che gioco giochiamo, Bompiani editore).

    Le transazioni, definite come unità minime dello scambio sociale, determinano i contatti tra le persone e – analizzandole – è possibile intuire molti aspetti della nostra persona. Esse possono essere complementari, incrociate o ulteriori.

    Anzitutto in che posizione esistenziale ci collochiamo. Come ci percepiamo? come percepiamo gli altri? Poi le nostre convinzioni copionali. Berne stesso definisce il copione

    un piano di vita che continua a strutturarsi, dopo essere stato strutturato nella prima infanzia sotto l’influenza dei genitori (…).

    Rappresenta, in sostanza, ciò che noi crediamo di noi stessi (“sono degno di essere amato”, “non posso crescere se non voglio perdere l’amore dei genitori”, “sono condannato a non ottenere mai ciò che voglio”…). A meno che non si vada a lavorare per cambiare queste convinzioni copionali, Berne ci insegna che ogni persona metterà in atto, nel corso della propria vita, strategie per confermare queste convinzioni di fondo.

    Questo breve cappello introduttivo – a proposito di Berne e della sua AT – è indispensabile per permettere a tutt* di entrare in contatto con il volume di Sabrina D’Amanti, psicoterapeuta specializzata in Analisi transazionale – intitolato I Giochi dell’Analisi Transazionale.

    Per rispondere alla nostra esigenza (“fame”, avrebbe detto Berne) di strutturare il tempo, ogni essere umano può impiegare diversi “modelli” di comportamento che variano dall’isolamento (in cui il contatto con l’altro è pressoché inesistente) all’intimità (il modo più autentico di contattare l’altro).

    I giochi possono essere definiti  come

    una serie ricorrente di transazioni, spesso ripetitive, apparentemente razionali e con una motivazione nascosta…una serie di operazioni con un trucco.

    Il volume ha il pregio di definire – nella prima parte –  l’impianto teorico necessario per comprendere questi concetti e – nella seconda – effettua un’analisi dettagliata dei singoli giochi distinguendoli a seconda del ruolo che assume chi li gioca (Persecutore, Vittima, Salvatore). Ogni gioco comporta la complementarietà di due ruoli (un persecutore si “scaglierà” contro la sua Vittima) che cambiano proprio durante il gioco (il persecutore può diventare vittima, la vittima persecutore). La psicologa illustra in modo schematico i motivi sociali e psicologici che si celano dietro ai giochi e anche la loro antitesi, ovvero il modo per non farsi agganciare dal gioco di qualcuno.

    Lo scopo del volume è aiutare le persone ad individuare i giochi, riconoscerli per cominciare ad agire su se stess* prendendone le distanze. La premessa infatti è che se ci sono gli elementi per individuarli è possibile anche, gradatamente, smettere di usarli (non a caso il volume è corredato da un bel post scriptum  nel quale, per punti, sono indicati alcuni validi “atteggiamenti di personalità” da adottare) riconquistando una visione autenticamente berniana: io sono ok, tu sei ok.

    Cuntala: equal opportunities game

    Qualche giorno fa i riflettori di giornali e telegiornali ero puntati su Trieste e, in particolare, su il gioco del rispetto, un’iniziativa per combattere gli stereotipi di genere nelle scuole dell’infanzia. Molti giornali hanno pensato bene di utilizzare queta vocenda per veicolare informzioni sbagliate, false e tendenziose (la famosa ideologia gender, l’idea che nelle scuole si faccia di tutto per “invertire” l’ordine stabilito in base all’appartenenza sessuale.

    Quello che i giornali si sono ben guardati dal raccontare (per una sottile volontà di mistificazione o per ignoranza?) è che  – per fortuna! – la scuola italiana è ricca di iniziative di questo tipo, da diverso tempo.

    Esistono, inoltre, moltissim* professionist* che si preoccupano di creare libri e materiali per avvicinare i ragazzi ai temi del rispetto e delle differenze di genere

    Mi è già capitato di recensire, sul blog, alcuni di questi giochi (trovate qualche info qui). Oggi vorrei parlarvi di un altro strumento ludico-didattico che ha un nome bellissimo: le cuntaline.

    Le cuntaline è un gioco di carte, nello specifico è definito come equal opportunities game. E’ stato creato da Barbara Imbergamo per portare avanti un progetto, più ampio, sulle pari opportunità.

    Cuntala significa “raccontala”. E’ perciò il nome più adatto per definire un gioco il cui scopo è, appunto, quello di raccontare storie. Si compone di diverse carte, appartenenti a quattro categorie (personaggi, verbi, oggetti e caratteristiche). E’ un  gioco strano, cuntala, perché non ha regole. Come si può leggere nel “manuale di istruzioni” :

    In questo gioco tutto è possibile e ogni regola può essere inventata. Potete decidere voi quante carte dare, come fare i turni, quanto fare durare una storia.

    Se non ha regole, allora, come si gioca? intanto si può partire dal distribuire qualche carta ai* giocator*. Ognun* contribuisce a creare un “pezzo” della storia attraverso la carta che intende giocare. C’è il papà che cucina e la sindaca,la muratrice e l’ostetrico. Le carte sono piacevolissime: hanno colori vivaci, rappresentano immagini non stereotipate e ogni definizione è riportata in tante lingue (spagnolo francese tedesco inglese e italiano).

    Fin qui, potreste obiettare, tutto bene: il gioco si presenta bene e ha delle importanti finalità. Ma nella pratica?

    Beh, per recensire un gioco bisogna anzitutto provarlo. Io ci ho giocato e mi sono divertita un monte! Pescare carte, aggiungere pezzi ad una storia che comincia già in modo non convenzionale  è un ottimo esercizio per uscire da schematismi e pregiudizi. Perché è molto più facile raccontare la storia della bella Biancaneve, che cura  i sette nani nella casetta nel bosco, fino a quando la strega cattiva – invidiosa della sua bellezza – non decide di avvelenarla… piuttosto che cominciare il racconto con c’era una volta un giovane papà, in cucina, con un bellissimo grembiule verde…

     Le possibilità creative sono infinite e come ricorda l’autrice

    Inventare storie a partire da questi personaggi permette di immaginare mondi e comprendere i molteplici aspetti della realtà.

    Per avere altre informazioni sul gioco, o per acquistarlo, potete dare un’occhiata al sito!)

    Ancora dalla parte delle bambine

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    Negli anni Settanta Elena Gianini Belotti scrive un breve saggio nel quale analizza i condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La premessa è semplice quanto innovativa: la maggior parte delle persone ritiene che le differenze tra maschio e femmina siano innate mentre, secondo il ragionamento della studiosa, invece, sono frutto di condizionamenti culturali – spesso trasmessi in modo inconsapevole – dai genitori e dalle altre figure preposte alla formazione e alla socializzazione dei più piccoli. La società utilizza questi condizionamenti allo scopo di  tutelare quei valori che intende trasmettere da una generazione all’alta e – tra questi – vi è il mito della “naturale” superiorità maschile a scapito di una inferiorità femminile. Mentre i maschi sono educati fin da subito ad avere un comportamento irruente e sono giustificati per la loro aggressività, le bambine sono educate alla passività e al sacrificio. Tutto ciò si rifletterà sugli spazi che bambine e bambine andranno ad occupare: se le prime potranno muoversi esclusivamente all’interno delle mura domestiche (saranno cioè angeli del focolare, casalinghe, brave mamme e si faranno carico della cura di tutti i componenti della famiglia), i bambini sono educati fin da subito a conquistare gli spazi esterni (sono incoraggiati a giocare all’aria aperta, a fare sport, a fare carriera una volta adulti etcc..).

    Queste sono le premesse da cui si origina il bel saggio di Lipperini. A distanza di trent’anni dal precedente volume, cosa è cambiato? L’indagine della scrittrice è profonda e ampia e prende in esame quei contesti in cui le bambine compiono il loro apprendistato formativo: la famiglia, la scuola, i libri e i fumetti aggiungendone uno che, oltre ad avere una vita autonoma, spesso influisce sui precedenti: i media.

    I media, cioè i programmi tv, le pubblicità, il mondo di internet (che si esplicita nei videogiochi che si possono trovare sulla rete, nei blog, nei siti internet spesso fruiti da bambin* a partire dai 5 anni di età) non sono il male assoluto, come molti genitori e molti intellettuali continuano ad affermare. Secondo Lipperini il problema è legato alla confusione che si crea confondendo il mezzo e il contenuto. L’autrice riconosce molti meriti agli strumenti sopra descritti. Il problema è, però, che continuano a contenere pregiudizi e stereotipi decisamente simili a quelli individuati da Belotti nel processo di socializzazione che caratterizzava le bambine negli anni ’70. L’estrema versatilità degli strumenti, poi, si traduce in una confusione dei modelli proposti: le bambine possono guardare i programmi per l’infanzia, ma anche i reality destinati ad un pubblico adulto come il grande fratello, uomini e donne e la pupa e il secchione. La sessualità è sbandierata, le donne protagoniste sono superficiali ed esclusivamente attente all’apparenza. Il modello femminile, in sostanza,non è cambiato.  Neppure nei cartoni animati o nel mondo dei giocattoli – dove accanto alla sempreverde Barbie spuntano nuove protagoniste, come le Bratz, bambole simili alla bionda star di Mattel ma più aggressive nel look e nelle storie che le vedono protagoniste- qualcosa è cambiato. Alle bambine è sempre richiesto di guardare all’apparenza  et tutto ciò che ruota nel loro mondo ha a che fare con vestiti alla moda, trucchi e acconciature. Curare il proprio aspetto per un unico motivo: far colpo sui ragazzi e – possibilmente – trovare il Principe Azzurro che le sposerà e dal quale potranno avere tanti figlioletti.  Come un perfetto Giano bifronte i giocattoli mostrano l’altro “ideale” a cui le bambine sono socializzate: attraverso aspirapolveri, cucine, carrelli delle pulizie e stoviglie così simili a quelle delle proprie mamme le giovani sono educate ad essere donne remissive e accudenti, a farsi carico delle faccende domestiche e a curare i piccoli.

    Il modello schizofrenico è quello a cui le donne sono da sempre educate. Ciò si nota bene anche quando si parla di maternità: si trasmette il valore secondo il quale l’istinto materno sia una dote innata per una donna, ma non appena partorisce la si sommerge di messaggi negativi che rimandano alla sua totale incapacità di prendersi cura in modo adeguato del/lla piccol* (ed ecco quindi moltiplicarsi guide, libri, opuscoli, canali tematici e programmi tv…).

    A scuola, i genitori, mentre invocano protezione da parte delle insegnanti nei confronti dei propri figli e del programma didattico da rispettare (soprattutto quando a creare scompiglio è un bambin* con un disturbo legato all’apprendimento) ricordano al proprio figli* di farsi valere se qualcuno osa attaccarli direttamente.

    Nonostante l’importanza della riflessione sulla maternità, sulla scuole e sui compiti educativi, sotto la lente di ingrandimento dell’autrice vi sono in larga misura i media: «chi si trova a riempire di contenuti un sistema di media che avrebbe possibilità notevolissime agisce seguendo vecchi schemi» (p.233) inoltre «non è la sola televisione ad aver innescato la riproduzione di archetipi che si credevano scomparsi: sono quegli stessi modelli ad aver preso forza in luoghi diversi e a essere riversati – anche – in televisione» (ibid.)

    Ancora oggi si rivela necessaria un’opera di decostruzione degli stereotipi di genere e, soprattutto,risulta indispensabile veicolare nuovi modelli educativi basati su un approccio meno rigido e schematico. Trasmettere alle future donne valori formativi differenti rispetto alla bellezza, all’apparenza, e alla femminilità che si esplicita nell’essere o “femme fatale” o “buona madre di famiglia” Solo così potranno essere ampliate le possibilità partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del paese.

    A tavola con Platone – Esercitazioni e giochi d’aula sulle differenze culturali,sessuali e di genere

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    È un libro, ma anche una vera e propria raccolta di materiale su cui impostare un progetto formativo attorno a tre grandi nuclei concettuali: la violenza di genere, il linguaggio sessista e la cultura della diversità.

    Secondo le autrici «è importante progettare interventi formativi che consentano di sviluppare quelle competenze sociali che sono indispensabili perché una persona sia in grado di esercitare il proprio diritto di cittadinanza e di riconoscere analogo diritto a tutte le altre persone» (p.13).

    Gli interventi formativi progettati ruotano attorno alle esercitazioni e ai giochi d’aula. Negli adulti l’uso dei giochi apre nuovi canali percettivi e favorisce il problem solving, sono più coinvolgenti e danno alle persone la sensazione di aver contribuito attivamente alla realizzazione dell’attività, diventandone co-protagonist*.

    Nell’apprendimento a scuola questa metodologia risulta ancor più adatta, soprattutto se si considera che gli interventi formativi hanno spesso una breve durata. Strutturati attraverso giochi ed esercitazioni, gli interventi si rendono più efficaci. L’impostazione risulta inoltre meno direttiva e contribuisce a differenziare l’intervento dei formator* da quello delle/degli insegnant*.

    la prima sezione raccoglie i giochi che hanno la funzione di “rompere il ghiaccio”: sviluppano l’empatia, fanno riuflettere quanto le nostre azioni siano dipendenti dalle nostre abitudini e  dimostrano quanto sia semplice confondere fatti ed opinioni.

    La seconda e la terza parte sono dedicate ad esplorare il terreno fatto  di stereotipi, pregiudizi e di discriminazioni legate al genere. i giochi fanno riflettere sulle implicazioni linguistiche (ad esempio nel contrasto delle professioni: molte di esse, declinate al femminile, rimandano ad un immaginario concettuale svilente per la donna), sui contenuti semantici delle parole.

    La quarta sezione è dedicata alla violenza di genere: i giochi sono funzionali a promuovere la consapevolezza che la violenza di genere nasce e si esprime nella stragrande maggioranza dei casi all’interno di una relazione affettiva e si cerca di riflettere sui fattori socio-culturali che possono favorirla.

    Gli stereotipi di genere vengono indagati anche nel capitolo successivo, ma questa volta nell’ambito dell’omosessualità: si analizzano i possibili pregiudizi che si possono nutrire nei confronti delle persone omosessuali o delle loro relazioni oltre che i vari stereotipi legati all’omosessualità.

    il sesto capitolo è dedicato alle culture: si vuole smascherare la visione etnocentrica che spesso ci spinge ad agire e pensare e sui pregiudizi che spesso nutriamo nei confronti dell'”Altro”.

    L’ultimo capitolo è quello dedicato a stimolare la capacità di entrare in empatia con l’altro e a favorire l’utilizzo del dialogo per il confronto e il superamento delle differenze.

    I materiali sono fruibilissimi e tengono conto dei tempi che i formator* possono avere (molte attività si possono realizzare stando sotto la soglia dei 15 minuti, alcune possono arrivare ad impiegare anche un’ora di tempo). Rispetto al target, invece, ritengo che la maggior parte dei giochi sia pensata per un uso all’interno dell’ambiente scolastico (fascia di età: studenti delle scuole medie e superiori); pochi sono i giochi che ho trovato adatti anche ad un pubblico adulto.

    In definitiva risulta essere un ottimo manuale, adatto a formator* ed educator*, dal quale attingere per impostare il proprio progetto formativo e per condurre, in definitiva, i partecipanti a riflettere sull’importanza del rispetto in qualsiasi relazione umana.

    La felicità. Un viaggio filosofico (e un augurio per il nuovo anno!)

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    Il primo post dell’anno merita grande attenzione.

    Recentemente sono accaduti molti fatti di cronaca attorno ai quali avrei potuto scrivere proprio per inaugurare il nuovo anno, ma preferisco rimandare.

    Oggi voglio scrivere un post che sia anche un augurio (si sa, quando un nuovo anno inizia è sempre il momento di pensare ai buoni propositi). Il mio augurio prende spunto da un volume che mi è stato regalato a Natale dalla mia cara amica e collega Anna.

    Si tratta di La felicità. Un viaggio filosofico dello scrittore francese Frédéric Lenoir. Il volume viene definito dall’autore stesso

    un viaggio filosofico, inteso in senso ampio (…). Questo percorso non ha nulla di lineare (…). E’ un cammino, piuttosto,punteggiato di interrogativi e di esempi concreti. Soprattutto, è un viaggio (…).

    C’è bisogno di interrogarsi a proposito della felicità, secondo lo scrittore, soprattutto in un periodo – come quello attuale – in cui altre questioni, come ad esempio il tema dell’angoscia, hanno posto in secondo piano il dibattito attorno alla felicità. Parlare di felicità è difficile, secondo Lenoir:« è più facile rispondere alla domanda “cosa mi rende felice?” piuttosto che alla delicata questione che cos’è la felicità?»  (p.23). l’analisi condotta dallo studioso ci porta a sostare nel giardino di Epicuro, in cui piacere e felicità convergono, passando per le riflessioni di Seneca: essere felici significa imparare a scegliere.Il ragionamento di Lenoir lambisce Kant, Aristotele,Socrate, Goethe e Montaigne ma non trascura le riflessioni contemporanee sul rapporto emozioni/pensiero: possiamo essere felici se vogliamo esserlo, i nostri pensieri ci condizionano.

    I nostri pensieri e le nostre credenze, come i nostri stati d’animo,determinano il nostro rapporto col mondo (p.139)

    E’ su Spinoza che il filosofo francese concentra maggiormente la sua riflessione. Secondo Spinoza corpo e anima sono indissociabili: « ognuno deve imparare a conoscersi per capire ciò che lo rende felice o infelice» (p.283). Il pensiero di Spinoza è innovativo: «sostituisce le categorie religiose e metafisiche del Bene e del Male con quelle del buono e del cattivo» (p. 284) dove l’uno consiste in «un modo di esistenza ragionevole e fermo che cerca di organizzare la nostra vita in funzione di ciò che ci fa crescere» e l’altro «in un modo di esistenza disordinato , insensato, che ci fa unire a cose o persone che contraddicono la nostra natura» (p.285). La riflessione di Spinoza è quella che Lenoir condivide maggiormente. Essa ci porta a «prendere in conto il nostro potenziale di vita» (p.294).

    La felicità è, per l’autore,  il frutto di un’attenzione quotidiana.

    Il mio augurio è che tutti voi possiate cercare la vostra felicità. La ricerca porta a piccole conquiste e grandi battaglie, a costruire ponti nuovi, ad infrangere vecchi legami, a percorrere nuove strade rivolgendo lo sguardo al futuro ma senza mai dimenticare da dove si proviene. La ricerca è una sfida: io ho deciso di accettarla. E voi?

    “Ci chiamano diversi”

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    L’anno che si sta per concludere ha visto la realizzazione di molti documentari sulle tematiche LGBTI.

    Dopo il bel documentario di Ingrid e Lorenza, “Lei disse sì” (di cui avevo scritto qualche tempo fa..) oggi mi sono imbattuta in “Ci chiamano diversi“. Si tratta di un documentario realizzato da Vincenzo Monaco con la partecipazione di numerose associazioni sparse sul nostro territorio nazionale. E’  un viaggio coinvolgente, quello proposto da Vincenzo, che affronta le tematiche lgbti a viso aperto. Si parla di omosessualità, si dà una definizione ai termini utilizzati. Gli intervistati – esponenti di varie associazioni, da Torino a Roma, passando per Brescia e la Sicilia – intendono chiarire anche i tanti luoghi comuni sui gay: dal cliché secondo cui gli omosessuali fanno sesso con chiunque alla ben più fastidiosa correlazione (priva di fondamenti) che alcuni individuano tra omosessualità e pedofilia.

    E’ un documentario diretto e preciso nel quale si indagano anche le responsabilità della chiesa rispetto ai diritti negati. Interessante a questo proposito è la riflessione di Don Franco Barbero, parroco scomunicato di Pinerolo, rispetto alla necessità di aprire le porte della chiesa a tutti. Per il parroco piemontese l’omosessualità è un dono, esattamente come l’eterosessualità.

    Ancora, nel filmato si parla delle aperture autentiche e di quelle di facciata: per molti l’omofobia giace dietro il politically correct, ovvero dietro quelle frasi che cominciano con un “non ho niente contro i gay” e proseguono con un “MA” grande come una casa. Si è arrivati all’idea di essere tolleranti con le persone, omo o etero che siano, ma la battaglia sui diritti è ancora aperta. Ed è questo oggi il vero terreno di scontro: unioni civili, possibilità di adottare, possibilità per un* bimb* di avere due mamme o due papà.

    Per questo credo che la storia di Simona e Gloria sia il perfetto filo conduttore del documentario: se le interviste ai vari esponenti delle associazioni servono per dare sostanza al dibattito, per parlare di diritti, di linguaggio, di definizioni, la vicenda personale, raccontata in prima persona dalle due ragazze in modo così spontaneo ed autentico è il canale privilegiato per veicolare i contenuti che altrimenti sarebbero solo di tipo teorico: l’amore è sempre amore, indipendentemente dalle forme che assume e la nascita di Zoe, loro figlia, ne è la dimostrazione più precisa.