Il Friuli, il marketing…e la “campagna” di Russia

Facciamo un gioco.

Immaginate di essere un imprenditore: dovete sponsorizzare i vostri prodotti per dare una spinta alle vendite, magari per stringere contatti con altre parti del mondo e favorire l’export. Quale immagine utilizzereste? Su quali aspetti puntereste maggiormente?

Ecco, io credo che queste domande se le siano fatte Marco Felluga e Volpe Pasini, due imprenditori di note aziende friulane, o almeno i loro responsabili del Marketing.

Cosa hanno pensato di realizzare? Un filmato per promuovere le loro vigne, la loro uva, il loro vino in Russia. Fin qui tutto bene.

Peccato però che questo sia il risultato

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O meglio, il risultato è racchiuso in un video diretto da Iris Brosch: una serie di immagini – corredate da musica classica malinconica – che rappresentano il backstage dello shooting .

Se vi va potete vederlo qui.

Prima di spiegare (casomai ce ne fosse bisogno) perché sono contraria a questo tipo pubblicità vorrei fare una premessa: credo che le immagini siano bellissime, la luce, le ambientazioni, perfino la colonna sonora. Tutto è perfetto e se fossi in un contesto non commerciale non avrei nulla da ridire (questo per dire: 1)no, non ce l’ho con le modelle perché sono bellissime, 2)no, non ce l’ho con la pubblicità in sé e per sé). Mi capita spesso di andare in giro per mostre fotografiche e ci sono moltissimi lavori che rappresentano nudi femminili che trovo assolutamente pertinenti nella loro dimensione estetica.

Qui, invece, siamo nel commerciale. Per vendere si allude alle curve delle modelle, alla loro bellezza, alle loro effusioni. Un po’ come quando si deve vendere un nuovo modello di moto e vi si pone a cavalcioni una conturbante modella in posa sexy. Il messaggio comunicativo implicito è chiaro: “se compri questa moto potrai avere donne così”.  Il meccanismo funziona anche al femminile: “se acquisti questo capo di abbigliamento sarai anche tu una donna sexy” (da notare: i modelli a cui il messaggio pubblicitario aspira sono costruiti su standard maschili: la bellezza, la sensualità, la “donna in carriera” che per poter farsi strada deve adeguarsi al modus operandi maschile). Il video è tutto un ammiccare: replica cliché e stereotipi sessisti, pensati per soddisfare determinati pruriti maschili.

Qual è il messaggio comunicativo di questo spot? Se non avessi letto l’articolo, non avrei mai immaginato potesse riferirsi al Friuli e ai suoi vitigni.

L’autore dell’articolo si chiede:

E soprattutto che vantaggio in termini di visibilità sul mercato estero per il vino friulano determinerà la circolazione del filmato?

A mio parere il vantaggio sta proprio nella polemica suscitata: fare in modo che se ne parli facilita la permanenza del messaggio pubblicitario nelle orecchie dei possibili fruitori/acquirenti. “Perciò, mi direte, perché perdi tempo a fare il loro gioco?” Perché credo che l’educazione passi da qui: se non si educano le persone a vedere il contenuto autentico, a demolire il messaggio individuandone i sottotesti, ci si potrà anche sottrarre dal loro gioco ma non si produrrà mai alcun tipo di cambiamento culturale.

Io, forse un po’ ingenuamente, aspetto e lavoro affinché i tempi possano maturare. Mi piacerebbe arrivare al punto in cui tutti siano in grado di decodificare un messaggio e prenderne le distanze se non rispetta determinati standard etici…ed umani.

…come scrive Lorella Zanardo:

(…) non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze (…). Alcuni tra noi adulti vi daranno una man, il tempo necessario per costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli  di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli. POi sarà ora. Non attendete oltre. Tocca a voi.

Senza chiedere il permesso.

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Primavera: tra vernici contro la ruggine e nuovi modelli del maschile

Oh bene.

Sono proprio felice, oggi.

lo sono per diverse ragioni: ho passato un bellissimo weekend di studio e formazione, che mi ha rigenerato e mi ha permesso di lavorare su temi di counselling che mi stanno molto a cuore, oggi posso permettermi di lavorare, aggiornare il sito e scrivere da qui

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ed effettivamente è un bel lusso. Il mio angolo verde, in centro a Firenze.

Ma c’è un altro motivo che mi rende particolarmente felice! E’ l’arrivo, un po’ in anticipo, di una primavera che profuma quasi di estate, considerando le temperature e le giornate terse.

Vi starete dicendo: beh, ci vuole poco a capire che siamo arrivati nella bella stagione, basta uscire, mettere il naso fuori dalla finestra ed assaporare l’aria calda e queste lunghe bellissime giornate.

Già, vero. Ma io non mi sono accorta così dell’arrivo dell’estate. Mi è bastato, anziché aprire la finestra, accendere il televisore!

Eh, si: da un paio di giorni ho potuto bearmi della messa in onda dell’ormai celebre spot della Saratoga. Quello il cui slogan recita: “brava Giovanna, brava”.

Eh, quanto mi era mancata Giovanna.

La giovane procace in shorts che tinteggia l’inferriata e nel frattempo amoreggia col giovane collega, che le passa accanto  – con la sua canottiera e il bicipite scolpito – e lo sguardo che non lascia spazio a dubbi. La giovane soubrette che riceve elogi e complimenti perché sa dare una mano di colore ad un ferro vecchio… ma come lo fa lei non lo fa nessuno, con la messa in piega e il reggiseno a balconcino.

Un’immagine del femminile volgare, ancora una volta le donne rappresentate come bamboline stupidotte e procaci che ricevono complimenti più per come appaiono che per cosa sanno fare (che in effetti, qui, è un po’ pochino).

E pensare che questo è il restyling di uno spot ancora peggiore, quello che andava in onda quando una decina di anni fa.

Giovanna, qui, ha una mise che dovrebbe rappresentare quella di una cameriera… ma di una cameriera vista dall’occhio maschile. insomma, un incrocio tra Magenta del Rocky horror Picture Show e la classica porno attrice che veste i panni della donna di servizio.

Tinteggia l’inferriata stando appollaiata su una scala, per mostrare subito nella prima inquadratura il suo “lato b” (ovviamente nei 30 secondi dello spot c’è tempo anche per mostrare il décolleté, non temete). Lavora insieme alla proprietaria della villa, una donna ricca che (lo si intuisce dall’abbigliamento, dai gioielli etc..) che però non disdegna i lavori manuali, a quanto pare.

Ma il re dello spot è lui, il padrone di casa (e delle cose all’interno della casa..incluse le due donne), che sbuca fuori da una tenda con un’improbabile giacca da camera chiedendo informazioni su ciò che le due stanno combinando. Qui, il gioco di sguardi è notevole: meriterebbe un capitolo intero in un manuale di Analisi Transazionale! Giovanna lo guarda compiaciuta reclinando la testa, come una starlette del drive in (non a caso, lo sappiamo, i primi spot di Saratoga – quelli della donna nuda sigillata nel box doccia – risalgono proprio agli anni ’80..”coincidenza? io non credo”, come direbbero a Mistero…) mentre la signora sogghigna e lui guarda compiaciuto e voglioso entrambe le donne.

Mi chiedo per quale ragione abbiano speso soldi nel restyling…il contenuto è esattamente lo stesso: la donna oggetto. A meno che per i pubblicitari non sia un segno di emancipazione il balletto che la “nuova” Giovanna fa al termine dello spot, contornata da maschi virili e grandi lavoratori.

Mentre Saratoga butta via i soldi in pubblicità dozzinali che ricalcano stereotipi dai quali le donne – ma anche una certa parte della società – sta cercando di prenderne le distanze, c’è un altro grande marchio che fa sul serio. Mi riferisco a Dove che per la sua linea di deodoranti maschili (se leggete il mio blog con continuità sapete che non ho un buon rapporto con la differenziazione dei prodotti “per lui” e “per lei” ma per i deodoranti posso fare un’eccezione: basta entrare in una palestra e andare nell’area fitness – solitamente abitata da donne – e nell’area pesi,in cui si trovano tanti uomini…qui il clima è davvero irrespirabile!).

Dove men care punta su uno spot atipico per il “maschio medio”.

Non sono riuscita a trovare la versione italiana ma l’ho vista recentemente in tv e poco si discosta dalla versione inglese. Dove lancia l’hashtag realstrength e punta a creare un nuovo concetto di forza.

mostra uomini che si prendono cura dei bambini, in tutte le loro necessità. Uomini presenti, con le loro famiglie, le loro compagne, con i figli adolescenti. La vera forza è data dal sapersi prendere cura degli altri. In italiano lo spot recita “la loro vera forza è la delicatezza”. Trovo entrambe le versioni bellissime, in grado di aprire ad un nuovo ideale di maschile.

E così, ogni volta che “incontro” Giovanna non posso fare a meno di ridere. Per l’anacronismo, per gli stereotipi beceri, per l’inutilità del messaggio… e perché so che malgrado questo, piano piano – invece – qualcosa sta cambiando.

I motivi per votare una donna

Le donne in politica subiscono spesso attacchi pretenziosi e svalutanti per il solo fatto di essere donne. Chi le accusa utilizza termini che rimandano ad un femminile stereotipato che ormai ha assunto solo caratteristiche negative.

È di pochi giorni fa la polemica che ha colpito la ministra Boschi, caduta sotto il fuoco incrociato di Salvini e Gasparri. Il primo l’ha definita “sculettante”, il secondo “principessa sul pisello’.

Gli attacchi a Boldrini sono all’ordine del giorno. Quello forse più grave è stato quello che l’ha colpita lo scorso anno in seguito ad una domanda provocatoria posta dal leader del movimento 5 Stelle.

Ma ora siamo in clima elettorale (le regionali sono ormai alle porte), perché non concentrarci sui manifesti elettorali e sui messaggi che propongono??

Proprio ieri, infatti, girando su internet mi sono imbattuta in questo capolavoro

  
“Alle regionali provaci con una donna”. Uno slogan orribile. Non ci sono riferimenti alle capacità politiche della candidata, non ci sono riflessioni sul motivo per cui scegliere lei anziché le altre decine di aspiranti politic*. Uno slogan vincente è uno slogan accattivante. Qui si ammicca solo alla dimensione sessuale. All’elettore non è richiesto senso critico, si cerca di solleticare i tanti stereotipi che caratterizzano l’essere maschio secondo le regole sociali: essere cacciatore, fare il latin lover, “provarci” con le donne.

Ovviamente questo non è il primo, ovviamente non solo l’Italia è famosa per messaggi politici intrisi di sessismo.  Per una carrellata di manifesti, nuovi e vecchi, italiani e stranieri, potete dare uno sguardo qui.

Io, nel frattempo, aspetto che il mio paese si trasformi, piano piano, in un paese civile (si, lo so, potrei dover aspettare moooooolto tempo).

#nonèamodomio

Anna Maria Arlotta ha creato nel 2011 un gruppo su facebook intitolato La pubblicità sessista offende tutti. L’obiettivo, come si legge nelle informazioni, è di  “portare all’attenzione generale quelle pubblicità italiane che sviliscono la donna relegandola sempre ai ruoli di oggetto di sollecitazione erotica e casalinga”.

L’attenzione al tema in oggetto è nato grazie allo splendido documentario di Lorella Zanardo, “Il corpo delle donne” e ai molti saggi e volumi che sono stati scritti nel corso di questi ultimi anni (uno è, ad esempio, il bel saggio di ballista e Pinnock che ho recentemente recensito qui)

Di pubblicità di questo tipo è possibile incontrarne a centinaia: sfogliando un rivista, passeggiando per qualsiasi città italiana, accendendo il televisore. E’ proprio nei confronti di uno spot televisivo che si è focalizzata l’attenzione di Anna Maria. Lo spot è quello di Lavazza A Modo Mio.

L’attenzione, secondo il mio punto di vista, è l’anticamera di una consapevole presa di posizione. Ed è per questo che Anna Maria ha deciso di lanciare una petizione: “Lavazza, il tuo spot non è a modo mio!”, trovate qui tutte le informazioni).

Obiettivo della petizione è quello di chiedere a Lavazza di ritirare la pubblicità.

Come si può leggere nelle motivazioni:

Nello spot “A modo mio” una donna angelica china la testa in maniera pudica quando Brignano, l’uomo buono che ha meritato il Paradiso, appreso che lì tutto è di tutti, estende il concetto di possesso a lei chiedendo implicitamente a S.Pietro (Solenghi) se questo vale anche per la ragazza. La donna è raffigurata come un’angioletta decerebrata.

Ancora una volta abbiamo un tipico italiano di mezz’età che rivolge lo sguardo marpione a una donna con la metà dei suoi anni e completamente passiva. Poi c’è un anziano che, in una scena che conta otto uomini, le fa da altolocato protettore, senza il quale si presume che lei possa essere a loro disposizione, mentre, silente, aspetta di sapere se sarà consumata come un cioccolatino al bar.

Poco fa Anna Maria ha voluto scrivere un breve aggiornamento circa gli effetti di questa petizione:

 Ad oggi sono arrivati mille messaggi nell’orecchio dei responsabili della pubblicità della Lavazza. Dicono che devono rappresentare la donna con una personalità e non come un angelo muto, e che non devono neanche far supporre a un protagonista uomo che sia ottenibile come un prodotto. Speriamo che la ditta recepisca e…più firme ci sono e più saremo ascoltati, perciò diffondete ancora!

Sono perfettamente d’accordo con l’autrice: la pubblicità è sessista e svilente: una donna rappresentata come una bambolina bellissima quanto inutile, senza alcun valore intrinseco ma esclusivamente ad uso e consumo dello sguardo maschile. E’ questo genere di pubblicità che contribuisce a rafforzare nell’immaginario comune l’immagine della donna come di un (s)oggetto debole e pertanto bisognoso della protezione maschile, priva di qualità o competenze se non quelle legate al proprio aspetto fisico (costruito non come valore intrinseco ma come estrinsecazione degli interessi maschili).

Per questo vi invito a firmare la petizione: non solo perché si faccia pressione e lo spot venga ritirato, quanto piuttosto per dare un segnale forte. Come a dire: “siamo consapevoli dei messaggi comunicativi che si celano dietro questa pubblicità e non siamo dispost* ad accettarli”.E mi auguro davvero che possano sostenere questa iniziativa anche tanti uomini perché, come giustamente fa notare Anna Maria, “la pubblicità sessista offende TUTTI”.

Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista

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Nel 2010 l’UDI – Unione Donne in Italia – ha lanciato la campagna “immagini amiche”. L’obiettivo era quello di rimarcare la necessità di rivedere la concezione del femminile, così come appare  nelle immagini pubblicitarie che spesso hanno un contenuto violento, misogino, sessista e svilente.

Con il loro lavoro, Serena Ballista e Judith Pinnock  hanno trasformato questi contenuti in un autentico strumento didattico. Il libro infatti raccoglie gli esiti di tre laboratori condotti in alcuni istituti superiori di Modena. Le attività vertono sull’analisi critica delle pubblicità e, di conseguenza, dell’immagine femminile.

Come sottolineano le due autrici nell’introduzione, il percorso da loro proposto prevede quattro passaggi:

– un primo incontro di sensibilizzazione alla Campagna e le sue finalità politico-culturali

– un secondo incontro assimilabile ad una sorta di lezione didattica  sul tema dello svelamento degli stereotipi di genere all’interno delle immagini

– un terzo incontro che vede  i ragazzi impegnarsi attivamente in un lavoro di analisi e catalogazione di immagini “amiche” e “nemiche”

-un ultimo incontro di presentazione alla classe dei lavori fatti dai singoli studenti.

Il volume è ricco e presenta numerose schede di approfondimento (solo per citarne una, quella relativa alla vicenda di  Franca Viola) che in un contesto didattico si risultano essere molto utili. L’obiettivo del progetto, oltre alla riflessione critica sugli stereotipi e le immagini del femmine nel mondo pubblicitario, è anche quello di fornire agl* studenti/esse nuovi elementi per una riflessione e una consapevolezza maggiore circa le conquiste femminili, sia storicamente che culturalmente.

Il testo riporta numerose immagini pubblicitarie: accanto a molte di esse si possono leggere i commenti degl* alunn* circa la loro pertinenza all’oggetto venduto o rispetto all’ideale femminile che contribuiscono a veicolare.

Questa didattica, realizzata in modo non direttivo grazie alla partecipazione attiva dei ragazz*,  ha il pregio di essere immediata e facilmente comprensibile. Nelle attività del secondo incontro, ad esempio, si possono trovare numerosi “giochi” che permettono agl* studenti/esse di capire quanto gli stereotipi siano ovunque e per questo assorbiti inconsciamente da chiunque.

Anche la catalogazione delle immagini proposta dal testo (immagini violente, nudi adeguati o no, corpo femminile come elemento essenziale o meno, immagini che mettono in scena il femminicidio, i ruoli tradizionali e i giochi…) fornisce numerosissimi spunti di riflessione.

In conclusione il lavoro di Serena e Judith è un testo utilissimo per tutt* i professionist* che operano in contesti scolastici ed extrascolastici in favore alla decostruzione di tutte quelle  immagini in cui il corpo femminile è usato impropriamente, svilito, violentato.

A corredo del volume sono raccolte alcune considerazioni su tematiche “calde” che da sempre afferiscono al femminile (il rapporto col potere, la mercificazione del corpo, gli stereotipi…).  Il senso del volume, a mio modo di vedere, è racchiuso nelle belle  parole di Serena:

“Don Ciotti dice che la cultura illumina le coscienze. Il nostro progetto, ad esempio, ha creato un vaccino nei giovani per difendersi da questa situazione”.

Sexy e vincente

POOL - PRESENTAZIONE FERRARI SF15-T  - © FERRARI MEDIA

Poco dopo le 20, qualche sera fa: il giornalista del solito telegiornale manda in onda un servizio sulla nuova Ferrari. E’ stato presentato il nuovo modello che lotterà per aggiudicarsi il Mondiale.

Fin qui, nulla di strano. Ascolto l’intero servizio (purtroppo non saprei recuperarlo, però posso suggerirvi di leggere qui, tanto il contenuto è lo stesso) e l’intervista al team principal, Maurizio Arrivabene

Guardiamo a quella dell’anno scorso (la precedente monoposto), era brutta e perdeva pure. Quella di quest’anno è veramente bella, è una Ferrari veramente sexy”.

Ancora una volta si parla di un’autovettura con gli stessi aggettivi che si usano per descrivere una donna (sexy, bella o brutta). E’ la stesa analogia che viene compiuta dai professionisti del marketing e delle pubblicità, quando per sponsorizzare una moto o una nuova automobile usano il corpo di bella ragazza, possibilmente svestita. Il messaggio è semplice: quell’oggetto è bello come la donna rappresentata, e se possiederai l’oggetto avrai la possibilità di fare colpo su donne bellissime.

E poi, ancora: le parole di Arrivabene pongono in stretto rapporto “l’essere brutta” con “l’essere perdenti”. Come a dire, chi è brutta  non è vincente. In realtà essere vincenti, come sappiamo, dipende da altre doti. Doti personali per una donna, questioni “meccaniche” per una vettura.

Il parallelismo, in ogni caso, è indicativo della pervasività degli stereotipi di genere: nelle pubblicità, come nelle parole di un importante manager.

La pubblicità ingannevole è (solo) quella gay-friendly

Qualche settimana fa Tiffany& co., noto marchio di gioielli di lusso, ha lanciato la nuova campagna pubblicitaria dal titolo “Will you”. Le fotografie, scattate da Peter Lindberg, vogliono rappresentare scene di vita quotidiana di coppie diverse. Una di queste ritrae una coppia omosessuale. I due ragazzi, seduti sulle scale, si guardano e sorridono in una posa – spontanea e rilassata – analoga a quella delle altre coppie ritratte.  Al centro della campagna pubblicitaria, quindi, il tema dell’amore – trattato con naturalezza e spontaneità – e delle tante forme in cui si manifesta.

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Nonostante la delicatezza dell’immagine e del contenuto che sottende la fotografia, qualcuno in Italia si è dichiarato contrario. Mi riferisco alla Sottosegretaria allo Sviluppo Economico Simona Vicari e al suo collega Gabriele Toccafondi, anche lui Sottosegretario ma all’Istruzione (!!!).

Come è possibile leggere nel blog di Matteo Winkler, su Il fatto quotidiano, secondo i due esponenti del nuovo centro destra la campagna sarebbe lesiva dell’identità e dei valori del popolo italiano e – per giunta – anche ingannevole poiché

un uomo o una donna che ricevono una proposta di fidanzamento o di matrimonio dal proprio compagno o dalla propria compagna con tanto di anello potrebbero essere portati a pensare che il matrimonio sia reale, e che possa configurarsi anche una possibilità giuridica di tale unione.

Nello stesso periodo, però, è stata lanciata la nuova campagna pubblicitaria di Vodafone: un concentrato di stereotipi e e sessismo: proprio per questo non mi stupisco del fatto che nessun* politic* abbia fatto una levata di scudi o si sia indignat* per il suo contenuto.

Lo spot – narrato dalla voce fuori campo di Fabio Volo – ritrae un giovane sportivo (manco a dirlo: bellissimo). La voce di Volo ci informa che Paolo, il giovane, nella sua vita di pallavolista ha affrontato tantissime sfide ma mai una così difficile come prendersi cura della nipote di otto mesi. Per cambiarle il pannolino ha bisogno di vedere un tutorial su You Tube (ed è per questo che una connessione super veloce – target della pubblicità – diventa essenziale).

Cosa ci dice questo spot? Intanto che un uomo così bello e – si presume – con un hobby come quello della pallavolo non può avere figli (non a caso la bimba è solo una nipotina). Inoltre ci ricorda che occuparsi di un bambino è un’attività prettamente femminile (infatti senza il tutorial non sarebbe stato in grado di cambiarle neppure il pannolino). Lo spot è un concentrato di stereotipi (quello del padre imbranato, già ripreso tempo fa dallo spot di kinder maxi) e di sessismo (sono le donne a fare cose da donne, come ad esempio occuparsi dei bambini).  Non da meno la chiusa finale: la bimba chiama “mamma” il povero Paolo, che la guarda con aria rassegnata e imbarazzata mentre gli amici lo osservano dispiaciuti e si allontanano leggermente: come a dire, se sei riuscito a cambiare il pannolino hai fatto una cosa da donna, e se ti comporti da donna allora sei una donna!

Nei confronti di questa pubblicità – che ho trovato offensiva (in primis per gli uomini, descritti come cerebrolesi incapaci, bravi solo quando si tratta di avere un pallone tra le mani) e fastidiosa – nessuna polemica da parte dei nostri politici. Ciò non mi stupisce: se la pubblicità mantiene lo status quo (uomini sportivi e bellocci, donne carine e brave casalinghe, o super manager e in carriera ma sempre vestite come ad una sfilata…) i valori del popolo italiano – gli stessi valori a cui si appellavano Vicari e Toccafondi per attaccare la pubblicità di Tiffany –  non sembrerebbero essere messi in discussione.

Tutto ciò è molto strano invece. Mi pare che anche questa sia una pubblicità ingannevole, eccome. I miei coetanei sono uomini intelligenti e in grado di accudire un bambino (per lo meno di cambiare un pannolino!). I trentenni di oggi che vivono in coppia sono abituati a svolgere, nell’ambiente domestico, qualsiasi funzione (mi spiace deludere i nostri politici e i loro “valori tradizionali”, ma se ancora pensano che l’uomo sia quello che al più getta la spazzatura e la donna quella che cucina, stira e lava credo abbiano bisogno di un rapido corso di aggiornamento e magari anche di uno stage, così, giusto per verificare sul campo il reale stato delle cose).

Ma forse sono io a sbagliare. La pubblicità ingannevole È solo quella gay-friendly, quella che ascolta le tante voci di donne e uomini che chiedono più diritti civili, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. Tutto il resto è “tradizione”.

Di delitti e di cialde del caffè

La settimana si è aperta con un buon carico di lavoro: molti corsi da progettare – anche in vista di possibili finanziamenti – e ciò mi ha impedito di leggere quanto avrei voluto leggere e di essere presente sul blog quanto mi sarebbe piaciuto. Avrei inoltre voluto scrivere alcuni articoli sui fatti (tanti, troppi) accaduti in questi ultimi giorni. Lì per lì mi sentivo molto frustrata all’idea di non poter scrivere sui recenti episodi accaduti. Oggi, ripensandoci, sono felice che i miei impegni mi abbiano tenuto lontana dall’idea di aggiungere qualche tassello, qualche ulteriore interpretazione delle motivazioni che si celano dietro alle vicende di Cosimo Pagani – che uccide la ex moglie ma si premura prima di annunciarlo su facebook – o del pensionato trevigiano che ha ucciso moglie e figlio. Credo si sia già detto tutto: a proposito del linguaggio adoperato dai media per dare le notizie, riguardo l’immaginario che le parole contribuiscono a creare e ricreare, a proposito della banalità del male che traspare dai centinaia di “mi piace” che un annuncio di morte, come quello di Pagani, può raccogliere. E’ un annuncio che viene recepito e appoggiato, perché ognuno di quei like ha un po’ il sapore di una pacca sulla spalla che si può dare ad un amico che esprime una posizione che condividiamo. E poi ancora le solite frasi per giustificare il fatto accaduto nel trevigiano: “sembravano proprio una famiglia felice”, “non c’erano mai stati problemi” e automaticamente la giustificazione: “date le premesse per forza deve essersi trattato di un raptus”. Perché noi possiamo continuare ad aggiungere tasselli, a motivare la nostra posizione per cui non possiamo accettare che sotto un post che reca questo contenuto: “sei morta, troia”, ci siano centinaia di “pollici alzati”, a sostegno dell’autore; possiamo passare ore a spiegare perché nessun articolo dovrebbe ridurre il peso dell’azione (un delitto che rientra nella categoria “femminicidio”) con frasi atte a giustificare l’episodio stesso: perché se il pensionato è stato colto da un raptus, allora non è proprio proprio colpa sua..un po’ come la leggenda dei dobermann che potrebbero impazzire e aggredire i padroni. Tutto questo è inutile se l’azione non è condivisa..e purtroppo non lo è. Basti pensare all’ultimo spot pubblicitario di Lavazza, per capire che nonostante gli sforzi l’immagine femminile è sempre la stessa. La ragazza che compare nel video è rappresentata come una musa bellissima, capelli dorati e fiori ad incorniciare il viso angelico. E’ l’oggetto del desiderio del protagonista. Se San Pietro afferma che tutto, in Paradiso, si condivide con gli altri..allora anche lei può essere di tutti. Né più né meno di un oggetto che gli uomini in scena possono spartirsi.. un po’ per uno, come bravi fratelli.  Il pensiero del protagonista viene smentito dal Santo: la donna è proprietà privata! ma non appartiene a se stessa bensì  a qualcun altro. Se continuiamo a immaginare la donna come un oggetto di proprietà, al pari di un mobile o ..di una cialda del caffè tutti gli sforzi compiuti saranno vani. Non si può contrastare la pervasività di un messaggio che entra in tutte le case e viene accolto con naturalezza, come se le cose fossero davvero così.

Sarà il carico di lavoro di questi giorni ma stasera, più di altre sere, mi sento stanca e sopraffatta. Sconfitta da una miscela di caffè.

25 novembre, nuove immagini per una nuova sensibilità

Si sta per avvicinare un altro 25 novembre,  designato dall’Assembrea Generale delle Nazioni Unite come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ogni anno si moltiplicano le attività di sensibilizzazione, proposte da Enti pubblici, associazioni e chi più ne ha più ne metta.

Un paio di considerazioni rispetto a tutto ciò: credo sia fondamentale che si continui a tenere alta l’attenzione su questo tema, soprattutto se è ancora possibile leggere – sui quotidiani – articoli di questo tipo

Sensibilizzare, però, non basta: a monte serve un lavoro sul linguaggio, una nuova consapevolezza nell’uso di parole ed immagini.

Se vogliamo che le campagne di sensibilizzazione parlino davvero della necessità di contrastare la violenza di genere bisognerà prima lavorare sull’immaginario.

Le pubblicità progresso parlano, infatti, lo stesso linguaggio stereotipato che – in teoria – dovrebbero contrastare

L’immagine di una donna picchiata non basta a parlare di violenza. La maggior parte delle violenze subite, infatti, sono di natura psicologica (secondo i dati Istat del 2006 il fenomeno ha riguardato più di 7milioni di donne). Viene così enfatizzato solo un aspetto della violenza di genere, e non quello predominante.

Se la donna non è rappresentata con lividi e collari ortopedici, allora campeggerà nelle pubblicità 6X3 nell’atto di difendersi – rannicchiata in un angolino della “grande tela”  – magari un po’ svestita, parando davanti a se le mani come per tenere lontano qualcuno. Lo stereotipo della donna debole, fragile, passiva si ripete biecamente.

E’ essenziale perciò riflettere sul contenuto simbolico delle immagini perché non basta una buona azione (“realizzo una campagna pubblicitaria su questo tema”)  a far passare un buon messaggio (“il mio prodotto è funzionale all’abbattimento di determinati stereotipi che sottendono una cultura che pone la donna in una condizione di subalternità”).

Il 25 novembre rappresenta una buona occasione perché l’attenzione su questa tematica è altissima, sprecarla con l’uso di pubblicità che non raggiungono il target desiderato diventa una sorta di autogol.

Peggio della “pubblicità progresso” è riuscita  solo Colonuda: il marchio di abbigliamento trendy ha proposto nel 2013 una campagna pubblicitaria in cui la Tatangelo, volto del brand, posa – in un atteggiamento un po’ (poco) vittima, un po’ (tanto) sexy (non a caso la camicia è quasi completamente sbottonata) – con una coroncina da principessa sul capo, una lacrima nera disegnata sotto il suo occhio, truccato pesantemente e dietro di lei l’imprenditore che con uno sguardo un po’ annichilito, protende verso il fruitore la sua mano sulla quale si può leggere la scritta “basta”. Una pubblicità di questo tipo è il modo migliore per riproporre stereotipi triti e ritriti (la donna vista come una principessina, che non può far altro che piagnucolare), l’uomo che non fa nulla se non proferire un laconico “basta”.

Ecco, forse, “basta” lo diciamo noi.