Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

Regole educative ed educazione emotiva. Un corso per genitori, a Firenze

I motivi per cui i genitori si recano in consulenza sono spesso molto simili:

  • i bambini crescono e iniziano a stare con difficoltà dentro le regole
  • hanno bisogno di un confronto con un professionista per capire meglio quale condotta seguire quando emergono comportamenti problematici (ad esempio quando i piccoli non vogliono andare a scuola!)
  • si sono verificati episodi di scontro con i bambini e non sanno quale strategia adoperare per uscirne

 

Questi sono i tre problemi principali che fino ad oggi ho riscontrato nella mia pratica professionale.

E’ vero: ogni famiglia è un mondo a sé e non è possibile trovare soluzioni condivise, valide per tutti. Quello che so per certo, però, è che parlarne fa bene – confrontarsi anche di più! – e proprio in ragione del fatto che non esistono soluzioni preconfezionate il modo migliore di affrontare questi piccoli grandi problemi è discuterne, insieme.

Per questa ragione il 10 marzo 2017 partirà, presso i locali di Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38r a Firenze, un nuovo corso dedicato ai genitori.

Si parlerà di regole (indispensabili per la crescita dei bambini!) ma soprattutto cercheremo di capire insieme cosa rappresentano per i genitori. Dietro al modo di intendere le regole (sono un modo per mettersi al riparo da scontri e conflitti? o sono il modo per dimostrare agli altri di essere autorevoli? o rappresentano il modo per mantenere un controllo sulla crescita dei figli?…) si nasconde un proprio, personale, stile genitoriale. Bisogna conoscerlo, interrogarsi sul genitore che siamo, comprendere come intendiamo emozioni e conflitti per capire se il modo in cui impartiamo le regole è appropriato, oppure no. In educazione

Regole, stili genitoriali, emozioni e relazioni educative: di questo e altro parleremo in questo ciclo di 5 incontri che si terranno venerdì 10 -17-24-31 marzo e il  7 aprile, dalle 18 alle 19.30.

Uno spazio dedicato ai genitori: per riflettere, per conoscere/si, per confrontarsi.

 

Vi aspettiamo!

dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(per info e contatti potete scrivere a me o a spazio Co-stanza,www.spaziocostanza.it)

Parliamo di educazione emotiva…e quelle emozioni che i genitori non dicono.

Rabbia, paura, felicità, tristezza: sono emozioni che proviamo tutti/e, nessuno escluso.

Quando però mi confronto coi genitori emerge spesso il fatto che essi cerchino, per il bene dei più piccoli, di ometterne qualcuna. Così cercano di mascherare la tristezza per la malattia di un parente, o la rabbia per quell’ingiustizia subìta sul posto di lavoro.

Il problema è che  i bambini sono sensibilissimi alle emozioni, ancora di più rispetto a quelle che vengono taciute o storpiate!

Ometterle non significherà quindi non trasmetterle: probabilmente,  i bambini coglieranno qualcosa di distorto e inizieranno – passo dopo passo – a capire che alcune emozioni sono degne di essere espresse, altre meno (o per nulla).

Per questo, secondo me, è fondamentale che i genitori conoscano alcuni principi dell’educazione emotiva: essa insegna a conoscere le emozioni, comprendendo quale impatto esse abbiano nella nostra vita (alfabetizzazione emotiva) e trasmetterle. Non ci sono emozioni di serie A e di serie B: tutte devono trovare margine di espressione se vogliamo vivere bene.

Per poter trasmettere ai figli un modo sano di accostarsi alle emozioni è necessario che i genitori siano anzitutto preparati a conoscerle per trovare poi il modo migliore per coinvolgere i piccoli.

Se il tema delle emozioni ti sta a cuore e vuoi capirne di più, se sei intenzionata/o a riflettere sul modo in cui le manifesti o sul peso che dai loro, il corso in partenza presso Spazio Co-stanza  fa per te!

Un percorso dedicato ai genitori, per riflettere sul peso che le emozioni hanno all’interno della relazione educativa. Se sei interessato al percorso scrivimi, oppure contatta Spazio Co-stanza (www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts).

…Ti aspetto!!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

Nuovi strumenti per l’educazione. Raccontare e raccontar-si attraverso Fatus.

Chi segue il blog sa che gli ultimi articoli scritti sono stati dedicati alla grande manifestazione di Educare alle differenze, grande contenitore di nuove idee e nuove prassi destinate ad arricchire ed  integrare la visione attorno alla pedagogia di genere.

Come anticipavo nell’articolo della scorsa settimana, oltre a materiali espressamente dedicati a queste tematiche è possibile trovare, tra i tanti stand di librerie, associazioni e case editrici, strumenti pedagogici particolarmente interessanti.

Io, entrando in contatto con la LIBRE, libri per l’infanzia della basa reggiana, mi sono letteralmente innamorata di FATUS. Si tratta di un gioco per creare, come dice il sottotitolo, storie infinite. Il gioco  è composto da molte carte di forma quadrata. Il primo giocatore ne pesca una e inizia una storia a cui il giocatore successivo dovrà aggiungere “un pezzetto” facendosi ispirare dalla carta estratta…

Non ho usato la parola “ispirazione” a caso. Le carte infatti presentano solo segni, colori, forme geometriche. Nulla di pre-codificato e, per questo, per raccontare una storia è necessario farsi ispirare da ciò che si sente, più da ciò che si vede!

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Uno strumento di cui mi sono innamorata, spendibile in studio con adult* e bambin*, utilissimo perché dà la possibilità di esternare le proprie emozioni trasformando il gioco in un veicolo della propria interiorità.

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L’ho già utilizzato in un paio di occasioni e ne sono rimasta più che soddisfatta!

Per chi volesse provarlo o volesse contattarmi ecco l’indirizzo della mia pagina facebook, attraverso la quale comunicare con più semplicità!

Un saluto a tutt*!

Dott.ssa Alessia Dulbecco

Strumenti operativi per l’educazione sulle tematiche di genere

Se seguite il blog e avete letto l’articolo della scorsa settimana saprete che è stato dedicato completamente a raccontarvi, dal mio punto di vista di pedagogista e counsellor, il grande evento che si è tenuto a Bologna sui temi dell’educazione di genere. Si è trattato del terzo evento promosso da Scosse, organizzazione di Roma, ed ha raccolto più di mille adesioni tra educatori/trici, insegnan*, formatrici/tori, personale di associazioni, centri antiviolenza, scuole e centri educativi. Lo scopo è stato quelli di fare il punto circa gli ultimi sviluppi attorno all’argomento e, ovviamente, raccogliere buone prassi per introdurle nei percorsi formativi ed educativi dedicati alle nuove generazioni.

Se nell’ultimo articolo vi ho quindi parlato dei seminari a cui ho assistito, dei workshop a cui ho partecipato, questa volta vorrei che il focus  fosse centrato sugli strumenti operativi impiegabili non solo all’interno dei contesti descritti (associazioni, centri antiviolenza, scuole..) ma pensando anche a chi, come me, ha uno studio e vuole introdurre questi temi nella propria pratica professionale.

Uno dei motivi per cui vale la pena partecipare a questi grandi meeting, infatti, è la presenza di moltissimi stand di case editrici, librerie specializzate, associazioni che su queste tematiche lavorano e mettono a punto nuovi strumenti di lavoro.

Una di queste è la libreria  LIBRE, libri d’infanzia della bassa reggiana, che realizza volumi e giochi allo scopo di combattere gli stereotipi (in particolare quelli di genere, ma non solo…).

E’ così che ho comprato un paio di materiali.

Il primo è il libro che vedete in foto. Né questo né quello è il titolo di questo libro illustrato che gioca sull’ambiguità di alcune immagini per raccontare, pagina dopo pagina, che certe azioni possono essere compiute da chiunque, uomini o donne, indipendentemente da come siamo abituati a pensare o credere..

Un volume semplice che si presta però a più livelli di lettura e che pertanto può essere impiegato con fasce d’età differenti. Valido strumento all’interno di un laboratorio di lettura ma non solo: esso può fornire degli spunti per giocare coi bambin* trovando insieme nuovi contesti in cui applicare uno sguardo di genere, libero da stereotipi.

Nel prossimo articolo, invece, vi racconterò di un altro strumento…Il titolo? Fatus, storie infinite…

Se siete curios* vi consiglio di seguirmi 🙂

nel frattempo vi lascio il link della mia pagina facebook, per chiunque voglia interagire con me!

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?ref=ts&fref=ts

Dott.ssa Alessia Dulbecco

Se i capricci bloccano una comunità. Per una genitorialità consapevole

Diversamente dalle settimane precedenti, dedico l’articolo di oggi ad un tema prettamente pedagogico.

Ho trascorso l’ultima settimana di ferie al mare e, complici le belle giornate e il relax bordo-mare, ho avuto un sacco di tempo (tempo “pieno”, cioè utilizzato per pensare  e lavorare su tematiche che svilupperò nelle prossime settimane) per leggere e approfondire diversi contenuti. Proprio leggendo le pagine di un quotidiano sono stata colpita da una notizia in particolare che potete leggere qui.  

Una bambina di 4 anni ha tenuto sotto scacco un intero aereo: passeggeri e hostess, comandanti e assistenti di volo. Come si legge nel breve articolo, prima di iniziare la procedura di atterraggio il personale di volo ha richiesto ai passeggeri – come da procedura – di allacciare le cinture ma una bambina su è opposta. Cosa incredibile, “i genitori hanno dato ragione a lei e nemmeno il comandante è riuscito a far cambiare loro idea”.

La lettura dell’articolo mi ha spinto a pormi alcune domande: come è possibile che i genitori non riescano ad aiutare la bambina a capire ciò che deve fare? Come è possibile che siano convinti che la figlia abbia ragione? Se fossero stati in auto e la bambina non avesse voluto né le cinture, né il seggiolino, avrebbero acconsentito pur sapendo i rischi e l’eventuale pericolosità?

Credo che l’articolo metta in luce determinate problematiche relative alla genitorialità. 

In sintesi: 

– i genitori hanno bisogno di riflettere in maniera approfondita su quelli che comunemente chiamiamo capricci. Comprenderne le motivazioni (che non significa ‘dare ragione’, ma solo capire), fermarsi ad ascoltare le proprie reazioni davanti ad essi serve per avere quella distanza necessaria da frapporre tra se e i bambini per avere la lucidità di mettere in atto comportamenti adeguati.

– i genitori hanno bisogno di imparare ad ascoltare di più i figli: spesso i capricci non sono altro che strategie per ottenere l’attenzione, agite dopo che il bambin* ha già provato a percorrere, senza successo, altre strade). L’ascolto è il primo strumento per spezzare sul nascere l’insorgenza di un capriccio.

– i genitori devono trovare le parole e i modi giusti attraverso i quali agire: quando lavoro con famiglie che mi contattano per problemi di questo tipo mi accorgo che uno dei motivi che fa sfuggire dal controllo la situazione è che davanti al pianto isterico del piccol*, magari anche per un motivo apparentemente futile, si crede che reagire con la violenza (intendo con un gesto di forza, di supremazia, nei confronti del bambin*) sia il miglior metodo per mettere tutto/tutti a tacere. Questo ovviamente scatena un pianto ancora più forte (sia per lo spavento, sia perché urlare scatena inevitabilmente altre urla) e, lungi dal placarsi, il pianto si intensifica. Parlare, aiutare il bambin* a trovare un canale comunicativo attraverso il quale esprimere l’emozione che prova permette di guardare al problema da un’altra angolazione.

I genitori non sono supereroi: per fare tutto ciò possono avere bisogno di un supporto, di un sostegno. Per questo esistono i pedagogisti 😉

Attraverso la consulenza educativa è possibile fare luce su questi aspetti e trovare il modo giusto (giusto per quella coppia, per quella famiglia!) per affrontarli. Il rischio maggiore lo si coglie sempre quando si è impreparati: le emozioni ci travolgono e ‘regredire’ alle urla o alle mani è dannatamente facile. Essere preparati ci permette di avere il controllo della situazione: trovare un metodo per affrontare i ‘capricci’, poi, è anche il miglior modo per vederli ridurre man mano: se il bambin* trova un modo diverso di esprimere il proprio dissenso verrà di volta in volta educato ad applicarlo (anche perché lo sarà sicuramente un modo che gli creerà meno disagio).

Queste sono le ragioni per le quali attivamente mi impegno nella realizzazione di questi percorsi: lavorare con i genitori, accogliere i loro timori, ascoltare le loro perplessità trovando insieme le soluzioni migliori  significa realizzare un’azione benefica sull’intera comunità. 

…parliamo di ADHD?

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Recentemente mi sono trovata a confrontarmi con una coppia di genitori il cui bambino è affetto da ADHD, appena diagnosticato.

Il loro problema era proprio quello di doversi avvicinare ad un “mondo” nuovo rispetto al quale non avevano alcun tipo di informazione. La loro principale preoccupazione era nei confronti degli altri genitori e della scuola: proprio per via di questo problema, inizialmente non riconosciuto come patologia, spesso si sono sentiti accusati di non essere genitori autorevoli e competenti.

Si è verificato, con loro, qualcosa che capita spesso: si pensa che il bambino sia solo molto irrequieto e la colpa viene fatta ricadere sui genitori, “accusati” di non essere abbastanza efficaci.

Non è compito di questo breve articolo parlarvi nel dettaglio di Adhd (qui il link per tutte le informazioni in dettaglio); in generale possiamo definirlo come

un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.

né di cercare soluzioni al problema. In campo pedagogico, per fortuna, non esistono soluzioni valide per tutt* ma percorsi specifici, individuali e personalizzati… è il bello di questo lavoro!

In linea di massima quando incontro genitori che mi presentano un problema di questo  tipo procedo su tre fronti:

  • Counselling pedagogico per i genitori: è, dal mio punto di vista, la base di tutto. Non mi stancherò mai di ripeterlo abbastanza, soprattutto a quei genitori che sono disposti a tutto per aiutare i propri figl* a raggiungere un buon livello di benessere (trasferte, visite dai migliori specialisti, attività integrative…) salvo poi non mettersi mai in discussione direttamente. Se il bambin* ha un problema di autocontrollo è essenziale, per un genitore, rafforzare le proprie competenze (che potrebbero essere state gravemente compromesse anche in seguito ai continui feedback negativi ricevuti da insegnanti, parenti, altri genitori…).  È necessario fare il punto della situazione, affrontare gli elementi di crisi, individuare nuove strategie e rafforzare la propria resilienza.
  • Tutoraggio scolastico: mantenere i rapporti con la scuola, spesso impreparata ad accogliere un alunn* con un problema di questo tipo, è essenziale. Fondamentale secondo me è il coordinamento: è importante cioè che la strategia adottata sia condivisa da tutte le parti in causa
  • interventi individuali col bambino: come dicevo l’intervento dipende da caso a caso. Sicuramente ci sono aree di lavoro da prediligere come l’utilizzo di sistemi di premiazione, magari attraverso cartelloni colorati, la gestione della componente emotiva per aiutarli a riconoscere e nominare le emozioni (a proposito, avete visto qui che meraviglia?), la gestione dei tempi (regolare le attività, ad esempio 5 minuti di esercizi alternati a 10 di riposo…).

Fondamentale è che tutti e tre i passaggi siano rispettati. La possibilità di cominciare a individuare qualche cambiamento dipende molto dalle situazione di partenza ma già dopo pochi mesi è possibile cogliere dei miglioramenti.

Quella parolina che comincia per P…

  Chi frequenta spesso le pagine virtuali di questo blog sa che da un paio di mesi a questa parte ho cominciato un corso formativo specifico sulla figura del Facilitatore degli apprendimenti. 

Il facilitatore è una nuova figura professionale che si pone l’obbiettivo – appunto- di facilitare gli apprendimenti dei bambini con bisogni educativi speciali. È, anzitutto, un professionista della relazione: il suo scopo è quello di favorire la comunicazione tra scuola, famiglia ed eventuali professionisti esterni coinvolti (penso logopedisti, neuropsichiatri e psicologi, ad esempio in fase di diagnosi di un disa…). Il facilitatore ha quindi a cuore la comunicazione e la formazione/educazione del bambin* e per questo deve essere pedagogicamente preparato. Nel corso dell’intero percorso formativo, conclusosi proprio la settimana scorsa, si è fatto riferimento a dirigenti scolastici ed insegnanti, docenti di sostegno e psicologi, ad educatori e assistenti sociali poiché tutte queste figure possono/ devono essere coinvolte nel caso si presenti un alunn* con bes. Una sola figura professionale continua a latitare…quella che comincia con la lettera P…Del pedagogista non si fa mai menzione, né in questo né in altri contesti. Come mai, c’è da chiedersi? L’ultima lezione del corso era riferita all’individuazine di idee e spunti per la creazione di uno sportello di ascolto e counselling sui bes: lezione tenuta da una psicologa, mai un riferimento a come le abilità pedagogiche possano essere spese in un contesto di questo tipo.

Un altro esempio:  pochi mesi fa si è tenuto a Viterbo  il Festival dell’educazione. Vi invito a cercare in rete il programma, dare uno sguardo agli ospiti e al comitato scientifico. Il predominio degli psicologi è palese. Ma non si tratta di un festival di psicologia, il titolo è chiaro. Si parla di educazione, è la scienza che si occupa di educazione e formazione è la pedagogia…peccato che quasi non se ne faccia cenno…

A mio modo di vedere il problema è alla radice: non si conosce ancora abbastanza la figura del pedagogista e questo crea un grande fraintendimento anche rispetto ad altri ruoli inerenti l’educativo.  Se il pedagogista è ancora una professione sconosciuta si è portati a pensare che l’unico depositario di un sapere progettuale e metateorico, necessario per impostare un lavoro di questo tipo, sia lo psicologo. L’unico, anche, dodato di dignità professionale (se si pensa che di solito tutti siano autorizzati a fare gli educatori..tendenza che spesso le cooperative  confermano, assumendo chiunque a svolgere questo ruolo ..). Il pedagogista, invece, ha una scienza di riferimento – epistemologicamente fondata – è un sapere che è, insieme, prassico, teorico, metateorico e teoretico. Ha una propria dignità, svolge consulenze sui temi afferenti l’educativo e il formativo, ha una specifica preparazione che gli consente di operare in molti ambiti, primi tra tutti quello scolastico, quello formativo (agenzie formative, orientamento..) e quello educativo (comunità con bambini ed adulti, situazioni in cui si rende necessario tutelare e potenziare le capacità residuali come le rsa e le case di riposo per anziani, attività con genitori, attività con utenti affetti da disabilità …). 

Credo sia doveroso far conoscere questi aspetti della nostra figura professionale e poter favorire una presenza consapevole sul territorio e nei vari servizi. se è vero che questa realtà rappresenta una situazione di comodo per molte altre professioni (che si possono, così, ritagliare molti nuovi ambiti di intervento…) credo anche che per invertire la tendenza sia necessario anzitutto un investimento in prima persona che tradurrei con un “metterci la faccia”: far conoscere la professione, investire sulla propria formazione, offrire un servizio di qualità (di fronte al quale è difficile avanzare richieste per ottenere una prestazione professionale in maniera gratuita)… Lavoriamo su di noi, investiamo su di noi e facciamo rete…perché ci sono mille associazioni che ‘tutelano’  la professione? Già non abbiamo un albo, se poi finiamo anche per parcellizzarci ulteriormente è finita! coalizziamoci e chiediamo a gran voce un riconoscimento, anche attraverso alla legge che molti colleghi stanno cercando di far avanzare in parlamento.

La battaglia è appena cominciata ma se il gruppo è coeso le possibilità raddoppiano.