L’educazione ai tempi del Coronavirus

Il 4 marzo 2020 è una data che difficilmente scorderemo. Si tratta del giorno in cui il Governo ha promulgato le disposizioni urgenti per il contenimento del Coronavirus e tutte le Regioni hanno decretato la sospensione delle attività educative e didattiche.

In questi ultimi due giorni il Centro Educativo che coordino (in cui mi sono recata, nonostante la sospensione delle attività) è stato subissato di telefonate di genitori che volevano accertarsi che davvero le attività fosse sospesa. Anche in studio ho ricevuto molte telefonate da parte dei genitori dei bambin* e ragazz* che seguo: tutti esprimevano preoccupazione – per i giorni “persi”, per la nuova organizzazione familiare da trovare – e disagio.

In sostanza, muovevano attorno ad un unico dilemma:

 

…e adesso che si fa?

Non ho pretesa di esaustività, ma ho pensato potesse essere utile raccogliere in questo spazio virtuale alcune riflessioni e spunti utili per genitori ed educatori/trici che si ritroveranno, loro malgrado, a dover gestire alcune criticità derivanti dalle scuole chiuse e dal panico generato da questo virus.

Partiamo anzitutto dai bambini/e in età prescolare.

Gestire l’emergenza: bambini/e in età prescolare

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Se il bambino/a era abituato ad andare al Nido si troverà in difficoltà soprattutto per il cambio nella routine quotidiana. E’ necessario che il genitore dia una “spiegazione” che lo aiuterà a capire ciò che sta avvenendo e, soprattutto, a contenere l’ansia derivante dall’inaspettato. Attenzione! la spiegazione non deve necessariamente essere realistica: è necessario educare i bambini/e a seguire le regole inerenti l’igiene personale (quindi insegnando loro come lavarsi le mani, come starnutire, usare fazzoletti che poi vanno buttati etc) ma non è necessario entrare nel dettaglio del perché dobbiamo farlo in questo modo. Come raccomandano anche altri pedagogisti, è molto importante contenere gli allarmismi ed evitare spiegazioni scientifiche che contribuirebbero solo a preoccupare ulteriormente i bambini/e.

Se invece i piccoli non andavano al Nido ma erano soliti passare le giornate dai nonni, è probabile che troveranno strano il fatto di dover passare molto tempo a casa insieme ai genitori (e magari vedere molto meno i nonni, essendo una categoria a rischio maggiore di contagio). Anche in questo caso è possibile optare per spiegazioni semplici utili solo a raccontare ai bimbi il perché la mamma o il babbo siano a casa.

Cosa è importante fare in questo periodo:

  • mantenere la routine: i bambini hanno bisogno di mantenere orari che siano per loro rassicuranti. Ai genitori consiglio di gestire le giornate impostando una “tabella di marcia” (sveglia – pausa di metà mattina – pranzo – riposino – attività pomeridiane…).
  • se i genitori sono a casa in smart-work, un’idea potrebbe essere quella di coinvolgere il bambino/a in qualche piccola attività che possa realizzare accanto al genitore (colorare, usare la plastilina, incollare adesivi, giocare con le costruzioni…). Questo permette al genitore di ritagliarsi del tempo per lavorare garantendo però la propria presenza al figlio/a.
  • creare insieme al bambino degli spazi di condivisione per leggere, fare attività creative. Il lavoro e gli impegni limitano spesso questa possibilità… questo virus non ha lati positivi, ma se proprio dobbiamo cercarli, beh uno può essere questo. Se volete qualche spunto utile per creare insieme al tuo bambino/a qualche attività creativa ti consiglio di seguire la pagina IG della collega Ylenia Parma,  quella della collega “Nadì” Alice Di Leva o di Francesca palazzetti, aka Mammafrau

 

Gestire l’emergenza: bambini in età scolare

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I bambini che vanno a scuola hanno subìto loro malgrado il bombardamento derivante dalle notizie diffuse a scuola, da altri amichetti o direttamente dai notiziari (a cui spesso sono esposti involontariamente).

In questo caso le spiegazioni di fantasia non servono: è bene raccontare – con parole semplici e senza ansie – che stiamo vivendo un periodo particolare. Di nuovo, è essenziale educarli alle misure di protezione (stare a distanza, lavarsi spesso le mani etc).

La fascia tra i 6 e i 10 anni è quella più esposta alla paura: i bambini captano molto bene i mezzi discorsi che spesso gli adulti fanno (pensando di non essere ascoltati), per non parlare delle notizie del Tg. E’ importante quindi limitare certi discorsi ed evitare i notiziari (meglio informarsi in maniera più discreta su internet). Soprattutto, è importante per i genitori trasmettere sicurezza: i bambini devono poter contare sulle figure di riferimento per esprimere le loro paure, non per assimilare quelle dei grandi.

Cosa è importante fare in questo periodo:

  • organizzare una routine: anche in questo caso, è importante che i bambini mantengano organizzata la loro giornata. i ritmi possono essere più fluidi, ma è necessario che ci siano.
  • compiti: appena la scuola avrà fornito le disposizioni necessarie, i bambini, sostenuti dai genitori, potranno accedere alle lezioni on line o eventualmente anche solo ai compiti tramite il registro elettronico. E’ importante che i genitori si assumano il ruolo educativo momentaneamente tralasciato dalla scuola e seguano i bambini nelle attività. Un’idea potrebbe essere quella di “lavorare insieme”: i bambini facendo i compiti, i grandi mediante il lavoro in remoto.
  • spazio alla creatività: pur nel quadro generale dato dalla routine e dai compiti, e importante in questo periodo ritagliarsi dei momenti per fare. Le attività pratiche possono fornire quello spazio utile al dialogo. Se i bambini sono preoccupati, difficilmente ve ne parleranno durante i compiti. Le loro paure, al contrario, potrebbero emergere mentre cucinate i biscotti o leggete una storia: offrite ai vostri figli spazio per affrontare insieme ciò che li spaventa.

 

Gestire l’emergenza: preadolescenti e adolescenti

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I ragazzi/e dagli 11 anni in su possono raggiungere facilmente ogni tipo di informazione. Anche in questo caso è importante che i genitori diano informazioni serie e sensate, riducendo al minimo gli allarmismi. Eviterei di equipaggiarli con mascherine e disinfettanti vari se non vi è una reale necessità; li esorterei invece a lavarsi spesso (cosa, si sa, non molto apprezzata dagli adolescenti… ma d’altronde le emergenze possono servire ad acquisire nuovi stimoli per eseguire meglio vecchie attività).

Se lo richiedono, potete approfondire l’argomento, cercare insieme notizie allo scopo di parlarne e condividere osservazioni.

Cosa è importante fare in questo periodo:

  • routine: come avrete capito, questo elemento è importantissimo per tutti. I ragazzi devono comprendere che essere a casa per un’emergenza non significa essere a casa per una vacanza. i tempi possono essere più fluidi ma è necessario che facciano più o meno le stesse cose di prima (alzarsi sempre in una certa fascia oraria – esempio tra le 7.30 e le 8.30 – fare i compiti, leggere, guardare la tv, se gli spazi domestici lo consentono fare un po’ di sport…).
  • compiti: nell’attesa che a scuola si adegui alle lezioni in remoto è possibile sostenerli in un ripasso di alcuni argomenti. i ragazzi che interrompono la routine dello studio tendono a fare più fatica a seguire un metodo di studio efficace. Se hai bisogno, qui trovi un post in cui ti spiego come educo al metodo di studio i miei ragazzi, ti consiglio anche il post del collega Luca Pollara.

 

Se si ammala un genitore…

In alcune zone d’Italia lo stop alle scuole e alle attività è di tipo precauzionale: serve soprattutto per contenere la diffusione ed evitare pesanti ripercussioni sulla sanità. Tuttavia, in alcune zone,  vi sono focolai attivi e la quarantena è obbligatoria: vi sono molti contagiati e tra questi anche genitori.

Che fare in questi casi?

E’ necessario fornire informazioni chiare ai figli, raccontando (con parole commisurate all’età) cosa sta accadendo. Come già detto, è importante che i ragazzi/e (di qualunque età!) vi percepiscano calmi e, compatibilmente alla situazione, tranquilli. Per una maggiore rassicurazione potete scegliere di fare video chiamate frequenti: nonostante la distanza i vostri figli vi sentiranno più vicini e potranno accertarsi con i loro stessi occhi rispetto alle vostre condizioni generali.

Alcune risorse per gli adulti

Nella mia esperienza, ho notato che sono due le categorie maggiormente colpite da questo stop forzato: i genitori e gli educatori/trici.

Entrambe le categorie hanno bisogno di differenti stimoli: confronti con esperti, rassicurazioni rispetto alle strategie educative applicate in mancanza della scuola, nuovi strumenti. Vi rinvio pertanto all’ultimo articolo della collega Annalisa Falcone in cui trovate molti spunti interessanti per accrescere la vostra formazione. I suggerimenti proposti variano da film, documentari a libri “più o meno per addetti ai lavori”… troverete sicuramente la risorsa che più fa al caso vostro!

Vi rimando, per finire,  alla mia pagina dove troverete alcuni approfondimenti e in particolare il nuovo servizio di sostegno pedagogico per genitori, ragazzi e colleghi/e.

Spero che i suggerimenti siano stati utili, attendo i vostri commenti!

Alessia

 

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In copertina: foto di Bryon Lippincott

Come si diventa educatori, o di come questa professione vi sceglie

Io non ricordo esattamente quando ho scelto di diventare educatrice prima e pedagogista poi: all’Università ero attratta maggiormente dalle materie sociologiche, dai meccanismi sociali che portano all’esclusione (forse, per una che per una vita si è sentita/ha scelto di sentirsi esclusa, affrontare questo argomento era un percorso necessario). Poi, l’esame di Pedagogia col prof. più temuto della Facoltà, la proposta di condurre una ricerca e il gioco è fatto: è grazie a lui che mi sono fatta un mazzo indicibile per cinque anni, che ho scoperto Heidegger e la cura. Mi sono laureata in Pedagogia Clinica perché con lo studio ho capito che l’educazione non consiste in vuoti precetti che i genitori trasmettono ai figl*, non ha a che fare con le buon maniere. Questa è l’idea che in maniera generica si tende a cucire addosso a questa disciplina, e per questo forse agli occhi di molt* ha meno credibilità di altre (psicologia in primis). Per me l’educazione, se serve a qualcosa, serve per prendersi cura degli altr* affinché essi imparino ad avere cura di sé.

Qualche giorno fa al centro educativo si è iscritta una nuova ragazzina.

La chiamerò Giada.

Giada ha i capelli lunghissimi e una dislessia tosta. Con noi parla pochissimo, a malapena incrocia lo sguardo; rispetto ai compiti è sfuggente: lei ha “già fatto tutto” e “non ha bisogno”. Con i coetane* è spigliata, parla di tiktok e mostra i balletti che ha imparato.

Un paio di giorni fa mi chiama la sua insegnante di Lettere e mi chiede di vederci. La professoressa mi dice che Giada ha scritto un tema prima di Natale in cui ha raccontato i suoi ultimi due anni: la separazione dei genitori e la sua vita con la valigia: a scuola con il babbo, poi a casa della mamma e del suo nuovo compagno, dopocena il padre torna a prenderla per accompagnarla a casa sua, fuori città, e la mattina dopo si ricomincia. Ha raccontato delle incomprensioni con la mamma e della morte dei nonni, a cui era legatissima. Tutto è avvenuto rapidamente e, uscita da quel tornado, le sono rimaste solo brutte sensazioni: paura, solitudine, vuoto.

Giada due giorni fa ha portato un’arma in classe; la teneva nello zaino ma poi non si sa bene perché è spuntata sottobanco e una prof. l’ha trovata. Non sa spiegare perché ce l’abbia ma più volte afferma che non le rimane molto nella vita – i nonni sono morti, i genitori non la vedono – e, tutto sommato, morire non le dispiacerebbe.

La prof. mi chiede una mano perché lei, da sola, non può fare tutto e ha bisogno che qualcuno che condivida un progetto di cura per questa ragazzina che maschera il suo vuoto con disinvoltura.

Questa è l’ultima delle storie che ho ascoltato, ma al centro educativo tutti i ragazz* hanno delle vicende così drammatiche, alle spalle.

Ecco, io non ricordo quando ho scelto di diventare pedagogista. Però, so che ogni volta che ascolto storie così e partecipo attivamente attraverso un progetto educativo ricordo perché ho scelto di diventarlo.

A chi si avvicina a questa professione, a chi è incerto se intraprendere studi di questo tipo posso, solo dire una cosa: educare è una professione complessa e, diversamente da altre altrettanto difficili, è sottopagata, non riconosciuta, a volte ridicolizzata. Sceglierla prevede un atto di coraggio e soprattutto un gesto d’amore verso chi si trova – momentaneamente o stabilmente – in una condizione di debolezza.

Chiedetevi solo se siete ben forniti di coraggio ed amore: se la risposta è si, avete già scelto. Lei vi ha scelti.

Homo docens: il talento del nostro cervello

/im-pa-rà-re (io im-pà-ro): Acquisire una conoscenza, un’abilità, un comportamento/

È questa parola che, secondo Stanislas Dehaene, Professore titolare della Cattedra di Psicologia Cognitiva al Collège de France, riassume il talento principale della nostra specie. È proprio su questo argomento che egli riflette nel suo volume Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, recentemente pubblicato da Raffaello Cortina.

Secondo lo studioso l’essere umano è homo docens: ciò che sa del mondo lo ha appreso dall’ambiente sociale o naturale all’interno di quel lungo periodo – che occupa in particolare infanzia ed adolescenza, pur non esaurendosi in esse – che coincide con la scuola e l’educazione.

Già, ma cosa vuol dire imparare?

Questa particolare abilità diventa incredibile se osservata in situazioni estreme – ad esempio in soggetti in cui le capacità cognitive sono state compromesse da incidenti, interventi chirurgici o da particolari condizioni biologiche – o se paragonata a quella delle intelligenze artificiali.

Secondo Dehaene nessuna macchina è al momento in grado di superare le capacità del cervello umano. Nonostante i prodigi realizzati dai programmatori delle Intelligenze Artificiali (l’autore cita ad esempio Deepblue), l’apprendimento umano risulta al momento imbattuto sia in termini di velocità e che di modalità di astrazione.

Secondo Dehaene il cervello possiede dei modelli interni, funzionanti fin dalla nascita, dotati di plasticità e per questo vengono continuamente rimodellati sulla base feedback derivanti dalle proiezioni che essi riescono a fare sul mondo esterno. Il cervello dei bambini, quindi, lungi dall’essere una “tabula rasa” è in realtà un fine calcolatore in grado di compiere osservazioni e adattare le reti neurali biologiche ai dati rilevati tramite i sensi.

I pilastri dell’apprendimento

Ma come funziona l’apprendimento? Secondo il professore – che in questo viaggio attinge dalle Neuroscienze, dalla Psicologia cognitiva, dalla Filosofia e dalla Pedagogia – esso si struttura su quattro importantissimi “pilastri”. Il primo è l’attenzione, meccanismo senza il quale il nostro cervello non può selezionare, circoscrivere e amplificare l’informazione. Ciò che ha permesso il successo dell’homo sapiens è il fatto che questo meccanismo viene condiviso:

L’uomo dispone di un “modulo pedagogico” che si attiva non appena prestiamo attenzione a ciò che gli altri cercano di insegnarci (p.209)

L’essere umano cioè è l’unico in grado di condividere questo meccanismo e per questo la maggior parte delle informazioni che apprende le deve agli altri più che alla sua esperienza personale. È così che si diffonde la cultura.

Il secondo pilastro è costituito dal coinvolgimento attivo. Secondo Dehaene lo studente, lungi dall’esser lasciato a se stesso, ha bisogno di essere motivato, attivo ed impegnato nell’apprendimento, se si vuole che spesso raggiunga risultati positivi. In questo senso la curiosità e la motivazione hanno un valore importantissimo poiché rappresentano i pre-requisiti che stimolano la capacità di imparare.

Altro pilastro è costituito dal riscontro dell’errore. L’apprendimento è possibile quando il cervello cerca di determinare la correttezza delle sue inferenze. Si apprende quando si verifica uno scarto tra ciò che ha ipotizzato e il dato che acquisisce. Per questo l’apprendimento dovrebbe essere supervisionato

(…) l’ideale è un riscontro dettagliato dell’errore che indichi esattamente cosa si doveva fare per non sbagliare (p.249)

Dal riscontro dell’errore derivano importanti riflessioni pedagogiche: il voto, non accompagnato da valutazioni costruttive, è un metodo inefficace per contrastare gli errori. Inoltre esso spesso si associa alla punizione in grado solo di provocare ansia e stress, meccanismi che inibiscono l’apprendimento.

Ultimo pilastro, per Dehaene, è il consolidamento. Esso si verifica quando si acquisisce l’automatismo. Per arrivare a questo traguardo serve, secondo l’autore, allenamento (in particolare distribuire l’apprendimento) ma è essenziale anche… dormire! Il sonno è un acceleratore del nostro apprendimento poiché in questa fase il cervello non solo elimina tossine inutili ma consolida quanto imparato durante il giorno.

Tra notizie di cronaca, Neuroscienze e Pedagogia

Questo incredibile viaggio all’interno dei meccanismi cerebrali che consentono l’apprendimento acquisisce un valore essenziale per chi si occupa di didattica ed educazione. L’autore infatti non si preoccupa solo di descrivere gli innumerevoli talenti del nostro cervello, ma cerca anche di capire cosa possano fare la Pedagogia, la Filosofia, le Scienze Cognitive e le Neuroscienze al fine di migliorare e potenziare le capacità di apprendimento.

Tutto ciò acquisisce un valore importante soprattutto alla luce di alcune notizie di cronaca. Prendiamo l’ultima:

Secondo l’Ocse, che ha valutato con il Test Pisa le competenze dei 15enni rispetto alla lettura, alla matematica e alle scienze, la situazione italiana è preoccupante. Hanno partecipato  11.785 studenti, in 550 scuole, rappresentativi di 521.223 studenti quindicenni, e ciò che emerge è un abbassamento delle prestazioni medie in particolare in lettura e in scienze.

Sembrerebbe che gli studenti/esse italiani non imparino più, che i meccanismi che rendono il nostro cervello così prodigioso si siano inceppati.

Anzitutto, se si osservano i dati riportati anche dallo stesso Dehaene, sembrerebbe che il problema non riguardi solo la situazione italiana.

L’indagine Pisa (…) mostra che in termini di lettura e comprensione del testo gli studenti francesi occupano il centro o il fondo della scala dei paesi europei. In matematica i risultati sono diminuiti fortemente tra il 2003 e il 2015. (…) la Francia occupa l’ultimo posto nell’indagine TIMMS: Quella francese è la diminuzione più forte su un arco di vent’anni (p.283)

Per questo l’autore ribadisce un fatto importante: non si sa ancora – al momento – cosa determini un abbassamento di queste capacità. Quello che è sicuro, però, è che troppi bambini/e non sono messi nella condizione di realizzare appieno il proprio potenziale di apprendimento, spesso perché la famiglia e la scuola – ancora così distanti tra loro – non forniscono le condizioni ideali che per Dehaene si basano, tra le altre cose, sui seguenti principi:

  • Approfittare dei periodi sensibili, quelli un cui l’apprendimento concede risultati migliori (ad esempio imparare una lingua straniera nei primissimi anni di vita);

Arricchire l’ambiente

    , che significa offrire loro maggiori occasioni per sperimentare i propri modelli interni, esprimere curiosità, riconoscere gli errori;

Rendere i bambini attivi, coinvolti e curiosi

    , cioè guidare i bambini tramite una Pedagogia strutturata che favorisca la possibilità di generare nuove ipotesi e, quindi, apprendere;

Incoraggiare gli sforzi

    , che significa smettere di dire ai bambini/e che è “tutto facile”, altrimenti crederanno che se non riescono in qualcosa è perché non sono dotati;

Correggere gli errori

    , perché senza feedback strutturati (non punitivi!) l’apprendimento non evolve;

Ripassare con costanza

    , altrimenti l’apprendimento non si fissa;

Dormire

    , ovvero togliere tutti quegli elementi che distorcono il momento del sonno ma anche seguire i cambiamenti evolutivi del ciclo sonno-veglia (ad esempio: durante l’adolescenza si tende a dormire di più la mattina. Non è che i ragazzi sono svogliati, si tratta solo di un fattore biologico!).

In definitiva, il volume ricorda il valore dell’apprendimento, sottolinea l’importanza delle nuove scoperte per regolare e modificare il sistema scolastico ed educativo, e ribadisce l’importanza della multidisciplinarietà senza la quale è impensabile, oggi, accogliere le sfide della contemporaneità in termini sia educativi che didattici.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

La violenza contro le donne è tra le righe

Oggi, come ogni 25 novembre, si celebra una giornata che rappresenta la sconfitta di tutt*. Un mondo che ha (ancora) bisogno di una giornata così, per sensibilizzare le persone nei confronti degli abusi, delle violenza, dei femminicidi subiti dalle donne è – diciamocelo – un mondo che ha perso.

Non starò qui a ricordare perché abbia – purtroppo – ancora senso una ricorrenza come questa (andate sulla pagina istat e troverete, numeri alla mano, il perché di questa giornata).

Quello che mi preme ricordare è che questa giornata non dovrebbe essere funzionale a ricordare quanto ingiusto sia subire violenza- e in alcuni casi anche la morte – per mano di chi dice di amare: tutt* si schierano ovviamente contro comportamenti di questo tipo.

Oggi troverete ovunque – dalle foto profilo di Fb fino agli status o ai post – immagini e frasi di persone che si professano contro la violenza sulle donne.

Già, schierarsi in questo senso è facile. Chi direbbe che è giusto picchiare una partner se non ci prepara la cena o se scambia una battuta con un altro uomo?

Ma quant* appoggiano una donna che si ribella ad una battuta sessista? Quanti si sentono in diritto di fare “complimenti” non richiesti ad una ragazza? Quanti spiegano alle donne come dovrebbero pensare/agire/fare?

Purtroppo, questi comportamenti non sono ancora considerati nella loro gravità. Spesso vengono screditati (“ma è solo una battuta!”, “ma lo dico per te”, “ma è solo un complimento!”).

In realtà, come ormai gli studi hanno ben illustrato, la violenza – quella più brutale, fatta di botte, insulti e in taluni casi di morte – non si verificherebbe se a sostenerla non vi fossero atteggiamenti di questo tipo.

(fonte chayn Italia)

La violenza esiste e continua a mantenersi forte e in vita grazie alle forme implicite, silenti, che giustificano una cultura patriarcale e maschilista. Sono atteggiamenti ormai acquisiti e spesso agiti anche dalle donne nei confronti di altre donne (si definisce “maschilismo interiorizzato).

Per mol* sembra assurdo ma le conseguenze più gravi sono in realtà possibili semplicemente dalla reiterazione di questi atteggiamenti.

Una giornata come questa è funzionale solo se contribuisce a mettere in discussione questi atteggiamenti, se permette ad ognuno – uomo e donna – di giudicarli negativamente e scegliere di non applicarli più.

Informatevi, provate a mettere in discussione questa modalità, alzate la testa nei confronti di chi dice siano “solo battute”.

Oggi, come in tutti gli altri giorni dell’anno, abbiamo bisogno di alleati/e, non di persone che si rammaricano ogni volta (più o meno una volta ogni SESSANTA ORE) in cui il tg dà la notizia di un altro femminicidio.

E tu, da che parte stai?

dr.ssa Alessia Dulbecco

Natale, giochi…stereotipi.

Ci siamo: nonostante il calendario cerchi di riportarci alla realtà di un novembre piovoso ed incerto, le città e in particolare le vetrine dei negozi  si stanno già riempiendo di luci calde e addobbi natalizi. Complice anche l’ormai famoso (anche in Italia) black friday, le persone si stanno preparando agli acquisti natalizi con particolare attenzione, come il periodo richiede, ai regali per i bambin*.

Se fino a qualche anno fa era considerato “normale” entrare in un grande negozio di giochi e aspettarsi interi reparti tutti rosa e altri tutti blu, perfettamente impermeabili tra loro, oggi – grazie alle numerose campagne contro gli stereotipi – le cose stanno lentamente cambiando… per lo meno sulla carta.

Grazie alla sensibilizzazione che tanti attivitst* (raggruppati in associazioni, collettivi etc) sono riusciti a condurre – un passo per volta, con tante difficoltà – possiamo dire che l’attenzione su questi temi oggi è decisamente più elevata di un tempo.

Ricordiamo dove nasce il problema: la segregazione che è stata imposta, in particolare ai bambin*, attraverso regali che si “pensava” adatti a loro a seconda del genere (e quindi per sintetizzare e riassumere: mega ondate di oggetti rosa, carrelli della spesa, bambole, trucchi etc per le bambine e mega carrellate di oggetti blu, mostri, supereroi, giochi per sviluppare la creatività per i bambini) si è rivelata pericolosa per entrambe le categorie. Se alle bambine ha precluso la possibilità di sperimentarsi in qualcosa di diverso dall’essere mamma, brava casalinga o prepararsi ad un futuro da icona sexy, per i maschi è stata un modo per renderli analfabeti emotivi (perché i giochi li hanno addestrati ad essere coraggiosi, intraprendenti, al limite arrabbiati,  e non c’èra spezio per sperimentare tristezza o paura) ma decisamente più preparati delle bambine a confrontarsi con la realtà esterna.

Sul tema moltissim* studiosi hanno scritto e prodotto tesi sostenibili (vi ricordo il bel saggio di Irene Biemmi, gabbie di genere, proprio su questi aspetti) e per questo oggi vi è un’attenzione notevole a riguardo.

Questo però non è un trend costante: lavorando all’interno di servizi educativi che raccolgono utenti medi, posso affermare che ancora oggi gli stereotipi sono duri a morire. Incontro nella mia attività mamme che cercano di orientare i bambini a giocare con macchinine e a non toccare i giochi (che lascio volontariamente presenti e disponibili sempre) che riguardano le principesse, la toeletta di Elsa, le bambole. Incontro altri genitori che si preoccupano se alla figlia non piacciono i cartoni sopraccitati e si orienta invece verso i giochi con i personaggi trasformer.

Il Natale può essere un’occasione interessante per continuare a sensibilizzare sulla tematica e per questo vorrei condividere con voi qualche suggestione:

Provate a capire cosa vorrebbero i vostri figl*

Se ritenete che i loro desideri siano frutto di un marketing aggressivo che ormai li ha già avvicinati a ciò che “dovrebbero” desiderare, provate a portarli con voi in giro e fateli sperimentare nelle corsie dei giochi dedicati al “sesso opposto”. Per esperienza posso assicurarvi che saranno molto, molto incuriositi.

Cercate giochi che li stimolino ad acquisire competenze, più che a esercitare ruoli.

Giochi sulle emozioni, giochi che permettano l’acquisizione di un pensiero divergente, giochi “da tavolo”, in grado di fornire un’occasione di scambio per tutta la famiglia sono decisamente interessanti.

Oggi il natale non rappresenta più quel momento, atteso per tutto l’anno, in cui il bambin* può finalmente ottenere quanto sognato per mesi.

I genitori hanno la possibilità di accontentarli spesso, durante l’anno, e per questo potrebbe essere interessante proporre – più che dei giochi – delle vere e proprie esperienze. Trovate laboratori carini a cui iscriverli, cercate associazioni che realizzino eventi (camminate, pomeriggi creativi etc): i vostri figl* non usciranno con un oggetto (che magari dimenticheranno il giorno dopo), ma con un’esperienza che, se ben organizzata, potrebbe essere per loro ben più significativa.

E voi, su quali giochi orienterete i vostri acquisti? Se vi va fatemelo sapere!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(in copertina, una foto del progetto di dell’artista sudcoreana JeongMee Yoon, The pink and blue project)

La gentilezza è rivoluzionaria

Oggi si celebra la giornata mondiale della Gentilezza.
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È difficile parlare di gentilezza, in un periodo come quello attuale. Ci vogliono più cattiv*, nei confronti di tutt*, cercano di incattivirci provando a spiegarci che, se le cose vanno male, è “colpa” di qualcun*.
Da parte mia, l’augurio è di non dimenticarsi mai del valore di un gesto gentile. Dall’aiuto concreto ad un amic* fino al gesto gentile nei confronti di uno sconosciuto. La gentilezza è rivoluzionaria solo se viene praticata sempre.
Oggi, però, ha un sapore diverso… condividi un gesto gentile!

Piccolo decalogo per genitori affidabili (e per figl* felici)✨

buongiorno a tutt*!

Oggi ricomincia la scuola, qui in Toscana! Mentre immagino bambin* eccitati – felici di cominciare un percorso o riprendere quello interrotto – genitori in ansia per la ri-organizzazione della vita famigliare (“oggi mangi a scuola? Ma dopo hai judo? Viene a prenderti la nonna…”) ho pensato a qualche suggerimento che tutti i genitori possono adottare; un prontuario da leggere, ricordare e ricordarsi…

👩🏻‍🏫scuola è sinonimo di crescita: anche se ti costa molto, impara poco per volta ad allentare la presa. Goditi lo sviluppo del tuo bambino che passerà dal chiederti tutto (fare lo zaino, preparare i vestiti, uscire di casa…) al volerlo fare da sé. Non ti sta mettendo da parte, ma ha bisogno di diventare “competente”. sostienilo in questo processo bellissimo!

📈soprattutto all’inizio, non andare in ansia per il suo rendimento. Ogni bambin* ha tempi diversi. Ascoltali, e rispettali.

🤾🏻‍♂️🤸🏻‍♀️lo sport è importante,ma non imporlo! Sceglietelo assieme e, se non è convint*, non farlo continuare a tutti i costi. Magari ne troverà un altro di suo gusto, senza sforzi.

🤹🏼‍♂️🎼piscina, teatro musica, danza.. ogni bambin* ha bisogno di tempo libero! Non occupare ogni singolo momento della sua giornata. I bambin* (di tutte le età!) devono poter giocare e si, in alcuni momenti, anche sperimentare la noia.

💭se ritieni che tuo figl* abbia bisogno di un aiuto, cerca il/la professionista che meglio risponde alle sue necessità. Ma ricordati che niente potrà sostituire il tuo ruolo di mamma o babbo.

🌱il rendimento di tuo figl* dipende anche dall’ambiente in cui cresce. Farlo assistere a litigate, dargli poco tempo, non farlo sentire amato hanno effetti negativi…ricordalo!

❗️presta attenzione ai cambiamenti: un trasloco, un lutto, un fratellino in arrivo. Sono eventi che tuo figl* comprende, non pensare che “è troppo piccolo!” Presta attenzione, aiutalo a capire e sostienilo!

🧾non puoi tenere sotto controllo tutto. Capiterà di perdere una lezione di chitarra, far tardi al mattino. Ciò che conta è che siano eccezioni, non la regola.

❣️fa si che si senta amat*, sempre, non solo se porta a casa il 9 di matematica. Niente come l’autostima porta a risultati concreti. Gli insegnerai che l’amore non si baratta per un voto, un successo. Si ama, punto.

👩‍👧‍👦👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧👪👨‍👨‍👧‍👦 non è vero che “siamo tutti genitori”. Biologicamente, certo, ma non sempre sappiamo fare la scelta giusta o sappiamo rispondere correttamente a questo compito. E ciò non deve farci sentire meno adatti, sbagliati, perdenti. Se hai bisogno, fatti aiutare, sempre!🙏

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Adolescenza Zero

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Lo studio dell’adolescenza e delle dinamiche sociali, educative e psicologiche in cui si manifesta occupa uno specifico spazio di studio tra gli addetti/e ai lavori da ormai diversi anni.

L’adolescenza – dal latino adolescĕre, «crescere» – si può definire come l’insieme dei cambiamenti fisici, sociali e psicologici che si verificano indicativamente tra i 12 e i 18 anni che portano il soggetto ad abbandonare il proprio status di bambino/a per acquisire progressivamente quello di adulto/a. Richiamandosi all’etimo, quindi, “adolescenza” dovrebbe coincidere proprio con un momento di crescita individuale – una sorta di fioritura delle proprie qualità e della propria personalità – di crisi (intesa come spaccatura che porta a separare il vecchio dal nuovo assumendo così nuove decisioni) e di apertura verso l’altro.

In realtà, se si osservano più da vicino gli/le adolescenti contemporanei, sembra al contrario di assistere ad un progressivo ripiegamento verso un’interiorità che si autoreclude, che si autoaggredisce e che rafforza il mantenimento di meccanismi di dipendenza, anacronistici e malsani, nei confronti degli adulti di riferimento. E’ questa la tesi di fondo del volume di Laura Pigozzi, psicoanalista di stampo lacaniano che, nel suo ultimo volume intitolato  “Adolescenza zero”,  indaga alcuni fenomeni che a suo modo di vedere hanno una funzione ben precisa: portano infatti ad una riduzione delle energie necessarie per “diventare adulti/e” e ampliano all’infinito il tempo per raggiungere questa tappa. A trarne giovamento, secondo il pensiero dell’autrice, sono i genitori – in particolare l’indice è puntato sulle madri, caregiver ad oggi ancora preminente, soprattutto in Italia – che annullano la conflittualità sana e necessaria coi figli/e educandoli progressivamente alla dipendenza e allontanando così sempre di più lo spauracchio del “nido vuoto”.

Nel volume l’autrice esamina che coinvolgono in prima persona i  giovani/e stessi/e – come l’hikikomori e i cutters – ma anche ad altri fenomeni in cui è preminente l’attenzione attorno alle modalità educative e relazionali che i genitori attuano nei confronti dei figli/e (la loro pervasività all’interno del mondo scolastico, o – al contrario – la scelta di separarli e proteggerli da questa realtà mediante l‘homeschooling o  – ancora – la scelta di accompagnarli  negli spogliatoi delle palestre anche quando ormai hanno acquisito la capacità di aver cura di sé, vestirsi e cambiarsi autonomamente).

 

C’è qualcosa che accomuna gli Adolescenti che si ripiegano nella propria interiorità isolandosi completamente dal resto del mondo (hikikomori, parola giapponese composta da hiku, indietreggiare, e komoru, nascondersi) e quelli che hanno disturbi del comportamento, di attenzione e di iperattività (ADHD) per cui si rende necessaria la sedazione attraverso terapie, nella maggior parte dei casi, esclusivamente farmacologiche (tanto che l’uso del Ritalin, in Italia, è cresciuto in un anno – tra il 2012 e il 2013 – del 9% ). E, ancora, c’è qualcosa che lega il fenomeno dell’homeschooling (in cui sempre più spesso le famiglie scelgono di non iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo per poter impartire loro, autonomamente e a casa, l’educazione e l’istruzione necessaria) a quello delle reborn dolls, oggetti – feticci – di materiali plastici e siliconici che dovrebbero replicare le forme di un neonato, commercializzate in inquietanti sacchetti di plastica che le “reborn mothers” aprono come se fosse un sacco amniotico tagliando poi l’inconsistente cordone ombelicale, lavando e vestendo la bambola con il materiale – tutina, cappellino, braccialetto come quello fornito alla gestante dall’ospedale – presente nel kit acquistato.

Vi è, secondo l’autrice, un eccesso di plusmaterno «che si esprime con la manifestazione di un eccesso amoroso, con una cura smodata, nella quale a una madre è permessa un’intrusione che abitua il bambino a non saper fare, a non saper essere, a non percepirsi senza di lei» (p.169). Ciò che i genitori, le madri, vogliono sono figli/e immobili e perfetti (proprio come una reborn doll, che rimane sempre dipendente e sempre uguale a se stessa) rispetto ai quali non si rendano più necessari momenti di conflittualità: se essa si verifica (come nel caso dei ADHD) viene opportunamente sedata. La causa di questi fenomeni, quindi, è da riscontrarsi in una mancata separazione tra genitori e adolescenti: i primi, spaventati dall’idea di stare nel conflitto e di avere figli non così perfetti come immaginati, non sanno più attuarla e i secondi, perennemente dipendenti dalle cure genitoriali, perdono l’occasione di esercitare le proprie capacità di resilienza, sperimentare l’ansia e quelle difficoltà che contribuiscono a formare una persona adulta.

L’analisi dei vari fenomeni è per l’autrice, un modo per sottolineare la necessità di invertire la tendenza oggi in atto: è necessario cioè aiutare i genitori ad attuare la separazione dai figli/e annullando quel legame simbiotico tipico dell’infanzia ricordando che – come Francoise Dolto ha detto – “si diventa adulti solo quando l’angoscia dei genitori non produce più in lui alcun effetto inibitore”.

Un aiuto per l’apprendimento: Schede, esercizi, dispense per potenziare l’apprendimento dei ragazzi/e

Ieri ho pubblicato un post su facebook che ha riscosso diversi commenti. Stavo lavorando alla ricerca di materiali da utilizzare con una delle “mie” fantastiche ragazzine con cui lavoro per il potenziamento didattico sia nell’area linguistica che logico-matematica.

Ho proposto di raccogliere per voi qualche link a siti e pagine dai quali attingere materiali da utilizzare nell’ambito dell’apprendimento.

Ovviamente, dare qualche suggerimento a proposito di materiali e schede non esula dalla necessità di saperli usare in modo adeguato, altrimenti non si vedrà alcun risultato positivo. Soprattutto ai genitori raccomando sempre di contattare i professionisti dell’educazione per definire un progetto – coerente, preciso, misurabile – nell’ambito del quale anche queste schede potranno essere impiegate. suggerisco, invece, di rifiutare il mero “fai da te” perché il rischio è quello di stampare milioni di schede che poi non userà nessuno (o potranno essere usate ma senza risultati).

 

Pronti? ecco a voi un po’ di materiale!

 

  1. aiutodislessia.net

un sito ben costruito sul quale trovare materiali per scuole medie, elementari e superiori. Pensato soprattutto per alunni/e con DSA, ma non solo

2. sostegno bes 

un sito sul quale trovare giochi e esercizi oltre al informazioni utili per i docenti per impostare una didattica inclusiva

3. Fabrizio Alteri

Un sito di un docente che, per passione e professione, condivide materiali ed esercizi utili per favorire l’apprendimento

4. fantasia web

Un sito meno professionale, ricco però di spunti per stimolare la creatività anche di bambini/e entro i sei anni.

 

Questa la prima “carrellata” di materiali da  condividere con voi

A presto per altri piccoli suggerimenti!

Alessia

 

(PS. Se ti è piaciuto l’articolo ti invito a condividerlo e, se ti va, a visitare la mia pagina FB http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/)

Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco