Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

Gesti concreti per contrastare l’omofobia: Stefano ci ha messo la faccia.

La notizia è di pochi giorni fa.

Un normalissimo fine settimana come tanti, a Torino. Due giovani che tornano in autobus dopo una serata passata a divertirsi. Due giovani che vengono insultati da un gruppo di coetanei. Vengono insultati con frasi del tipo “froci di m…”. Persone piccole piccole che ritengono che essere gay sia un’offesa.

Stefano è stato prima aggredito a parole poi, dalle parole, il gruppetto è passato ai fatti. Prima di scendere dall’autobus è stato colpito con un pugno in pieno volto. Sette giorni di prognosi.

Come racconta il giovane, inizialmente aveva pensato di non denunciare. Poi, per fortuna, cambia idea. Non solo denuncia il fatto alle forze dell’ordine ma, pubblicamente, decide di “metterci la faccia”. Si scatta una foto, la pubblica su facebook. In poche ore diventa virale e l’aggressione che neppure voleva denunciare diventa un caso.

Stefano denuncia e trasforma il fatto spiacevole che ha subito in un espediente per sensibilizzare la popolazione e portare un messaggio di speranza ai tanti che subiscono e non hanno la forza di esporsi.

Come afferma in una intervista a Vanity Fair

Tra i messaggi di queste ore, almeno cinquanta raccontano di aggressioni a ragazzi omosessuali. Spesso non denunciate.«Invece bisogna farlo, bisogna difendersi. Io ho chiamato l’Arcigay Torino, che mi ha aiutato, e anche il numero verde della Gay Help Line, all’800713713. Bisogna reagire. Per me la cosa più importante è che da quella che mi sembrava una sconfitta sono riuscito a ricavare una vittoria».

Nell’intervista Stefano sottolinea di non aver ricevuto solidarietà dai politici: le istituzioni locali iniziano a preoccuparsi di dimostrare al giovane un po’ di solidarietà a distanza di 48 ore, (qui potete leggere una dichiarazione da parte del Presidente del Consigli oregionale del Piemonte).

Vorrei esprimere tutta la mia solidarietà a questo giovane. Per aver deciso di attirare su di sé i riflettori e portare un po’ di luce su un argomento che spesso viene strumentalizzato e banalizzato.

Spero che questo gesto aiuti non solo i tanti omosessuali vittime, ogni giorno, di soprusi e aggressioni ma anche altre categorie… come quella delle donne vittime di violenza che spesso, per timore o paura, preferiscono non denunciare e, mai e poi mai, esporsi pubblicamente. Il loro gesto è comprensibile: in una società che vede ancora le donne (e gli omosessuali) come principali colpevoli delle aggressioni che loro stess* subiscono, esporsi pubblicamente (e, a volte, anche solo andare a denunciare) è un’operazione faticosissima.

Gli eterosessuali non possono nemmeno lontanamente percepire quanto sia difficile essere gay in Italia. Dall’accettazione personale, al farsi accettare (e spesso i genitori sono i primi a voltarti le spalle, gli unici a cui ponevi tutta la tua fiducia) al vivere giorno per giorno nella società. Io andrò avanti nella speranza e nel desiderio che qualcosa cambi, perché noi non siamo animali o persone di secondo ordine e ci meritiamo gli stessi diritti degli altri. La maggior parte delle persone non è a proprio agio con cose o persone che percepiscono come diverse da loro e scommetterei che, se spendessimo del tempo per conoscerci l’un l’altro, se portassimo avanti una nostra indagine, se guardassimo sotto la superficie delle cose, scopriremmo che, dopo tutto, non siamo così diversi».

Grazie, Stefano, per averci messo la faccia.

#paroleinlibertà

E’ mercoledì, giornata infausta per eccellenza: ormai la settimana è partita ma il weekend è ancora (troppo!) lontano.

Per fortuna ci pensa la mia collega Anna a farmi tornare il buonumore. Come? Facile! Suggerendomi di guardare un filmato su youtube. No no, non ho guardato un pezzetto di qualche puntata del David Letterman Show, né qualche sketch dei Monty Python… però ho riso ugualmente.

Il filmato è questo:

E’ stato realizzato dall’Associazione Provita allo scopo di pubblicizzare e sostenere la raccolta firme per una petizione contro la realizzazione di interventi di educazione al rispetto, all’affettività e alla sessualità nelle scuole. Certo, se presentassero la loro iniziativa con queste parole probabilmente non firmerebbe nessuno. Che fare, allora? Semplice! Cambiando qualche parolina, mettendo qui e là qualche stereotipo omofobo il risultato si può raggiungere.

Vediamo come, analizzando il contenuto.

La scena comincia con un padre perfettamente inquadrato nel suo ruolo di capofamiglia: sul divano in ciabatte a guardare i buoni vecchi film di una volta (il movimento Provita deve essere sicuramente anche pro-stereotipi). Entra in scena un bambino – sette o otto anni – che gli passa davanti con sguardo assente, non dice nulla e se ne va (bah…va beh…). Il padre si interroga con lo sguardo da pesce rosso stupito e chiede “che è successo?” (non si capisce bene a chi stia porgendo la domanda perché intanto il figlio se ne è già andato…). Voce fuori campo: interviene la moglie. “E’ sconvolto, poverino”, dice mentre a poco a poco si guadagna la scena (o forse è la maxi bag a guadagnarsi tutta l’attenzione del caso, visto che l’adorabile signora pare intenta a cercare non si capisce bene cosa lì dentro..).

Parte lo sproloquio:

A scuola hanno fatto una lezione di educazione sessuale, basata sulla teoria del gender. Le scuole sono obbligate, sono direttive del governo… gli hanno detto che dovrà scegliere in futuro se essere uomo o donna, dipende da come si sente…

Più che #nogender – l’hashtag che compare in sovra impressione, come nelle migliori televendite – io avrei usato #paroleinlibertà, sicuramente più adatto. In ogni caso le affermazioni sono forti…certo è che la dose può essere rincarata. Come? Semplice. Il moderno Stanley Kubrick alla regia decide di fare un montaggio improbabile: mentre la signora spiega al marito quanto è stato raccontato al bambino (“è normale cambiare di sesso”, “puoi essere quello che vuoi…”) vengono  mostrate immagini che raccontano meglio di qualsiasi parola come i rispettabili signori dell’associazione vedono i gay: uomini in perizoma di pelle nera in strada, ragazzi con pareo e calze a rete che bloccano il traffico in segno di qualche assurda protesta, uomini con connotati femminili, molto molto trash.

Le immagini, le parole della donna, lo sguardo da Rambo del papà con cui risponde alla domanda “vuoi questo per i tuoi figli?” mi fanno balzare alla mente un aforisma di Paul Valéry

Se non riesci a demolire il ragionamento, prova a demolire il ragionatore.

Perché è questa l’intenzione del filmato: stravolgere il senso degli interventi che operatori professionali e rispettosi – del benessere degli student*, del ruolo educativo della scuola e dei genitori – fanno ogni giorno. Alterare il significato dei contenuti e delle parole che si utilizzano per parlare ragazz* delle scuole medie e superiori di argomenti delicati. Ma ciò che mi fa arrabbiare di più è il tentativo becero di sottintendere messaggi ulteriori.

Le parole della signora unite alle immagini stereotipate, infatti, producono un nuovo messaggio in cui il non verbale, l’implicito, colpisce ben più del discorsone pronunciato dall’attrice. “C’è gente che va a scuola a dire ai vostri figli che potranno essere ciò che vogliono nella vita…anche questo: uno scherzo della natura, un diverso, un frocio“.

gay

Miei cari amici della teoria del gender, vi sbagliate, e di molto anche. E’ vero, “c’è gente che va a scuola a dire ai tuoi figli che potranno essere ciò che vogliono, nella vita.”

Essere ciò che si vuole è il primo passo per la felicità. Essere felici di abitare la propria pelle senza doversi nascondere per le proprie scelte, senza sentirsi minacciati, presi in giro, picchiati o derisi.

Parlami in….Stampatello!

Parlami in stampatello” è il motto di una nuova casa editrice che nasce con un intento preciso: quello di parlare di argomenti importanti con un linguaggio semplice, in stampatello per l’appunto. Gli argomenti in questione sono prevalentemente quelli che riguardano l’omogenitorialità.

Come si legge sul sito della casa editrice

Sono sempre di più i figli di coppie omosessuali in Italia ed è fondamentale per ogni bambino specchiarsi nei racconti e nei libri illustrati.

Ho letto due dei libri illustrati presenti nel ricco catalogo de Lo Stampatello: i titoli sono Il segreto di papà Perché hai due mamme?

Nel primo volume, scritto da Francesca Pardi e illustrato da Desideria Guicciardini, si raccontano le vicende di Giulia e Carlo, due bambin* che si sono ritrovati coinvolti nella separazione di mamma e papà. Si parla della paura dei piccol* di perdere il loro padre, spaventati dalla possibilità di non vederlo più come un tempo. Invece, racconta la voce narrante, il papà è sempre molto presente e si diverte con loro facendo un sacco di attività. Dopo un anno dalla separazione la mamma invita il nuovo compagno a vivere con lei e i bambin*: Carlo e Giulia lo apprezzano molto e poi capiscono che la sua presenza fa star bene anche la mamma che è più sorridente e felice. Invece quello che non capiscono è il comportamento del papà: è evasivo e quando parla al telefono bisbiglia o si sposta in un’altra camera. I bambin* iniziano a fare le più stravaganti ipotesi per giustificare la sua condotta…magari è un ladro! forse è una spia! Magari è malato e non vuole dirlo! Un giorno però il papà decide di svelare il mistero presentandogli Luca, il suo nuovo compagno! Spiega di essere innamorato e che se fosse possibile si sposerebbero, proprio come è possibile fare tra uomo e donna. Giulia è entusiasta, Carlo invece è preoccupato: sa che a scuola i compagni usano la parola “Gay” come un insulto. Così il papà decide di intervenire: parla con la maestra che terrà per l’occasione una lezione alla classe, spiegando così agli alunn* il vero significato della parola. Inoltre quando scoprono che Luca è un poliziotto anche i compagni di scuola cambiano opinione su di lui. La storia si conclude con i bambini felici per il clima di serenità riconquistato all’interno della loro grande famiglia.

E’ una storia delicata, quella raccontata dalla penna di Francesca e dalla matita di Desideria. Quelle tematiche “scomode”, che di solito spaventano i genitori (perché non sanno come parlarne, perché non sanno se sia un bene parlarne) vengono qui esposte con naturalezza e dolcezza. La separazione, il nuovo partner di mamma, il nuovo compagno di papà: una serie di passaggi che non spaventano i bambini, ben più aperti e disponibili ad accettare i cambiamenti rispetto agli adulti. E’ importante fornire loro, però, storie di questo tipo per aiutarli a rispecchiarsi in nuovi racconti  aiutandoli a capire di non essere soli.

Come si legge sul sito l’obiettivo delle storie edite da Lo Stampatello è di

prendere in considerazione quelle esperienze che meno trovano posto nella letteratura per bambini, ma che vissute in prima persona possono far sorgere nei bambini mille domande o un forte senso di alterità.

L’altra storia, scritta ancora da Francesca pardi e illustrata da Giulia Torelli  e Annalisa Sanmartino, parla di due donne che si amano e desiderano dei figli. Di nuovo, è la naturalezza con cui vengono narrati gli avvenimenti il nucleo del racconto: è vero, due donne non possono mettere al mondo un bambino, ma le due protagoniste vanno in Olanda  dove

c’è  una clinica dove dei signori gentili donano i loro semini per chi non ne ha,o per chi ne ha che non funzionano(a volte anche certi papà ne hanno bisogno).

Le due donne, rivolgendosi più volte alla clinica, riescono a mettere su una bella famiglia numerosa, come era nei loro desideri. Le scene di vita quotidiana vengono rappresentate con semplicità e leggerezza: se una mamma guida l’altra prepara i panini per i viaggi, se una accompagna i più piccoli al nido l’altra andrà con la più grande a scuola.

Di nuovo, credo che il più grande merito della storia quello di fornire modelli di famiglia, di coppia, di stili di vita differenti rispetto a quelli a cui siamo soliti pensare e che spesso affollano in modo molto anacronistico i libri di testo (specialmente delle elementari). Pedagogicamente la storia educa all’affettività, sana e rispettosa, indipendentemente dal sesso dei protagonisti. Chi lo ha detto che la “vera” famiglia è solo quella composta da una mamma e un papà? Chi lo ha deciso che la mamma deve badare ai bambin* mentre il papà si reca al lavoro? la vera famiglia ha tante facce e un unico trait-d’union: il rispetto e l’amore reciproco.

Per concludere, redo non ci siano parole migliori di queste

Tanti sono gli aggettivi che accompagnano la parola famiglia, ognuno di noi vi troverà quello che più gli somiglia: tradizionale, allargata, monogenitoriale, adottiva, ricomposta, omogenitoriale. Ciascuno di questi aggettivi non fa che restringere il campo di osservazione su una sola delle innumerevoli varianti, tutte contenute nella parola famiglia, a tutti noi cara perché parola d’amore, parola da cui veniamo e a cui tendiamo, parola che racconta cosa abbiamo preso e cosa lasceremo al mondo, di inestimabile e caro.

(ps. ricordo che Lo stampatello ha avviato una campagna di crowdfounding per poter tradurre dal francese e dare alle stampe due nuovi libri entro fine anno. I libri in questione sono La carta dei diritti dei maschi e delle femmine. Qui trovate tutte le informazioni sul progetto e le modalità per contribuire. E’ una grande azione educativa, per l’educazione all’affettività e contro l’omofobia, quella che Francesca Pardi porta avanti. Sosteniamola!)

Di cosa avete paura?

A chi ha partecipato al convegno organizzato il mese scorso a Milano, Difendere la famiglia per difendere la comunità,

a chi crede che l’amore possa essere di serie A o di serie B,

a chi ogni giorno pensa, scrive, dice qualche frase sessista ed omofoba,

a chi passa le giornate a commentare su facebook notizie e fatti di cronaca con affermazioni violente e omofobe,

a chi si indigna per un bacio scambiato tra persone dello stesso sesso,

a chi passa dall’indignazione ai fatti e, nascondendosi dietro passamontagna, cappellini e bandane compie veri e propri raid nei confronti delle persone omosessuali,

a chi “ah sì sì, io i gay li rispetto ma proprio non capisco questa battaglia per potersi sposare”,

e, per finire, ai miei preferiti: quelli de “ho tantissssssssimi amici gay, però….

A tutti loro dedico queste parole bellissime, di Cristina Obber (qui l’articolo apparso su la 27esima ora). Un messaggio sincero, leggero – leggerezza che, come diceva Italo Calvino, non è mai superficialità – e semplice. Perché credo ci sia bisogno di semplicità per parlare di amore. Non di inutili convegni.

La mia famiglia è composta da me, mio marito, due figlie e un figlio.

E’ il mio nido; si viene, si va, e lì si ritorna.

Vorrei che per tutti la famiglia fosse un luogo così, un luogo di condivisone e rispetto. Mi piace la mia famiglia, e non ho paura.

Non ho paura di famiglie più grandi o più piccole delle mie, non ho paura di famiglie con figli unici, o senza figli, non ho paura di famiglie con un solo genitore o dove ci sono due mamme o due papà.

Non ho paura dell’amore degli altri, perché l’amore degli altri non mi deruba, mi nutre.

Credo sia faticoso vivere con la paura che l’amore degli altri sia una minaccia, che ti possa togliere l’aria, ferire, che strappi qualcosa di te.

Deve essere triste sentirsi in pericolo per amore.

La prima volta che ho messo piede su una spiaggia ero già grande, avevo 13 anni e nessuna confidenza con il mare. Ne avevo paura perché non lo conoscevo.

Negli anni a seguire mi è sempre piaciuto contemplarne la bellezza, ma ci entravo con apprensione, mai sola, e senza allontanarmi troppo dalla riva o dalla barca. Poi un giorno, a 40 anni, mi sono detta che lo amavo troppo e non potevo viverlo a metà.

Così mi sono iscritta ad un corso di nuoto in una vasca di acqua calda per bambini, e un anno dopo ho nuotato nella vasca degli adulti, e l’anno seguente ho preso il brevetto di Apnea e mi piaceva andare giù, in quel nuovo silenzio. Oggi non sono una sirena ma quella paura si è trasformata in un lieve timore che a tratti scompare, e mi sento più viva perché avere paura della natura era innaturale.

Per questo vorrei che nessuno avesse paura di una cosa naturale come l’amore.

Di amare non si decide, accade. L’ho scritto in L’altra parte di me, perché è così che ci si innamora; lo si sente nei fremiti del primo bacio tra Giulia e Francesca, le “mie” adolescenti; lo si respira negli sguardi di Ingrid e Lorenza nel film Lei disse sì,  lo si ritrova tra le righe in cui Rosaria nel suo libro racconta la scelta, con Chiara, di diventare mamme.

E’ una coincidenza ma queste tre storie potrebbero essere l’una il proseguo dell’altra.

Giulia e Francesca si conoscono a 16 anni e chiudono il libro al primo anno di università.

Ingrid e Lorenza si sposano, Rosaria e Chiara diventano mamme.

Sono storie che raccontano che anche persone dello stesso sesso si possono incontrare, innamorare, possono desiderare di svegliarsi e addormentarsi insieme, di condividere la vita, possono sperare di avere un figlio, una figlia, possono riuscirci. Non è dall’amore che mi voglio difendere.

La mia famiglia è composta da me, mio marito, due figlie e un figlio ma ci sono altre famiglie, e ciò che fa di un nucleo di persone una famiglia è la condivisione di un progetto di vita e di amore, è la costruzione di un nuovo nido. Nient’altro.

Di che cosa avete paura?

Di persone libere e di pavidi idioti

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Da due giorni è iniziato il Festival di Sanremo e, come consuetudine, evito di seguirlo. La musica che propone non credo sia rappresentativa del contesto italiano. L’ideale che persegue – il politicamente corretto, il presentatore-della-porta-accanto attorniato dalle due vallette/presentatrici e dalla bellissima modella – non mi corrisponde.

Come ogni anno, però, seguo le notizie che riguardano la kermesse e l’idea che mi sono fatta è che anche questa edizione  sia all’insegna del “cerchiobottismo”.

Prendiamo il caso più eclatante, quello di Conchita Wurst. La sua presenza era programmata da tempo (e considerando che la drag queen “creata” Tom Neuwirth ha vinto l’Eurovision Song contest lo scorso anno la sua partecipazione mi sembra più azzeccata dei tanti superospiti attori e modelli, che con la musica non hanno nulla a che vedere) ma  evidentemente non tutti hanno gradito. Per rimediare, in apertura della prima puntata (cioè nel momento in cui lo share è maggiore) ecco arrivare sul palco la formidabile famiglia Anania: 16 figli per opera dello Spirito Santo. L’intervento del capofamiglia dura pochi minuti e non fa che ripetere l’importanza di Dio nella loro vita: tutte le sue considerazioni sono rivolte allo Spirito Santo (manco un “grazie” alla moglie, che si è sorbita la bellezza di sedici gravidanze!). Vabbé, sorvoliamo, mi dico: in ogni caso il sermone ce lo siamo sorbiti. A questo punto mi immagino (sempre per la famigerata teoria del cerchiobottismo) che si giochi ad armi pari e che Conchita apra la seconda serata della kermesse.

Macché. La drag queen si esibisce in chiusura Sette minuti: tre di canzone e quattro di intervista. L’imbarazzo di Carlo Conti è palese: la chiama Tom (per carità, è il suo nome, ma in quel momento – e, da quanto ho potuto capire, in qualsiasi altro momento della sua vita – “Tom” ha deciso di vestire i panni di Conchita: perché è impensabile chiamarla con il nome che si è scelta? Per la nostrana Platinette non ci sono mai stati grandi problemi, mi pare…) e l’unica domanda che riesce a porgerle riguarda..la sua barba (però, che fantasia).

Come si legge su Vanity fair, questo è il rapido scambio di battute tra i due:

«Dimmi la verità, dimmi la verità: secondo te questa barba ti ha aiutato nella vittoria oppure no?».

E la cantante è riuscita con abilità a orientare diversamente la conversazione: «Ovviamente mi ha aiutato, perché mi sarei sentita incompleta senza barba, e se uno non si sente pronto è impossibile avere successo. Quindi per me ha avuto un’enorme importanza. Non so se abbia contato per gli altri, ma per me è stata molto importante».

Conchita è intelligente e riesce a orientare la domanda nel modo giusto, per parlare di sé.

Ovviamente le critiche non si fermano. Sarà Rocco Tanica, dalla sala Stampa, a rincarare quella dose di omofobia che tanto piace all’italiano medio apostrofandola con l’appellativo di “Barbetta”.

Ovviamente la stampa che risponde alle esigenze di una certa popolazione “tradizionalista” (per usare una parola carina..ma forse sarebbe meglio omofoba) si era già scagliata contro la scelta di invitare la drag queen. Come si legge su famiglia cristiana 

«Viene solo a cantare, come artista», ha detto Conti alla vigilia. E vorremmo pure vedere. Perché, cos’altro dovrebbe fare sul palco dell’Ariston Conchita Wurst? Lanciare qualche appello, rifilarci un sermone sull’identità di genere? Dirci che l’identità sessuale non è un dato di natura ma una scelta? No, grazie.

Esattamente, mi chiedo invece io, di cosa hanno paura persone come l’autore dell’articolo, come Rocco Tanica (ma che forse il buon Conti chiamerà Sergio Conforti, visto che è il suo vero nome) o il timorato presentatore? Quale può essere l’imbarazzo di parlare con una persona  quando ne conosci il nome, la professione, i motivi per il suo essere celebre?

Non credo che l’imbarazzo derivi dalla sua sessualità o dall’immagine che si è costruita. Conchita è una persona libera, prima di tutto, perché ha scelto di aderire ad un suo personale modello estetico per sentirsi bene, “per sentirsi completa”, come è solita affermare. E la libertà di sovvertire le regole e i canoni imposti aprioristicamente da sempre spaventa i pavidi… e gli imbecilli.

Mi spiace solo che si sia persa l’occasione di parlare ad un pubblico tradizionalmente non favorevole a questi mutamenti in modo leale e sincero: mostrare Conchita per quello che è. Una cantante bravissima, una persona autentica e consapevole di sé. A volte i contatti con ciò che non siamo soliti aspettarci hanno risultati impensabili ma se la chiusura parte proprio da chi potrebbe favorire anche il benché minimo cambiamento, beh, allora abbiamo perso in partenza.

Web e omofobia

Un paio di giorni fa ho scritto un breve articolo riferito al video di Saverio Tommasi e ai numerosi commenti omofobi che ha suscitato tra tante, troppe persone.

La stessa cosa è accaduta al canale You tube Bonsai tv: lo scorso 14 novembre ha pubblicato un filmato – Omofobia, 5 cose da far sapere a tutti – che vuole raccontare alcune cose sull’omofobia (in quali paesi si può essere condannati a morte per omosessualità, in quali si può essere imprigionati, cosa fare se si è vittima di omofobia etc..).

Il filmato è stato preso di mira da più di un centinaio di utenti che hanno lasciato – a corredo del video – circa duecento commenti a sfondo chiaramente omofobo.

I commenti sono stati raccolti e sono diventati oggetto di un nuovo filmato, che vi consiglio di vedere

Ogni tanto incontro qualche amico che mi dice che forse sopravvaluto il problema: spesso chi scrive in rete fa fatica ad esprimersi in italiano, figuriamoci se ha anche solo una minima competenza in materia lgbtq.

Vero, sicuramente non esprimono alcun tipo di opinione ragionata sull’argomento  – nemmeno coloro i quali scrivono appellandosi a improbabili “ricerche e studi scientifici” che utilizzano a sostegno delle proprie teorie – ma è anche vero che le parole sono pietre, come diceva Carlo Levi, e che un certo modo di parlare è indicativo di un certo modo di pensare.

Tassonomia dell’idiota omofobo: istruzioni per l’uso

Una ventina di giorni fa Saverio Tommasi, attore, scrittore e videomaker di grande talento, stava ultimando le riprese per un breve video. Scopo del lavoro: parlare – con la sua consueta ironia e leggerezza (che non è mai superficialità) – di diritti civili. Il mio compagno ed io decidiamo di partecipare alle riprese. Il filmato, della durata di circa 30 secondi, mostra tre coppie – una etero, una lesbica e una gay – che si baciano mentre Saverio, a modo suo, si prodiga nei consueti auguri di fine anno. In sostanza l’attore “augura” (in modo scherzoso e canzonatorio… “a presa di culo”, si direbbe qui a Firenze) un “2015 di merda” a chi ritiene giusto – ancora oggi! – che i baci lesbico e gay ( perfetta sineddoche dell’amore, della relazione tra due esseri viventi che, semplicemente, si amano) abbiano meno diritti di quello etero. A tutti coloro che invece ritengono doveroso dare “a tutti i baci gli stessi diritti” – e quindi dare all’amore piena cittadinanza e a tutte le coppie identici diritti civili – il bravo Saverio augura un buon anno… per davvero. Sottotitoli al filmato:

Studi scientifici dimostrano che se due gay si sposano tu continui a vivere. Buon 2015 a tutti!

Il video è stato visualizzato sui social network da più di un milione di utenti  molti dei quali hanno lasciato un commento. E sono proprio i commenti a dimostrare quanto ancora ci sia da lavorare in Italia sulla questione “ignoranza” in generale e “diritti civili” in particolare.

I commenti – che Saverio ha ordinato per renderli leggibili e visibili in un suo recente post – sono un concentrato di grettezza e idiozia. Io – per semplicità – li ho riassunti in  6 macro categorie:

– Gli integralisti, quelli del “che schifo due uomini che si baciano”: categoria nella quale possiamo annoverare questa perla: “se dio t’ha dato il cazzo e ha inventato la fica sulle donne, l’ha fatto apposta no!??” ( l’italiano è un optional, manco a dirlo) ma anche frasi minimal- concettuali epistemologicamente importanti, del tipo ” ‘sti schifosi del cazzo”.

– La categoria dei “possibilisti ma anche no” che si manifesta con frasi che iniziano con “io non ho nulla contro i gay”, seguite da un PERÒ grande come una casa. Alla congiunzione avversativa che di fatto annulla tutta la loro apertura verso l’altro possono seguire affermazioni/giustificazioni a sfondo biologico, es. “se ci hanno fatto diversi un motivo ci sarà”,  o motivazioni a sfondo sociale es. “due donne o due uomini che allevano un bambino proprio non va”)

– Gli scienziati: quelli che iniziano il discorso con l’affermazione “studi scientifici hanno dimostrato che l’omosessualità deriva da un problema ormonale/mentale/sociale/familiare/storico/geopolitico/antropologico” o da qualsiasi altro parolone che suona bene ma di cui ignorano il significato.

– I confusi: categoria che si pensava ormai debellata…invece no. C’è ancora chi urla “questi omosessuali…tutti pedofili e pervertiti!”

– gli oscurantisti, quelli del “che facciano pure quello che vogliono dei loro corpi, basta che non lo facciano in pubblico/basta che non chiedano diritti/ basta che non adottino bambini/ basta che….

Ultimi, ma non per importanza:

-gli imbecilli: quelli che ritengono che le coppie omosessuali non possano avere alcun tipo di diritto poiché non sono finalizzate a procreare (per queste persone, che evidentemente vivono nel magico mondo di quark, OGNI coppia etero deve riprodursi..quindi  deduco dal loro brillante ragionamento che le persone che si sposano regolarmente ma che non possono, per motivi biologici, avere figli sono destinate ad essere abbattute..).

Di tutte le “categorie”, trovo quella degli oscurantisti la più pericolosa. È quella che cela sotto l’apparente apertura libertaria del “ognuno faccia un po’ ciò che vuole” la sua anima più repressiva. Perché se non ci sono diritti il “fare quello che si vuole” assomiglia ad un nascondersi.  Se ho la possibilità di amare  chi voglio, ma solo dietro la porta (ben chiusa!) di casa mia significa che per la società io – i miei sentimenti, il mio essere – non hanno diritto di cittadinanza. Significa dover fingere quello che non si è, fingere quello che non si ha: si dovrà dire di essere etero per non urtare la sensibilità di chi ammette l’omosessualità solo fino a quando non si manifesta (è di ieri la notizia di un cuoco, omosessuale dichiarato, costretto dal proprio capo ad avere un rapporto con una prostituta per dimostrargli di non essere gay), si dovrà fingere di avere una relazione etero anche se non si potrà mai portare il* propri* compagn* alle cene aziendali, alle uscite con gli amici.

Per questo il lavoro di Saverio è stato, secondo il mio punto di vista, così importante. Ha portato attenzione attorno al tema dei diritti civili e, soprattutto,  ha messo bene in chiaro la reale condizione italiana. Perché sono i commenti di chi ogni giorno si ritrova in rete, sui social, a dire ciò che pensa a fungere da cartina tornasole del reale condizione sociale italiana. E, con grande delusione, bisogna ammettere che in Italia l’omosessualità è  – ancora! – quell’ “amore che non osa pronunciare il suo nome” così ben descritto da Oscar Wilde.

la campagna dell’ovvio

Si sa, su Facebook ognuno scrive un po’ ciò che vuole ed ognuno è libero di far nascere pagine o gruppi, purché non siano lesivi della dignità della persona o non istighino all’odio nei confronti del singolo o di gruppi ben individuabili (immigrati, rom etc…).

Ieri credo proprio di averne trovato uno inquadrabile nella seconda categoria. Il titolo:

Subito una legge contro la propaganda gay a scuola

Il contenuto principale:

SOSTENIAMO UNA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PER PROIBIRE LA PROPAGANDA GAY NELLE SCUOLE E NEGLI ASILI. ADERISCI E CLICCA “MI PIACE”. Celati dietro una presunta lotta al bullismo ed alla discriminazione, gran parte delle istituzioni occidentali promuovono un vero e proprio indottrinamento gender dei bambini negli asili e nelle scuole. L’obiettivo è rieducare i ragazzi alla cosiddetta ideologia gender, secondo cui non si nasce maschi e femmine ma lo si diventa, i bambini possono avere due papà e due mamme, l’omosessualità è una condizione naturale dell’individuo, puoi innamorarti del compagnetto di classe ma anche della compagnetta, e altre simili porcherie. Per tutelare le nuove generazioni da una scuola che diviene campo di rieducazione gestito dalle lobby gay chiediamo una legge che proibisca la propaganda Lgbt tra i minori, sull’esempio di quella approvata in Russia. A tal fine sosteniamo l’opportunità di una raccolta firme per presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che consenta di mettere subito i nostri figli al riparo dalla violenza ideologica perpetrata da feroci lobby con la complicità della politica

Mi confrontavo con una collega, ieri, da anni impegnata in quelle che gli amministratori della pagina definirebbero “attività di rieducazione e di propaganda”: entrambe condividevamo un profondo sentimento di sconforto e di preoccupazione.

Sconforto perché quello a cui si assiste è il tentativo, costante e sottile, di mettere in dubbio il lavoro pedagogico che tante operatori, in italia, svolgono con dedizione e professionalità attorno alle tematiche di genere al fine di garantire un’educazione inclusiva e  rispettosa delle differenze. Il linguaggio che utilizzano per parlare di queste iniziative è costruito di proposito per essere impattante e per insinuare il dubbio, nei genitori poco  o mal informati, che la “salute” dei loro bambini/ragazzi sia messa a rischio.

Parole come “indottrinamento”, “rieducazione”, “ideologia” sono afferibili più al loro mondo che al nostro, perché è nella loro prospettiva il non ammettere confronto, dialogo rispetto ed apertura: tutto ciò si può realizzare sono indottrinando le nuove generazioni ad un’unica visione possibile, quella già preconfezionata. I contenuti sono beceri e volgari (qui sotto un paio di esempi per capire di cosa si sta parlando)

I rischi di questa impostazione sono notevoli: le iniziative che tanti professionisti propongo alle istituzioni pubbliche saranno ancor più ostracizzate. Il rammarico è sapere che spesso le peggiori forme di chiusura nei nostri riguardi provengono proprio dalle famiglie in cui ci sarebbe maggior bisogno di parlare di questi argomenti.

Preoccupazione perché se ieri pomeriggio i “fan” della pagina ammontavano a 2091, quest’oggi sono già arrivati a 2127. I post allarmisti si diffondono con una rapidità maggiore delle malattie infettive e ciò che realizzano è paragonabile ad un’infezione di massa: attraverso luoghi comuni e banali si insinua la paura e anziché combatterla con il senso critico e la dialettica, viene accolta come dogma assoluto. Se l’ovvietà si scambia per verità il rischio sarà di costruire una società autoritaria, omologante e respingente.

Noi continuiamo a credere che educare al rispetto sia doveroso per cui faremo ciò che abbiamo sempre fatto: entrare nelle scuole (non sempre accolti positivamente dagli insegnati), parlare di genere, di omofobia, di violenza domestica, provando ad insegnare ai ragazzi, maschi e femmine, quanto possa essere arricchente liberarsi dagli stereotipi e costruire da sé il proprio destino anziché affidarsi a visioni precondizionate. Proporre visioni alternative dei rapporti affettivi, per includere anziché escludere. Per educare a dare e pretendere rispetto all’interno di qualsiasi relazione. Per spegnere l’omofobia e ogni forma di sopraffazione di un soggetto nei confronti di un altro.

Violenza di genere e omofobia: strumenti di smascheramento e nuove forme di “resistenza”

E’ di pochi giorni fa la notizia di un quattordicenne insultato e picchiato, in una scuola di Perugia, da un insegnante. Il “professore” (anche se definirlo con questo termine mi mette un po’ in difficoltà) avrebbe prima detto che essere gay è una brutta malattia, associando poi la frase al nome e cognome del giovane. “Tu ne sai qualcosa” avrebbe detto rivolgendosi al ragazzo, che per tutta risposta avrebbe ribattuto “si, da quando conosco lei”. La risposta dello studente avrebbe scatenato l’ira dell’insegnate che gli si sarebbe lanciato contro, colpendolo con due pugni alla spalla e con un calcio alle gambe. La versione del giovane sarebbe stata sostenuta da diversi compagni di classe.

Alla notizia seguono le voci e le opinioni di – da una parte – si schiera dalla parte dello studente invocando un sostegno maggiore (anzitutto economico) alle iniziative con le quali si cerca di parlare pubblicamente (nelle piazze e nelle scuole, tramite dibattiti ed interventi) di violenza di genere e omofobia – e, dall’altra, chi si schiera dalla parte dell’insegnate. Certo, schierarsi da questa parte risulta molto difficile: come si può difendere il gesto di un insegnante violento (indipendentemente dalle motivazioni omofobe che hanno scatenato il fatto)?? E’ così che si assiste ad un ribaltamento della questione.

Vince il premio “come ti rivolto la frittata” Giancarlo Cerrelli, avvocato cassazionista e canonista, vicepresidente nazionale Unione Giuristi Cattolici Italiani. Ieri mattina, sul suo profilo twitter, ha scritto:

Sulla violenza omofobica di un prof di PG contro uno studente: NON E’ VERO: il ragazzo non è gay!

Interessante punto di vista, il suo. Come a dire: non importa quello che ha fatto il professore, non si discute del suo comportamento e del suo gesto vile, scorretto oltre che perseguibile per legge. Ciò che conta è l’orientamento sessuale della vittima.

Non so voi, ma a me queste parole hanno subito fatto venire in mente quello che accade – troppe volte, troppo spesso – alle vittime di violenza sessuale: il rovesciamento dell’accusa sulla vittima. Ma, lei, ci stava? O il suo “no” poteva essere letto come un “forse si”?  In generale questo diventa un po’ il modus operandi di fronte a tutte le violenze di genere: se una donna decide di interrompere una relazione violenta, prima di andare a colpire il partner aggressivo ci si chiederà perché solo oggi la donna abbia deciso di denunciare, di interrompere quella relazione.

“Ma perché c’è stata fino ad oggi?” , la classica affermazione che si sente ripetere.

Tutto ciò mi fa pensare che i comportamenti aggressivi – nei confronti delle donne o di chi ha un orientamento sessuale, presunto o dichiarato,  “non conforme” – si muovano sulla stessa lunghezza d’onda: perché la prima cosa che si cercherà di fare è di mettere in dubbio la veridicità dell’accusa della vittima: se la donna che subisce uno stupro “è una che ci sta” non pottrà essere presa sul serio e comunque di certo non si potrà parlare di violenza, al massimo di una incomprensione tra le parti; se il ragazzino che subisce un atto di bullismo omofobico (non da un suo coetaneo ma addirittura da un suo professore) in realtà non è gay viene meno la questione: non si tratta di omofobia, al limite di un atteggiamento “correttivo” (non a caso il docente si è difeso dicendo di aver dato un “colpetto” alle gambe del ragazzo perché seduto scomposto) che nulla ha a che vedere con l’odio verso gli omosessuali.

Il problema si annulla, viene fatto passare in secondo piano e perde di importanza.

Per questa ragione ritengo sia essenziale continuare a parlare di questi problemi: la violenza E’ il problema, non le azioni riferibili ai singoli casi. Bisogna continuare a proporre iniziative per parlare di violenza, soprattutto nelle scuole ma non esclusivamente ai ragazzi: spesso i giovani hanno mentalità più aperte dei docenti che dovrebbero insegnar loro qualcosa. Mettere in luce i meccanismi che i detrattori utilizzano, smascherare le loro argomentazioni vuote e, in molti casi, pretestuose è un fondamentale gesto di resistenza pedagogica.