Di normalizzazione, banalità e altre brutture.

Ieri, al telegiornale delle 13, ascolto la notizia della tredicenne violentata per sette mesi da un gruppo di suoi coetanei in un garage abbandonato nella periferia torinese. Il fatto è sconcertante ma nonostante lo sdegno mi concentro per ascoltare i dettagli. Nei tre minuti che il telegiornale dedica alla notizia registro alcuni fatti:

– la ragazzina era costretta dal gruppo a subire ogni genere di violenza e umiliazione sotto la minaccia del branco di raccontare tutto – attraverso i video e le foto –  ai genitori

– il ritratto che viene fatto della giovane è – appunto – quello di una poco più che bambina impaurita e spaventata (tanto che, nel corso del tempo, la ragazzina comincia a non andare più a scuola e a raccontare alle amiche che alcuni ragazzi non la lasciano più stare e lei non ce la fa più…).

– quando la giovane prova a ribellarsi la vendetta del branco è immediata: subito vengono recapitate a casa le foto e i video a riprova della condotta della ragazza. Quello che si evince dal servizio del tg è che la notizia lascia sconvolti tutti, i genitori (che denunciano il fatto),  i docenti e il preside della scuola (dalla quale la giovane sarà trasferita per volontà della famiglia).

Decido di cercare qualche informazione in più, in rete, sui quotidiani on line. Consulto Il secolo XIX,  Il Giornale e Il Corriere. Quello che leggo, soprattutto sui primi due siti indicati, mi lascia senza parole.

Cito da Il giornale:

Il tutto sarebbe accaduto in un garage, racconta un tredicenne del quartiere al quotidiano torinese. Una cosa su cui “all’inizio, lei ci scherzava pure. Era andata liberamente. Raccontava certi particolari alle amiche…”.

Mentre su Il Corriere:

«Tutti nel quartiere conoscevamo questa storia», racconta al quotidiano torinese uno studente della scuola frequentata dalla ragazzina e dai suoi stupratori. «Sembrava una cosa normale – aggiunge – non avevamo capito che le avevano fatto dei video e la stavano ricattando».

Tutti nel quartiere sapevano, tranne gli insegnanti e il preside, come è riportato sul sito del Secolo XIX.

Leggendo i vari articoli ho pensato ad un’altra notizia letta di recente,  questa volta su Il fatto quotidiano. La notizia in questione (che trovate per intero qui) riporta i dati di una ricerca realizzate da due università americane sugli effetti che comportamenti sessisti e violenti hanno sulla salute mentale delle donne. Si può leggere:

Uno dei problemi del sessismo quotidiano è che le donne tendono a “normalizzare” la violenza che subiscono, facendola rientrare nella loro routine e agendo soltanto a livello individuale per evitarla. Di fatto si auto-limitano in diversi modi (ad esempio, non frequentando certi posti e non uscendo sole la sera) mantenendo un costante stato di ipervigilanza, dannoso per l’equilibrio psicofisico. Per esaminare il fenomeno nella sua complessità, secondo i ricercatori, ci vorrebbero più studi sul tema.

Della vicenda accaduta a Torino mi chiedo quanto la protagonista abbia “normalizzato” i fatti subiti. Ma anche quanto sia stato normalizzato dai coetanei che sentivano i suoi racconti e non coglievano la gravità dei fatti. Certo, forse non la percepivano per una legittima immaturità (parliamo comunque di ragazzini appena adolescenti) ma in ogni caso è identificativo della modalità con cui i tredicenni pensano al sesso: è normale che una ragazzina vada con un gruppo di coetanei a consumare rapporti sessuali in un garage abbandonato. Ovviamente, le cose cambiano se di mezzo c’è un ricatto. Ma ciò che conta è che è normale per una tredicenne mantenere una condotta di questo tipo.  Per questo credo che gli interventi di educazione alla sessualità e all’affettività che vengono condotti nelle scuole abbiano un’importanza essenziale. Non si insegna ciò che è giusto o no fare, secondo regole di moralità e correttezza. Si insegna anzitutto il rispetto di sé e dell’altro. Si educa alla consapevolezza rispetto alle proprie azioni e a dare il giusto peso a quelle che si possono subire. Secondo i ricercatori americani l’unico modo per non soccombere agli effetti delle violenze subite è quello di raccontare agli altri la propria storia. E’ essenziale, però, che gli “altri” abbiano orecchie per ascoltare. Ecco, gli interventi di educazione all’affettività producono proprio questo effetto: allineano cervello cuore e orecchie affinché l’ascolto sia autentico.

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Il migliore dei mondi possibili e la normalizzazione della normalità

pitt

Sto scrivendo alcune cose su facebook quando, all’improvviso, vedo comparire una notizia tratta dal sito di fanpage.

La notizia reca il seguente titolone:

Shiloh Jolie Pitt ama vestirsi da maschio e vuole farsi chiamare “John”

 

La notizia di per sé è banale: una bambina di 8 anni vuole vestire con abiti maschili, avere i capelli corti e attualmente preferisce farsi chiamare John. Il fatto, poi non è neppure così recente: già nel 2010 Jolie dichiarava che la bambina preferiva indossare vestiti da maschio e portare i capelli corti. “Vuole essere un ragazzo”, affermava l’attrice.

Mi importa poco della notizia in sé, ovviamente, ma del modo – un po’ allarmistico, un po’ melenso – che hanno usato gli autori per raccontarla. Nonostante la bambina abbia adottato questi comportamenti già da diversi anni sembra che l’autore faccia di tutto per “normalizzare” questa notizia e renderla accettabile agli occhi dei lettori. Prima viene etichettata tomboy – neanche fosse Jo di Piccole donne! – perché le etichette servono sempre ad inquadrare chi “sfugge” alla visione tradizionale, poi il giornalista si interroga sul comportamento dei coniugi Pitt, chiedendosi se altri genitori (quelli “normali”) sarebbero stati così di ampie  vedute. E’ chiaro che il sottotesto è un bel NO,NONLOSAREBBEROSTATI! grande come una casa. Per questo si premura subito di trovare spiegazioni alternative

Ma è altrettanto probabile che quella di Shiloh sia una fase dovuta al fatto di convivere con tre fratelli maschi più grandi (benché abbia in famiglia anche due sorelle).

Le spiegazioni “alternative” non lo sono poi molto, nella sostanza: è vero che la bambina ha due fratelli più grandi – e ciò potrebbe giustificare il fatto di voler assomigliare a loro – ma possiede anche due sorelle più piccole! Il dubbio viene insinuato con la stessa velocità con cui si è soliti lanciare il sasso e nascondere la mano: subito viene chiamata in causa l’esperta di turno che spiega:

Esplorare entrambi i generi è assolutamente normale. Ma il problema consiste nel fatto che abbiamo represso questa cosa per così tanto tempo, che ora le persone pensano che sia sbagliato. Non puoi diventare quello che sei finché non sai quello che non sei.

In sostanza quello che mi pare di notare sono i soliti pregiudizi triti e ritriti: la bambina è perfettamente normale, sta solo esplorando il genere dei fratelli che ama molto. Vero, potrebbe essere così. Ma se non lo fosse? Dobbiamo sempre trincerarci dietro questa parvenza di pseudo normalità per poter parlare di argomenti relativi all’identità di genere? Dobbiamo sempre cercare di normalizzare ciò che di per sé è normale? Gli stereotipi descrivono un mondo anormale, dove tutte le donne adottano comportamenti “da donna”, dove tutti gli uomini si innamorano di donne, dove tutti i maschi si comportano “da uomo”. Il problema è che questa NON è la normalità, con buona pace degli autori dell’articolo di fanpage e dei milioni di altri autori che scrivono sul tema ogni giorno. Il mondo che loro descrivono è normativo perché fornisce una sola possibilità. Per fortuna nella pratica le cose non stanno proprio così. Basterebbe svicolarsi dai pregiudizi che ogni giorno ingabbiano le nostre esistenze ( del giovane che non può baciare in piazza il proprio compagno per paura delle ritorsioni, della donna costretta ad assumere un modello iperfemminile e a sottostare alle regole – scritte dagli uomini per gli uomini – della sessualità, e gli esempi potrebbero andare avanti all’infinito) per scoprire che il migliore dei mondi possibili è quello che ognuno di noi si crea, con le proprie scelte, le proprie decisioni, le proprie convinzioni.