#paroleinlibertà

E’ mercoledì, giornata infausta per eccellenza: ormai la settimana è partita ma il weekend è ancora (troppo!) lontano.

Per fortuna ci pensa la mia collega Anna a farmi tornare il buonumore. Come? Facile! Suggerendomi di guardare un filmato su youtube. No no, non ho guardato un pezzetto di qualche puntata del David Letterman Show, né qualche sketch dei Monty Python… però ho riso ugualmente.

Il filmato è questo:

E’ stato realizzato dall’Associazione Provita allo scopo di pubblicizzare e sostenere la raccolta firme per una petizione contro la realizzazione di interventi di educazione al rispetto, all’affettività e alla sessualità nelle scuole. Certo, se presentassero la loro iniziativa con queste parole probabilmente non firmerebbe nessuno. Che fare, allora? Semplice! Cambiando qualche parolina, mettendo qui e là qualche stereotipo omofobo il risultato si può raggiungere.

Vediamo come, analizzando il contenuto.

La scena comincia con un padre perfettamente inquadrato nel suo ruolo di capofamiglia: sul divano in ciabatte a guardare i buoni vecchi film di una volta (il movimento Provita deve essere sicuramente anche pro-stereotipi). Entra in scena un bambino – sette o otto anni – che gli passa davanti con sguardo assente, non dice nulla e se ne va (bah…va beh…). Il padre si interroga con lo sguardo da pesce rosso stupito e chiede “che è successo?” (non si capisce bene a chi stia porgendo la domanda perché intanto il figlio se ne è già andato…). Voce fuori campo: interviene la moglie. “E’ sconvolto, poverino”, dice mentre a poco a poco si guadagna la scena (o forse è la maxi bag a guadagnarsi tutta l’attenzione del caso, visto che l’adorabile signora pare intenta a cercare non si capisce bene cosa lì dentro..).

Parte lo sproloquio:

A scuola hanno fatto una lezione di educazione sessuale, basata sulla teoria del gender. Le scuole sono obbligate, sono direttive del governo… gli hanno detto che dovrà scegliere in futuro se essere uomo o donna, dipende da come si sente…

Più che #nogender – l’hashtag che compare in sovra impressione, come nelle migliori televendite – io avrei usato #paroleinlibertà, sicuramente più adatto. In ogni caso le affermazioni sono forti…certo è che la dose può essere rincarata. Come? Semplice. Il moderno Stanley Kubrick alla regia decide di fare un montaggio improbabile: mentre la signora spiega al marito quanto è stato raccontato al bambino (“è normale cambiare di sesso”, “puoi essere quello che vuoi…”) vengono  mostrate immagini che raccontano meglio di qualsiasi parola come i rispettabili signori dell’associazione vedono i gay: uomini in perizoma di pelle nera in strada, ragazzi con pareo e calze a rete che bloccano il traffico in segno di qualche assurda protesta, uomini con connotati femminili, molto molto trash.

Le immagini, le parole della donna, lo sguardo da Rambo del papà con cui risponde alla domanda “vuoi questo per i tuoi figli?” mi fanno balzare alla mente un aforisma di Paul Valéry

Se non riesci a demolire il ragionamento, prova a demolire il ragionatore.

Perché è questa l’intenzione del filmato: stravolgere il senso degli interventi che operatori professionali e rispettosi – del benessere degli student*, del ruolo educativo della scuola e dei genitori – fanno ogni giorno. Alterare il significato dei contenuti e delle parole che si utilizzano per parlare ragazz* delle scuole medie e superiori di argomenti delicati. Ma ciò che mi fa arrabbiare di più è il tentativo becero di sottintendere messaggi ulteriori.

Le parole della signora unite alle immagini stereotipate, infatti, producono un nuovo messaggio in cui il non verbale, l’implicito, colpisce ben più del discorsone pronunciato dall’attrice. “C’è gente che va a scuola a dire ai vostri figli che potranno essere ciò che vogliono nella vita…anche questo: uno scherzo della natura, un diverso, un frocio“.

gay

Miei cari amici della teoria del gender, vi sbagliate, e di molto anche. E’ vero, “c’è gente che va a scuola a dire ai tuoi figli che potranno essere ciò che vogliono, nella vita.”

Essere ciò che si vuole è il primo passo per la felicità. Essere felici di abitare la propria pelle senza doversi nascondere per le proprie scelte, senza sentirsi minacciati, presi in giro, picchiati o derisi.

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