Maschi oltre la forza

Uno degli aspetti migliori del partecipare ad un corso formativo è la possibilità di ricevere interessanti suggerimenti di lettura. Al corso di formazione del CAM – centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze – mi sono imbattuta in questo volume. Si tratta di un libro che raccoglie alcune riflessioni nate grazie alla creazione del gruppo “maschi contemporanei”. L’autore – come si legge nell’introduzione – ha cominciato ad interrogarsi intorno ai temi che riguardano il maschile, la mascolinità e la sua contestualizzazione a livello sociale un po’ per caso, ad una cena con amici. Da qui è nata l’idea di racchiudere, passo dopo passo, queste considerazioni in un volume. E’ un testo che si può leggere cominciando dalla prima fino all’ultima pagina, oppure si può aprire a caso e selezionare una delle riflessioni, racchiuse in quattro macrosezioni, ognuna declinata in quattro sfere specifiche. Ha il pregio di favorire un continuo dialogo con gli uomini poiché parte  proprio da una prospettiva maschile quindi – forse – più semplice da “digerire”. il volume invita alla riflessione costante attorno a quelle tematiche intorno alle quali gli uomini hanno il dovere di interrogarsi: la mascolinità, l’uso della forza, la paura di esprimere le proprie emozioni, l’affettività distorta che molti sembrano coltivare grazie a convinzioni personali che vanno ad innestarsi su luoghi comuni :

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Forse alcune considerazioni sono un po’ desuete, forse alcune si basano su stereotipi (come la n.50 che recita “le donne sono più avanti di noi, sanno affrontare con più leggerezza la fine di un amore..”) ma è un libro che sento di consigliare. Agli uomini, soprattutto – perché a loro in particolare si rivolge – ma anche alle donne. Perché come ricorda l’autore solo quando nessuna delle parti si sentirà esclusa dalle riflessioni attorno al rapporto tra i generi, attorno ai cambiamenti sociali imposti a uomini e donne, al grande tema del femminicidio e della violenza, sarà possibile, autenticamente, produrre autentico un cambiamento sociale.

 

Alessia Dulbecco

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Ma il cielo è sempre più blu. Un’inchiesta sugli stereotipi di genere con i bambini e le bambine delle scuole elementari.

Bambine e bambini costruiscono la propria identità di genere attraverso i modelli sociali e culturali del proprio contesto di riferimento. Questi, poi, sono a loro volta influenzatii dai modelli che – su vasta scala – vengono proposti e riproposti da media (e dalla tv in particolare).

Queste sembrano essere le premesse da cui è partito il lavoro di Alessandra Ghimenti, videomaker, toscana di origine e milanese di adozione. Tra il 2010 e il 2014 Alessandra ha realizzato tre filmati – due dei quali sono stati raccolti in un dvd (acquistabile sul suo blog) – con i quali prova ad indagare l’influenza degli stereotipi di genere e la percezione del femminile e del maschile nei bambin* delle elementari. i tre filmati (che si possono vedere – in una versione ridotta – su You tube ) godono della stessa impostazione: le domande proposte, infatti, sono le stesse e ciò ci permette con più facilità di comprendere l’influenza del contesto di riferimento rispetto alla percezione del maschile e del femminile e alla concezione della donna nell’immaginario dei bambin*.

Le domande in questione sono le seguenti:

– cosa vorresti fare da grande?

– c’è differenza tra maschi e femmine?

– c’è qualcosa che le femmine/i maschi non possono fare?

– cosa ti piace dell’essere maschio/femmina?

– chi si occuperà dei bambini quando ne avrai uno?

Nel primo filmato i bambini coinvolti sono quelli di una scuola elementare in provincia di Lucca. Come si può intuire ascoltando le risposte il contesto di riferimento influenza una visione stereotipata dei sessi. Alla domanda “cosa vuoi essere da grande” molte bambine rispondono di voler diventare parrucchiere, showgirl o ballerine e la motivazione è – per tutte – la bellezza (“mi piace sistemare i capelli, mettere lo smalto…”). Alla domanda “come sono le femmine?” le bambine si descrivono come “più tranquille, più belle, non fanno mai la lotta, più brave, amano lo shopping…). È evidente dunque che le bambine hanno ricevuto – in maniera più o meno intenzionale – una forte educazione al ruolo femminile inteso nella sua versione maggiormente stereotipata. Ciò traspare anche nelle risposte date alla domanda relativa a chi si occuperà dei bambini:

“quando devo andare a far la spesa se ne  occuperà mio marito, quando lui deve lavorare me ne occuperò io”.

Le bambine hanno ben chiaro il ruolo femminile che sono chiamate a svolgere e allo stesso modo i bambini che alla domanda “ti piace esser maschio” rispondono di sì perché possono fare più cose rispetto alle femmine.

Un po’ diverse invece sono le risposte che si possono ascoltare nel secondo filmato, girato in una scuola elementare del centro di Milano. Alla domanda “cosa vuoi fare da grande” il numero di bambine che risponde “la modella” è infinitamente più basso. Molte vogliono fare la veterinaria, o la scrittrice, o l’avvocata  o, ancora, la cavallerizza. Anche per i maschi le risposte sono simili: l’avvocato, l’ingegnere, il militare, l’architetto. È facile immaginare che i bambini, nati e cresciuti nel centro di Milano, vivano in un contesto in cui entrambi i genitori lavorano fuori di casa e in un clima di benessere diffuso. Alla domanda “c’è differenza tra maschi e femmine” o “c’è qualcosa che maschi/femmine non possono fare?” infatti, rispondono di no: tutti possono fare tutto. Anche alla domanda sui futuri figli molti rispondono che saranno le tate o i nonni ad occuparsi di loro (è facile immaginare che siano proprio queste figure a prendersi cura dei piccoli intervistati  che si trovano, dunque, a riproporre un modello già vissuto).

Nel terzo filmato, realizzato a Brescia, si coglie nuovamente un clima di grande apertura: i bambinii vorrebbero essere scienziati, muratori, camionisti.. ma anche modelli! Le bambine dottoresse, pasticcere, parrucchiere, chef e pittrici. Il contesto è forse meno elitario rispetto al centro di Milano (lo si può intuire dall’abbondanza di mestieri che non implicano anni di studio o di specializzazione).In ogni caso,per la maggior parte di loro non ci sono grosse differenze tra l’esser maschio o femmina. Emblematica la risposta di una bambina: “se ci provi a fare le cose, poi impari!”. La stereotipizzazione dei ruoli però è presente specialmente se si osservano le risposte relative alla domanda “cosa ti piace dell’esser maschio/femmina”. Quasi tutte le bambine rispondono con affermazioni relative alla bellezza (“abbiamo i capelli lunghi, indossiamo vestiti più belli..”) i maschi con riferimenti allo sport e alla professione (“facciamo i lavori più belli, possiamo fare più sport”). le bambine, dunque, sono educate, anche in modo inconsapevole, a coltivare la loro bellezza e vanità, i bambini ricevono un messaggio implicito relativo alla loro forza fisica (che deve essere mantenuta e sfogata attraverso gli sport) e alla professione che andranno a svolgere una volta adulti.

Il lavoro di Alessandra costituisce un ottimo strumento di valutazione della percezione degli stereotipi nei bambin* ed è allo stesso tempo, un forte grido di allarme per l’intera società. È necessario combattere il modo in cui ancora si concepisce la donna e il ruolo femminile. Abbattere i luoghi comuni è un processo fondamentale di cui dobbiamo assumerci la responsabilità promuovendo anzitutto un cambiamento che deve partire dalla scuola attraverso forme nuove di educazione al genere e al rispetto dell’altro.

Il progetto di Alessandra è un “work in progress”: ai filmati che che potete vedere qui se ne aggiunge un altro, realizzato in una scuola elementare di Sesto San Giovanni. Altri due filmati sono in fase di montaggio.  Tre documentari sono, invece, in fase di elaborazione. Il lavoro sarà composto di 9 capitoli che – una volta realizzati tutti – saranno raccolti in un nuovo dvd.

…Stay tuned!

Bomba Libera Tutti. Stereotipi e differenze di genere in una classe delle elementari

In che modo – bambine e bambini – costruiscono la propria identità di genere? Come influiscono gli stereotipi di genere e i pregiudizi sul maschile e sul femminile all’interno di questo processo? A questa e ad altre domande hanno provato a rispondere alcuni insegnanti della scuola elementare “Galileo Galilei” di Pistoia. Coinvolgendo gli* alunn* della classe quarta gli autori Daniele Lazzara e Pina Caporaso hanno realizzato un documentario delicato ed intenso. I* bambin* sono stati divisi in piccoli gruppi, per consentire ad ognuno di avere tempo e spazio per esprimere le proprie idee, e sono stati coinvolti in tre attività diverse: la lettura a voce alta di brevi racconti, l’analisi di pubblicità e di immagini televisive e la discussione tra pari sul modo in cui le bambine vedono i bambini e viceversa.

La prima attività prende spunto da un’esperienza editoriale degli anni ’70  intitolata Dalla parte delle bambine in cui si racconta la rappresentazione del maschile e del femminile attraverso brevi storie che hanno per protagonisti alcuni animali. Attraverso le storie di Arturo e Clementina e quella dei topini del racconto una fortunata catastrofe si indaga il rapporto tra maschi e femmine sia nei rapporti relazionali sia nella divisione dei ruoli e dei compiti sociali. I bambini percepiscono i pregiudizi attorno alle figure descritte e discutono assieme attorno al tema dell’identità di genere.

Gli autori del documentario sono consapevoli che oggi la scuola, a causa della disputa politica che la coinvolge e dei grandi problemi finanziari ed economici, sta perdendo quel ruolo di agenzia formativa primaria che per secoli le è stato assegnato, ruolo che sempre di più viene affidato alla televisione:

è la scuola che insegna ai bambini come stare al mondo e crea un modello di convivenza basato su una visione conservativa e consumistica.

L’analisi di alcune pubblicità permette ad insegnanti e bambin* di focalizzarsi attorno al tema degli stereotipi: come vengono rappresentate le donne? di cosa parlano, di cosa si occupano? nello svolgimento di quali attività vengono ritratte? I bambin* comprendono bene il meccanismo degli stereotipi e ciò risulta evidente nell’analisi della pubblicità di “Indovina chi?”, un gioco da tavolo molto in voga negli anni ’90. Nella pubblicità si può vedere un bambino e una bambina sfidarsi ad una partita. «Se c’era solo una bambina si poteva pensare che quel gioco era da femmina», dice un bimbo. «Comunque non è detto – fa eco una bambina – anche se avessero fatto vedere solo un bambino non è detto che solo i bambini possano giocarci!» I* bambini* notano le criticità e le ristrettezze di un adeguamento troppo rigido ai ruoli che vengono imposti ai generi.

L’ultima attività proposta riguarda la discussione sul maschile e sul femminile: ai bambini è chiesto di descrivere le bambine e viceversa, soffermandosi in particolare su cosa non apprezzano dell’altro sesso. Emerge qui una visione stereotipata dei generi (i bambini sono bulli e vanitosi, le bambine interessate solo al proprio aspetto fisico e troppo gelose) e la discussione accende il conflitto. I maschi si offendono per la descrizione fatta dalle bambine mentre queste ultime tentano di mediare e ritrattare la propria posizione.

Si può leggere qui il ruolo conservatore delle donne? Attente a non rovinare gli equilibri (…) chiamate a ricucire ed accogliere?

In definitiva il documentario offre una fotografia, nitida e precisa, dei rapporti tra maschile e femminile e delle modalità in cui la società contribuisce a determinare  precise regole di comportamento attribuendo ruoli imposti. Alla scuola gli autori affidano un compito importante: quello, cioè, di costruire un luogo protetto e sicuro in cui affrontare il tema in questione proponendo modi/mondi alternativi a quello imposto dalla società e dalla televisione.

Se, come dicono gli autori, «nel buio del presente ci sono cose che fanno luce»  il lavoro di questi insegnanti rappresenta un bel traguardo raggiunto nell’ottica di un’educazione al genere e al rispetto, per tutti.