La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

Annunci

Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto

Credo sia giusto non interrompere mai le buone abitudini. Uno dei motivi per cui ho voluto aprire questo blog, ormai più di un anno fa, è per divulgare e difendere i contenuti pedagogici.

Una delle attività che ho sempre preferito, a riguardo, consiste nel recensire i libri che affrontano temi che mi stanno particolarmente a cuore nella pratica professionale. Libri mai scontati, non i “grandi classici”

Credo sia giusto quindi cominciare questo nuovo anno nel solco del precedente!

Il libro che ho scelto di leggere e di commentare per voi è un manualetto edito da una casa editrice toscana, Terra Nuova Edizioni, scritto da Catherine Dumonteil-Kremer. L’ho acquistato diversi mesi fa proprio ad un evento nel quale si è fatto luce sulle attuali correnti che animano il mondo scolastico, curato dalla casa editrice medesima.

Il libro mi ha incuriosito a partire dal titolo: STOP! Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto. Affronta, cioè, uno di quegli argomenti intorno al quale, in consulenza, le famiglie mi chiedono di essere portati a riflettere.

Il volume è scritto da una educatrice montessoriana e si apre con un’introduzione di Micaela Mecocci, anch’essa professionista formatasi all’interno dell’approccio montessoriano.

Il libro è molto semplice, non fornisce soluzioni ma solo suggerimenti attorno a quegli aspetti che, se non presi adeguatamente in considerazione, possono rischiare di mandare “in frantumi” la serenità familiare.

Per affrontare il tema delle regole l’autrice parte dalla necessità, per i genitori, di vedere e ri-vedere le stesse distinguendole in gruppi diversi: quelle non negoziabili, quelle negoziabili e poi i valori che, per il nucleo, possono essere alla base delle loro modalità educative e di vita (i valori possono cambiare da famiglia a famiglia).

In sostanza, la prima “regola per dare regole” consiste proprio nella capacità dei genitori di fare chiarezza ed ascoltarsi. L’ascolto poi diventa il filo conduttore di ogni scambio comunicativo con i bambin*.  L’autrice smonta il concetto di capriccio e anche quello di premi&punizioni: secondo la logica montessoriana, infatti, un bambin* non deve agire per ottenere il consenso altrui ma deve essere messo nella condizione di esprimersi (e, spesso, i capricci non sono altro che un’espressione di un bisogno che non si sa comunicare – o si comunica più facilmente – in altro modo)e scegliere per il proprio benessere.

Attraverso l’ascolto e la condivisione dei punti di vista è possibile costruire un approccio autorevole ma non autoritario che metta il bambin* nella condizione di imparare ad esprimersi, a fare richieste, senza sentirsi necessariamente castrato o svalutato. L’obiettivo delle regole infatti non è quello di produrre futuri uomini e donne capaci di “stare nei ranghi” ma, proprio al contrario, esseri pensanti e ben in ascolto di se stessi.

Condivido l’approccio del volume (pur non essendo io di formazione montessoriana) e credo abbia dalla sua una serie di vantaggi: è molto breve, si legge facilmente, è semplice e fornisce ai genitori – unico vero target – una serie di stimoli atti a farli riflettere su di sé e sulle loro modalità di educazione e gestione dei bambin*.

Si tratta di un libro che riutilizzerò sicuramente all’interno deli miei corsi sulla genitorialità o durante le consulenze perché offre spunti interessanti attorno ai quali avviare un riflessione condivisa.

Il tema delle regole e della genitorialità consapevole risulta essere uno di quelli maggiormente “caldi”: molti sono i genitori che richiedono consulenze in questo senso. Credo, oggi, ci sia una nuova sensibilità attorno all’argomento. Si sta finalmente mettendo da parte quell’idea (stereotipo) secondo la quale essere genitori è la cosa più naturale del mondo. La genitorialità oggi è riflessiva, ha bisogno di spazi e confronto e ttto ciò è indispensabile per non produrre enormi danni ai bambin* in crescita.

Se anche tu credi di aver bisogno di un confronto in questo senso resto, come sempre, a tua disposizione!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts

Maschi oltre la forza

Uno degli aspetti migliori del partecipare ad un corso formativo è la possibilità di ricevere interessanti suggerimenti di lettura. Al corso di formazione del CAM – centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze – mi sono imbattuta in questo volume. Si tratta di un libro che raccoglie alcune riflessioni nate grazie alla creazione del gruppo “maschi contemporanei”. L’autore – come si legge nell’introduzione – ha cominciato ad interrogarsi intorno ai temi che riguardano il maschile, la mascolinità e la sua contestualizzazione a livello sociale un po’ per caso, ad una cena con amici. Da qui è nata l’idea di racchiudere, passo dopo passo, queste considerazioni in un volume. E’ un testo che si può leggere cominciando dalla prima fino all’ultima pagina, oppure si può aprire a caso e selezionare una delle riflessioni, racchiuse in quattro macrosezioni, ognuna declinata in quattro sfere specifiche. Ha il pregio di favorire un continuo dialogo con gli uomini poiché parte  proprio da una prospettiva maschile quindi – forse – più semplice da “digerire”. il volume invita alla riflessione costante attorno a quelle tematiche intorno alle quali gli uomini hanno il dovere di interrogarsi: la mascolinità, l’uso della forza, la paura di esprimere le proprie emozioni, l’affettività distorta che molti sembrano coltivare grazie a convinzioni personali che vanno ad innestarsi su luoghi comuni :

12421853_10207864543805062_1865576073_n.jpg

 

Forse alcune considerazioni sono un po’ desuete, forse alcune si basano su stereotipi (come la n.50 che recita “le donne sono più avanti di noi, sanno affrontare con più leggerezza la fine di un amore..”) ma è un libro che sento di consigliare. Agli uomini, soprattutto – perché a loro in particolare si rivolge – ma anche alle donne. Perché come ricorda l’autore solo quando nessuna delle parti si sentirà esclusa dalle riflessioni attorno al rapporto tra i generi, attorno ai cambiamenti sociali imposti a uomini e donne, al grande tema del femminicidio e della violenza, sarà possibile, autenticamente, produrre autentico un cambiamento sociale.

 

Alessia Dulbecco

puoi seguirmi su www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

Toglimi le mani di dosso

  

Olga scrive sotto pseudonimo. Racconta di sé, della sua vita professionale – ma anche di quella privata, poichè l’essere umano non vive per compartimenti stagni e quindi l’una si riflette sull’altra – e delle difficoltà che incontra sul luogo di lavoro. Queste ‘difficoltà’: hanno un nome ben specifico: si tratta di molestie. Quelle sottili, che passano per richieste travestite da inviti, per baci sulla guancia non voluti, per battuttine sulla sfera sessuale assolutamente inappropriate. In tutto il volume non ci sono riferimenti ai luoghi in cui si svolge la vicenda: tutto viene contestualizzato in maniera indefinita. Si parla così di colloqui che avvengono in grandi città, di un primo trasferimento in una località nella pianura padana, di un soggiorno di prova in una cittadina balneare di provincia.

Olga è una giornalista trentenne: anni di gavetta alle spalle, master e corsi di formazione hanno lastricato il suo cammino di precaria che le ha permesso – dopo anni di lavori nel giornalismo (pagati quanto un tirocinio) di approdare nel mondo di una piccola emittente televisiva. Sempre precaria, ma almeno con uno stipendio mensile da milleduecento-euro-al-mese. Un miraggio, per la nostra generazione. Quando l’emittente comincia a navigare in cattive acque le viene data notizia del suo licenziamento. La precarietà modifica il cervello delle persone e Olga non si scoraggia, conosce bene la sensazione di non avere nulla di certo nella vita e di non poter spingere la sua fantasia a progettare la propria esistenza al di là della fatidica soglia dei sei mesi. Sa anche, purtroppo, che non è possibile muoversi alla ricerca di un lavoro senza le conoscenze, gli agganci. Un amico le fa avere un colloquio con un potente direttore che sta per aprire un nuovo giornale, con sedi sparse in tutta Italia. Le viene proposto un periodo di prova di due settimane: Olga è felice, sembra che il direttore riconosca il suo valore e la incoraggi ad essere decisa per potersi far strada. Presto capirà la verità: le settimane di prova diventeranno mesi e quella che inizia sembra essere una trattativa dove la posta in gioco è proprio Olga: è il gioco perverso del “io ti do… se tu mi dai”. Olga lo capisce subito e ne ha conferma confrontandosi con altre colleghe, ben consapevoli del fatto che la possibilità di avere un contratto, di fare carriera o di non essere cacciate dal mondo lavorativo (per le colleghe di già un certa età) passa inevitabilmente per il letto del direttore, attraverso il soddisfacimento delle sue richieste.

È un bene che nel volume non ci siano riferimenti specifici: la storia di Olga diventa così un manifesto collettivo. Contro la precarietà delle esistenze che si traduce in una mortificazione dei rapporti sociali (“non c’è solidarietà tra precari”) e personali che diventa quasi una battaglia tra i sessi (Ettore, il suo compagno, ha una carriera avviata, lavora per una radio nazionale, e non deve scontrarsi con la rabbia, la vergogna e la totale assenza di riconoscimento professionale). 

La storia di Olga è la storia di tutte noi, giovani precarie, che sul posto di lavoro non hanno la stessa dignità che spetta alla controparte maschile.

 La storia di Olga è la storia di tutte le donne, costrette ad essere ‘sempre sul pezzo’ a dimostrare quanto valgono, obbligate a toccare con mano la propria vulnerabilità. Essere donna, in ambito lavorativo, è un problema: perché si guadagna meno, perché è richiesto il doppio dello sforzo per dimostrare le proprie capacità, perché si è sempre alla mercé di qualcuno che si sente in diritto di abusare di quel corpo che non possiede lo stesso valore di quello maschile: siamo (ancora) oggetti più che soggetti.

Il libro di Olga è un punto nello stomaco, 130 pagine difficili da leggere… Perché ogni molestia subita, ogni angheria da parte del caporedattore, del collega-nemico, del sindacato che cerca invano di coinvolgere per richiedere protezione e sostegno, le subiamo anche noi. La sua denuncia è l’unico modo per aprire gli occhi su una realtà  –  ben chiara ai colleghi e alle colleghe, ma anche dello stesso Ettore o alla  mamma che confessa di aver subito un trattamento simile molti anni prima, quando lavorava in un grande studio come segretaria – che è purtroppo conosciuta da tutt*, ma taciuta. Il volume e il progetto on line che si è sviluppato in contemporanea – Il porco al lavoro – danno la possibilità, alle donne ma non solo, di compiere una piccola rivoluzione: smetterla di accettare le molestie come parte integrante della vita lavorativa e cominciare, invece, a denunciare apertamente. 

Per fare in modo che l’atteggiamento nei confronti delle donne cambi bisogna prima essere in grado di riconoscere ciò che ci accade, uscire dalla logica del “forse siamo noi che dobbiamo adattarci al mondo e smetterla di volerlo cambiare” (come dice una collega alla giovane giornalista) e cominciare – davvero – a reagire. Olga ha compiuto una prova di coraggio, ci ha tracciato la strada. Il resto, ora, tocca a noi.

Il diritto di essere io

  Michela Marzano si confronta con temi attuali e scottanti: l’uguaglianza dei diritti, la paternità o la maternità surrogata, il corpo come nuova fissazione e  nuova gabbia, il rapporto con gli altri e l’amore. È un libro che si legge con facilità nonostante i concetti siano complessi. È un libro che vuole promuove  l’uguaglianza, ma quella vera,

Che riconosce e valorizza le differenze individuali senza però negare a nessuno un accesso paritario ai diritti.

Troppe volte la società con le sue regole obbliga ogni essere umano a limitarsi, in nome di un non ben identificato ‘rispetto’ nei confronti dei codici condivisi. il diritto ad essere io viene costantemente messo alla prova da esigenze sociali: la bellezza ad ogni costo, la perfezione del corpo, le leggi che non rispettano l’amore tra persone dello stesso sesso, le norme che ci impediscono di voler esercitare anche un diritto estremo come quello di essere accompagnati verso una morte dolce e decorosa, quando vivere appare ormai impossibile.

Ogni capitolo del volume affronta un argomento specifico e Marzano, con l’occhio e l’acume della filosofa, indaga ogni singolo aspetto rimarcando la bellezza dell’imperfezione, l’importanza della relazione autentica con l’altro.

Il volume presenta poi un ulteriore approfondimento, sempre su queste tematiche, ad opera di altri importanti autori/scrittori/intellettuali italiani (da Rotodà ad Aspesi) riportando articoli apparsi su La Repubblica. Il loro punto di vista articola e approfondisce le questioni in oggetto con ulteriori riflessioni.

Tutte le tematiche affrontante hanno, a mio parere, un peso pedagogico notevole. Parlare di diritti impone di parlare di educazione, prima. Perché bisogna essere educati e formarsi adeguatamente per riuscire a trovare il modo di conciliare autenticità e conformismo, il “diritto di essere io” e le regole sociali. Bisogna essere educati ad un nuovo senso del corpo, ad un nuovo modo di stare a contatto con gli altri sviluppando empatia e affettività.

Il diritto di essere io passa (anche) attraverso l’educazione.

Senza Chiedere il permesso

9788807172410_quarta.jpg.448x698_q100_upscale

Quando, nel 2009, Lorella Zanardo – insieme a Marco Chindemi e Cesare Cantù – pubblicano su youtube il documentario Il corpo delle donne, sono consapevoli della rivoluzione che stanno per attivare. Il documentario viene visto da milioni di utenti e molti di loro iniziano a porsi delle domande: come si può contrastare il disfacimento culturale in cui l’Italia ormai si trova da qualche decennio?

Senza chiedere il permesso, pubblicato nel 2012, è un po’ il resoconto di quanto è stato fatto e di quanto ancora si può fare, prima di arrendersi alla barbarie culturale in atto.

Zanardo scrive questo volume pensando ai giovani, alle ragazze e ai ragazzi che a partire dal 2009 ha cominciato a incontrare nelle tante scuole in cui è stata richiesta la sua presenza per parlare di televisione, stereotipi e sessismo. Pensa a questo volume come ad un ponte che è stato costruito da adulti responsabili per cercare di superare le macerie – televisive e mediatiche – che hanno bloccato, ormai da tempo, la strada. Pensa e scrive questo libro come un grande esercizio di gruppo: scopo del lavoro è riflettere e prendere consapevolezza di tutto ciò che l’Italia è stata costretta a subire negli ultimi 30 anni di televisione. Obiettivo finale è dare ai giovani l’opportunità di agire, di cambiare le cose.

Il volume è una grande riflessione sui media e sugli stereotipi che spesso producono o contribuiscono a mantenere. In un contesto in cui l’analfabetismo di ritorno ha toccato cifre elevatissime, in cui gli italiani seguono una dieta mediatica monotematica è necessario superare la visione miope (che Zanardo attribuisce anche a buona ‘parte della politica di sinistra) che vorrebbe semplicemente non occuparsi di questi aspetti, dei programmi tv più trash . Secondo Zanardo bisogna invece guardare questi programmi, parlare con chi li guarda e cercare di aeducarli a sviluppare un nuovo sguardo, ad acquisire nuova consapevolezza. Le diete repressive non hanno mai salvato nessuno. Per questo l’autrice si sofferma sui programmi televisivi invisi all’intellighenzia italiana: uomini e donne, il grande fratello, la pupa e il secchione. Racconta il perché di certe inquadrature, il motivo di certi montaggi. Ma si sofferma anche sui telegiornali, sulla rete e sull’informazione che qui si può trovare. Ogni scelta stilistica (nei siti come in tv) ha una ragion d’essere e Zanardo ci spiega il perché.

Il libro racconta anche del riscontro positivo che gli incontri con gli student* hanno avuto in tutta Italia. E’ a loro, in definitiva, il chiodo fisso di Zanardo:

Non aspettate, ragazzi. Non attendete istruzioni, ragazze, perché non arriveranno o forse arriveranno troppo tardi, e il tempo è prezioso. Alcuni fra noi adulti vi daranno una mano, il tempo necessario a costruire ponti sulle macerie prodotte dai crolli di questo mondo in disarmo. Voi percorreteli, poi sarà ora. Non attendete oltre. Tocca a voi.

Senza chiedere il permesso.

E’ un testo importante quello di Zanardo e lo consiglio a tutti gli operatori, i formatori e gli insegnanti che si occupano di stereotipi di genere e media. Offre strumenti di riflessione importanti e punta alla riflessione condivisa con i giovani, anziché a fornire divieti o restrizioni. Spesso gli student* si rivelano più disposti dei loro insegnanti a riflettere su certi meccanismi ormai dati per scontati. E’ solo attraverso l’assunzione di consapevolezza che si possono cambiare certi modelli prestabiliti e questo volume vuole proprio andare in questa direzione.

A tavola con Platone – Esercitazioni e giochi d’aula sulle differenze culturali,sessuali e di genere

cop

È un libro, ma anche una vera e propria raccolta di materiale su cui impostare un progetto formativo attorno a tre grandi nuclei concettuali: la violenza di genere, il linguaggio sessista e la cultura della diversità.

Secondo le autrici «è importante progettare interventi formativi che consentano di sviluppare quelle competenze sociali che sono indispensabili perché una persona sia in grado di esercitare il proprio diritto di cittadinanza e di riconoscere analogo diritto a tutte le altre persone» (p.13).

Gli interventi formativi progettati ruotano attorno alle esercitazioni e ai giochi d’aula. Negli adulti l’uso dei giochi apre nuovi canali percettivi e favorisce il problem solving, sono più coinvolgenti e danno alle persone la sensazione di aver contribuito attivamente alla realizzazione dell’attività, diventandone co-protagonist*.

Nell’apprendimento a scuola questa metodologia risulta ancor più adatta, soprattutto se si considera che gli interventi formativi hanno spesso una breve durata. Strutturati attraverso giochi ed esercitazioni, gli interventi si rendono più efficaci. L’impostazione risulta inoltre meno direttiva e contribuisce a differenziare l’intervento dei formator* da quello delle/degli insegnant*.

la prima sezione raccoglie i giochi che hanno la funzione di “rompere il ghiaccio”: sviluppano l’empatia, fanno riuflettere quanto le nostre azioni siano dipendenti dalle nostre abitudini e  dimostrano quanto sia semplice confondere fatti ed opinioni.

La seconda e la terza parte sono dedicate ad esplorare il terreno fatto  di stereotipi, pregiudizi e di discriminazioni legate al genere. i giochi fanno riflettere sulle implicazioni linguistiche (ad esempio nel contrasto delle professioni: molte di esse, declinate al femminile, rimandano ad un immaginario concettuale svilente per la donna), sui contenuti semantici delle parole.

La quarta sezione è dedicata alla violenza di genere: i giochi sono funzionali a promuovere la consapevolezza che la violenza di genere nasce e si esprime nella stragrande maggioranza dei casi all’interno di una relazione affettiva e si cerca di riflettere sui fattori socio-culturali che possono favorirla.

Gli stereotipi di genere vengono indagati anche nel capitolo successivo, ma questa volta nell’ambito dell’omosessualità: si analizzano i possibili pregiudizi che si possono nutrire nei confronti delle persone omosessuali o delle loro relazioni oltre che i vari stereotipi legati all’omosessualità.

il sesto capitolo è dedicato alle culture: si vuole smascherare la visione etnocentrica che spesso ci spinge ad agire e pensare e sui pregiudizi che spesso nutriamo nei confronti dell'”Altro”.

L’ultimo capitolo è quello dedicato a stimolare la capacità di entrare in empatia con l’altro e a favorire l’utilizzo del dialogo per il confronto e il superamento delle differenze.

I materiali sono fruibilissimi e tengono conto dei tempi che i formator* possono avere (molte attività si possono realizzare stando sotto la soglia dei 15 minuti, alcune possono arrivare ad impiegare anche un’ora di tempo). Rispetto al target, invece, ritengo che la maggior parte dei giochi sia pensata per un uso all’interno dell’ambiente scolastico (fascia di età: studenti delle scuole medie e superiori); pochi sono i giochi che ho trovato adatti anche ad un pubblico adulto.

In definitiva risulta essere un ottimo manuale, adatto a formator* ed educator*, dal quale attingere per impostare il proprio progetto formativo e per condurre, in definitiva, i partecipanti a riflettere sull’importanza del rispetto in qualsiasi relazione umana.

L’educazione sessista nei libri di testo delle elementari

E’ un lavoro che parte da lontano, quello compiuto da Irene Biemmi nel suo volume Educazione sessista. L’autrice recupera in prima istanza le ricerche di Alma Sabatini e da qui parte per mettere a sistema il suo impianto teorico.

Come afferma Sabatini

per ciò che riguarda il linguaggio la discriminazione sessista è duplice poiché si manifesta sia nell’uso della lingua che nel sistema interno alla lingua. Il problema della “donna nella lingua” può essere analizzato nel duplice aspetto di “come si parla della donna” e “di cosa il sistema linguistico mette a disposizione per riferirsi alle donne”.

Proprio partendo da questa duplice forma discriminatoria Biemmi mette a punto un’indagine – quantitativa e qualitativa – che coinvolge i libri di testo adottati nelle scuole elementari d’Italia. I libri adottati nelle scuole primarie possono costituire un terreno fertile alla costruzione di stereotipi di genere: come vengono rappresentati bambini e bambine? come vengono rappresentate le famiglie di cui fanno parte? che ruolo hanno le donne? e gli uomini? quali sono i* protagonist* delle storie raccontate? cosa fanno?

Rispondere a questi interrogativi permette di verificare l’esistenza della duplice discriminazione sessista di cui parlava già Sabatini nelle sue ricerche. Quello che emerge è infatti l’esistenza di questo impianto sessista nel duplice registro indicato dall’autrice.

Le famiglie rappresentate nei libri di testo risultano essere anacronistiche: le donne sono dipinte come mamme, se lavorano fuori casa (poche) fanno “lavori femminili”: insegnano, si occupano degli anziani o dei bambini. I papà invece sono rappresentati come uomini indaffarati, sempre presi dal lavoro e con poco tempo per la famiglia. Spesso adottano comportamenti  educativi riprovevoli (picchiano le proprie figlie se trasgrediscono alle loro richieste).

I protagonisti delle storie sono nella maggioranza dei casi, bambini. Le bambine compaiono solo se la storia in uno spazio interno, domestico (gruppi di bambine che si riuniscono per prendere il thé come le mamme, bambine  che amano leggere o fare le pulizie…). Se la trama prevede un minimo di azione o se la storia si svolge al di fuori delle mura di casa è quasi scontato che il protagonista sia un bambino.

Quello che la ricerca di Biemmi vuole mettere in luce è il fatto che i libri di testo, le storie che bambine e bambini leggono nel percorso scolastico, favoriscono lo sviluppo di stereotipi sessisti, limitando l’immaginario possibile e le potenzialità per le bambine. Richiamando Sabatini “il linguaggio mette a disposizione pochi elementi per riferirsi alle donne”. Libri di questo tipo contribuiranno a mantenere una visione stereotipata dei ruoli, dei compiti e delle possibilità, limitando quelle femminili. Il linguaggio dei libri, anche se anacronistico, è pervasivo e per spiegare ciò basta portare un esempio: se si entra in una qualsiasi classe (nella mia esperienza professionale erano le secondarie di primo grado, ma le cose non cambiano in una primaria) e si chiede ai ragazzi di definire ruoli e professioni maschili o femminili verranno riproposte per filo e per segno le nette distinzioni ritrovate nei libri (le donne cucinano, gli uomini lavorano e hanno spesso posizioni di prestigio, le donne stanno a casa etc..). Quando invece si prova a chiedere agli stessi ragazzi di descrivere la propria famiglia le cose cambiano radicalmente: quasi tutti hanno mamme che lavorano fuori di casa (svolgendo incarichi anche prestigiosi), dai loro racconti emerge  che anche i papà contribuiscono all’andamento familiare. Il motivo del divario tra le risposte fornite alla prima o alla seconda domanda è semplice: gli stereotipi plasmano l’immaginario per cui quando si chiede ai ragazzi di rispondere ad una domanda in modo generale (senza riferirsi a casi specifici) riproporranno i modelli acquisiti attraverso le letture, i libri di testo, i riferimenti scolastici.

Compito del volume è perciò quello di portare attenzione sul problema del linguaggio e trovare nuove soluzioni

non si tratta dunque di imporre cambiamenti linguistici ma di dare la giusta visibilità e rispondenza linguistica al nuovo status sociale delle donne (p.31)

Una soluzione è quella di fare pressione alle case editrici affinché cambino il modo di descrivere tutto ciò che attinge al femminile all’interno dei propri testi scolastici, l’altra – conseguente alla prima – è di offrire a bambini e bambine modelli positivi verso i quali orientare le proprie vite.