Lo sguardo pedagogico e gli “errori” dei genitori

fonte pixabay

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo interessante. Parlava dell’essere genitori e degli sbagli che  essi commettono, spesso completamente in buona fede.

L’autore cita trenta comportamenti che madri e padri dovrebbero considerare per evitare di interferire negativamente nella crescita dei propri figli/e.

Un bambino è un bambino per 10, 11, forse 12 o 13 anni, a seconda della persona a cui lo chiedi. Poi, per i sei o sette anni successivi sono giovani adulti. E poi sono adulti per il resto della loro vita.

Non proteggeteli dalle avversità. Aiutateli a costruire la propria autostima. Dotateli di strumenti per risolvere le cose da soli

 

Un genitore dovrebbe preparare i figli/e alla vita adulta facendo loro capire che il mondo là fuori è complicato, certo, ma non pauroso e che, soprattutto, dispongono di tutto ciò che serve per potervi far fronte.

Nel cammino educativo, i genitori devono aiutare i figli/e a costruire la propria autostima (quel processo che porta il soggetto ad apprezzarsi tramite giudizi autovalutativi positivi), trovare le giuste strategie per superare e affrontare situazioni negative, rafforzare la propria resilienza, conoscere il proprio bagaglio emotivo e gestire le situazioni relazionali scomode.

Quali sono, invece, i comportamenti che rischiano di compromettere l’acquisizione di queste tappe formative fondamentali?

  •  li corrompiamo

spesso li ricompensiamo per le cose sbagliate (“se rimetti in ordina la stanza ti compro ….”) alimentando in loro un pensiero logicamente (ma non educativamente) corretto : il bambino si aspetterà una ricompensa ogni volta in cui eseguirà un compito che dovrebbe fare a prescindere

  • ci sostituiamo a loro

Invece che aiutarli fornendo loro gli strumenti, facciamo per loro i compiti. Che sia nel gestire i compagni di classe o fare gli esercizi per l’interrogazione di matematica del giorno dopo, spesso i genitori si trovano a sostituirsi ai figli/e. Il motivo è sempre lo stesso: si fa prima a fare qualcosa anziché insegnare, passo dopo passo, quel bagaglio di conoscenze necessarie per fronteggiare da sé i propri problemi. Ciò porta i bambini/e a permanere in uno stato di dipendenza costante.

  • LI critichiamo  

La critica a cui il giornalista si riferisce è quella negativa, che parte da un errore per attaccare il punto debole del bambino. E’ quella critica che parte dall’azione per colpire l’essere (hai fatto…quindi sei…)

  • non sappiamo accogliere le loro emozioni

se un bambino cade cerchiamo di sviare l’attenzione sminuendo l’accaduto, dicendogli di non piangere. Siamo poco sensibili all’ascolto delle loro emozioni e alla capacità di ascoltare ed accogliere la loro frustrazione. in questo modo li educhiamo a non sentire, a non riconoscere e a non fare fronte al problema.

  •  non li ascoltiamo

Prestiamo attenzione a molte cose futili dimenticandoci però di quelle significative. Sappiamo che tipo di relazioni vivono i ragazzi/e di oggi? sappiamo in che modo usano le tecnologie? siamo attenti alle parole che possono far trasparire un certo malessere di fondo?

Spesso gli adulti non ne sono in grado, troppo assorbiti dalle necessità contingenti dimenticano di guardare alla sostanza.

Questi “errori” (liberamente tratti proprio dall’articolo che mi ha dato il”via” per scrivere queste righe) non sono irrisolvibili, a patto che i genitori decidano di vederli e porvi rimedio.

I percorsi educativi hanno proprio lo scopo di riflettere sulle carenze educative che si possono verificare al fine di invertire la rotta stabilendo una relazione autenticamente significativa con i propri figli/e. Lo sguardo pedagogico, in grado di concentrarsi sulla relazione, sul contesto e sui rapporti educativi, porta a ristabilire una relazione significativa tra genitori e figli/e che possa essere autenticamente “educante”.

 

(foto: pixabay)

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L’educazione e i nuovi strumenti social: quattro chiacchiere con Silvia Ferrari

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Ho conosciuto Silvia su internet, quasi per caso: mettendo un like alla sua pagina Redazione pedagogica e seguendola giorno dopo giorno. Ho sempre apprezzato molto i link pubblicati e il suo modo tenero di salutare tutti i fan con un buongiorno un po’ speciale, un po’ ludico (homo ludens insegna …).

Le tante pagine che amministra propongono materiali interessanti, spunti e suggestioni che per chi, come me, si occupa di educazione e formazione costituiscono momenti  di riflessione importanti.

Per questa ragione, quando poco tempo fa ha aperto un blog su una piattaforma specifica, ho deciso di farle qualche domanda: per capire come è nata la sua passione per queste tematiche, per raccontarci quale fosse stato il suo percorso di studi e che cosa significhi – dal suo personale punto di vista – divulgare informazioni e contenuti a carattere pedagogico.

Inoltre ho voluto porle alcune domande sul rapporto tra pedagogia e social. Spesso, quando racconto di essere una professionista che si occupa di educazione e formazione, avverto negli altri una sorta di straniamento, come se la professione del pedagogista (troppo spesso confusa con quella del pedagogo) avesse a che fare con qualcosa di “antico” e sicuramente non al passo coi tempi. Per questo intervistare Silvia mi è parso particolarmente utile: le sue risposte permettono di capire quanto invece sia indispensabile parlare di educazione, soprattutto in un momento come quello attuale in cui la complessità sociale problematicizza anche questa professione: le agenzie formative si moltiplicano mentre si dimezzano le possibilità di trovare guide sicure e voci competenti in materia.

Ecco il nostro carteggio, spero possa risultare stimolante per tutti coloro che si occupano di queste tematiche!

A:  Silvia, come è nato il tuo interesse verso le tematiche pedagogiche?

S.: L’educatore è un guaritore “ferito”, come diceva il centauro Chirone: frase da non generalizzare ma nella quale rispecchio il mio percorso esperienziale prima che di studio. La pedagogia senza saperlo è “entrata” interiormente all’età di 9 anni: molto tempo prima della maturità magistrale e della laurea ho imparato sulla mia “pelle” cosa vuol dire la “resilienza” dopo il trauma della separazione genitoriale (all’epoca mia sorella aveva 2 anni), sviluppando il mio approccio di cura e di empatia verso un minore, con dialogo e ascolto non giudicante. Ho affinato col tempo le mie capacità di osservazione delle dinamiche familiari, cercando nei confronti del minore di “tirar fuori” il meglio dalle sue potenzialità specifiche. I percorsi di studio conseguenti di una libera scelta personale (qui il mio carattere mite, paziente, discreto mi ha favorito), che ha “assecondato” la mia naturale vocazione all’aiuto e all’altrui disagio, sono stati una “cornice” dove “trasferire” questo mio “bagaglio” emozionale ed esperienziale, il cui valore non è da paragonare ai tanti certificati e attestati (senza nulla togliere all’importanza della teoria). Quando all’Università preparai alcuni esami, nei libri ritrovai esattamente gli stessi eventi e la loro risoluzione che avevo vissuto anni prima. La mia tesi di laurea in Educazione degli Adulti ha riguardato proprio la resilienza derivante da eventi critici che possono modificare e/o disgregare l’assetto familiare: per la stesura di alcuni paragrafi i libri non mi sono serviti. L’educazione e la pedagogia col corollario di discipline affini sono il “pane” che “alimentano” la mia vocazione e l’essenza stessa della divulgazione “social”. “Ringrazio” di aver vissuto e superato quel disagio familiare, la mia “palestra” formativa nonché “banco di prova” di futura pedagogista è stata la mia famiglia. Il mio motto è: “chi vive un disagio e lo supera, può aiutare l’altro”, parlo per me, s’intende.

A.:  Quali sono state le tue esperienze professionali in seguito alla laurea?

S.: La laurea quadriennale in Scienze dell’Educazione V.O. (Ex-Pedagogia) ad indirizzo Educatori Professionali Extrascolastici mi ha qualificato pedagogista, ma di fatto le mie esperienze non continuative in anni diversi sono state con qualifiche differenti rientranti nell’ambito educativo e alternate ad aggiornamenti professionali. Post-laurea ho svolto un tirocinio (trovato da me in un’inserzione locale) per assistente all’infanzia in asilo nido/baby parking privato (fascia 0-3) nel Cagliaritano della durata di 5 mesi con 300 ore, a seguire per due anni educatrice domiciliare sia au pair che non (per bimbi in fascia 0-2), per 3 mesi educatrice volontaria in centro infanzia/ludoteca con doposcuola per minori da 0 a circa 10/12 anni in situazioni di disagio familiare (restrizioni orarie del tribunale, difficoltà in famiglia), educatrice in colonia estiva (fascia di età 8-12), per due anni redattrice pedagogica di articoli, recensioni e interviste per siti con temi educativo/familiare, diversi anni fa mi proposi anche per una collaborazione in un centro di ascolto nel Cagliaritano, ma la risposta non arrivò mai. A livello “virtuale” sono amministratore dal 2011 di 8 gruppi educativi di divulgazione su Facebook e da aprile 2015 blogger/web writer.

A.: Quando hai iniziato ad amministrare il primo gruppo educativo su Facebook?

Amministrare i gruppi educativi per me è un modo per tenere viva sia la vocazione che la “fiamma” della passione educativa, che ha rischiato di vacillare per la difficoltà a trovare lavoro. Detto questo, il 1° gruppo che ho iniziato ad amministrare è stato “Che forte lavorare per i bambini” a luglio del 2011: un gruppo creato da un papà e che fino alla mia “promozione” contava appena 58 iscritti. Con la mia nomina si è voluta dare al gruppo un’ impronta” educativa in ragione dei miei studi e anche una “spalla” in più per redigerne la descrizione, aggiunta/rimozione di utenti, moderazione di link e post, controllo costante della bacheca (da pc e cellulare) e rimozione dei fuori tema. In pochi mesi il gruppo ha incrementato parecchio arrivando ai numeri attuali.  Penso (non per vantarmi), di essere l’amministratrice social più attiva.

A.: Col passare degli anni i gruppi amministrati sono saliti a 8. Riesci a differenziare i contenuti che proponi e cosa significa amministrare un gruppo?

S.:Dal 2011 a oggi i gruppi amministrati da me (sola o in condivisione) sono saliti a 8. Spesso mi è stato chiesto:”Come fai a seguirli tutti?” e quando ad aprile 2015 ho creato il mio 8° gruppo, qualche contatto mi ha detto:”Complimenti per il coraggio” e una collega:”Hai avuto un’idea geniale”. Ma torniamo un attimo agli altri. Dopo “Che forte lavorare per i bambini” il 2° gruppo è stato “Scienze dell’Educazione”: ero tra le iscritte per via della laurea omonima V.O. con appena 9 iscritti. Chiesi alla creatrice originaria di “promuovermi” ad Admin, diventai quindi l’unica a gestirlo, approntando lo stesso “modus operandi” del 1° e valido per i gruppi successivi. Col tempo anche “Scienze dell’Educazione” è cresciuto fino ai numeri attuali. A seguire il 3° è stato “Quelli del concorso a cattedra 2012” senza admin, l’ho rilevato e poi “trasformato” dopo due anni nel gruppo “Rete Infanzia” (1° admin di due), quindi il 4° “Non solo psicologia…”, stesso creatore del gruppo “Che forte lavorare per i bambini” e successiva mia nomina a 2° admin: il gruppo si “apre” a temi di psicologia ed educazione. Ormai ad amministrare gruppi ho preso “gusto” e cercando nel motore di ricerca interno a Facebook, ho trovato il 5° gruppo “Dolci mamme in attesa”: pur avendo un discreto numero di iscritte era senza amministratore e allora? mi sono auto-nominata (azione che si può fare e prevista dalle norme sui gruppi). Qui si parla di gravidanze, allattamento, eventi specifici, gruppo ha faticato a “decollare” fino agli inizi del 2015, quando decisi di promuovere a 2° admin una pedagogista/educatrice esperta nel pre-neonatale e cosa importante, è mamma. Ho fatto la scelta giusta: la collega ha quell’esperienza genitoriale che a me manca ed è stata sua l’idea di “trasformarlo” da “pubblico” a “chiuso” per dare modo a mamme, future mamme, ostetriche e altre iscritte di parlare liberamente di temi delicati, ricevendo risposte e supporto dal resto del gruppo. Ecco poi il gruppo 6 “Piccoli consigli per grandi educatori”, nominata 2° amministratore con temi affini agli altri e ancora gruppo 7° “Pedagogisti”, nominata 4° admin e per finire, il 29 aprile 2015 due settimane dopo l’uscita del blog , ho creato il mio 8° gruppo del quale sono Admin unica chiamato “Blog 2.0 – L’educazione in prima pagina”, che accoglie blogger e titolari di siti educativi.  Amministrare un gruppo significa tenere viva la “fiamma” educativa, moderare gli interventi, essere presente con garbo ed educazione e quanto ai contenuti dei gruppi le tematiche sono affini e di interesse collettivo.

A.: Parlami della tua “creatura”, REDAZIONE PEDAGOGICA.

S.:“REDAZIONE PEDAGOGICA” l’ho “creata” il 5 Febbraio 2013 con l’iniziale obiettivo di condividere le mie precedenti redazioni educative prodotte per altri siti affini. In quello stesso anno ho smesso di scrivere articoli causa il noto “blocco” creativo. Col tempo la mia pagina è diventata una “scrivania virtuale” dove postare link di news, eventi a tema accuratamente selezionati (sono solo io ad amministrare la pagina), segnalazioni di letture (apprezzate), massime, locandine, riflessioni mie sugli studi e qualche poesia in rima per il buongiorno ai fan, composta quando ho l’ispirazione. Ricevo (tutt’ora) privatamente richieste per: indicazioni bibliografiche per tesi di laurea (link, testi), consigli educativi, segnalazioni di eventi (ad es., presentazioni di libri, corsi formativi), attestati di apprezzamento e stima da parte di qualche collega con scambio di link di pagina/blog, semplicemente salutarmi. Il mio motto per “Redazione Pedagogica” è: “Quando l’educazione fa notizia”; il vero “motore” della pagina è dato dai fan, che la dinamizzano con visualizzazioni, link, post, commenti, likes, richieste tematiche. Quando una semplice pagina di divulgazione educativa “marcia”, il merito va condiviso con i fan, che non ringrazierò mai abbastanza… Ogni giorno li “accolgo” con un buongiorno speciale (con o senza rima) augurando loro una buona giornata e per loro cerco di fare sempre del mio meglio: perché una pagina “funzioni”, non basta la persona adatta a gestirla, il riscontro deriva dai fan (per la mia pagina: il 93% sono donne e il 7% uomini) diversi per età e aree geografiche. Col blog inaugurato il 16 aprile 2015 “Redazione Pedagogica” è più estesa e ha ripreso la stesura di articoli a mia firma ed è “sbarcata” anche su Twitter come la stessa pedagogista.

 A.: …e ora la tua nuova esperienza, il blog. Come è nata l’esigenza di aprirne uno?

S.: L’idea di un blog l’avevo da più di un anno e inizialmente l’avevo aperto su una piattaforma, ma il “dietro le quinte” era molto complesso e lo chiusi. Dopo qualche mese, lo stesso progetto “Redazione Pedagogica” l’ho attivato su altra piattaforma più agevole e di facile gestione. Da sola ho creato tutte le rubriche che vedete, ho imparato l’incolla-codice per i widget, scrivo nuovi articoli a mia esclusiva firma, do spazio alla divulgazione da clip di lezioni di qualche collega fruibili all’ingresso della home del blog a clip di esperimenti sull’infanzia dal nome di eminenti studiosi. Il blog alla fine è stato una “naturale” estensione dell’omonima pagina social “Redazione Pedagogica”, solo che ha richiesto una lunga “gestazione virtuale”, soprattutto per la stesura degli articoli, che derivano da esperienza diretta/indiretta e/o ricerca tramite un “campione” ristretto e integrati alla fine da una bibliografia tematica di approfondimento (eccetto il 1° articolo) come pure in qualche rubrica, es: “Il cinema educativo”.

A.: Quali sono i punti in comune e/o differenze tra blog e pagine e/o gruppi?

S.: Il mio è un blog personale tematico ad “impronta” pedagogica  con incluse  “finestre” su eventi affini e poi essendo una “Redazione” tratta un po’ di tutto tranne che di cronaca: per quella lascio spazio a siti specifici, tg e giornali vari; io mi occupo solo di educazione e di tutto quanto le ruota intorno. Blog/pagine e gruppi, vediamo i punti in comune: interazione con gli utenti (con commenti o forum collegati), condivisione di temi/articoli sui principali “social media”, divulgazione finalizzata alla conoscenza e informazione, “piazze virtuali” con uno o più amministratori, per pagina/gruppo si “invita” o aggiunge, ma alla fine non cambia poi molto, fan liberamente posso smettere di “seguire” la “piazza”. Le differenze che riscontro riguardano: la centralità della bacheca di un gruppo rispetto a una di pagina dove i fan hanno uno spazio laterale, che forse non dà ampia visibilità, le varie “piattaforme social”, i server che “ospitano” siti e blog, pur trattando temi educativi gli argomenti specifici sono variabili e “rispecchianti” ogni singolo autore, che dà una sua “impronta” sulla realtà sociale. Blog, siti, pagine e gruppi divulgativi hanno un unico grande ambito in comune con tutte le sue “sfumature” e si chiama Educazione.

A.: Quali sono i tuoi progetti educativi futuri?

S.: Il blog era uno dei due progetti educativi che avevo in mente da tempo e dopo la sua “nascita” ho iniziato a lavorare sul secondo: ho detto che era top secret, ma ora posso anche dirlo, senza accennare al tema, il mio prossimo progetto forse sarà editoriale: sto elaborando il mio primo libro. Visto e considerato che sono disoccupata e mi piace scrivere, provo a mettere “nero su bianco” il mio sapere pedagogico. Dopo aver fatto gavetta redazionale per siti educativi (articoli, recensioni, interviste), l’attuale amministrazione di 8 gruppi educativi social + pagina personale + blog, sono pronta per questo “salto nel buio”, augurandomi che “veda la luce” come il blog.

*La pedagogia e la rete*

A.: Come valuti, da un punto di vista pedagogico, la rete e il mondo dei social?

S.: La Pedagogia si compone di due parole greche “pais” e “aghein” che tradotto significa, “condurre il bambino”. Spostando tale definizione in senso molto più generale, oggi la pedagogia “passa” anche per la rete con i vari “social media” e le tecnologie collegate per usufruirne, per “condurre” non solo il bambino ma anche i “care giver” e gli agenti di socializzazione nei “percorsi” non sempre agevoli dell’educazione.  La rete è una “miniera” di informazioni, notizie, idee, blog/siti specializzati sia di esperti che di centri formativi e ciò la rende sicuramente un “territorio” dove trovare e/o dare risposte ai dubbi/domande che tutti abbiamo. Dalle news tematiche che leggiamo, dobbiamo “tirar fuori” (ex-ducere) ciò che è meglio per noi e per l’evento/azione da districare, faccio un esempio: una futura mamma in dolce attesa ha tanti dubbi, domande sul nuovo ruolo che l’aspetta allo scadere dei 9 mesi e quindi che fa? Navigando nella rete troverà tanti portali su gravidanze, i vari tipi di parto e quale scegliere, cosa indossare per stare comoda, calcolare la data presunta del parto e molto altro: le ricerche in rete sono mirate in base al “navigante” che “pesca”. La rete va considerata come un “luogo” da cui trarre il meglio per il nostro vivere, ma senza pensare che quel meglio sia la panacea: siamo noi a dare il giusto significato e “peso” a quanto leggiamo e la rete non è il “sostituto” per la soluzione di problemi… Il web fornisce sì un input a livello visibile (grafica, contenuti), ma l’output al miglioramento deve partire da noi.

A: In rete è possibile trovare moltissime pagine, gruppi, blog e siti a carattere pedagogico. Perché secondo te è così importante veicolare i contenuti pedagogici attraverso la rete?

S.: La società attuale è in continua evoluzione e ogni giorno si pone in discussione. L’educazione nelle sue varie “sfumature” date dai diversi contesti è l’essenza-cardine di “angoli social”, cioè: blog, siti, pagine, gruppi ciascuno con una sua “impronta” data dall’admin e dai suoi studi, dalla sua personalità sviluppata in uno specifico background socio-culturale. E’ importante veicolare bene i messaggi della  divulgazione educativa, da essi dipende il fare bene in modo empatico verso i minori in crescita e verso i vari “care giver”, primi fra tutti i genitori. Facebook è un esempio palese: troviamo un’abbondanza di gruppi educativi personalizzati, di pagine specifiche (es. la mia, servizi educativi, counseling, laboratori, etc) dove chi amministra “trascina” la sua esperienza di vita familiare e professionale al servizio di altri utenti. Blog e siti nascono da un’esigenza più specifica di divulgare il proprio quotidiano, vogliono essere un “luogo virtuale” dove i visitatori possono trovare risposte ai loro dubbi su crescita dei figli, l’educazione, la vita di coppia, aggiornamenti formativi e tutto ciò che ruota attorno alla sfera pedagogica della famiglia ma “in primis” del singolo individuo. La divulgazione educativa in rete va ben “dosata” e condivisa nelle giuste “piazze”: la società si evolve di pari passo con le persone, che vivono situazioni più o meno serene nel vivere quotidiano e che, nel momento del bisogno, oltre a contare sulla “spalla” amica di conoscenti, possono trovare un consiglio, un aiuto anche nel “mare virtuale” del web, ricordando che, il web non deve sostituirsi alle reali interazioni sociali del quotidiano.

A.: In base alla tua esperienza di amministratrice di 8 gruppi + pagina personale + blog, quali sono i punti di forza e di debolezza della nostra professione – nata in un periodo “analogico” – rispetto al momento storico nel quale ci troviamo che è caratterizzato da una sovrabbondanza di elementi di tipo digitale?

S.: Nel 2004 siamo entrati nel Web 2.0, un web che progredisce velocemente (come le tecnologie, avete fatto caso?) e che richiede una conoscenza d’uso (software e hardware) da parte di tutti.  La pedagogia e le sue tematiche a livello “virtuale” stanno aumentando, basta andare su Google e digitare una qualsiasi parola collegata all’educazione: il risultato è un lungo elenco di centri, notizie, corsi, laboratori, forum, blog dietro ai quali ci sono esperti pedagogisti, educatori, counselor, rieducatori e molti altri specialisti dell’età evolutiva, dell’aiuto alla persona, del sostegno familiare e psicologico, che per pura “passione” lavorano per il benessere interiore di chi ha bisogno. I punti di forza di un pedagogista? Senza dubbio, avere carattere e personalità predisposti all’aiuto, preparazione, competenza e professionalità: lavorare a contatto con persone e i loro disagi richiede una “delicatezza” e sensibilità (che non tutti hanno per vocazione ma che col tempo si affina) notevoli, una padronanza di metodi e strumenti, capacità di lavorare in sinergia con altri esperti. Punti di debolezza? Più che debolezza la intenderei un ambito su cui lavorare: l’educazione col web 2.0 è diventata digitale e il professionista deve sapersi approcciare al nuovo che avanza, fatto di tablet, notebook, ebook, smartphone, perché questa è la tecnologia in uso (sempre più smodato) tra i giovani di oggi, la cui vita non è più solo nella realtà sociale ma anche online. Il professionista educativo deve unire il sapere pedagogico padroneggiando i vari media: come ho letto in un libro, sia i genitori che gli esperti devono diventare degli “educatori funamboli”: seguire la nuova generazione stando in equilibrio su due fronti e cioè: la vita davanti al pc e la vita fuori. Naturalmente la tecnologia “sposa” anche le buone cause: abbiamo gli strumenti “compensativi” per i disturbi dell’apprendimento, software che insegnano ad “amare” la matematica in modo divertente e molti altri. Io e altri colleghi/e siamo nati e cresciuti con l’“analogico”, con l’avvento del digitale dobbiamo stare al passo con la tecnologia e i vari “social”, perché il modo per comprendere e lavorare sui disagi non solo di bambini e adolescenti, è “entrare” nel loro mondo. La tecnologia e il web saranno sempre avanti: l’importante è fare un uso corretto di questo progresso.