#nonèamodomio

Anna Maria Arlotta ha creato nel 2011 un gruppo su facebook intitolato La pubblicità sessista offende tutti. L’obiettivo, come si legge nelle informazioni, è di  “portare all’attenzione generale quelle pubblicità italiane che sviliscono la donna relegandola sempre ai ruoli di oggetto di sollecitazione erotica e casalinga”.

L’attenzione al tema in oggetto è nato grazie allo splendido documentario di Lorella Zanardo, “Il corpo delle donne” e ai molti saggi e volumi che sono stati scritti nel corso di questi ultimi anni (uno è, ad esempio, il bel saggio di ballista e Pinnock che ho recentemente recensito qui)

Di pubblicità di questo tipo è possibile incontrarne a centinaia: sfogliando un rivista, passeggiando per qualsiasi città italiana, accendendo il televisore. E’ proprio nei confronti di uno spot televisivo che si è focalizzata l’attenzione di Anna Maria. Lo spot è quello di Lavazza A Modo Mio.

L’attenzione, secondo il mio punto di vista, è l’anticamera di una consapevole presa di posizione. Ed è per questo che Anna Maria ha deciso di lanciare una petizione: “Lavazza, il tuo spot non è a modo mio!”, trovate qui tutte le informazioni).

Obiettivo della petizione è quello di chiedere a Lavazza di ritirare la pubblicità.

Come si può leggere nelle motivazioni:

Nello spot “A modo mio” una donna angelica china la testa in maniera pudica quando Brignano, l’uomo buono che ha meritato il Paradiso, appreso che lì tutto è di tutti, estende il concetto di possesso a lei chiedendo implicitamente a S.Pietro (Solenghi) se questo vale anche per la ragazza. La donna è raffigurata come un’angioletta decerebrata.

Ancora una volta abbiamo un tipico italiano di mezz’età che rivolge lo sguardo marpione a una donna con la metà dei suoi anni e completamente passiva. Poi c’è un anziano che, in una scena che conta otto uomini, le fa da altolocato protettore, senza il quale si presume che lei possa essere a loro disposizione, mentre, silente, aspetta di sapere se sarà consumata come un cioccolatino al bar.

Poco fa Anna Maria ha voluto scrivere un breve aggiornamento circa gli effetti di questa petizione:

 Ad oggi sono arrivati mille messaggi nell’orecchio dei responsabili della pubblicità della Lavazza. Dicono che devono rappresentare la donna con una personalità e non come un angelo muto, e che non devono neanche far supporre a un protagonista uomo che sia ottenibile come un prodotto. Speriamo che la ditta recepisca e…più firme ci sono e più saremo ascoltati, perciò diffondete ancora!

Sono perfettamente d’accordo con l’autrice: la pubblicità è sessista e svilente: una donna rappresentata come una bambolina bellissima quanto inutile, senza alcun valore intrinseco ma esclusivamente ad uso e consumo dello sguardo maschile. E’ questo genere di pubblicità che contribuisce a rafforzare nell’immaginario comune l’immagine della donna come di un (s)oggetto debole e pertanto bisognoso della protezione maschile, priva di qualità o competenze se non quelle legate al proprio aspetto fisico (costruito non come valore intrinseco ma come estrinsecazione degli interessi maschili).

Per questo vi invito a firmare la petizione: non solo perché si faccia pressione e lo spot venga ritirato, quanto piuttosto per dare un segnale forte. Come a dire: “siamo consapevoli dei messaggi comunicativi che si celano dietro questa pubblicità e non siamo dispost* ad accettarli”.E mi auguro davvero che possano sostenere questa iniziativa anche tanti uomini perché, come giustamente fa notare Anna Maria, “la pubblicità sessista offende TUTTI”.

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Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista

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Nel 2010 l’UDI – Unione Donne in Italia – ha lanciato la campagna “immagini amiche”. L’obiettivo era quello di rimarcare la necessità di rivedere la concezione del femminile, così come appare  nelle immagini pubblicitarie che spesso hanno un contenuto violento, misogino, sessista e svilente.

Con il loro lavoro, Serena Ballista e Judith Pinnock  hanno trasformato questi contenuti in un autentico strumento didattico. Il libro infatti raccoglie gli esiti di tre laboratori condotti in alcuni istituti superiori di Modena. Le attività vertono sull’analisi critica delle pubblicità e, di conseguenza, dell’immagine femminile.

Come sottolineano le due autrici nell’introduzione, il percorso da loro proposto prevede quattro passaggi:

– un primo incontro di sensibilizzazione alla Campagna e le sue finalità politico-culturali

– un secondo incontro assimilabile ad una sorta di lezione didattica  sul tema dello svelamento degli stereotipi di genere all’interno delle immagini

– un terzo incontro che vede  i ragazzi impegnarsi attivamente in un lavoro di analisi e catalogazione di immagini “amiche” e “nemiche”

-un ultimo incontro di presentazione alla classe dei lavori fatti dai singoli studenti.

Il volume è ricco e presenta numerose schede di approfondimento (solo per citarne una, quella relativa alla vicenda di  Franca Viola) che in un contesto didattico si risultano essere molto utili. L’obiettivo del progetto, oltre alla riflessione critica sugli stereotipi e le immagini del femmine nel mondo pubblicitario, è anche quello di fornire agl* studenti/esse nuovi elementi per una riflessione e una consapevolezza maggiore circa le conquiste femminili, sia storicamente che culturalmente.

Il testo riporta numerose immagini pubblicitarie: accanto a molte di esse si possono leggere i commenti degl* alunn* circa la loro pertinenza all’oggetto venduto o rispetto all’ideale femminile che contribuiscono a veicolare.

Questa didattica, realizzata in modo non direttivo grazie alla partecipazione attiva dei ragazz*,  ha il pregio di essere immediata e facilmente comprensibile. Nelle attività del secondo incontro, ad esempio, si possono trovare numerosi “giochi” che permettono agl* studenti/esse di capire quanto gli stereotipi siano ovunque e per questo assorbiti inconsciamente da chiunque.

Anche la catalogazione delle immagini proposta dal testo (immagini violente, nudi adeguati o no, corpo femminile come elemento essenziale o meno, immagini che mettono in scena il femminicidio, i ruoli tradizionali e i giochi…) fornisce numerosissimi spunti di riflessione.

In conclusione il lavoro di Serena e Judith è un testo utilissimo per tutt* i professionist* che operano in contesti scolastici ed extrascolastici in favore alla decostruzione di tutte quelle  immagini in cui il corpo femminile è usato impropriamente, svilito, violentato.

A corredo del volume sono raccolte alcune considerazioni su tematiche “calde” che da sempre afferiscono al femminile (il rapporto col potere, la mercificazione del corpo, gli stereotipi…).  Il senso del volume, a mio modo di vedere, è racchiuso nelle belle  parole di Serena:

“Don Ciotti dice che la cultura illumina le coscienze. Il nostro progetto, ad esempio, ha creato un vaccino nei giovani per difendersi da questa situazione”.

Il problema siete voi

Sono qui, intenta a leggere un libro che racconta l’esperienza di due colleghe nella realizzazione di un intervento formativo nelle scuole secondarie sul tema “sessismo e pubblicità” quando mi imbatto in questa pagina de Il giornale

Il fatto è noto: dopo più di 40 anni Murdoch, l’editore di The sun,  decide di eliminare la terza pagina del giornale dedicata al nudo femminile.

Secondo l’autore del pezzo tutto ciò non ha nulla a che fare con il femminismo

Davvero è andata così? Murdoch rinuncia all’affare per abbracciare la cultura femminista con annesso rispetto del corpo della donna perché comprende che esso non può essere volgarmente sbattuto in prima, o meglio in terza pagina? Probabilmente le cose devono essere interpretate in tutt’altro modo.

(…) non perché all’uomo non piace guardare un bel corpo di ragazza poco svestito o del tutto senza veli, piuttosto perché quei bei corpi li vede dappertutto in grande quantità e non ha più bisogno di soddisfare la sua curiosità comprando una rivista che, tra l’altro, a quelle immagini ci dedica soltanto una pagina.

Oggi è possibile reperire in rete qualsiasi immagine, dal contenuto sexy o erotico, per cui il mantenimento di una pagina come quella del giornale inglese  si rende inutile oltre che costosa.

Probabilmente la mossa di Murdoch non ha nulla a che vedere con la battaglia che da molti anni non solo le femministe (ci avete fatto caso? spesso questa parola viene usata come fosse un insulto!) ma molte persone – interessate ad una rappresentazione giusta della donna – portano avanti. In ogni caso, mi piace sempre osservare come Il giornale riesca a  denigrare e sottovalutare le donne sempre e comunque.

Con l’occhiello il corpo delle donne vale sempre meno, con quel modo sempre un po’ paternalistico di affrontare il problema

Il movimento femminista « No More Page 3 » sarà certamente soddisfatto di aver raggiunto il proprio scopo con la chiusura della terza pagina del Sun , ma non ha  certo salvato la dignità del corpo della donna.

No, non saranno riuscite a salvare il corpo della donna: la battaglia è lunga e soprattutto combattuta con armi impari. Spesso osteggiata proprio da chi, di mestiere, dovrebbe contribuire a tratteggiare un’immagine del corpo femminile che sia qualcosa di più di un semplice “pezzo di carne” da esibire per attirare acquirenti.