Natale, giochi…stereotipi.

Ci siamo: nonostante il calendario cerchi di riportarci alla realtà di un novembre piovoso ed incerto, le città e in particolare le vetrine dei negozi  si stanno già riempiendo di luci calde e addobbi natalizi. Complice anche l’ormai famoso (anche in Italia) black friday, le persone si stanno preparando agli acquisti natalizi con particolare attenzione, come il periodo richiede, ai regali per i bambin*.

Se fino a qualche anno fa era considerato “normale” entrare in un grande negozio di giochi e aspettarsi interi reparti tutti rosa e altri tutti blu, perfettamente impermeabili tra loro, oggi – grazie alle numerose campagne contro gli stereotipi – le cose stanno lentamente cambiando… per lo meno sulla carta.

Grazie alla sensibilizzazione che tanti attivitst* (raggruppati in associazioni, collettivi etc) sono riusciti a condurre – un passo per volta, con tante difficoltà – possiamo dire che l’attenzione su questi temi oggi è decisamente più elevata di un tempo.

Ricordiamo dove nasce il problema: la segregazione che è stata imposta, in particolare ai bambin*, attraverso regali che si “pensava” adatti a loro a seconda del genere (e quindi per sintetizzare e riassumere: mega ondate di oggetti rosa, carrelli della spesa, bambole, trucchi etc per le bambine e mega carrellate di oggetti blu, mostri, supereroi, giochi per sviluppare la creatività per i bambini) si è rivelata pericolosa per entrambe le categorie. Se alle bambine ha precluso la possibilità di sperimentarsi in qualcosa di diverso dall’essere mamma, brava casalinga o prepararsi ad un futuro da icona sexy, per i maschi è stata un modo per renderli analfabeti emotivi (perché i giochi li hanno addestrati ad essere coraggiosi, intraprendenti, al limite arrabbiati,  e non c’èra spezio per sperimentare tristezza o paura) ma decisamente più preparati delle bambine a confrontarsi con la realtà esterna.

Sul tema moltissim* studiosi hanno scritto e prodotto tesi sostenibili (vi ricordo il bel saggio di Irene Biemmi, gabbie di genere, proprio su questi aspetti) e per questo oggi vi è un’attenzione notevole a riguardo.

Questo però non è un trend costante: lavorando all’interno di servizi educativi che raccolgono utenti medi, posso affermare che ancora oggi gli stereotipi sono duri a morire. Incontro nella mia attività mamme che cercano di orientare i bambini a giocare con macchinine e a non toccare i giochi (che lascio volontariamente presenti e disponibili sempre) che riguardano le principesse, la toeletta di Elsa, le bambole. Incontro altri genitori che si preoccupano se alla figlia non piacciono i cartoni sopraccitati e si orienta invece verso i giochi con i personaggi trasformer.

Il Natale può essere un’occasione interessante per continuare a sensibilizzare sulla tematica e per questo vorrei condividere con voi qualche suggestione:

Provate a capire cosa vorrebbero i vostri figl*

Se ritenete che i loro desideri siano frutto di un marketing aggressivo che ormai li ha già avvicinati a ciò che “dovrebbero” desiderare, provate a portarli con voi in giro e fateli sperimentare nelle corsie dei giochi dedicati al “sesso opposto”. Per esperienza posso assicurarvi che saranno molto, molto incuriositi.

Cercate giochi che li stimolino ad acquisire competenze, più che a esercitare ruoli.

Giochi sulle emozioni, giochi che permettano l’acquisizione di un pensiero divergente, giochi “da tavolo”, in grado di fornire un’occasione di scambio per tutta la famiglia sono decisamente interessanti.

Oggi il natale non rappresenta più quel momento, atteso per tutto l’anno, in cui il bambin* può finalmente ottenere quanto sognato per mesi.

I genitori hanno la possibilità di accontentarli spesso, durante l’anno, e per questo potrebbe essere interessante proporre – più che dei giochi – delle vere e proprie esperienze. Trovate laboratori carini a cui iscriverli, cercate associazioni che realizzino eventi (camminate, pomeriggi creativi etc): i vostri figl* non usciranno con un oggetto (che magari dimenticheranno il giorno dopo), ma con un’esperienza che, se ben organizzata, potrebbe essere per loro ben più significativa.

E voi, su quali giochi orienterete i vostri acquisti? Se vi va fatemelo sapere!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(in copertina, una foto del progetto di dell’artista sudcoreana JeongMee Yoon, The pink and blue project)

La lezione di oggi

Il mio venerdì mattina è cominciato con un po’ di sano jogging. Non sono una grande sportiva ma mi rendo conto che l’attenzione e la cura che ogni giorno impiego per rendere forte e sano il mio cervello è molta, molta di più di quella che utilizzo per fortificare il mio corpo. E se prendiamo per buona la locuzione latina mens sana in corpore sano allora è giusto far qualcosa di buono anche per il fisico.

Così, come dicevo, questa mattina ho dedicato un paio d’ore del mio tempo per una sana corsetta. Al mio rientro a casa, seguendo la classica routine quotidiana, apro la cassetta delle lettere per prendere la posta appena consegnata dal portalettere. Insieme a poche buste un sacco di pubblicità. Una, però, mi colpisce subito e decido di non cestinarla. E’ un piccolo catalogo di giochi del negozio di giocattoli che si trova in fondo all’isolato. Lo sfoglio sapendo già cosa avrei trovato: rigide distinzioni maschio/ femmina, sovrabbondanza di un color-rosa-confetto-quasi-disgustoso nella sezione delle bambine, tripudio di blu e verde scuro nel reparto dei “giochi da bambino”. Verifico le tipologie di giochi proposti: per le bambine abbiamo tutta una linea “amore mio” composta da bamboline, passeggini, biberon e vasini. Nella pagina seguente il registratore di cassa di Barbie, il Folletto – il celebre aspirapolvere – per diventare una brava donnina di casa. Sfoglio rapidamente la parte dedicata ai bambini: costruzioni, costumi per travestimenti, giochi musicali e calcetto. Prima della rigida ripartizione i creatori del volantino hanno indicato un’area grigia per “il mondo dei piccoli”: qui essere maschi o femmine conta un po’ di meno. Le costruzioni lego, i giochi creativi e quelli educativi sono comunque di pertinenza nell’area “bambino”.

Mentre sfoglio questo catalogo ripenso a quante ore abbiamo dedicato – la collega Anna ed io  – a discutere di questi argomenti con gli studenti delle scuole che, in più di tre anni di attività, abbiamo incontrato. Per molti discutere di questi temi è una perdita di tempo: in fondo, “è solo un volantino pubblicitario”. Invece è molto di più. E’ il modo con cui orientiamo i sogni delle bambine e dei bambini. I bambini si immagineranno supereroi, le bambine “solo” delle casalinghe. Non c’è nulla di male a decidere di dedicarsi esclusivamente alla famiglia, ma se non vengono fornite altre prospettive  (o se quelle proposte vengono fatte sembrare difficili, faticose, dispendiose) allora diventa un’imposizione.

Sfogliando il volantino ripensavo al bel video di Chimamanda Ngozi Adichie

Il problema con il genere è che prescrive come dovremmo essere, piuttosto che riconoscere come siamo.
Ora, immaginate quanto saremmo stati più felici, quanto più liberi di vivere le nostre vere individualità, se non avessimo avuto il peso delle aspettative di genere. Ragazzi e ragazze sono innegabilmente diversi, biologicamente . Ma la socializzazione esagera le differenze, e allora diventa un circolo che si alimenta da solo.

Sto cercando di disimparare molte delle lezioni di genere che ho interiorizzato quando ero piccola. Ma a volte mi sento ancora molto vulnerabile di fronte alle aspettative di genere.

Disimparare la lezione prescritta dal genere è difficile per una bambina, è difficile per un bambino. E’ un processo faticoso perché cambiare quegli elementi dati da sempre per scontati è difficile. E’ difficile, non impossibile. La cultura è un fenomeno in costante evoluzione e il grado di sviluppo della stessa è direttamente proporzionale al livello della popolazione che l’ha creata. Con la giusta attenzione a queste tematiche, con finanziamenti adeguati (tasto dolente) per realizzare interventi in tutte le scuole (non solo in quelle “più fortunate”) questo processo forse potrebbe velocizzarsi un po’. Ma Anna ed io non cediamo: incassiamo la lezione di Chimamanda e andiamo avanti.

La cultura non crea un popolo. Il popolo crea una cultura.
Quindi, se è effettivamente vero che la piena umanità delle donne non è la nostra cultura, allora dobbiamo renderla la nostra cultura.

La Mala Informaciòn

Oggi sul Fatto Quotidiano è possibile leggere un articolo che porta il seguente titolo

“Bambini arcobaleno”: quando i genitori non impongono giochi ‘di genere’”

(articolo qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/09/bambini-arcobaleno-quando-i-genitori-non-impongono-giochi-genere/1201647/)

Il titolo fa ben sperare: pare che l’articolo affronti il tema dei giocattoli – altamente stereotipizzati in base al genere – e la questione della raggiunta maturità dei genitori che di fronte a questi strumenti che fungono da “canalizzatore” (sei biologicamente femmina, per cui devi giocare con le bambole) decidono di non imporre scelte prescritte per dare al bambino la possibilità di esprimere la propria individualità, liberamente.

In realtà, nel testo si fanno precise affermazioni rispetto al rapporto tra giochi e omosessualità.

Ma un bimbo che predilige giochi e attività destinate al sesso opposto da grande sarà omosessuale? Per ora, secondo i pochi studi in circolazione (quasi tutti americani) è molto probabile. Le dichiarazioni di gusti e scelte negli anni dell’infanzia sono già una sorta di coming out, ma non sempre è così. Per alcuni bambini l’indecisione sessuale o l’attrazione per quello che è opposto al proprio genere è solo una fase e i genitori decidono comunque di lasciarli fare, per non interferire sullo sviluppo di una sessualità consapevole.

Ecco, io non so di preciso a quali studi si riferisca il giornalista che ha scritto questo articolo. In rete non sono riuscita a trovare nulla che potesse avallare questa teoria.

Ciò che so, anche in base a precedenti lavori realizzati (questo il link per leggere il progetto da me realizzato per il Comune di Imperia:

http://www.anci.it/index.cfmlayout=dettaglio&IdSez=819275&IdDett=46875 ) è che nella fascia di età 24 -36 mesi – in cui già compare il gioco simbolico – i bambini giocano in modo indifferenziato.

Invece che preoccuparsi delle future scelte sessuali che faranno i piccoli una volta diventati adulti (ricordiamo – per correttezza – che l’orientamento sessuale non è necessariamente fisso e stabile nel tempo: ogni persona può fluttuare da una fase omosessuale a una etero, o viceversa) è importante invece concentrarsi sulle scelte dei genitori: un giocattolo – prima di essere del bambino – è di proprietà dell’adulto che, scegliendolo, trasmette implicitamente una serie di condizionamenti culturali inerenti le aspettative sociali connesse all’appartenenza di genere.

L’abbattimento degli stereotipi passa esclusivamente attraverso scelte consapevoli compiute dagli adulti che hanno il compito di formare le nuove generazioni ed è importante che questo movimento si sviluppi il più presto possibile: sarà difficile, per un bambino di sei o sette anni, scegliere liberamente di giocare con una bambola se, quando ne aveva due, non gli era concesso di avvicinarcisi o se la sua famiglia non gli ha mai regalato altro che costruzioni e armi giocattolo.

Un po’ di filmati per riflettere su questi argomenti:

https://www.youtube.com/user/goldieblox

Qui, invece, trovate il link al sito internet di un’iniziativa inglese con la quale si chiede ai produttori di giocattoli e alle case editrici di non etichettare i prodotti a seconda dell’appartenenza di genere dei fruitori: http://www.lettoysbetoys.org.uk/

Trovo, in particolare, questa iniziativa assolutamente condivisibile: i bambini dovrebbero sentirsi liberi di giocare con qualsiasi cosa interessi loro. Let toys be toys!