Regole educative ed educazione emotiva. Un corso per genitori, a Firenze

I motivi per cui i genitori si recano in consulenza sono spesso molto simili:

  • i bambini crescono e iniziano a stare con difficoltà dentro le regole
  • hanno bisogno di un confronto con un professionista per capire meglio quale condotta seguire quando emergono comportamenti problematici (ad esempio quando i piccoli non vogliono andare a scuola!)
  • si sono verificati episodi di scontro con i bambini e non sanno quale strategia adoperare per uscirne

 

Questi sono i tre problemi principali che fino ad oggi ho riscontrato nella mia pratica professionale.

E’ vero: ogni famiglia è un mondo a sé e non è possibile trovare soluzioni condivise, valide per tutti. Quello che so per certo, però, è che parlarne fa bene – confrontarsi anche di più! – e proprio in ragione del fatto che non esistono soluzioni preconfezionate il modo migliore di affrontare questi piccoli grandi problemi è discuterne, insieme.

Per questa ragione il 10 marzo 2017 partirà, presso i locali di Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38r a Firenze, un nuovo corso dedicato ai genitori.

Si parlerà di regole (indispensabili per la crescita dei bambini!) ma soprattutto cercheremo di capire insieme cosa rappresentano per i genitori. Dietro al modo di intendere le regole (sono un modo per mettersi al riparo da scontri e conflitti? o sono il modo per dimostrare agli altri di essere autorevoli? o rappresentano il modo per mantenere un controllo sulla crescita dei figli?…) si nasconde un proprio, personale, stile genitoriale. Bisogna conoscerlo, interrogarsi sul genitore che siamo, comprendere come intendiamo emozioni e conflitti per capire se il modo in cui impartiamo le regole è appropriato, oppure no. In educazione

Regole, stili genitoriali, emozioni e relazioni educative: di questo e altro parleremo in questo ciclo di 5 incontri che si terranno venerdì 10 -17-24-31 marzo e il  7 aprile, dalle 18 alle 19.30.

Uno spazio dedicato ai genitori: per riflettere, per conoscere/si, per confrontarsi.

 

Vi aspettiamo!

dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(per info e contatti potete scrivere a me o a spazio Co-stanza,www.spaziocostanza.it)

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Parliamo di educazione emotiva…e quelle emozioni che i genitori non dicono.

Rabbia, paura, felicità, tristezza: sono emozioni che proviamo tutti/e, nessuno escluso.

Quando però mi confronto coi genitori emerge spesso il fatto che essi cerchino, per il bene dei più piccoli, di ometterne qualcuna. Così cercano di mascherare la tristezza per la malattia di un parente, o la rabbia per quell’ingiustizia subìta sul posto di lavoro.

Il problema è che  i bambini sono sensibilissimi alle emozioni, ancora di più rispetto a quelle che vengono taciute o storpiate!

Ometterle non significherà quindi non trasmetterle: probabilmente,  i bambini coglieranno qualcosa di distorto e inizieranno – passo dopo passo – a capire che alcune emozioni sono degne di essere espresse, altre meno (o per nulla).

Per questo, secondo me, è fondamentale che i genitori conoscano alcuni principi dell’educazione emotiva: essa insegna a conoscere le emozioni, comprendendo quale impatto esse abbiano nella nostra vita (alfabetizzazione emotiva) e trasmetterle. Non ci sono emozioni di serie A e di serie B: tutte devono trovare margine di espressione se vogliamo vivere bene.

Per poter trasmettere ai figli un modo sano di accostarsi alle emozioni è necessario che i genitori siano anzitutto preparati a conoscerle per trovare poi il modo migliore per coinvolgere i piccoli.

Se il tema delle emozioni ti sta a cuore e vuoi capirne di più, se sei intenzionata/o a riflettere sul modo in cui le manifesti o sul peso che dai loro, il corso in partenza presso Spazio Co-stanza  fa per te!

Un percorso dedicato ai genitori, per riflettere sul peso che le emozioni hanno all’interno della relazione educativa. Se sei interessato al percorso scrivimi, oppure contatta Spazio Co-stanza (www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts).

…Ti aspetto!!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

Genitori positivi, figli forti

Anche oggi il consueto spazio del blog è dedicato alla recensione e  all’approfondimento di un volume dedicato alla genitorialità.

Come nel caso dell’articolo della scorsa settimana, l’obiettivo del libro di Rosa Angela Fabio edito da Erickson è quello di portare i genitori a riflettere sugli errori più comuni che si tendono a fare in educazione e su tutti quegli aspetti che si tendono a dimenticare o sottovalutare.

E’ un libro semplice ed immediato che si può usare anche come stimolo all’interno di corsi specifici dedicati ai genitori e alle questioni educative. Molti sono i contenuti che l’autrice ha affrontato e che ho trovato interessanti, tra i quali:

  • l’importanza della ripetizione: i comportamenti non si modificano semplicemente mettendoli in pratica una sola volta  e, soprattutto, al loro cambiamento contribuiscono in misura analoga i processi cognitivi ed emotivi
  • l’attenzione verso alcune dinamiche fondamentali in educazione: ogni genitore deve essere in grado di accogliere totalmente i propri figl* (il che non vuol dire, come molti credono, non correggerli mai!) ed essere ben disposto nei loro confronti anche e soprattutto da un punto di vista emotivo
  • l’importanza della coerenza tra genitori: nulla è più pericoloso di un messaggio contraddittorio. pone i due genitori in contrasto, chi lo recepisce e deciderà di accettare una delle due “versioni” si ritroverà inevitabilmente a svalutare il punto di vista altrui. L’invio di messaggi discordanti è anche il modo più facile, per un genitore, di non vedersi rispettato nel proprio ruolo di educatore.
  • la necessità di comprendere i comportamenti dietro gli atteggiamenti problematici: la punizione fine a se stessa è inutile, molto più importante capire da dove provenga la necessità di agire un comportamento problematico individuando altre strategie per arginarlo. in questo senso l’ascolto, la predisposizione emotiva  fanno la differenza.

 

Altre cose che mi hanno fatto apprezzare il volume sono le schede a conclusione di ogni capitolo, attraverso le quali ogni lettore può “sperimentarsi” provando ad assegnare un punteggi alle situazioni descritte verificandone la congruità.

Un altro spunto interessante è legato al benessere dei genitori: tutti i passaggi elencati precedentemente sono inutili infatti se un genitore è stressato, vive nell’ansia del futuro o si trova in uno stato d’animo particolarmente adirato. Sono le situazioni, quelle, in cui è più facile agire comportamenti punitivi che non avranno altro risultato se non quello di rinforzare il comportamento negativo proposto dal bambin*.

Al tema del benessere dedico molto spazio, nei miei corsi dedicati alla genitorialità. Credo, proprio per i motivi elencati precedentemente, che si tratti di un elemento fondamentale e spesso poco riconosciuto anche per via delle tante pressioni sociali che investono i genitori. Mi sento spesso dire che una volta avuto un figlio un genitore debba “mettersi da parte”, sacrificarsi in funzione del bambn*. Io credo che dal sacrificio non provenga nulla di buono. Ai genitori che decidono di lavorare con me insegno la bellezza della realizzazione, senza la quale anche l’educazione non può dipanarsi.

Per qualsiasi informazione circa il mio lavoro sul tema della genitorialità e delle regole educative resto a vostra disposizione.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto

Credo sia giusto non interrompere mai le buone abitudini. Uno dei motivi per cui ho voluto aprire questo blog, ormai più di un anno fa, è per divulgare e difendere i contenuti pedagogici.

Una delle attività che ho sempre preferito, a riguardo, consiste nel recensire i libri che affrontano temi che mi stanno particolarmente a cuore nella pratica professionale. Libri mai scontati, non i “grandi classici”

Credo sia giusto quindi cominciare questo nuovo anno nel solco del precedente!

Il libro che ho scelto di leggere e di commentare per voi è un manualetto edito da una casa editrice toscana, Terra Nuova Edizioni, scritto da Catherine Dumonteil-Kremer. L’ho acquistato diversi mesi fa proprio ad un evento nel quale si è fatto luce sulle attuali correnti che animano il mondo scolastico, curato dalla casa editrice medesima.

Il libro mi ha incuriosito a partire dal titolo: STOP! Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto. Affronta, cioè, uno di quegli argomenti intorno al quale, in consulenza, le famiglie mi chiedono di essere portati a riflettere.

Il volume è scritto da una educatrice montessoriana e si apre con un’introduzione di Micaela Mecocci, anch’essa professionista formatasi all’interno dell’approccio montessoriano.

Il libro è molto semplice, non fornisce soluzioni ma solo suggerimenti attorno a quegli aspetti che, se non presi adeguatamente in considerazione, possono rischiare di mandare “in frantumi” la serenità familiare.

Per affrontare il tema delle regole l’autrice parte dalla necessità, per i genitori, di vedere e ri-vedere le stesse distinguendole in gruppi diversi: quelle non negoziabili, quelle negoziabili e poi i valori che, per il nucleo, possono essere alla base delle loro modalità educative e di vita (i valori possono cambiare da famiglia a famiglia).

In sostanza, la prima “regola per dare regole” consiste proprio nella capacità dei genitori di fare chiarezza ed ascoltarsi. L’ascolto poi diventa il filo conduttore di ogni scambio comunicativo con i bambin*.  L’autrice smonta il concetto di capriccio e anche quello di premi&punizioni: secondo la logica montessoriana, infatti, un bambin* non deve agire per ottenere il consenso altrui ma deve essere messo nella condizione di esprimersi (e, spesso, i capricci non sono altro che un’espressione di un bisogno che non si sa comunicare – o si comunica più facilmente – in altro modo)e scegliere per il proprio benessere.

Attraverso l’ascolto e la condivisione dei punti di vista è possibile costruire un approccio autorevole ma non autoritario che metta il bambin* nella condizione di imparare ad esprimersi, a fare richieste, senza sentirsi necessariamente castrato o svalutato. L’obiettivo delle regole infatti non è quello di produrre futuri uomini e donne capaci di “stare nei ranghi” ma, proprio al contrario, esseri pensanti e ben in ascolto di se stessi.

Condivido l’approccio del volume (pur non essendo io di formazione montessoriana) e credo abbia dalla sua una serie di vantaggi: è molto breve, si legge facilmente, è semplice e fornisce ai genitori – unico vero target – una serie di stimoli atti a farli riflettere su di sé e sulle loro modalità di educazione e gestione dei bambin*.

Si tratta di un libro che riutilizzerò sicuramente all’interno deli miei corsi sulla genitorialità o durante le consulenze perché offre spunti interessanti attorno ai quali avviare un riflessione condivisa.

Il tema delle regole e della genitorialità consapevole risulta essere uno di quelli maggiormente “caldi”: molti sono i genitori che richiedono consulenze in questo senso. Credo, oggi, ci sia una nuova sensibilità attorno all’argomento. Si sta finalmente mettendo da parte quell’idea (stereotipo) secondo la quale essere genitori è la cosa più naturale del mondo. La genitorialità oggi è riflessiva, ha bisogno di spazi e confronto e ttto ciò è indispensabile per non produrre enormi danni ai bambin* in crescita.

Se anche tu credi di aver bisogno di un confronto in questo senso resto, come sempre, a tua disposizione!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Richieste di attenzione, richieste di aiuto

Nel mio lavoro di consulente pedagogica vengo spesso contattata da genitori di ragazz* adolescenti, preoccupati dalle condotte dei loro figl*.

Si tratta, spesso, di situazioni complicate in cui i ragazz* sviluppano condotte sicuramente deleterie e in alcuni casi pericolose (l’abuso dell’alcol, la scelta di lasciare la scuola, per dirne alcune).

Quando in consulenza lavoro con questi genitori scopro che in realtà – anche se la situazione si è incancrenita col passaggio dall’infanzia all’adolescenza – i segnali di comportamenti distorti erano già ravvisabili precedentemente.

Spesso però i genitori fanno fatica a riconoscerli come tali, ad individuarne la pericolosità, perché vengono rubricati come semplici gesti per attirare l’attenzione e proprio per questo vengono ignorati.

I bambin* prima e gli adolescent* poi, però, hanno necessità di ricevere attenzione: questo i genitori fanno spesso fatica a comprenderlo. Dare attenzione non significa far crescere futuri adulti egocentrici e incapaci di sorreggere la frustrazione. L’attenzione che i figl* richiedono è, essenzialmente, amore. I genitori invece tendono a sostituirlo con attenzioni pratiche (acquisti, attività varie…).

Scopo del mio lavoro è aiutarli a comprendere quanto l’amore possa aiutare a crescere sani.

Se credi di aver bisogno di un sostegno in questo senso sono a tua disposizione 🙂

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“Lo sta facendo solo per avere attenzione”.

(immagine: web)

Educare alla felicità

Buongiorno a tutt*!

E’  da un po’ che non aggiorno il blog ma gli ultimi mesi sono stati particolarmente intensi e il tempo di scrivere si è volatilizzato.

Nelle ultime settimane, anche girando in rete (vi ricordo che la mia pagina https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts viene aggiornata con più frequenza, perciò vi invito a seguirmi se vi fa piacere) mi sono imbattuta in molti articoli dedicati alla genitorialità che, come forse alcun* sapranno, è un tema a cui mi dedico con grande interesse lavorando sia coi bambini sia con le loro famiglie.

In uno di questi articoli si fornivano consigli ai genitori allo scopo di crescere bambin* felici. Ciò che veniva sottolineato era, in pratica, la tendenza a far crescere bambin* compiacenti o giudiziosi (impartendo, quindi, un’educazione orientata al£far bene”, a prendere bei voti etc..) ma mai un’educazione che prevedesse per i piccol* la strada della felicità.

Leggere questo articolo mi ha fatto tornare alla mente una foto, trovata in rete e salvata un bel po’ di tempo fa.

 

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Propone un elenco di cose importanti che vorrei riprendere qui con voi e magari approfondire.

  • Parlare con il cuore

Nella mia attività mi ritrovo spesso a confrontarmi con genitori che non riescono a dire “ti voglio bene” (“che c’entra – mi ha detto tempo fa un babbo – mio figlio sa che tutto quello che faccio lo faccio per lui..se non gli volessi bene non lo farei. Che gliene voglio è sottinteso!”). Si tratta di una difficoltà derivante dal parlare liberamente di emozioni, cosa che la nostra società tende molto ad inibire, soprattutto per quanto riguarda i ruoli maschili.

Parlare con il cuore richiede fatica, uno sforzo e un cambiamento volto ad acquisire nuove capacità..ma ripaga altamente.

  • Scusarsi

Spesso i genitori credono di non doverlo fare mai, per paura di perdere la propria autorità.

Quello che cerco di fare come professionista, quando i genitori si rivolgono a me, è aiutarli a cambiare modello passando dall’autorità all’autorevolezza. Se si è autorevoli ci si può permettere il “lusso” di chiedere scusa senza timori. Per i genitori significa essenzialmente fare i conti con le proprie debolezze ed imparare a porvi rimedio non facendo finta che sia successo, ma proprio al contrario dichiarando di aver sbagliato. Sarà, per i figl*, un’ottima palestra per imparare che sbagliare è normale e gli errori vanno ammessi, scusandosi.

  • Raccontare, non spiegare!

Quando le situazioni me lo consentono cerco di ascoltare i discorsi tra genitori e figl*. Spesso mi capita di notare una sorta di abuso della parola “spiegami” che, manco a dirlo, compare quasi esclusivamente nelle parole dei grandi.”spiegami perché ti sei comportato così…”, “che bel disegno: me lo spieghi?” ..questi sono alcuni dei tanti esempi che potrei riportare.

Spiegare, letteralmente, vuol dire togliere le pieghe, appianare un tessuto…ma se per i capi può essere un gesto adeguato credo mal si adatti alle parole delle persone. E’ proprio nelle pieghe infatti che possiamo trovare il senso autentico dei discorsi, comprese anche tutte quelle piccole grandi cose che le parole, da sole, non riescono a descrivere. Perché quindi non sostituire “spiegami” con “raccontami”. Raccontare da spazio alla persona e alle sue esperienze, crea spazio per parlare di sé, crea relazione.

Questi sono, per me, i tre tasselli di base per una comunicazione empatica, autentica, in grado di educare alla felicità. E per voi? Se vi va di farmelo sapere scrivetemi!

Dott.ssa Alessia Dulbecco

 

(foto: web)

 

Se i capricci bloccano una comunità. Per una genitorialità consapevole

Diversamente dalle settimane precedenti, dedico l’articolo di oggi ad un tema prettamente pedagogico.

Ho trascorso l’ultima settimana di ferie al mare e, complici le belle giornate e il relax bordo-mare, ho avuto un sacco di tempo (tempo “pieno”, cioè utilizzato per pensare  e lavorare su tematiche che svilupperò nelle prossime settimane) per leggere e approfondire diversi contenuti. Proprio leggendo le pagine di un quotidiano sono stata colpita da una notizia in particolare che potete leggere qui.  

Una bambina di 4 anni ha tenuto sotto scacco un intero aereo: passeggeri e hostess, comandanti e assistenti di volo. Come si legge nel breve articolo, prima di iniziare la procedura di atterraggio il personale di volo ha richiesto ai passeggeri – come da procedura – di allacciare le cinture ma una bambina su è opposta. Cosa incredibile, “i genitori hanno dato ragione a lei e nemmeno il comandante è riuscito a far cambiare loro idea”.

La lettura dell’articolo mi ha spinto a pormi alcune domande: come è possibile che i genitori non riescano ad aiutare la bambina a capire ciò che deve fare? Come è possibile che siano convinti che la figlia abbia ragione? Se fossero stati in auto e la bambina non avesse voluto né le cinture, né il seggiolino, avrebbero acconsentito pur sapendo i rischi e l’eventuale pericolosità?

Credo che l’articolo metta in luce determinate problematiche relative alla genitorialità. 

In sintesi: 

– i genitori hanno bisogno di riflettere in maniera approfondita su quelli che comunemente chiamiamo capricci. Comprenderne le motivazioni (che non significa ‘dare ragione’, ma solo capire), fermarsi ad ascoltare le proprie reazioni davanti ad essi serve per avere quella distanza necessaria da frapporre tra se e i bambini per avere la lucidità di mettere in atto comportamenti adeguati.

– i genitori hanno bisogno di imparare ad ascoltare di più i figli: spesso i capricci non sono altro che strategie per ottenere l’attenzione, agite dopo che il bambin* ha già provato a percorrere, senza successo, altre strade). L’ascolto è il primo strumento per spezzare sul nascere l’insorgenza di un capriccio.

– i genitori devono trovare le parole e i modi giusti attraverso i quali agire: quando lavoro con famiglie che mi contattano per problemi di questo tipo mi accorgo che uno dei motivi che fa sfuggire dal controllo la situazione è che davanti al pianto isterico del piccol*, magari anche per un motivo apparentemente futile, si crede che reagire con la violenza (intendo con un gesto di forza, di supremazia, nei confronti del bambin*) sia il miglior metodo per mettere tutto/tutti a tacere. Questo ovviamente scatena un pianto ancora più forte (sia per lo spavento, sia perché urlare scatena inevitabilmente altre urla) e, lungi dal placarsi, il pianto si intensifica. Parlare, aiutare il bambin* a trovare un canale comunicativo attraverso il quale esprimere l’emozione che prova permette di guardare al problema da un’altra angolazione.

I genitori non sono supereroi: per fare tutto ciò possono avere bisogno di un supporto, di un sostegno. Per questo esistono i pedagogisti 😉

Attraverso la consulenza educativa è possibile fare luce su questi aspetti e trovare il modo giusto (giusto per quella coppia, per quella famiglia!) per affrontarli. Il rischio maggiore lo si coglie sempre quando si è impreparati: le emozioni ci travolgono e ‘regredire’ alle urla o alle mani è dannatamente facile. Essere preparati ci permette di avere il controllo della situazione: trovare un metodo per affrontare i ‘capricci’, poi, è anche il miglior modo per vederli ridurre man mano: se il bambin* trova un modo diverso di esprimere il proprio dissenso verrà di volta in volta educato ad applicarlo (anche perché lo sarà sicuramente un modo che gli creerà meno disagio).

Queste sono le ragioni per le quali attivamente mi impegno nella realizzazione di questi percorsi: lavorare con i genitori, accogliere i loro timori, ascoltare le loro perplessità trovando insieme le soluzioni migliori  significa realizzare un’azione benefica sull’intera comunità. 

Costruire l’alleanza all’interno di una relazione di aiuto

Negli ultimi articoli che ho scritto ho tentato di focalizzarmi su alcuni argomenti “caldi” che spesso i genitori mi portano in studio e sui quali mi chiedono di lavorare e riflettere. Il tema del rinforzo (che, come abbiamo visto nell’articolo, è spesso negativo) e il tema  dell’autoefficacia educativa rivestono una grande importanza e anche per questo ho voluto trattarli per primi. Ho cioè, estrapolato dalle relazioni di aiuto alcune tematiche portando il mio focus su di esse anziché sull’ intero processo pedagogico di ascolto attivo, interpretazione, alleanza.

Oggi mi piacerebbe approfondire proprio questo aspetto: lasciare da parte i focus, i temi caldi sui quali rifletto assieme agli utenti, e concentrarmi sulla cornice di sfondo. Perché si, per poter parlare coi genitori è essenziale prima aver creato un clima di fiducia che consenta alla coppia di aprirsi e parlare senza timori. Questa condizione, secondo i principi di Analisi Transazionale applicati al Counselling, prende il nome di Alleanza di lavoro. Si potrebbe definire come quella sensazione di fiducia che si instaura via via tra counsellor e utente/i e che permette un buon esito nel percorso di consulenza.

Ricordiamoci infatti che, anche quando i genitori arrivano per presentare un problema – spesso riguardante il figli* – essi rimangono sempre i primi destinatari del nostro intervento. Il nostro obiettivo, di pedagogisti e di counsellor, è pre-disporli affinché possano diventare disponibili a modificare i loro comportamenti (ad esempio, dopo aver illustrato come si esprime il rinforzo negativo, educarli al riconoscimento e a non utilizzarlo più).

Esistono delle barriere alla costruzione di un rapporto basato sul l’alleanza pedagogica e sulla collaborazione. Ho individuato le seguenti:

  • Atteggiamento valutativo: è fondamentale concentrarsi sul problema (ad esempio: un ritardo nel linguaggio, una scarsa adesione del l’adolescenza a seguire le regole familiari) evitando il più possibile di porre sotto la”lente di ingrandimento” il ruolo dei genitori (passando ad esempio implicito messaggi valutativi o giudicanti).
  • Comprendere il contesto ed agire di conseguenza: questa è a mio avviso l’operazione più difficile. Quando i genitori arrivano vorrebbero immediatamente agire sul problema. Per il professionista, invece, è fondamentale individuare prima il funzionamento familiare: quale risorse emotive, relazionali, di rete possiedono oppure in che cosa il loro funzionamento risulta compromesso (penso ad esempio alle famiglie seguire dal Sert, quelle con genitori affetti da patologie psichiatriche etc…). Di fronte ad una famiglia più fragile il professionista ha il compito di portare avanti, proprio tramite l’alleanza educativa, un percorso specifico che consenta una crescita è l’acquisizione di nuove competenze (ad esempio quelle relative ad una genitorialità più sana e consapevole).
  • La prospettiva genitoriale: un altro aspetto fondamentale è quello che definisco di “cultura”. È essenziale capire quali siano la prospettiva che orienta la funzione genitoriale dell’auto che ci pone una domanda e ha bisogno del nostro aiuto. Certe modalità di azione (ad es. la punizione corporale) può essere perfettamente in linea con le credenza dei genitori (che magari sono stati educati a ricevere qualche schiaffone da piccini ed è stato loro insegnato a valutarlo positivamente). In questo caso, ad esempio, non servirebbe nulla cambiare modello operativo (ad es. sostituendo la punizione con un rinforzo) se il genitore non “crede” in questo modello di intervento. Per questo sostengo che sia essenziale anzitutto stabilire un linguaggio comune e, insieme, fare cultura: individuare le credenze, analizzarle assieme e tramite l’alleanza portare il genitore a guardare il problema da un’altra prospettiva nella speranza che possa mettere in discussione il loro precedente modello di osservazione.

Parafrasando M.G. Riva si stratta di ricercare i significati ed ascoltare la componente emotiva all’interno di un sistema ampio che trascende il principale oggetto di intervento portando in consulenza per raggiungere l’intero nucleo familiare e sociale.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

Seguimi su http://www.facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco

(Immagine: web)

 

Genitori efficaci

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Locus of control, stile attributivo e nessi pensieri-emozioni-comportamenti: rafforzare il senso di autoefficacia educativa.

Quando accolgo un nuovo genitore che arriva al mio studio parto sempre chiedendogli cosa lo porta da me. Come racconto spesso all’interno del blog, si tratta di questioni connesse alle regole educative e al carattere del proprio figli* (“non fa i compiti perché ha un carattere oppositivo!”, “Va male a scuola perché è una testa dura!”).
Queste affermazioni possono essere molto pericolose, ai fini di un buon lavoro pedagogico, perché si parte dal presupposto che – se le problematiche di attribuiscono al carattere del bambin*, ciò che lo caratterizza da sempre – sarà impossibile ogni loro modificazione. Il primo lavoro da portare avanti, quindi, è proprio una riflessione intorno all’orientamento cognitivo dei genitori e alle loro convinzioni per rafforzare il loro senso di efficacia genitoriale.

Come ci ricorda Loredana Benedetto, docente d Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Messina:

Ciò che i genitori fanno (comportamenti) è strettamente legato a un insieme di cognizioni, spesso implicite, riguardo allo sviluppo e all’educazione. (…) esse sembrano essere correlate in l’effettivo comportamento dei genitori nei confronti dei figli.

Per dirla con altre parole, molto simili a quelle dell’Analisi Transazionale: c’è una profonda relazione tra pensieri, emozioni ed azioni. Ogni essere umano è un sistema integrato composto di questi elementi e, siccome pensieri ed e,omini hanno un risvolto molto importante sulla dimensione operativa, è essenziale portare ad un livello consapevole i primi due per poter avere dei cambiamenti concreti nelle azioni educative realizzate.

Proviamo a chiarire il tutto con un esempio, anche questo proposto dalla prof. Benedetto.

Un genitore è cresciuto acquisendo il concetto secondo il quale “terra=sporcizia=malattie”. Quando vedrà il proprio figlio di due anni giocare mettendo le mani a terra o raccogliendo oggetti, potrà provare una gamma di emozioni che spazieranno dalla collera  alla paura per quel gesto che sicuramente causerà al piccolo qualche malattia (“con tutti quei virus che girano!”) e la necessità di dover lavare tutto se si sporca (“tanto poi quella che pulisce sono io!”). L’azione educativa conseguente sarà che il genitore allontanerà – con aria arrabbiata e scocciata – il piccolo da terra e non mancherà qualche rimprovero (quindi anche il bambino potrà crescere pensando che giocare per terra è orribile e causa di malattie).

Questo esempio ha la funzione di spiegare in maniera semplice il fatto che, per promuovere un intervento educativo funzionale, finalizzato al cambiamento, è  essenziale

  • portare i genitori a comprendere il nesso tra cognizioni, emozioni provate e stile educativo ( proprio quello che applicano ogni giorno prendendosi cura del loro bambin*),
  •  Portarli a conoscenza del proprio stile attributivo (locus of control).

Con stile attributivo intendiamo il nesso che il genitore individua tra causa ed effetto. Le cause possono essere interne o esterne mentre il comportamento può essere valutato relativamente al genitore che o al bambino. Se, per esempio, una papà dice di essere spesso arrabbiato coi bimbi  perché accumula tanto stress al lavoro, il processo attributivo è riferito a se stesso ed è esterno (“la colpa” delle sue arrabbiature è il troppo lavoro). Se una ma dice che il bambino fa spesso la pipì a letto perché ha il sonno agitato e spesso ha paura lo stile attributivo sarà riferito al bambino ed il locus è interno (la “colpa” della pipì a letto risiede nel carattere pauroso del piccolo).

Compito del professionista è quindi, prima di impostare un progetto educativo per la famiglia, individuare queste variabili e aiutare i genitori a diventarne consapevoli. Questo passaggio sarà fondamentale poiché aiuta mamma e papà a comprendere quando il nesso tra pensiero-emozioni-azioni sia fondamentale ai fini del cambiamento. Se una mamma si rivolge al pedagogista ma, in ogni colloquio, non manca di sottolineare quanto i problemi siano tutti causati dal caratteraccio del figlio adolescente nessun cambiamento sarà mai possibile.

Per poter cambiare è essenziale incrementare il senso di autoefficacia unitamente ad una nuova prospettiva educativa intorno alla quale il professionista costruirà il proprio intervento.

Alessia Dulbecco

facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco

 

(immagine: web)

Cambiare prospettiva: rinforzo negativo Vs. rinforzo positivo

Perché la punizione non è mai una soluzione…

I genitori che ricevo in consulenza mi raccontano spesso di avere molte difficoltà a seguire delle regole educative valide quando i figl* “fanno i capricci” o si comportano nel modo sbagliato.

Quando entriamo nel dettaglio dei fatti scopro di solito che i comportamenti sono tanti e variano dalle scenate nei supermercati, nel tentativo che i genitori comprino loro quel giocattolo, al non seguire determinate regole di comportamento (“quando si entra a casa ci si lava le mani”) o, ancora, tentare di catturare l’attenzione degli adulti – magari quando sono immersi in discorsi o faccende importanti – facendo chiasso e baccano.

Spesso i genitori tentano di ignorare il comportamento che, naturalmente, viene intensificato. Al raggiungimento della “soglia di tolleranza” (quando, ad esempio, il pianto si è fatto insistente e fastidiosissimo) tendono a reagire . La reazione può essere di solito a parole (“basta!”) ma – come raccontano – di solito sortisce l’effetto contrario e  il comportamento aumenta di intensità. Quindi, innervositi e frustrati, i genitori cedono ed intervengo..”con le cattive”.

Ci sono molti motivi che spingono un genitore a  mettere in atto questo comportamento. In molti casi è appreso (“i miei genitori si comportavano nello stesso modo”), a volte, come scrive Loovas (1990)

ci sono genitori che puniscono un bambino non per come si comporta ma come espressione della loro ansietà o incapacità di far fronte a determinate situazioni.

 

Quando – insieme a loro – proviamo ad analizzare il problema spesso i genitori vivono una specie di insight. Comprendono, cioè, di aver sbagliato strategia e capiscono perché il loro comportamento non produrrà mai (perché è logicamente impossibile) l’effetto tanto desiderato.

Quello che accade, infatti, ha un nome: si tratta del rinforzo negativo. 

Se ci poniamo dal punto di vista del bambin*, infatti, vediamo un’altra realtà. Il bambin* impara che è solo piangendo più forte, o facendo scenate sempre più “teatrali”, o comportandosi nel modo peggiore che ottiene l’attenzione dei genitori (certo, si tratta di un’attenzione negativa – perché otterrà una punizione – ma – come ricorda Eric Berne – nell’economia delle carezze si preferisce riceverne di negative, piuttosto che non  riceverne alcuna).

Il rinforzo negativo produce due grossi problemi

  • nell’immediato, non argina un problema ma al contrario lo radicalizza.
  • a lungo periodo produce quello che Paterson ha definito ciclo della coercizione. Si sviluppa cioè una relazione scorretta tra l’influenza reciproca tra genitore-bambino e il rinforzo negativo. Il rinforzo negativo aumenta cioè l’intensità di quei comportamenti che dovrebbe, al contrario, combattere Ciò produce anche un aumento dell’intensità delle risposte (sia da parte dei genitori che dei figl*). Sull ungo periodo, quindi, aumenta solo il grado di espressione della collera e – di conseguenza – il basso livello e capacità di gestione della frustrazione. Il rischio maggiore, quindi, è quello di compromettere  i rapporti familiari di fiducia e rispetto che invece la famiglia dovrebbe sostenere.

I genitori che comprendo il meccanismo sono anche in grado di comprenderne la sua tossicità. Spesso, poi, hanno bisogno di un sostegno per portare nella pratica quanto acquisito a livello teorico. Chiaramente i suggerimenti qui esposti sono generali: un buon intervento su questi problemi richiede un confronto vis à vis tra il pedagogista e la famiglia.

In ogni caso due validi strumenti – tra loro correlati – sono il time out, quindi la sospensione del rafforzamento tramite l’allontanamento (davanti al bambino che piange perché non vuole mangiare il genitore può spiegare con le parole (se il bambin* è grande) ciò che starà per fare e poi applicare il comportamento. Si tratta di sottrarsi al comportamento spostandosi in un’altra stanza. Appena il bambin* si calma lo si accoglie nuovamente – senza astio o risentimenti!!! – e si andrà a rinforzare il suo comportamento adeguato (il bambino infatti si sarà calmato e sarà collaborativo). Il time out porta l’accento sulla possibilità di rinforzare il comportamento positivo (“ti sei calmato, quindi ti lodo”) piuttosto che quello negativo (“il tuo pianto è insostenibile, ora ti punisco con uno schiaffo!”).

Ovviamente, ribadisco, si tratta di suggerimenti teorici. Ogni situazione richiede aggiustamenti specifici calibrati in base alle necessità familiari e tenendo conto della storia del nucleo stesso.

 

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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