Come si diventa educatori, o di come questa professione vi sceglie

Io non ricordo esattamente quando ho scelto di diventare educatrice prima e pedagogista poi: all’Università ero attratta maggiormente dalle materie sociologiche, dai meccanismi sociali che portano all’esclusione (forse, per una che per una vita si è sentita/ha scelto di sentirsi esclusa, affrontare questo argomento era un percorso necessario). Poi, l’esame di Pedagogia col prof. più temuto della Facoltà, la proposta di condurre una ricerca e il gioco è fatto: è grazie a lui che mi sono fatta un mazzo indicibile per cinque anni, che ho scoperto Heidegger e la cura. Mi sono laureata in Pedagogia Clinica perché con lo studio ho capito che l’educazione non consiste in vuoti precetti che i genitori trasmettono ai figl*, non ha a che fare con le buon maniere. Questa è l’idea che in maniera generica si tende a cucire addosso a questa disciplina, e per questo forse agli occhi di molt* ha meno credibilità di altre (psicologia in primis). Per me l’educazione, se serve a qualcosa, serve per prendersi cura degli altr* affinché essi imparino ad avere cura di sé.

Qualche giorno fa al centro educativo si è iscritta una nuova ragazzina.

La chiamerò Giada.

Giada ha i capelli lunghissimi e una dislessia tosta. Con noi parla pochissimo, a malapena incrocia lo sguardo; rispetto ai compiti è sfuggente: lei ha “già fatto tutto” e “non ha bisogno”. Con i coetane* è spigliata, parla di tiktok e mostra i balletti che ha imparato.

Un paio di giorni fa mi chiama la sua insegnante di Lettere e mi chiede di vederci. La professoressa mi dice che Giada ha scritto un tema prima di Natale in cui ha raccontato i suoi ultimi due anni: la separazione dei genitori e la sua vita con la valigia: a scuola con il babbo, poi a casa della mamma e del suo nuovo compagno, dopocena il padre torna a prenderla per accompagnarla a casa sua, fuori città, e la mattina dopo si ricomincia. Ha raccontato delle incomprensioni con la mamma e della morte dei nonni, a cui era legatissima. Tutto è avvenuto rapidamente e, uscita da quel tornado, le sono rimaste solo brutte sensazioni: paura, solitudine, vuoto.

Giada due giorni fa ha portato un’arma in classe; la teneva nello zaino ma poi non si sa bene perché è spuntata sottobanco e una prof. l’ha trovata. Non sa spiegare perché ce l’abbia ma più volte afferma che non le rimane molto nella vita – i nonni sono morti, i genitori non la vedono – e, tutto sommato, morire non le dispiacerebbe.

La prof. mi chiede una mano perché lei, da sola, non può fare tutto e ha bisogno che qualcuno che condivida un progetto di cura per questa ragazzina che maschera il suo vuoto con disinvoltura.

Questa è l’ultima delle storie che ho ascoltato, ma al centro educativo tutti i ragazz* hanno delle vicende così drammatiche, alle spalle.

Ecco, io non ricordo quando ho scelto di diventare pedagogista. Però, so che ogni volta che ascolto storie così e partecipo attivamente attraverso un progetto educativo ricordo perché ho scelto di diventarlo.

A chi si avvicina a questa professione, a chi è incerto se intraprendere studi di questo tipo posso, solo dire una cosa: educare è una professione complessa e, diversamente da altre altrettanto difficili, è sottopagata, non riconosciuta, a volte ridicolizzata. Sceglierla prevede un atto di coraggio e soprattutto un gesto d’amore verso chi si trova – momentaneamente o stabilmente – in una condizione di debolezza.

Chiedetevi solo se siete ben forniti di coraggio ed amore: se la risposta è si, avete già scelto. Lei vi ha scelti.

Homo docens: il talento del nostro cervello

/im-pa-rà-re (io im-pà-ro): Acquisire una conoscenza, un’abilità, un comportamento/

È questa parola che, secondo Stanislas Dehaene, Professore titolare della Cattedra di Psicologia Cognitiva al Collège de France, riassume il talento principale della nostra specie. È proprio su questo argomento che egli riflette nel suo volume Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, recentemente pubblicato da Raffaello Cortina.

Secondo lo studioso l’essere umano è homo docens: ciò che sa del mondo lo ha appreso dall’ambiente sociale o naturale all’interno di quel lungo periodo – che occupa in particolare infanzia ed adolescenza, pur non esaurendosi in esse – che coincide con la scuola e l’educazione.

Già, ma cosa vuol dire imparare?

Questa particolare abilità diventa incredibile se osservata in situazioni estreme – ad esempio in soggetti in cui le capacità cognitive sono state compromesse da incidenti, interventi chirurgici o da particolari condizioni biologiche – o se paragonata a quella delle intelligenze artificiali.

Secondo Dehaene nessuna macchina è al momento in grado di superare le capacità del cervello umano. Nonostante i prodigi realizzati dai programmatori delle Intelligenze Artificiali (l’autore cita ad esempio Deepblue), l’apprendimento umano risulta al momento imbattuto sia in termini di velocità e che di modalità di astrazione.

Secondo Dehaene il cervello possiede dei modelli interni, funzionanti fin dalla nascita, dotati di plasticità e per questo vengono continuamente rimodellati sulla base feedback derivanti dalle proiezioni che essi riescono a fare sul mondo esterno. Il cervello dei bambini, quindi, lungi dall’essere una “tabula rasa” è in realtà un fine calcolatore in grado di compiere osservazioni e adattare le reti neurali biologiche ai dati rilevati tramite i sensi.

I pilastri dell’apprendimento

Ma come funziona l’apprendimento? Secondo il professore – che in questo viaggio attinge dalle Neuroscienze, dalla Psicologia cognitiva, dalla Filosofia e dalla Pedagogia – esso si struttura su quattro importantissimi “pilastri”. Il primo è l’attenzione, meccanismo senza il quale il nostro cervello non può selezionare, circoscrivere e amplificare l’informazione. Ciò che ha permesso il successo dell’homo sapiens è il fatto che questo meccanismo viene condiviso:

L’uomo dispone di un “modulo pedagogico” che si attiva non appena prestiamo attenzione a ciò che gli altri cercano di insegnarci (p.209)

L’essere umano cioè è l’unico in grado di condividere questo meccanismo e per questo la maggior parte delle informazioni che apprende le deve agli altri più che alla sua esperienza personale. È così che si diffonde la cultura.

Il secondo pilastro è costituito dal coinvolgimento attivo. Secondo Dehaene lo studente, lungi dall’esser lasciato a se stesso, ha bisogno di essere motivato, attivo ed impegnato nell’apprendimento, se si vuole che spesso raggiunga risultati positivi. In questo senso la curiosità e la motivazione hanno un valore importantissimo poiché rappresentano i pre-requisiti che stimolano la capacità di imparare.

Altro pilastro è costituito dal riscontro dell’errore. L’apprendimento è possibile quando il cervello cerca di determinare la correttezza delle sue inferenze. Si apprende quando si verifica uno scarto tra ciò che ha ipotizzato e il dato che acquisisce. Per questo l’apprendimento dovrebbe essere supervisionato

(…) l’ideale è un riscontro dettagliato dell’errore che indichi esattamente cosa si doveva fare per non sbagliare (p.249)

Dal riscontro dell’errore derivano importanti riflessioni pedagogiche: il voto, non accompagnato da valutazioni costruttive, è un metodo inefficace per contrastare gli errori. Inoltre esso spesso si associa alla punizione in grado solo di provocare ansia e stress, meccanismi che inibiscono l’apprendimento.

Ultimo pilastro, per Dehaene, è il consolidamento. Esso si verifica quando si acquisisce l’automatismo. Per arrivare a questo traguardo serve, secondo l’autore, allenamento (in particolare distribuire l’apprendimento) ma è essenziale anche… dormire! Il sonno è un acceleratore del nostro apprendimento poiché in questa fase il cervello non solo elimina tossine inutili ma consolida quanto imparato durante il giorno.

Tra notizie di cronaca, Neuroscienze e Pedagogia

Questo incredibile viaggio all’interno dei meccanismi cerebrali che consentono l’apprendimento acquisisce un valore essenziale per chi si occupa di didattica ed educazione. L’autore infatti non si preoccupa solo di descrivere gli innumerevoli talenti del nostro cervello, ma cerca anche di capire cosa possano fare la Pedagogia, la Filosofia, le Scienze Cognitive e le Neuroscienze al fine di migliorare e potenziare le capacità di apprendimento.

Tutto ciò acquisisce un valore importante soprattutto alla luce di alcune notizie di cronaca. Prendiamo l’ultima:

Secondo l’Ocse, che ha valutato con il Test Pisa le competenze dei 15enni rispetto alla lettura, alla matematica e alle scienze, la situazione italiana è preoccupante. Hanno partecipato  11.785 studenti, in 550 scuole, rappresentativi di 521.223 studenti quindicenni, e ciò che emerge è un abbassamento delle prestazioni medie in particolare in lettura e in scienze.

Sembrerebbe che gli studenti/esse italiani non imparino più, che i meccanismi che rendono il nostro cervello così prodigioso si siano inceppati.

Anzitutto, se si osservano i dati riportati anche dallo stesso Dehaene, sembrerebbe che il problema non riguardi solo la situazione italiana.

L’indagine Pisa (…) mostra che in termini di lettura e comprensione del testo gli studenti francesi occupano il centro o il fondo della scala dei paesi europei. In matematica i risultati sono diminuiti fortemente tra il 2003 e il 2015. (…) la Francia occupa l’ultimo posto nell’indagine TIMMS: Quella francese è la diminuzione più forte su un arco di vent’anni (p.283)

Per questo l’autore ribadisce un fatto importante: non si sa ancora – al momento – cosa determini un abbassamento di queste capacità. Quello che è sicuro, però, è che troppi bambini/e non sono messi nella condizione di realizzare appieno il proprio potenziale di apprendimento, spesso perché la famiglia e la scuola – ancora così distanti tra loro – non forniscono le condizioni ideali che per Dehaene si basano, tra le altre cose, sui seguenti principi:

  • Approfittare dei periodi sensibili, quelli un cui l’apprendimento concede risultati migliori (ad esempio imparare una lingua straniera nei primissimi anni di vita);

Arricchire l’ambiente

    , che significa offrire loro maggiori occasioni per sperimentare i propri modelli interni, esprimere curiosità, riconoscere gli errori;

Rendere i bambini attivi, coinvolti e curiosi

    , cioè guidare i bambini tramite una Pedagogia strutturata che favorisca la possibilità di generare nuove ipotesi e, quindi, apprendere;

Incoraggiare gli sforzi

    , che significa smettere di dire ai bambini/e che è “tutto facile”, altrimenti crederanno che se non riescono in qualcosa è perché non sono dotati;

Correggere gli errori

    , perché senza feedback strutturati (non punitivi!) l’apprendimento non evolve;

Ripassare con costanza

    , altrimenti l’apprendimento non si fissa;

Dormire

    , ovvero togliere tutti quegli elementi che distorcono il momento del sonno ma anche seguire i cambiamenti evolutivi del ciclo sonno-veglia (ad esempio: durante l’adolescenza si tende a dormire di più la mattina. Non è che i ragazzi sono svogliati, si tratta solo di un fattore biologico!).

In definitiva, il volume ricorda il valore dell’apprendimento, sottolinea l’importanza delle nuove scoperte per regolare e modificare il sistema scolastico ed educativo, e ribadisce l’importanza della multidisciplinarietà senza la quale è impensabile, oggi, accogliere le sfide della contemporaneità in termini sia educativi che didattici.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

Piccolo decalogo per genitori affidabili (e per figl* felici)✨

buongiorno a tutt*!

Oggi ricomincia la scuola, qui in Toscana! Mentre immagino bambin* eccitati – felici di cominciare un percorso o riprendere quello interrotto – genitori in ansia per la ri-organizzazione della vita famigliare (“oggi mangi a scuola? Ma dopo hai judo? Viene a prenderti la nonna…”) ho pensato a qualche suggerimento che tutti i genitori possono adottare; un prontuario da leggere, ricordare e ricordarsi…

👩🏻‍🏫scuola è sinonimo di crescita: anche se ti costa molto, impara poco per volta ad allentare la presa. Goditi lo sviluppo del tuo bambino che passerà dal chiederti tutto (fare lo zaino, preparare i vestiti, uscire di casa…) al volerlo fare da sé. Non ti sta mettendo da parte, ma ha bisogno di diventare “competente”. sostienilo in questo processo bellissimo!

📈soprattutto all’inizio, non andare in ansia per il suo rendimento. Ogni bambin* ha tempi diversi. Ascoltali, e rispettali.

🤾🏻‍♂️🤸🏻‍♀️lo sport è importante,ma non imporlo! Sceglietelo assieme e, se non è convint*, non farlo continuare a tutti i costi. Magari ne troverà un altro di suo gusto, senza sforzi.

🤹🏼‍♂️🎼piscina, teatro musica, danza.. ogni bambin* ha bisogno di tempo libero! Non occupare ogni singolo momento della sua giornata. I bambin* (di tutte le età!) devono poter giocare e si, in alcuni momenti, anche sperimentare la noia.

💭se ritieni che tuo figl* abbia bisogno di un aiuto, cerca il/la professionista che meglio risponde alle sue necessità. Ma ricordati che niente potrà sostituire il tuo ruolo di mamma o babbo.

🌱il rendimento di tuo figl* dipende anche dall’ambiente in cui cresce. Farlo assistere a litigate, dargli poco tempo, non farlo sentire amato hanno effetti negativi…ricordalo!

❗️presta attenzione ai cambiamenti: un trasloco, un lutto, un fratellino in arrivo. Sono eventi che tuo figl* comprende, non pensare che “è troppo piccolo!” Presta attenzione, aiutalo a capire e sostienilo!

🧾non puoi tenere sotto controllo tutto. Capiterà di perdere una lezione di chitarra, far tardi al mattino. Ciò che conta è che siano eccezioni, non la regola.

❣️fa si che si senta amat*, sempre, non solo se porta a casa il 9 di matematica. Niente come l’autostima porta a risultati concreti. Gli insegnerai che l’amore non si baratta per un voto, un successo. Si ama, punto.

👩‍👧‍👦👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧👪👨‍👨‍👧‍👦 non è vero che “siamo tutti genitori”. Biologicamente, certo, ma non sempre sappiamo fare la scelta giusta o sappiamo rispondere correttamente a questo compito. E ciò non deve farci sentire meno adatti, sbagliati, perdenti. Se hai bisogno, fatti aiutare, sempre!🙏

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Adolescenza Zero

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Lo studio dell’adolescenza e delle dinamiche sociali, educative e psicologiche in cui si manifesta occupa uno specifico spazio di studio tra gli addetti/e ai lavori da ormai diversi anni.

L’adolescenza – dal latino adolescĕre, «crescere» – si può definire come l’insieme dei cambiamenti fisici, sociali e psicologici che si verificano indicativamente tra i 12 e i 18 anni che portano il soggetto ad abbandonare il proprio status di bambino/a per acquisire progressivamente quello di adulto/a. Richiamandosi all’etimo, quindi, “adolescenza” dovrebbe coincidere proprio con un momento di crescita individuale – una sorta di fioritura delle proprie qualità e della propria personalità – di crisi (intesa come spaccatura che porta a separare il vecchio dal nuovo assumendo così nuove decisioni) e di apertura verso l’altro.

In realtà, se si osservano più da vicino gli/le adolescenti contemporanei, sembra al contrario di assistere ad un progressivo ripiegamento verso un’interiorità che si autoreclude, che si autoaggredisce e che rafforza il mantenimento di meccanismi di dipendenza, anacronistici e malsani, nei confronti degli adulti di riferimento. E’ questa la tesi di fondo del volume di Laura Pigozzi, psicoanalista di stampo lacaniano che, nel suo ultimo volume intitolato  “Adolescenza zero”,  indaga alcuni fenomeni che a suo modo di vedere hanno una funzione ben precisa: portano infatti ad una riduzione delle energie necessarie per “diventare adulti/e” e ampliano all’infinito il tempo per raggiungere questa tappa. A trarne giovamento, secondo il pensiero dell’autrice, sono i genitori – in particolare l’indice è puntato sulle madri, caregiver ad oggi ancora preminente, soprattutto in Italia – che annullano la conflittualità sana e necessaria coi figli/e educandoli progressivamente alla dipendenza e allontanando così sempre di più lo spauracchio del “nido vuoto”.

Nel volume l’autrice esamina che coinvolgono in prima persona i  giovani/e stessi/e – come l’hikikomori e i cutters – ma anche ad altri fenomeni in cui è preminente l’attenzione attorno alle modalità educative e relazionali che i genitori attuano nei confronti dei figli/e (la loro pervasività all’interno del mondo scolastico, o – al contrario – la scelta di separarli e proteggerli da questa realtà mediante l‘homeschooling o  – ancora – la scelta di accompagnarli  negli spogliatoi delle palestre anche quando ormai hanno acquisito la capacità di aver cura di sé, vestirsi e cambiarsi autonomamente).

 

C’è qualcosa che accomuna gli Adolescenti che si ripiegano nella propria interiorità isolandosi completamente dal resto del mondo (hikikomori, parola giapponese composta da hiku, indietreggiare, e komoru, nascondersi) e quelli che hanno disturbi del comportamento, di attenzione e di iperattività (ADHD) per cui si rende necessaria la sedazione attraverso terapie, nella maggior parte dei casi, esclusivamente farmacologiche (tanto che l’uso del Ritalin, in Italia, è cresciuto in un anno – tra il 2012 e il 2013 – del 9% ). E, ancora, c’è qualcosa che lega il fenomeno dell’homeschooling (in cui sempre più spesso le famiglie scelgono di non iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo per poter impartire loro, autonomamente e a casa, l’educazione e l’istruzione necessaria) a quello delle reborn dolls, oggetti – feticci – di materiali plastici e siliconici che dovrebbero replicare le forme di un neonato, commercializzate in inquietanti sacchetti di plastica che le “reborn mothers” aprono come se fosse un sacco amniotico tagliando poi l’inconsistente cordone ombelicale, lavando e vestendo la bambola con il materiale – tutina, cappellino, braccialetto come quello fornito alla gestante dall’ospedale – presente nel kit acquistato.

Vi è, secondo l’autrice, un eccesso di plusmaterno «che si esprime con la manifestazione di un eccesso amoroso, con una cura smodata, nella quale a una madre è permessa un’intrusione che abitua il bambino a non saper fare, a non saper essere, a non percepirsi senza di lei» (p.169). Ciò che i genitori, le madri, vogliono sono figli/e immobili e perfetti (proprio come una reborn doll, che rimane sempre dipendente e sempre uguale a se stessa) rispetto ai quali non si rendano più necessari momenti di conflittualità: se essa si verifica (come nel caso dei ADHD) viene opportunamente sedata. La causa di questi fenomeni, quindi, è da riscontrarsi in una mancata separazione tra genitori e adolescenti: i primi, spaventati dall’idea di stare nel conflitto e di avere figli non così perfetti come immaginati, non sanno più attuarla e i secondi, perennemente dipendenti dalle cure genitoriali, perdono l’occasione di esercitare le proprie capacità di resilienza, sperimentare l’ansia e quelle difficoltà che contribuiscono a formare una persona adulta.

L’analisi dei vari fenomeni è per l’autrice, un modo per sottolineare la necessità di invertire la tendenza oggi in atto: è necessario cioè aiutare i genitori ad attuare la separazione dai figli/e annullando quel legame simbiotico tipico dell’infanzia ricordando che – come Francoise Dolto ha detto – “si diventa adulti solo quando l’angoscia dei genitori non produce più in lui alcun effetto inibitore”.

La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

Lo sguardo pedagogico e gli “errori” dei genitori

fonte pixabay

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo interessante. Parlava dell’essere genitori e degli sbagli che  essi commettono, spesso completamente in buona fede.

L’autore cita trenta comportamenti che madri e padri dovrebbero considerare per evitare di interferire negativamente nella crescita dei propri figli/e.

Un bambino è un bambino per 10, 11, forse 12 o 13 anni, a seconda della persona a cui lo chiedi. Poi, per i sei o sette anni successivi sono giovani adulti. E poi sono adulti per il resto della loro vita.

Non proteggeteli dalle avversità. Aiutateli a costruire la propria autostima. Dotateli di strumenti per risolvere le cose da soli

 

Un genitore dovrebbe preparare i figli/e alla vita adulta facendo loro capire che il mondo là fuori è complicato, certo, ma non pauroso e che, soprattutto, dispongono di tutto ciò che serve per potervi far fronte.

Nel cammino educativo, i genitori devono aiutare i figli/e a costruire la propria autostima (quel processo che porta il soggetto ad apprezzarsi tramite giudizi autovalutativi positivi), trovare le giuste strategie per superare e affrontare situazioni negative, rafforzare la propria resilienza, conoscere il proprio bagaglio emotivo e gestire le situazioni relazionali scomode.

Quali sono, invece, i comportamenti che rischiano di compromettere l’acquisizione di queste tappe formative fondamentali?

  •  li corrompiamo

spesso li ricompensiamo per le cose sbagliate (“se rimetti in ordina la stanza ti compro ….”) alimentando in loro un pensiero logicamente (ma non educativamente) corretto : il bambino si aspetterà una ricompensa ogni volta in cui eseguirà un compito che dovrebbe fare a prescindere

  • ci sostituiamo a loro

Invece che aiutarli fornendo loro gli strumenti, facciamo per loro i compiti. Che sia nel gestire i compagni di classe o fare gli esercizi per l’interrogazione di matematica del giorno dopo, spesso i genitori si trovano a sostituirsi ai figli/e. Il motivo è sempre lo stesso: si fa prima a fare qualcosa anziché insegnare, passo dopo passo, quel bagaglio di conoscenze necessarie per fronteggiare da sé i propri problemi. Ciò porta i bambini/e a permanere in uno stato di dipendenza costante.

  • LI critichiamo  

La critica a cui il giornalista si riferisce è quella negativa, che parte da un errore per attaccare il punto debole del bambino. E’ quella critica che parte dall’azione per colpire l’essere (hai fatto…quindi sei…)

  • non sappiamo accogliere le loro emozioni

se un bambino cade cerchiamo di sviare l’attenzione sminuendo l’accaduto, dicendogli di non piangere. Siamo poco sensibili all’ascolto delle loro emozioni e alla capacità di ascoltare ed accogliere la loro frustrazione. in questo modo li educhiamo a non sentire, a non riconoscere e a non fare fronte al problema.

  •  non li ascoltiamo

Prestiamo attenzione a molte cose futili dimenticandoci però di quelle significative. Sappiamo che tipo di relazioni vivono i ragazzi/e di oggi? sappiamo in che modo usano le tecnologie? siamo attenti alle parole che possono far trasparire un certo malessere di fondo?

Spesso gli adulti non ne sono in grado, troppo assorbiti dalle necessità contingenti dimenticano di guardare alla sostanza.

Questi “errori” (liberamente tratti proprio dall’articolo che mi ha dato il”via” per scrivere queste righe) non sono irrisolvibili, a patto che i genitori decidano di vederli e porvi rimedio.

I percorsi educativi hanno proprio lo scopo di riflettere sulle carenze educative che si possono verificare al fine di invertire la rotta stabilendo una relazione autenticamente significativa con i propri figli/e. Lo sguardo pedagogico, in grado di concentrarsi sulla relazione, sul contesto e sui rapporti educativi, porta a ristabilire una relazione significativa tra genitori e figli/e che possa essere autenticamente “educante”.

 

(foto: pixabay)

A.A.A. energie cercasi!

Settembre è un po’ un mese di rodaggio: è lo spartiacque tra la tranquillità estiva e l’inizio dei nuovi impegni autunnali.

In famiglia, però, capita proprio il contrario! l’estate coincide con i figl* a casa, le attività da impostare ed incastrare per non lasciarli sol* mentre si è ancora al lavoro, l’eterna lotta con i compiti delle vacanze e con quel mantra che fuoriesce dalla bocca di ogni studente/essa dai 6 ai 18 anni: “lo faccio dopo…”. Difficile staccare e fare il pieno di risorse in estate! Per questo le prime settimane di settembre possono fare al caso tuo: i bambin* sono già rientrati a scuola e tu puoi approfittare di qualche ora di permesso, o dell’ultimo residuato di ferie che ti rimane, per dedicarti a te.

Ti suggerisco tre strade:

  • potenzia te stessa! se sei una mamma single, in carriera, o se hai pochi aiuti dall’esterno dedicati prevalentemente a te stessa! fatti un regalo (spesso si tende a non farlo, per dedicare tutte le risorse ai figl*): che sia un aperitivo con le amiche, un’incursione dal parrucchiere .. o, perché no, un corso sui temi della genitorialità, per rispondere sempre meglio alle richieste che il tuo ruolo ti impone
  • potenzia la coppia! Soprattutto se hai un bambin* piccol* dedicati molto a rinvigorire il rapporto con il partner!
  • se i figl* sono già grandi, se magari sono fuori città per gli studi, approfitta di settembre (l’Università spesso riapre i battenti da fine mese, o addirittura da inizio ottobre) per passare il tempo anche con loro, recuperando magari ciò che facevate, tutti insieme, prima che loro “diventassero grandi”.

E tu, quali strategie utilizzi per recuperare le energie? condividi i tuoi pensieri sulla pagina fb se vuoi! ti ricordo inoltre che, se vuoi dedicarti ad un corso sui temi della genitorialità, in autunno il mio corso su genitori&regole educative si rifà il look e ritorna, sia online che in studio. Chiedimi pure tutte le info a alessia.dulbecco@alice.it 😉

un abbraccio!
Alessia

Regole educative ed educazione emotiva. Un corso per genitori, a Firenze

I motivi per cui i genitori si recano in consulenza sono spesso molto simili:

  • i bambini crescono e iniziano a stare con difficoltà dentro le regole
  • hanno bisogno di un confronto con un professionista per capire meglio quale condotta seguire quando emergono comportamenti problematici (ad esempio quando i piccoli non vogliono andare a scuola!)
  • si sono verificati episodi di scontro con i bambini e non sanno quale strategia adoperare per uscirne

 

Questi sono i tre problemi principali che fino ad oggi ho riscontrato nella mia pratica professionale.

E’ vero: ogni famiglia è un mondo a sé e non è possibile trovare soluzioni condivise, valide per tutti. Quello che so per certo, però, è che parlarne fa bene – confrontarsi anche di più! – e proprio in ragione del fatto che non esistono soluzioni preconfezionate il modo migliore di affrontare questi piccoli grandi problemi è discuterne, insieme.

Per questa ragione il 10 marzo 2017 partirà, presso i locali di Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38r a Firenze, un nuovo corso dedicato ai genitori.

Si parlerà di regole (indispensabili per la crescita dei bambini!) ma soprattutto cercheremo di capire insieme cosa rappresentano per i genitori. Dietro al modo di intendere le regole (sono un modo per mettersi al riparo da scontri e conflitti? o sono il modo per dimostrare agli altri di essere autorevoli? o rappresentano il modo per mantenere un controllo sulla crescita dei figli?…) si nasconde un proprio, personale, stile genitoriale. Bisogna conoscerlo, interrogarsi sul genitore che siamo, comprendere come intendiamo emozioni e conflitti per capire se il modo in cui impartiamo le regole è appropriato, oppure no. In educazione

Regole, stili genitoriali, emozioni e relazioni educative: di questo e altro parleremo in questo ciclo di 5 incontri che si terranno venerdì 10 -17-24-31 marzo e il  7 aprile, dalle 18 alle 19.30.

Uno spazio dedicato ai genitori: per riflettere, per conoscere/si, per confrontarsi.

 

Vi aspettiamo!

dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(per info e contatti potete scrivere a me o a spazio Co-stanza,www.spaziocostanza.it)

Parliamo di educazione emotiva…e quelle emozioni che i genitori non dicono.

Rabbia, paura, felicità, tristezza: sono emozioni che proviamo tutti/e, nessuno escluso.

Quando però mi confronto coi genitori emerge spesso il fatto che essi cerchino, per il bene dei più piccoli, di ometterne qualcuna. Così cercano di mascherare la tristezza per la malattia di un parente, o la rabbia per quell’ingiustizia subìta sul posto di lavoro.

Il problema è che  i bambini sono sensibilissimi alle emozioni, ancora di più rispetto a quelle che vengono taciute o storpiate!

Ometterle non significherà quindi non trasmetterle: probabilmente,  i bambini coglieranno qualcosa di distorto e inizieranno – passo dopo passo – a capire che alcune emozioni sono degne di essere espresse, altre meno (o per nulla).

Per questo, secondo me, è fondamentale che i genitori conoscano alcuni principi dell’educazione emotiva: essa insegna a conoscere le emozioni, comprendendo quale impatto esse abbiano nella nostra vita (alfabetizzazione emotiva) e trasmetterle. Non ci sono emozioni di serie A e di serie B: tutte devono trovare margine di espressione se vogliamo vivere bene.

Per poter trasmettere ai figli un modo sano di accostarsi alle emozioni è necessario che i genitori siano anzitutto preparati a conoscerle per trovare poi il modo migliore per coinvolgere i piccoli.

Se il tema delle emozioni ti sta a cuore e vuoi capirne di più, se sei intenzionata/o a riflettere sul modo in cui le manifesti o sul peso che dai loro, il corso in partenza presso Spazio Co-stanza  fa per te!

Un percorso dedicato ai genitori, per riflettere sul peso che le emozioni hanno all’interno della relazione educativa. Se sei interessato al percorso scrivimi, oppure contatta Spazio Co-stanza (www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts).

…Ti aspetto!!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

Il tempo coi nostri figli e le regole: qualità versus quantità

Quanto tempo trascorriamo mediamente coi nostri figli/e?

ho fatto questa domanda ad alcune famiglie: amici stretti e conoscenti, colleghi di lavoro e utenti che seguono i miei percorsi. Età diverse, città diverse. La risposta è la stessa. POCHISSIMO.

Mediamente, la mattina trascorre al lavoro (per i grandi)  o a scuola/asilo/nido per i piccoli. Poi ci sono le attività pomeridiane (per i piccoli) e quelle “autentiche scocciature” (spesa/posta/banca/medico/bollette… ma potrei continuare) per i grandi.

Il tempo che resta a disposizione non sarebbe nemmeno poco, se ci pensiamo: intere serate, weekend, periodi di festa…. ma c’è un problema: non è di qualità.

Parlando con le coppie che si recano da me in consulenza mi trovo spesso a condividere con loro alcune riflessioni sul tempo che corre: siamo così presi dal senso del dovere e delle regole che spesso il tempo che trascorriamo coi piccoli è funzionale solo a dire loro cosa devono/non devono fare. Spesso ci arrabbiamo, e questo ci fa perdere altro tempo che invece potrebbe esser speso in modo costruttivo (…per citare Einstein)

ogni minuto che passi arrabbiato perdi 60 secondi di felicitò.

Le regole, i divieti, i no sono l’argomento che imprigiona la maggior parte delle famiglie con cui lavoro e limita il  loro tempo.

Certo, le regole per i bambini sono fondamentali, ma si rischia di cadere in questo loop

-spesso se ne danno troppe

-questo perché, a volte, diventano uno strumento ( per i genitori) per contenere le loro ansie

-in questo modo, quello che ne deriva è che perdono totalmente il loro potenziale.

Non c’è nulla di più pericolo di regole prive di valore, perché esse portano ad ottenere l’esatto contrario: i bambini ne colgono la vaghezza, l’inutilità e finiranno  – non solo – per non rispettarle ma anche per non riconoscere più quelle importanti dalla marea di regoline e divieti che cadranno a pioggia su di loro.

Se anche per te il tema delle regole è faticoso e ingestibile, presso Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38 a Firenze, sta per partire un corso proprio per imparare a definirle, impartirle e mantenerle.. ma non solo! L’obiettivo sarà anche quello di capire cosa rappresentano per te, mamma o babbo, e capire quindi come le utilizzi all’interno della relazione educativa.

Che aspetti a prenotarti?? ..ti aspetto!!

Per qualsiasi informazione scrivimi o consulta la pagina  https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/

Oppure quella di spazio Co-stanza: www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts