Adolescenza Zero

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Lo studio dell’adolescenza e delle dinamiche sociali, educative e psicologiche in cui si manifesta occupa uno specifico spazio di studio tra gli addetti/e ai lavori da ormai diversi anni.

L’adolescenza – dal latino adolescĕre, «crescere» – si può definire come l’insieme dei cambiamenti fisici, sociali e psicologici che si verificano indicativamente tra i 12 e i 18 anni che portano il soggetto ad abbandonare il proprio status di bambino/a per acquisire progressivamente quello di adulto/a. Richiamandosi all’etimo, quindi, “adolescenza” dovrebbe coincidere proprio con un momento di crescita individuale – una sorta di fioritura delle proprie qualità e della propria personalità – di crisi (intesa come spaccatura che porta a separare il vecchio dal nuovo assumendo così nuove decisioni) e di apertura verso l’altro.

In realtà, se si osservano più da vicino gli/le adolescenti contemporanei, sembra al contrario di assistere ad un progressivo ripiegamento verso un’interiorità che si autoreclude, che si autoaggredisce e che rafforza il mantenimento di meccanismi di dipendenza, anacronistici e malsani, nei confronti degli adulti di riferimento. E’ questa la tesi di fondo del volume di Laura Pigozzi, psicoanalista di stampo lacaniano che, nel suo ultimo volume intitolato  “Adolescenza zero”,  indaga alcuni fenomeni che a suo modo di vedere hanno una funzione ben precisa: portano infatti ad una riduzione delle energie necessarie per “diventare adulti/e” e ampliano all’infinito il tempo per raggiungere questa tappa. A trarne giovamento, secondo il pensiero dell’autrice, sono i genitori – in particolare l’indice è puntato sulle madri, caregiver ad oggi ancora preminente, soprattutto in Italia – che annullano la conflittualità sana e necessaria coi figli/e educandoli progressivamente alla dipendenza e allontanando così sempre di più lo spauracchio del “nido vuoto”.

Nel volume l’autrice esamina che coinvolgono in prima persona i  giovani/e stessi/e – come l’hikikomori e i cutters – ma anche ad altri fenomeni in cui è preminente l’attenzione attorno alle modalità educative e relazionali che i genitori attuano nei confronti dei figli/e (la loro pervasività all’interno del mondo scolastico, o – al contrario – la scelta di separarli e proteggerli da questa realtà mediante l‘homeschooling o  – ancora – la scelta di accompagnarli  negli spogliatoi delle palestre anche quando ormai hanno acquisito la capacità di aver cura di sé, vestirsi e cambiarsi autonomamente).

 

C’è qualcosa che accomuna gli Adolescenti che si ripiegano nella propria interiorità isolandosi completamente dal resto del mondo (hikikomori, parola giapponese composta da hiku, indietreggiare, e komoru, nascondersi) e quelli che hanno disturbi del comportamento, di attenzione e di iperattività (ADHD) per cui si rende necessaria la sedazione attraverso terapie, nella maggior parte dei casi, esclusivamente farmacologiche (tanto che l’uso del Ritalin, in Italia, è cresciuto in un anno – tra il 2012 e il 2013 – del 9% ). E, ancora, c’è qualcosa che lega il fenomeno dell’homeschooling (in cui sempre più spesso le famiglie scelgono di non iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo per poter impartire loro, autonomamente e a casa, l’educazione e l’istruzione necessaria) a quello delle reborn dolls, oggetti – feticci – di materiali plastici e siliconici che dovrebbero replicare le forme di un neonato, commercializzate in inquietanti sacchetti di plastica che le “reborn mothers” aprono come se fosse un sacco amniotico tagliando poi l’inconsistente cordone ombelicale, lavando e vestendo la bambola con il materiale – tutina, cappellino, braccialetto come quello fornito alla gestante dall’ospedale – presente nel kit acquistato.

Vi è, secondo l’autrice, un eccesso di plusmaterno «che si esprime con la manifestazione di un eccesso amoroso, con una cura smodata, nella quale a una madre è permessa un’intrusione che abitua il bambino a non saper fare, a non saper essere, a non percepirsi senza di lei» (p.169). Ciò che i genitori, le madri, vogliono sono figli/e immobili e perfetti (proprio come una reborn doll, che rimane sempre dipendente e sempre uguale a se stessa) rispetto ai quali non si rendano più necessari momenti di conflittualità: se essa si verifica (come nel caso dei ADHD) viene opportunamente sedata. La causa di questi fenomeni, quindi, è da riscontrarsi in una mancata separazione tra genitori e adolescenti: i primi, spaventati dall’idea di stare nel conflitto e di avere figli non così perfetti come immaginati, non sanno più attuarla e i secondi, perennemente dipendenti dalle cure genitoriali, perdono l’occasione di esercitare le proprie capacità di resilienza, sperimentare l’ansia e quelle difficoltà che contribuiscono a formare una persona adulta.

L’analisi dei vari fenomeni è per l’autrice, un modo per sottolineare la necessità di invertire la tendenza oggi in atto: è necessario cioè aiutare i genitori ad attuare la separazione dai figli/e annullando quel legame simbiotico tipico dell’infanzia ricordando che – come Francoise Dolto ha detto – “si diventa adulti solo quando l’angoscia dei genitori non produce più in lui alcun effetto inibitore”.

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La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

Lo sguardo pedagogico e gli “errori” dei genitori

fonte pixabay

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo interessante. Parlava dell’essere genitori e degli sbagli che  essi commettono, spesso completamente in buona fede.

L’autore cita trenta comportamenti che madri e padri dovrebbero considerare per evitare di interferire negativamente nella crescita dei propri figli/e.

Un bambino è un bambino per 10, 11, forse 12 o 13 anni, a seconda della persona a cui lo chiedi. Poi, per i sei o sette anni successivi sono giovani adulti. E poi sono adulti per il resto della loro vita.

Non proteggeteli dalle avversità. Aiutateli a costruire la propria autostima. Dotateli di strumenti per risolvere le cose da soli

 

Un genitore dovrebbe preparare i figli/e alla vita adulta facendo loro capire che il mondo là fuori è complicato, certo, ma non pauroso e che, soprattutto, dispongono di tutto ciò che serve per potervi far fronte.

Nel cammino educativo, i genitori devono aiutare i figli/e a costruire la propria autostima (quel processo che porta il soggetto ad apprezzarsi tramite giudizi autovalutativi positivi), trovare le giuste strategie per superare e affrontare situazioni negative, rafforzare la propria resilienza, conoscere il proprio bagaglio emotivo e gestire le situazioni relazionali scomode.

Quali sono, invece, i comportamenti che rischiano di compromettere l’acquisizione di queste tappe formative fondamentali?

  •  li corrompiamo

spesso li ricompensiamo per le cose sbagliate (“se rimetti in ordina la stanza ti compro ….”) alimentando in loro un pensiero logicamente (ma non educativamente) corretto : il bambino si aspetterà una ricompensa ogni volta in cui eseguirà un compito che dovrebbe fare a prescindere

  • ci sostituiamo a loro

Invece che aiutarli fornendo loro gli strumenti, facciamo per loro i compiti. Che sia nel gestire i compagni di classe o fare gli esercizi per l’interrogazione di matematica del giorno dopo, spesso i genitori si trovano a sostituirsi ai figli/e. Il motivo è sempre lo stesso: si fa prima a fare qualcosa anziché insegnare, passo dopo passo, quel bagaglio di conoscenze necessarie per fronteggiare da sé i propri problemi. Ciò porta i bambini/e a permanere in uno stato di dipendenza costante.

  • LI critichiamo  

La critica a cui il giornalista si riferisce è quella negativa, che parte da un errore per attaccare il punto debole del bambino. E’ quella critica che parte dall’azione per colpire l’essere (hai fatto…quindi sei…)

  • non sappiamo accogliere le loro emozioni

se un bambino cade cerchiamo di sviare l’attenzione sminuendo l’accaduto, dicendogli di non piangere. Siamo poco sensibili all’ascolto delle loro emozioni e alla capacità di ascoltare ed accogliere la loro frustrazione. in questo modo li educhiamo a non sentire, a non riconoscere e a non fare fronte al problema.

  •  non li ascoltiamo

Prestiamo attenzione a molte cose futili dimenticandoci però di quelle significative. Sappiamo che tipo di relazioni vivono i ragazzi/e di oggi? sappiamo in che modo usano le tecnologie? siamo attenti alle parole che possono far trasparire un certo malessere di fondo?

Spesso gli adulti non ne sono in grado, troppo assorbiti dalle necessità contingenti dimenticano di guardare alla sostanza.

Questi “errori” (liberamente tratti proprio dall’articolo che mi ha dato il”via” per scrivere queste righe) non sono irrisolvibili, a patto che i genitori decidano di vederli e porvi rimedio.

I percorsi educativi hanno proprio lo scopo di riflettere sulle carenze educative che si possono verificare al fine di invertire la rotta stabilendo una relazione autenticamente significativa con i propri figli/e. Lo sguardo pedagogico, in grado di concentrarsi sulla relazione, sul contesto e sui rapporti educativi, porta a ristabilire una relazione significativa tra genitori e figli/e che possa essere autenticamente “educante”.

 

(foto: pixabay)

A.A.A. energie cercasi!

Settembre è un po’ un mese di rodaggio: è lo spartiacque tra la tranquillità estiva e l’inizio dei nuovi impegni autunnali.

In famiglia, però, capita proprio il contrario! l’estate coincide con i figl* a casa, le attività da impostare ed incastrare per non lasciarli sol* mentre si è ancora al lavoro, l’eterna lotta con i compiti delle vacanze e con quel mantra che fuoriesce dalla bocca di ogni studente/essa dai 6 ai 18 anni: “lo faccio dopo…”. Difficile staccare e fare il pieno di risorse in estate! Per questo le prime settimane di settembre possono fare al caso tuo: i bambin* sono già rientrati a scuola e tu puoi approfittare di qualche ora di permesso, o dell’ultimo residuato di ferie che ti rimane, per dedicarti a te.

Ti suggerisco tre strade:

  • potenzia te stessa! se sei una mamma single, in carriera, o se hai pochi aiuti dall’esterno dedicati prevalentemente a te stessa! fatti un regalo (spesso si tende a non farlo, per dedicare tutte le risorse ai figl*): che sia un aperitivo con le amiche, un’incursione dal parrucchiere .. o, perché no, un corso sui temi della genitorialità, per rispondere sempre meglio alle richieste che il tuo ruolo ti impone
  • potenzia la coppia! Soprattutto se hai un bambin* piccol* dedicati molto a rinvigorire il rapporto con il partner!
  • se i figl* sono già grandi, se magari sono fuori città per gli studi, approfitta di settembre (l’Università spesso riapre i battenti da fine mese, o addirittura da inizio ottobre) per passare il tempo anche con loro, recuperando magari ciò che facevate, tutti insieme, prima che loro “diventassero grandi”.

E tu, quali strategie utilizzi per recuperare le energie? condividi i tuoi pensieri sulla pagina fb se vuoi! ti ricordo inoltre che, se vuoi dedicarti ad un corso sui temi della genitorialità, in autunno il mio corso su genitori&regole educative si rifà il look e ritorna, sia online che in studio. Chiedimi pure tutte le info a alessia.dulbecco@alice.it 😉

un abbraccio!
Alessia

Regole educative ed educazione emotiva. Un corso per genitori, a Firenze

I motivi per cui i genitori si recano in consulenza sono spesso molto simili:

  • i bambini crescono e iniziano a stare con difficoltà dentro le regole
  • hanno bisogno di un confronto con un professionista per capire meglio quale condotta seguire quando emergono comportamenti problematici (ad esempio quando i piccoli non vogliono andare a scuola!)
  • si sono verificati episodi di scontro con i bambini e non sanno quale strategia adoperare per uscirne

 

Questi sono i tre problemi principali che fino ad oggi ho riscontrato nella mia pratica professionale.

E’ vero: ogni famiglia è un mondo a sé e non è possibile trovare soluzioni condivise, valide per tutti. Quello che so per certo, però, è che parlarne fa bene – confrontarsi anche di più! – e proprio in ragione del fatto che non esistono soluzioni preconfezionate il modo migliore di affrontare questi piccoli grandi problemi è discuterne, insieme.

Per questa ragione il 10 marzo 2017 partirà, presso i locali di Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38r a Firenze, un nuovo corso dedicato ai genitori.

Si parlerà di regole (indispensabili per la crescita dei bambini!) ma soprattutto cercheremo di capire insieme cosa rappresentano per i genitori. Dietro al modo di intendere le regole (sono un modo per mettersi al riparo da scontri e conflitti? o sono il modo per dimostrare agli altri di essere autorevoli? o rappresentano il modo per mantenere un controllo sulla crescita dei figli?…) si nasconde un proprio, personale, stile genitoriale. Bisogna conoscerlo, interrogarsi sul genitore che siamo, comprendere come intendiamo emozioni e conflitti per capire se il modo in cui impartiamo le regole è appropriato, oppure no. In educazione

Regole, stili genitoriali, emozioni e relazioni educative: di questo e altro parleremo in questo ciclo di 5 incontri che si terranno venerdì 10 -17-24-31 marzo e il  7 aprile, dalle 18 alle 19.30.

Uno spazio dedicato ai genitori: per riflettere, per conoscere/si, per confrontarsi.

 

Vi aspettiamo!

dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(per info e contatti potete scrivere a me o a spazio Co-stanza,www.spaziocostanza.it)

Parliamo di educazione emotiva…e quelle emozioni che i genitori non dicono.

Rabbia, paura, felicità, tristezza: sono emozioni che proviamo tutti/e, nessuno escluso.

Quando però mi confronto coi genitori emerge spesso il fatto che essi cerchino, per il bene dei più piccoli, di ometterne qualcuna. Così cercano di mascherare la tristezza per la malattia di un parente, o la rabbia per quell’ingiustizia subìta sul posto di lavoro.

Il problema è che  i bambini sono sensibilissimi alle emozioni, ancora di più rispetto a quelle che vengono taciute o storpiate!

Ometterle non significherà quindi non trasmetterle: probabilmente,  i bambini coglieranno qualcosa di distorto e inizieranno – passo dopo passo – a capire che alcune emozioni sono degne di essere espresse, altre meno (o per nulla).

Per questo, secondo me, è fondamentale che i genitori conoscano alcuni principi dell’educazione emotiva: essa insegna a conoscere le emozioni, comprendendo quale impatto esse abbiano nella nostra vita (alfabetizzazione emotiva) e trasmetterle. Non ci sono emozioni di serie A e di serie B: tutte devono trovare margine di espressione se vogliamo vivere bene.

Per poter trasmettere ai figli un modo sano di accostarsi alle emozioni è necessario che i genitori siano anzitutto preparati a conoscerle per trovare poi il modo migliore per coinvolgere i piccoli.

Se il tema delle emozioni ti sta a cuore e vuoi capirne di più, se sei intenzionata/o a riflettere sul modo in cui le manifesti o sul peso che dai loro, il corso in partenza presso Spazio Co-stanza  fa per te!

Un percorso dedicato ai genitori, per riflettere sul peso che le emozioni hanno all’interno della relazione educativa. Se sei interessato al percorso scrivimi, oppure contatta Spazio Co-stanza (www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts).

…Ti aspetto!!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

Il tempo coi nostri figli e le regole: qualità versus quantità

Quanto tempo trascorriamo mediamente coi nostri figli/e?

ho fatto questa domanda ad alcune famiglie: amici stretti e conoscenti, colleghi di lavoro e utenti che seguono i miei percorsi. Età diverse, città diverse. La risposta è la stessa. POCHISSIMO.

Mediamente, la mattina trascorre al lavoro (per i grandi)  o a scuola/asilo/nido per i piccoli. Poi ci sono le attività pomeridiane (per i piccoli) e quelle “autentiche scocciature” (spesa/posta/banca/medico/bollette… ma potrei continuare) per i grandi.

Il tempo che resta a disposizione non sarebbe nemmeno poco, se ci pensiamo: intere serate, weekend, periodi di festa…. ma c’è un problema: non è di qualità.

Parlando con le coppie che si recano da me in consulenza mi trovo spesso a condividere con loro alcune riflessioni sul tempo che corre: siamo così presi dal senso del dovere e delle regole che spesso il tempo che trascorriamo coi piccoli è funzionale solo a dire loro cosa devono/non devono fare. Spesso ci arrabbiamo, e questo ci fa perdere altro tempo che invece potrebbe esser speso in modo costruttivo (…per citare Einstein)

ogni minuto che passi arrabbiato perdi 60 secondi di felicitò.

Le regole, i divieti, i no sono l’argomento che imprigiona la maggior parte delle famiglie con cui lavoro e limita il  loro tempo.

Certo, le regole per i bambini sono fondamentali, ma si rischia di cadere in questo loop

-spesso se ne danno troppe

-questo perché, a volte, diventano uno strumento ( per i genitori) per contenere le loro ansie

-in questo modo, quello che ne deriva è che perdono totalmente il loro potenziale.

Non c’è nulla di più pericolo di regole prive di valore, perché esse portano ad ottenere l’esatto contrario: i bambini ne colgono la vaghezza, l’inutilità e finiranno  – non solo – per non rispettarle ma anche per non riconoscere più quelle importanti dalla marea di regoline e divieti che cadranno a pioggia su di loro.

Se anche per te il tema delle regole è faticoso e ingestibile, presso Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38 a Firenze, sta per partire un corso proprio per imparare a definirle, impartirle e mantenerle.. ma non solo! L’obiettivo sarà anche quello di capire cosa rappresentano per te, mamma o babbo, e capire quindi come le utilizzi all’interno della relazione educativa.

Che aspetti a prenotarti?? ..ti aspetto!!

Per qualsiasi informazione scrivimi o consulta la pagina  https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/

Oppure quella di spazio Co-stanza: www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts

 

In merito all’omicidio di Ferrara. Accettare conflitti ed emozioni per un’educazione migliore

Uso il blog per scrivere di educazione, di educazione alla genitorialità ed educazione affettiva. Uso il blog, in sostanza, per parlare della mia professione e diffonderne i contenuti.  I fatti accaduti un paio di giorni fa a Ferrara non possono lasciarmi indifferente e credo meritino una riflessione.

Un giovane di sedici anni si fa aiutare da un amico per uccidere i genitori, promettendogli circa mille euro per lo svolgimento di questo “lavoro”. Tanti sono i genitori che oggi si chiedono se sia necessario aver paura dei propri figl*, tanti si chiedono dove si sia fallito. Perché si, siamo davanti ad un fallimento.

Abbiamo abdicato alla fatica che l’educare comporta, seguendo due strade che portano verso direzioni opposte.. ma si sa che spesso gli opposti sono così “opposti” che finiscono per essere nei fatti davvero molto, molto simili.

Da una parte abbiamo preferito “dire sì” piuttosto che accettare il conflitto. Abbiamo fatto crescere generazioni di frustrat* incapaci di reggere un parere discorde, un voto negativo, incapaci di puntare sulla propria capacità di resilienza per far fronte ai piccoli grandi problemi di tutti i giorni.

Dall’altra abbiamo adoperato punizioni e castighi che nulla sanno insegnare perché l’unica cosa che sanno produrre è lo stesso livello di frustrazione, lo stesso livello di incapacità descritto sopra.

Per abdicare alle richieste educative dei bambin*, uomini e donne del domani, abbiamo preferito renderci sordi alle loro emozioni educando anche loro alla medesima sordità.

Fatti come quelli di Ferrara dovrebbero servire per aiutare i genitori a riflettere sul proprio stile genitoriale. Impariamo ad ascoltare le emozioni, impariamo ad educare attraverso di esse. Decidiamo, finalmente, di accettare il conflitto come occasione di conoscenza. Essere in conflitto infatti non significa essere in guerra: significa che davanti ad una difficoltà si ascoltano le parti in gioco per individuare le possibili soluzioni. Spesso, invece, il conflitto viene confuso con una specie di guerra fredda fatta di muri che si erigono, di assenza di dialogo. E’ proprio il contrario. Parlare di conflitto (in ogni tipo di relazione: amicale, affettiva, tra genitore- figl*) significa liberarsi da tanti stereotipi primo tra tutti quello del dover essere sempre, per forza, sorridenti e felici. E’ falso: ogni relazione porta con se un livello medio di conflittualità. La differenza la fa come si gestisce tale situazione.

In questo senso, i fatti di Ferrara e i tanti femminicidi sono equiparabili: qualcosa nella relazione non va e si decide, per incapacità di compiere scelte alternative, per eliminare  – fisicamente – il problema. Diversamente non lo si potrebbe gestire.

E’ importante per questo rivedere le proprie modalità di comunicazione, di gestione delle difficoltà. Credo che questo valga per tutt* ma soprattutto per coloro a cui è affidata la crescita e l’educazione di bambin* e ragazz*.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts

 

Educare alla felicità

Buongiorno a tutt*!

E’  da un po’ che non aggiorno il blog ma gli ultimi mesi sono stati particolarmente intensi e il tempo di scrivere si è volatilizzato.

Nelle ultime settimane, anche girando in rete (vi ricordo che la mia pagina https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts viene aggiornata con più frequenza, perciò vi invito a seguirmi se vi fa piacere) mi sono imbattuta in molti articoli dedicati alla genitorialità che, come forse alcun* sapranno, è un tema a cui mi dedico con grande interesse lavorando sia coi bambini sia con le loro famiglie.

In uno di questi articoli si fornivano consigli ai genitori allo scopo di crescere bambin* felici. Ciò che veniva sottolineato era, in pratica, la tendenza a far crescere bambin* compiacenti o giudiziosi (impartendo, quindi, un’educazione orientata al£far bene”, a prendere bei voti etc..) ma mai un’educazione che prevedesse per i piccol* la strada della felicità.

Leggere questo articolo mi ha fatto tornare alla mente una foto, trovata in rete e salvata un bel po’ di tempo fa.

 

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Propone un elenco di cose importanti che vorrei riprendere qui con voi e magari approfondire.

  • Parlare con il cuore

Nella mia attività mi ritrovo spesso a confrontarmi con genitori che non riescono a dire “ti voglio bene” (“che c’entra – mi ha detto tempo fa un babbo – mio figlio sa che tutto quello che faccio lo faccio per lui..se non gli volessi bene non lo farei. Che gliene voglio è sottinteso!”). Si tratta di una difficoltà derivante dal parlare liberamente di emozioni, cosa che la nostra società tende molto ad inibire, soprattutto per quanto riguarda i ruoli maschili.

Parlare con il cuore richiede fatica, uno sforzo e un cambiamento volto ad acquisire nuove capacità..ma ripaga altamente.

  • Scusarsi

Spesso i genitori credono di non doverlo fare mai, per paura di perdere la propria autorità.

Quello che cerco di fare come professionista, quando i genitori si rivolgono a me, è aiutarli a cambiare modello passando dall’autorità all’autorevolezza. Se si è autorevoli ci si può permettere il “lusso” di chiedere scusa senza timori. Per i genitori significa essenzialmente fare i conti con le proprie debolezze ed imparare a porvi rimedio non facendo finta che sia successo, ma proprio al contrario dichiarando di aver sbagliato. Sarà, per i figl*, un’ottima palestra per imparare che sbagliare è normale e gli errori vanno ammessi, scusandosi.

  • Raccontare, non spiegare!

Quando le situazioni me lo consentono cerco di ascoltare i discorsi tra genitori e figl*. Spesso mi capita di notare una sorta di abuso della parola “spiegami” che, manco a dirlo, compare quasi esclusivamente nelle parole dei grandi.”spiegami perché ti sei comportato così…”, “che bel disegno: me lo spieghi?” ..questi sono alcuni dei tanti esempi che potrei riportare.

Spiegare, letteralmente, vuol dire togliere le pieghe, appianare un tessuto…ma se per i capi può essere un gesto adeguato credo mal si adatti alle parole delle persone. E’ proprio nelle pieghe infatti che possiamo trovare il senso autentico dei discorsi, comprese anche tutte quelle piccole grandi cose che le parole, da sole, non riescono a descrivere. Perché quindi non sostituire “spiegami” con “raccontami”. Raccontare da spazio alla persona e alle sue esperienze, crea spazio per parlare di sé, crea relazione.

Questi sono, per me, i tre tasselli di base per una comunicazione empatica, autentica, in grado di educare alla felicità. E per voi? Se vi va di farmelo sapere scrivetemi!

Dott.ssa Alessia Dulbecco

 

(foto: web)

 

L’educazione e la speranza

Quello appena trascorso è stato un ottimo weekend e mi piace molto l’idea di cominciare una settimana raccontandovi come ho trascorso gli ultimi due giorni di – più o meno! – relax. Credo che siano le occasioni di riposo, di svago, di condivisione a darci le occasioni per ricaricarci, a maggior ragione se si svolge un lavoro impegnativo, fatto di progettualità e di incontri altamente significativi con l’altr*.

Così, se la domenica è trascorsa ammirando le bellezze della mia bella Toscana, degustando e scherzando con amiche (che, poi, sono anche colleghe), il sabato è stato dedicato alla formazione. Un’occasione particolare, a Vaiano, per parlare di un’ “Altra Scuola”. Una scuola attenta alle esigenze dei bambin*, capace di porsi da un’angolazione differente (ma per davvero, non solo per esigenze ministeriali che – sappiamo – introducono tanti cambiamenti..salvo poi fermarsi alla teoria).

Moltissimi seminari, tutti dedicati a temi innovativi (home schooling, scuole parentali, la realizzazione di asili nel bosco…). Io ho scelto di focalizzarmi sull’Osservazione del bambino nell’approccio montessoriano. Un tema interessante, due relatrici che lavorano da Anni all’interno dell’Opera Nazionale Montessori, formate e molto preparate.

Ci sono state molte attività pratiche che ho gradito molto e tanti momenti di scambio col gruppo. Di tutta la giornata, però, porto via soprattutto un pensiero che una delle formatrici ci ha riportato. Si tratta di una considerazione propria di Maria Montessori la quale sottolinea come l’ambiente definisca le persone. Se un bambino cresce in un contesto di amore, di riconoscimento sarà necessariamente foriero di pace. Questo pensiero ha una rilevanza assoluta in questo periodo particolarmente complesso a livello sociale. Mi chiedo quanti bambin* vivano in contesti di odio – e penso chiaramente alla guerra, a coloro che sono costretti a lasciare tutto per una vita incerta in un’altra zona, ai tanti bambin* che assistono a violenza domestica per non pensare a coloro che la subiscono… – e a come sarà il loro ingresso sociale una volta adulti. Non potranno essere forieri di pace, se hanno vissuto nell’odio. Penso all’importanza dell’educazione, della ri-educazione, e alla necessità di sviluppare nuovi modelli inclusivi. Penso, in sostanza, alla bellezza e alla profondità del mio lavoro; a quanto sia complesso stare accanto alle persone, alla necessità di osservare (e su questo il metodo Montessori ha stabilito le fondamenta) senza giudicare. Penso anche al valore ultimo della Pedagogia che è poi la speranza e la fiducia nella possibilità di creare un  ambiente nuovo..questa volta autenticamente foriero di pace.