Elogio delle donne non vittime

Negli ultimi venti mesi, molti dei miei contatti Facebook (alcuni amici anche nella vita reale, altri solo in quella virtuale) hanno continuato a tenere alta l’attenzione sul caso Silvia Romano postando foto della giovane –  immagini normali di una ragazza sorridente, con i bambini e le bambine che aveva scelto di aiutare, con gli abiti tradizionali africani – e chiedendone la liberazione.

Quando la notizia è arrivata, sabato scorso, la rete è stata invasa, ancora una volta, dalle sue foto – sempre quelle – unite questa volta a messaggi festosi che ne celebravano la liberazione.

Appena si sono diffuse le prime notizie, le prime immagini “rubate” a seguito dell’azione delle forze armate, qualcosa ha iniziato a cambiare. Ancor prima della questione economica (su cui ancora oggi non c’è assoluta chiarezza), il focus è stato sulla sua immagine. Una donna cambiata (rapita ventitreenne, la ritroviamo venticinquenne), forse un po’ ingrassata, col viso segnato ma sorridente, con addosso una lunga veste verde.

L’atteggiamento della maggior parte delle persone, anche di chi, inizialmente ha accolto con entusiasmo la notizia del ritorno a casa della cooperante milanese, è cambiata.

Seguire questo rapido cambio di prospettiva nei confronti della vicenda mi ha portato alla mente altri avvenimenti analoghi, come quello di altre due coppie di cooperanti, Simona Torretta e Simona Pari (sequestrate a Baghdad nel settembre 2004) e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, (rapite l’1 agosto 2014 in Siria). Anche nei loro confronti, al ritorno in Italia, si scatenarono gli haters sostenuti da una certa stampa che le accusava di vari “crimini” (essersela cercata, essere nemiche dell’Italia etc…).

Ho cominciato così a decostruire le numerose polemiche cercando di arrivare all’origine del problema.

L’accento sugli aspetti economici sono a mio modo di vedere solo uno specchietto per allodole. Sono molti gli uomini per cui lo Stato ha pagato un riscatto (dai celebri Marò ad altri cooperanti, come Francesco Azzarà, rapito nel 2011).

Ricordate il caso di Francesco? Ricordate altri casi di cooperanti (uomini), sequestrati e successivamente liberati?

E’ una domanda che mi sono posta in prima persona e a cui ho risposto negativamente.  Credo che pochi si ricordino di loro perché, al loro rientro, le polemiche sono state scarse o addirittura non si sono verificate.

Ho supposto così che il problema nei confronti di Silvia Romano (e più in generale delle altre cooperanti) non riguardi tanto i soldi o il modo in cui sono riuscite a sopravvivere all’evento (appigliandosi alla fede o all’umanizzazione dei propri aguzzini). Credo che il problema sia un altro.

Silvia, Simona e Simona sono donne che hanno subito un’aggressione perché hanno trasgredito la regola base della società patriarcale: la libertà è un privilegio maschile e,  se una donna decide di volerlo conquistare, lo farà a proprio rischio e pericolo.

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(fonte: vitatrentina.it)

Essere una cooperante significa recarsi in luoghi di per sé pericolosi, significa abbandonare la casa e gli ambienti “protetti” che per tradizione sono appannaggio delle donne.

Se, per qualsiasi motivo, la trasgressione alla norma  ha un finale negativo (come ad esempio un rapimento), esso si paga con la vergogna, la gogna sulla pubblica piazza.

Silvia racconta di essere stata forte, di non aver subito particolari angherie (al netto di aver attraversato il confine tra Kenya e Somalia a piedi, camminando 10 ore al giorno e probabilmente altri fatti che ha scelto di non raccontare), di essersi convertita. E’ sorridente e sta bene; probabilmente tornerà ad aiutare i bambini e le bambine  di paesi in difficoltà. Silvia è una sopravvissuta (non ha caso ha scelto di chiamarsi Aisha, che vuol dire “vivente”), ma non porta su di sé lo stigma e la vergogna di quanto vissuto.

Non è tornata cospargendosi il capo di cenere, facendo “mea culpa” e scusandosi per aver cercato di conquistare una libertà che non appartiene al suo genere.

Certi avvenimenti, come quello subito dalla giovane cooperante, costituiscono nell’immaginario comune un trauma e si presume che ogni donna reagisca allo stesso modo: col silenzio, con la vergogna, al limite scusandosi.

E’ ciò che ci racconta Virginie Despentes, regista e scrittrice francese, nel suo The king kong Theory, a proposito dello stupro, trauma femminile per eccellenza:

“(…) il punto è che finché non viene chiamata per nome, l’aggressione perde la sua specificità, può essere confusa con altri tipi (…). Questa strategia della miopia ha la sua utilità. Perché dal momento che chiamiamo il nostro stupro “stupro”, è tutto il sistema di controllo sulle donne che si mette in moto: vuoi davvero che si sappia quello che è successo? vuoi che tutti ti vedano come una donna a cui è successo? E comunque, come puoi esserne uscita vita, senza essere una tro*a fatta e finita? Una donna che tenga alla propria dignità avrebbe preferito farsi ammazzare. La mia sopravvivenza è di per sé una prova ai miei danni.” (p.33)

A ben vedere, credo che le reazioni di odio scatenate dalla sola immagine di Silvia Romano vadano ricercate qui, alle origini del sistema di controllo patriarcale sulle donne. E’ il fatto che non sia tornata come vittima, ma come donna che a testa alta racconta quanto vissuto e – guarda un po’ – ricostruisce una storia certamente dura ma senza quei tratti (violenze, angherie, stupri..) che l’avrebbero ricollocata nell’unico ruolo che ci si aspetta una donna possa ricoprire.

Volevano che Silvia fosse una vittima, invece è tornata Aisha.

 

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(fonte: corriere.it)

Alessia Dulbecco

Strumenti operativi per l’educazione sulle tematiche di genere

Se seguite il blog e avete letto l’articolo della scorsa settimana saprete che è stato dedicato completamente a raccontarvi, dal mio punto di vista di pedagogista e counsellor, il grande evento che si è tenuto a Bologna sui temi dell’educazione di genere. Si è trattato del terzo evento promosso da Scosse, organizzazione di Roma, ed ha raccolto più di mille adesioni tra educatori/trici, insegnan*, formatrici/tori, personale di associazioni, centri antiviolenza, scuole e centri educativi. Lo scopo è stato quelli di fare il punto circa gli ultimi sviluppi attorno all’argomento e, ovviamente, raccogliere buone prassi per introdurle nei percorsi formativi ed educativi dedicati alle nuove generazioni.

Se nell’ultimo articolo vi ho quindi parlato dei seminari a cui ho assistito, dei workshop a cui ho partecipato, questa volta vorrei che il focus  fosse centrato sugli strumenti operativi impiegabili non solo all’interno dei contesti descritti (associazioni, centri antiviolenza, scuole..) ma pensando anche a chi, come me, ha uno studio e vuole introdurre questi temi nella propria pratica professionale.

Uno dei motivi per cui vale la pena partecipare a questi grandi meeting, infatti, è la presenza di moltissimi stand di case editrici, librerie specializzate, associazioni che su queste tematiche lavorano e mettono a punto nuovi strumenti di lavoro.

Una di queste è la libreria  LIBRE, libri d’infanzia della bassa reggiana, che realizza volumi e giochi allo scopo di combattere gli stereotipi (in particolare quelli di genere, ma non solo…).

E’ così che ho comprato un paio di materiali.

Il primo è il libro che vedete in foto. Né questo né quello è il titolo di questo libro illustrato che gioca sull’ambiguità di alcune immagini per raccontare, pagina dopo pagina, che certe azioni possono essere compiute da chiunque, uomini o donne, indipendentemente da come siamo abituati a pensare o credere..

Un volume semplice che si presta però a più livelli di lettura e che pertanto può essere impiegato con fasce d’età differenti. Valido strumento all’interno di un laboratorio di lettura ma non solo: esso può fornire degli spunti per giocare coi bambin* trovando insieme nuovi contesti in cui applicare uno sguardo di genere, libero da stereotipi.

Nel prossimo articolo, invece, vi racconterò di un altro strumento…Il titolo? Fatus, storie infinite…

Se siete curios* vi consiglio di seguirmi 🙂

nel frattempo vi lascio il link della mia pagina facebook, per chiunque voglia interagire con me!

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?ref=ts&fref=ts

Dott.ssa Alessia Dulbecco

Le donne tra accuse, difese e il mantenimento degli stereotipi di genere.

Analogie e riflessioni attorno a due fatti di cronaca.
Il 2016 appena cominciato ha già posizionato le donne al centro di numerosi fatti di cronaca nera. Proprio a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno si sono verificate diverse morti in sala parto. Situazioni apparentemente tranquille degenerare in tragedie. 

Ho seguito poco i notiziari: credo sia giusto dare, infatti, notizie circa lo svolgimento delle indagini – per appurare se si sia trattato di fatalità o di errori umani – ma non trovo giusto entrare nel privato delle situazioni intervistando i parenti, anche quelli di terzo grado, pur di avere un ritratto delle vittime. E si, le perché le donne smettono di essere tali e diventano vittime con connotati quasi angelici. I servizi che ne descrivevano la personalità, le loro aspirazioni di future mamme, le foto intime, vengono così messe su pubblica piazza.

Pochi giorni dopo si è verificato un altro caso di morte in sala parto. Una ventenne, Gabriella Cipolletta, muore durante un’interruzione volontaria di gravidanza al Cardarelli di Napoli. Anche in questo caso ho ascoltato i notiziari solo distrattamente ma, come nei casi precedenti, ammetto di aver provato una sensazione sgradevole. Ho sentito tante, troppe volte ribadire il fatto che si è trattato di un aborto consigliato da un medico, insomma, un aborto a scopi precauzionali. Tutti i telegiornali hanno dato rilievo a questo particolare. La sensazione di fastidio nasceva proprio qui: muore una donna durante un intervento chirurgico. Chi se ne importa di conoscere le motivazioni che l’hanno portata sotto i ferri?

Ho capito poco dopo perchè questa corsa alla giustificazione. L’ho capito mettendo in relazione questo fatto con un altro episodio di cronaca: al centro, ancora una donna. Si tratta di Ashley Olsen, la trentacinquenne uccisa nel suo appartamento in Oltrarno. Si racconta che abbia passato una notte ‘brava’ e l’ipotesi – che pochi giorni dopo verrà confermata – è che possa aver invitato a casa sua qualcuno che poi l’avrebbe uccisa.

Il caso di Gabriella e quello di Ashley: così diversi eppure così simili. Cosa le accomuna è il gioco delle accuse, la mercificazione delle loro vite. 

Così si dedicano articoli a capire chi fosse la giovane napoletana – e il meglio che i giornalisti riescono a fare è dire che il medico che l’ha uccisa è quello che venti anni prima l’aveva fatta nascere – esattamente come si gioca ad individuare nello stile di vita un po’ bohémienne della donna americana un possibile motivo del suo omicidio. 

Loro non sono le Madonne decedute di parto, nell’atto estremo di dar la vita al prossimo. Loro sono le puttane, morte perché se lo meritavano. Non è un caso, allora, che i giornalisti si affannassero tanto a trovar motivazioni per spiegare la scelta di Gabriella: si trattava di un vano tentativo di depistaggio contro quelle persone che, pochi giorni dopo, scriveranno che “se avesse scelto di tenere il bambino lei sarebbe ancora viva“. Anche sul caso di Ashley, le parole dei leoni da tastiera  non si faranno attendere. Come illustra Doppio Standard i commenti su di lei si sprecano.

    
Le due vicende dimostrano allora, ancora una volta, il peso degli stereotipi. Una donna non è libera di scegliere – di interrompere una gravidanza, di vivere una sessualità non ‘canalizzata’ – e sarà sempre giudicata per come si comporta. 

È difficile spiegare ad alcuni uomini questo concetto – subito ribattono che “Ashley non era una santa” o che “bisogna stare attenti” e anche se si chiede loro quanti uomini -generalmente- adottano condotte sessuali disinibite non si riuscirà a ottenere una risposta soddisfacente. Si dirà che per le donne “è più facile subire violenza” senza capire che, purtroppo, è più facile perché alcuni uomini sono propensi a vedere nell’altra solo un oggetto.  Si tratta quindi di educazione, sensibilizzazione agli stereotipi nella prospettiva di un loro abbattimento…e libertà. 

AlessiaDulbecco

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#2. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Prosegue la riflessione tra fotografia e pedagogia con l’analisi di un altro volume in grado, come il precedente di Nan Golding, di affrontare simultaneamente il tema del fotografico, del pedagogico e delle riflessioni di genere.

Si tratta del volume di una fotografa italiana, Alessia Bernardini, intitolato Becaming Simone. Attraverso molte immagini e poche, sintetiche ma importanti parole racconta la storia della transizione F to M del suo vicino di casa. Nato in un corpo di donna, ha deciso  -all’età di cinquant’anni – di sottoporsi alle operazioni necessarie per diventare ciò che – in realtà – si era sempre sentito: un uomo.

La fotografia diventa, ancora una volta, una lente privilegiata per riflettere attorno alla vita di Simone e alla sua formazione:

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Le immagini del passato si intervallano a quelle scattate dalla fotografa e la scelta grafica non avviene a caso: una doppia rilegatura che permette alle pagine di “scorrere”, una sopra l’altra, come una sorta di mosaico scomposto.

Assomiglia quasi ad un romanzo di formazione, quello di Bernardini. Sono le fotografie e non le parole a dettare il ritmo: a volte scendono in profondità, a volte rimangono in superficie. La fotografia come lente di ingrandimento per analizzare la vita e la formazione (becoming) di Simone. Una scelta fatta solo ed esclusivamente per sé, come ci ricorda nelle poche parole che accompagnano le immagini.

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E’ una storia di sacrifici e conquiste, quella raccontata in prima persona da Simone. E’ fatta di emozioni – come quelle che lui stesso prova davanti ai nuovi documenti, o alla fisicità che cambia sotto l’impulso delle cure ormonali – e le fotografie le documentano tutte. Il volume avrebbe la sua forza anche senza le frasi riportate, tratte dalle tante conversazioni che fotografa ha intrattenuto con lui. La forza di queste immagini non hanno bisogno di didascalie. Ciò che illustrano è il potenziale formativo che si cela dentro ogni persona.

Ancora una volta la fotografia come lente di ingrandimento, strumento di indagine e di riflessione attorno alle tematiche di genere.

 

 

#0. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Chi frequenta questo blog saprà che i miei principali interessi  si situano all’interno dell’educazione, della formazione e degli studi di genere. Amo confrontarmi su molte tematiche prediligendo sempre una prospettiva pedagogica attraverso la quale analizzare ogni aspetto di una determinata questione (sia essa relativa alla recensione di un saggio, alla riflessione su avvenimenti sociali, brevi considerazioni su fatti accaduti).

Il pedagogico assomiglia ad un prisma multisfaccettato: le questioni sociali, politiche, culturali possono essere indagate a partire da un’analisi che ponga in risalto tutto ciò che attiene all’educativo e al formativo. Per questo ho deciso di affrontare – in tre articoli diversi – il legame tra pedagogia e fotografia indagando in particolare i temi della formazione e quelli relativi agli studi di genere.

Se abbandoniamo progressivamente l’interesse per i lavori fotografici naturalistici, paesaggistici o documentaristici, se si poniamo al di là degli eventi mondani e delle riviste patinate (ambienti ai quali si tende ad associare il mondo della fotografia) scopriamo che l’immagine è contemporaneamente un’impalcatura concettuale e uno strumento pratico che ci consegna analisi e riflessioni dall’alto valore culturale.

Quale collegamento si può individuare tra il fotografico e il pedagogico? come può la fotografia contribuire alla formazione dell’essere umano? Attraverso quali interrogativi?

Il fotografico – proprio per via di quegli elementi che lo caratterizzano, come ad esempio l’universalità dello strumento comunicativo, la rapidità, la profondità di analisi – risulta essere uno strumento privilegiato di osservazione di determinate realtà: il lavoro di Oliviero Toscani sulla guerra ne è un esempio. La fotografia, qui, diventa un mezzo per stabilire un possibile punto di contatto tra l’arte e le guerre andando  ad individuare la bellezza all’interno dei più sconcertanti fatti di sangue dell’umanità.

Ma il fotografico può essere uno strumento formativo?  Può essere uno strumento privilegiato per introdurre un nuovo punto di osservazione all’interno delle tematiche di genere?

Risponderò – in maniera del tutto personale  e parziale – a questi interrogativi analizzando due opere – di due autrici che si sono interrogate sui temi della sessualità e del genere – e un blog di un fotografo che cerca di restituire al fotografico quel valore che le estreme banalizzazioni della contemporaneità gli hanno sottratto.

 

 

 

 

A cosa pensi quando dici “thailandese”?

“Riconosciamolo: quando diciamo thailandese, pensiamo a una prostituta”, dice Aldo Cazzullo.Strano. 

Io quando dico thailandese penso alla cucina.

L’articolo prosegue sottolineando il grosso “balzo in avanti”delle donne di Bangkok:la percentuale deg* student* universitar* (il65%) sono donne. 
“E non credete alle costruzioni intellettuali degli etnologi che discettano di matriarcato ancestrale – prosegue Cazzullo – nel Sud-Est asiatico, proprio come in ogni parte del mondo, le donne per millenni sono state considerate inferiori agli uomini; e se una donna in famiglia comandava, era grazie al suo talento, alla sua personalità, al suo lavoro, e alla sua capacità di farsi concava e convessa, di guidare la danza lasciando all’uomo l’impressione di essere guidata, come nel tango”. 

Il problema è proprio qui, sul concetto di visibilità. Alle donne mancava (e in molti caso continua a mancare, in Thailandia come in altre mille parti del mondo, inclusa casa nostra) il riconoscimento, che coincide poi con la capacità di ricoprire un ruolo avendo il diritto di farlo. Il fatto che la percentuale di donne che studia sia in aumento è un dato positivo, ma attualmente irrilevante. Per poter dare rilevanza a questo dato è essenziale che si cominci a pensare alle Thailandesi come donne, come studentesse… e non come prostitute.

http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2015/08/23/il-balzo-in-avanti-delle-donne-orientali/?refresh_ce-cp

Big Eyes

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Chi segue il blog sa che spesso recensisco volumi che possono essere utili a chi come me si occupa di counselling e pedagogia o questioni di genere. Libri che hanno lo scopo di ampliare le conoscenze, approfondire determinate tematiche, farsi un’idea su specifiche situazioni. A volte però anche i film possono dar vita a riflessioni in campo pedagogico.

E’ il caso di Big Eyes, film del 2014 diretto da Tim Burton con  Amy Adams e Christoph Waltz.  E’ la storia di  Margaret Keane, pittrice degli anni cinquanta e sessanta e della sua strana esistenza. Strana e rivoluzionaria.

Gli anni ’50 erano un’epoca meravigliosa se eri un uomo. Sono Dick Nolan e di mestiere invento cose: sono un giornalista. Questa è la storia più strana di cui abbia mai scritto. Incominciò il giorno in cui Margaret Ulbrich lasciò il suo soffocante marito. Molto prima che lasciare mariti diventasse di moda.

Mentre la voce fuori campo pronuncia queste parole le immagini non lasciano scampo all’immaginazione: Margaret fa i bagagli, prende per mano sua figlia e, insieme, scappano in auto. A San Francisco Margaret trova lavoro in una fabbrica di mobili, come decoratrice. Anche questo è un passaggio molto importante del film: Margaret si reca al colloquio portando con se un portfolio dei suoi migliori lavori pittorici. Lo sguardo del titolare è critico non tanto per le indubbie capacità, quanto per la situazione generale:

Non arrivano molte donne qui. Suo marito approva che lei lavori?

Nonostante tutto Margaret riesce ad essere assunta e nei giorni liberi coltiva la sua passione, la pittura, realizzando ritratti per pochi spiccioli alle feste o nei mercatini. E’ così che incontra quello che diverrà poi il suo secondo marito, Walter Keane. Un uomo che sin dalle prime si rivela manipolatore e lusinghiero.

Margaret lo sposa non perché innamorata ma solo per evitare problemi con l’ex marito, intenzionato a sottrarle la figlia per motivi di inadeguatezza rispetto al ruolo genitoriale (era inadeguato per una donna, negli anni 50, lavorare e condurre una vita non in coppia).

Se, negli anni Cinquanta, per una donna era complicato essere single e lavorare, lo era ancora di più occuparsi di arte e di pittura. Per poter vendere le sue opere (improvvisamente balzate alla cronaca per via di un interessamento da parte di importanti star dell’epoca) Walter inizierà ad attribuirsene la paternità. Quando Margaret comincerà a pretendere un riconoscimento Walter organizzerà un incontro con il suo gallerista per permettere alla moglie di parlare della sua arte (paragonata a quella della bambina.. “perché sono tutti artisti nella famiglia Keane”, dirà Walter al suo interlocutore).

Sarà una battaglia lunga, che passerà anche per tribunali, quella che la porterà a riappropriarsi della sua opera, dei suoi quadri..e del suo nome. Sarà una battaglia difficilissima primo fra tutti perché porterà una donna, da sola, a scontrarsi con una società particolarmente complicata che non fa sconti soprattutto alle donne. Guardare questo film produce molte riflessioni, anche rispetto alla società contemporanea: Cosa è cambiato per le donne?

L’arte firmata da donne non vende. E poi qua c’è scritto: “Keane”… Tu sei Keane?

Cuntala: equal opportunities game

Qualche giorno fa i riflettori di giornali e telegiornali ero puntati su Trieste e, in particolare, su il gioco del rispetto, un’iniziativa per combattere gli stereotipi di genere nelle scuole dell’infanzia. Molti giornali hanno pensato bene di utilizzare queta vocenda per veicolare informzioni sbagliate, false e tendenziose (la famosa ideologia gender, l’idea che nelle scuole si faccia di tutto per “invertire” l’ordine stabilito in base all’appartenenza sessuale.

Quello che i giornali si sono ben guardati dal raccontare (per una sottile volontà di mistificazione o per ignoranza?) è che  – per fortuna! – la scuola italiana è ricca di iniziative di questo tipo, da diverso tempo.

Esistono, inoltre, moltissim* professionist* che si preoccupano di creare libri e materiali per avvicinare i ragazzi ai temi del rispetto e delle differenze di genere

Mi è già capitato di recensire, sul blog, alcuni di questi giochi (trovate qualche info qui). Oggi vorrei parlarvi di un altro strumento ludico-didattico che ha un nome bellissimo: le cuntaline.

Le cuntaline è un gioco di carte, nello specifico è definito come equal opportunities game. E’ stato creato da Barbara Imbergamo per portare avanti un progetto, più ampio, sulle pari opportunità.

Cuntala significa “raccontala”. E’ perciò il nome più adatto per definire un gioco il cui scopo è, appunto, quello di raccontare storie. Si compone di diverse carte, appartenenti a quattro categorie (personaggi, verbi, oggetti e caratteristiche). E’ un  gioco strano, cuntala, perché non ha regole. Come si può leggere nel “manuale di istruzioni” :

In questo gioco tutto è possibile e ogni regola può essere inventata. Potete decidere voi quante carte dare, come fare i turni, quanto fare durare una storia.

Se non ha regole, allora, come si gioca? intanto si può partire dal distribuire qualche carta ai* giocator*. Ognun* contribuisce a creare un “pezzo” della storia attraverso la carta che intende giocare. C’è il papà che cucina e la sindaca,la muratrice e l’ostetrico. Le carte sono piacevolissime: hanno colori vivaci, rappresentano immagini non stereotipate e ogni definizione è riportata in tante lingue (spagnolo francese tedesco inglese e italiano).

Fin qui, potreste obiettare, tutto bene: il gioco si presenta bene e ha delle importanti finalità. Ma nella pratica?

Beh, per recensire un gioco bisogna anzitutto provarlo. Io ci ho giocato e mi sono divertita un monte! Pescare carte, aggiungere pezzi ad una storia che comincia già in modo non convenzionale  è un ottimo esercizio per uscire da schematismi e pregiudizi. Perché è molto più facile raccontare la storia della bella Biancaneve, che cura  i sette nani nella casetta nel bosco, fino a quando la strega cattiva – invidiosa della sua bellezza – non decide di avvelenarla… piuttosto che cominciare il racconto con c’era una volta un giovane papà, in cucina, con un bellissimo grembiule verde…

 Le possibilità creative sono infinite e come ricorda l’autrice

Inventare storie a partire da questi personaggi permette di immaginare mondi e comprendere i molteplici aspetti della realtà.

Per avere altre informazioni sul gioco, o per acquistarlo, potete dare un’occhiata al sito!)

Ma il cielo è sempre più blu. Un’inchiesta sugli stereotipi di genere con i bambini e le bambine delle scuole elementari.

Bambine e bambini costruiscono la propria identità di genere attraverso i modelli sociali e culturali del proprio contesto di riferimento. Questi, poi, sono a loro volta influenzatii dai modelli che – su vasta scala – vengono proposti e riproposti da media (e dalla tv in particolare).

Queste sembrano essere le premesse da cui è partito il lavoro di Alessandra Ghimenti, videomaker, toscana di origine e milanese di adozione. Tra il 2010 e il 2014 Alessandra ha realizzato tre filmati – due dei quali sono stati raccolti in un dvd (acquistabile sul suo blog) – con i quali prova ad indagare l’influenza degli stereotipi di genere e la percezione del femminile e del maschile nei bambin* delle elementari. i tre filmati (che si possono vedere – in una versione ridotta – su You tube ) godono della stessa impostazione: le domande proposte, infatti, sono le stesse e ciò ci permette con più facilità di comprendere l’influenza del contesto di riferimento rispetto alla percezione del maschile e del femminile e alla concezione della donna nell’immaginario dei bambin*.

Le domande in questione sono le seguenti:

– cosa vorresti fare da grande?

– c’è differenza tra maschi e femmine?

– c’è qualcosa che le femmine/i maschi non possono fare?

– cosa ti piace dell’essere maschio/femmina?

– chi si occuperà dei bambini quando ne avrai uno?

Nel primo filmato i bambini coinvolti sono quelli di una scuola elementare in provincia di Lucca. Come si può intuire ascoltando le risposte il contesto di riferimento influenza una visione stereotipata dei sessi. Alla domanda “cosa vuoi essere da grande” molte bambine rispondono di voler diventare parrucchiere, showgirl o ballerine e la motivazione è – per tutte – la bellezza (“mi piace sistemare i capelli, mettere lo smalto…”). Alla domanda “come sono le femmine?” le bambine si descrivono come “più tranquille, più belle, non fanno mai la lotta, più brave, amano lo shopping…). È evidente dunque che le bambine hanno ricevuto – in maniera più o meno intenzionale – una forte educazione al ruolo femminile inteso nella sua versione maggiormente stereotipata. Ciò traspare anche nelle risposte date alla domanda relativa a chi si occuperà dei bambini:

“quando devo andare a far la spesa se ne  occuperà mio marito, quando lui deve lavorare me ne occuperò io”.

Le bambine hanno ben chiaro il ruolo femminile che sono chiamate a svolgere e allo stesso modo i bambini che alla domanda “ti piace esser maschio” rispondono di sì perché possono fare più cose rispetto alle femmine.

Un po’ diverse invece sono le risposte che si possono ascoltare nel secondo filmato, girato in una scuola elementare del centro di Milano. Alla domanda “cosa vuoi fare da grande” il numero di bambine che risponde “la modella” è infinitamente più basso. Molte vogliono fare la veterinaria, o la scrittrice, o l’avvocata  o, ancora, la cavallerizza. Anche per i maschi le risposte sono simili: l’avvocato, l’ingegnere, il militare, l’architetto. È facile immaginare che i bambini, nati e cresciuti nel centro di Milano, vivano in un contesto in cui entrambi i genitori lavorano fuori di casa e in un clima di benessere diffuso. Alla domanda “c’è differenza tra maschi e femmine” o “c’è qualcosa che maschi/femmine non possono fare?” infatti, rispondono di no: tutti possono fare tutto. Anche alla domanda sui futuri figli molti rispondono che saranno le tate o i nonni ad occuparsi di loro (è facile immaginare che siano proprio queste figure a prendersi cura dei piccoli intervistati  che si trovano, dunque, a riproporre un modello già vissuto).

Nel terzo filmato, realizzato a Brescia, si coglie nuovamente un clima di grande apertura: i bambinii vorrebbero essere scienziati, muratori, camionisti.. ma anche modelli! Le bambine dottoresse, pasticcere, parrucchiere, chef e pittrici. Il contesto è forse meno elitario rispetto al centro di Milano (lo si può intuire dall’abbondanza di mestieri che non implicano anni di studio o di specializzazione).In ogni caso,per la maggior parte di loro non ci sono grosse differenze tra l’esser maschio o femmina. Emblematica la risposta di una bambina: “se ci provi a fare le cose, poi impari!”. La stereotipizzazione dei ruoli però è presente specialmente se si osservano le risposte relative alla domanda “cosa ti piace dell’esser maschio/femmina”. Quasi tutte le bambine rispondono con affermazioni relative alla bellezza (“abbiamo i capelli lunghi, indossiamo vestiti più belli..”) i maschi con riferimenti allo sport e alla professione (“facciamo i lavori più belli, possiamo fare più sport”). le bambine, dunque, sono educate, anche in modo inconsapevole, a coltivare la loro bellezza e vanità, i bambini ricevono un messaggio implicito relativo alla loro forza fisica (che deve essere mantenuta e sfogata attraverso gli sport) e alla professione che andranno a svolgere una volta adulti.

Il lavoro di Alessandra costituisce un ottimo strumento di valutazione della percezione degli stereotipi nei bambin* ed è allo stesso tempo, un forte grido di allarme per l’intera società. È necessario combattere il modo in cui ancora si concepisce la donna e il ruolo femminile. Abbattere i luoghi comuni è un processo fondamentale di cui dobbiamo assumerci la responsabilità promuovendo anzitutto un cambiamento che deve partire dalla scuola attraverso forme nuove di educazione al genere e al rispetto dell’altro.

Il progetto di Alessandra è un “work in progress”: ai filmati che che potete vedere qui se ne aggiunge un altro, realizzato in una scuola elementare di Sesto San Giovanni. Altri due filmati sono in fase di montaggio.  Tre documentari sono, invece, in fase di elaborazione. Il lavoro sarà composto di 9 capitoli che – una volta realizzati tutti – saranno raccolti in un nuovo dvd.

…Stay tuned!

La pubblicità ingannevole è (solo) quella gay-friendly

Qualche settimana fa Tiffany& co., noto marchio di gioielli di lusso, ha lanciato la nuova campagna pubblicitaria dal titolo “Will you”. Le fotografie, scattate da Peter Lindberg, vogliono rappresentare scene di vita quotidiana di coppie diverse. Una di queste ritrae una coppia omosessuale. I due ragazzi, seduti sulle scale, si guardano e sorridono in una posa – spontanea e rilassata – analoga a quella delle altre coppie ritratte.  Al centro della campagna pubblicitaria, quindi, il tema dell’amore – trattato con naturalezza e spontaneità – e delle tante forme in cui si manifesta.

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Nonostante la delicatezza dell’immagine e del contenuto che sottende la fotografia, qualcuno in Italia si è dichiarato contrario. Mi riferisco alla Sottosegretaria allo Sviluppo Economico Simona Vicari e al suo collega Gabriele Toccafondi, anche lui Sottosegretario ma all’Istruzione (!!!).

Come è possibile leggere nel blog di Matteo Winkler, su Il fatto quotidiano, secondo i due esponenti del nuovo centro destra la campagna sarebbe lesiva dell’identità e dei valori del popolo italiano e – per giunta – anche ingannevole poiché

un uomo o una donna che ricevono una proposta di fidanzamento o di matrimonio dal proprio compagno o dalla propria compagna con tanto di anello potrebbero essere portati a pensare che il matrimonio sia reale, e che possa configurarsi anche una possibilità giuridica di tale unione.

Nello stesso periodo, però, è stata lanciata la nuova campagna pubblicitaria di Vodafone: un concentrato di stereotipi e e sessismo: proprio per questo non mi stupisco del fatto che nessun* politic* abbia fatto una levata di scudi o si sia indignat* per il suo contenuto.

Lo spot – narrato dalla voce fuori campo di Fabio Volo – ritrae un giovane sportivo (manco a dirlo: bellissimo). La voce di Volo ci informa che Paolo, il giovane, nella sua vita di pallavolista ha affrontato tantissime sfide ma mai una così difficile come prendersi cura della nipote di otto mesi. Per cambiarle il pannolino ha bisogno di vedere un tutorial su You Tube (ed è per questo che una connessione super veloce – target della pubblicità – diventa essenziale).

Cosa ci dice questo spot? Intanto che un uomo così bello e – si presume – con un hobby come quello della pallavolo non può avere figli (non a caso la bimba è solo una nipotina). Inoltre ci ricorda che occuparsi di un bambino è un’attività prettamente femminile (infatti senza il tutorial non sarebbe stato in grado di cambiarle neppure il pannolino). Lo spot è un concentrato di stereotipi (quello del padre imbranato, già ripreso tempo fa dallo spot di kinder maxi) e di sessismo (sono le donne a fare cose da donne, come ad esempio occuparsi dei bambini).  Non da meno la chiusa finale: la bimba chiama “mamma” il povero Paolo, che la guarda con aria rassegnata e imbarazzata mentre gli amici lo osservano dispiaciuti e si allontanano leggermente: come a dire, se sei riuscito a cambiare il pannolino hai fatto una cosa da donna, e se ti comporti da donna allora sei una donna!

Nei confronti di questa pubblicità – che ho trovato offensiva (in primis per gli uomini, descritti come cerebrolesi incapaci, bravi solo quando si tratta di avere un pallone tra le mani) e fastidiosa – nessuna polemica da parte dei nostri politici. Ciò non mi stupisce: se la pubblicità mantiene lo status quo (uomini sportivi e bellocci, donne carine e brave casalinghe, o super manager e in carriera ma sempre vestite come ad una sfilata…) i valori del popolo italiano – gli stessi valori a cui si appellavano Vicari e Toccafondi per attaccare la pubblicità di Tiffany –  non sembrerebbero essere messi in discussione.

Tutto ciò è molto strano invece. Mi pare che anche questa sia una pubblicità ingannevole, eccome. I miei coetanei sono uomini intelligenti e in grado di accudire un bambino (per lo meno di cambiare un pannolino!). I trentenni di oggi che vivono in coppia sono abituati a svolgere, nell’ambiente domestico, qualsiasi funzione (mi spiace deludere i nostri politici e i loro “valori tradizionali”, ma se ancora pensano che l’uomo sia quello che al più getta la spazzatura e la donna quella che cucina, stira e lava credo abbiano bisogno di un rapido corso di aggiornamento e magari anche di uno stage, così, giusto per verificare sul campo il reale stato delle cose).

Ma forse sono io a sbagliare. La pubblicità ingannevole È solo quella gay-friendly, quella che ascolta le tante voci di donne e uomini che chiedono più diritti civili, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. Tutto il resto è “tradizione”.