Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

La gentilezza ci salverà

Essere gentili non è più “di moda”. Quali sono le ragioni di quest’assenza di gentilezza? E i suoi effetti a livello educativo?

Mi piacerebbe, oggi, condividere con voi qualche riflessione sul concetto di Gentilezza.

In particolare, proprio in questi giorni mi sono imbattuta in questo articolo che ho trovato decisamente interessante. (Qui il link).

Si parla di una deriva antropologica che ha investito la stragrande maggioranza degli esseri umani: è quella che ha portato alcune parole ad essere state cancellate dal nostro dizionario familiare.

Secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso?

La gentilezza rappresenta  un collante sociale, è ciò che permette di costituire e tenere assieme una società. Per queste ragioni non è un caso che proprio oggi si assista ad un progressivo smantellamento di questa capacità: una società precaria, che guarda con ansia al futuro, invischiata in dinamiche politiche, economiche e sociali problematiche (la “crisi” a cui si è assistito e  si continua ad assistere non è solo legata a problemi occupazionali…) tenderà a vivere su emozioni di rabbia, indignazione, paura.

Come riferisce l’articolo, molti libri si sono dedicati a questo tema nell’ultimo periodo e tutti ribadiscono l’importanza e la convenienza dell’essere gentili. Tutti, quindi, ci dicono che presto tornerà “di moda” poiché le persone torneranno a riscoprirla come un valore importante, indispensabile per vivere bene.

Per questa ragione credo che chi, come me, si occupa di Counselling e Pedagogia possa aiutare a velocizzare il questo processo favorendola con la propria pratica professionale.

Fare della gentilezza il proprio orizzonte pedagogico permette di pensare all’educazione e alla formazione come momenti in cui praticarla. Educare alla gentilezza, formare (e formar-si) alla gentilezza. Il Counselling ha come suo principale obiettivo portare il soggetto che richiede il nostro sostegno al raggiungimento del benessere. in questo senso è possibile aiutare il soggetto a recuperare il concetto di gentilezza inteso come elemento fondamentale per il raggiungimento del benessere: essere gentili con se stessi (chiedere aiuto, ascoltarsi, riconoscersi, potenziarsi) è alla base di un intervento di counselling.

Credo sia fondamentale, per ogni professionista, cominciare prima a lavorare su di sé per fare in modo di trasmettere, successivamente, questi elementi nella propria pratica professionale .

Alessia Dulbecco

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Educare all’autonomia

Come aiutare i genitori ad educare i figli all’autonomia senza timori che possano intraprendere una “brutta strada”?

Una delle questioni più dibattute – una di quelle, cioè, intorno alle quali si concentrano i dubbi e le domande di tanti genitori che incontro – riguarda l’educazione all’autonomia. Mi ritrovo spesso a parlare con donne e uomini che tendono a limitare molto le conquiste dei propri figl* (in particolare, quelli la cui fascia d’età oscilla tra i 12 e i 15) per paura di “perdere di mano le briglie”. In quest’età è importante per i ragazzin* acquisisire piccole libertà (andare al negozio all’angolo per fare un acquisto, passare un pomeriggio dai compagni, prendere l’autobus o recarsi per qualche ora ai giardini). Spesso però i genitori hanno paura: che possa sfuggir loro di mano il controllo, che possano “perderlo”, che il gruppo dei pari possa condurlo su una cattiva strada.

Una bella definizione, che ho trovato all’interno del volume Nostro figlio di Schiralli e Mariani, è quella di valigia della sicurezza.  Aiutare i genitori a  preparare una bella “valigia” per fare in modo di non essere spaventati ed essere in grado di gestire i cambiamenti futuri diventa, con loro, il mio lavoro.

Come suggerito dal volume, tre sono gli aspetti sui quali mi focalizzo maggiormente:

  • l’autonomia
  • l’autostima
  • la capacità di costruire e mantenere relazioni significative con l’altr*.

 

Chiaramente, per educare i ragazz* all’acquisizione di queste competenze non esistono formule…esistono solo modelli: sono i genitori, quindi, a dover essere educati per rispondere in modo adeguato alle richieste dei figl* educandoli così allo sviluppo di queste competenze.

Ovviamente, ogni genitore che incontro rappresenta un caso a se e le modalità educative che seguo dipendono da molti aspetti (le sue concezioni a proposito della vita e dell’educazione, la gradualità con cui possiamo avvicinarci a determinati argomenti o il grado di preparazione necessario per affrontarli etc…).

A titolo esemplificativo, seguendo i contenuti del volume, indico di seguito alcune capacità che reputo essenziali:

  1. per quanto concerne l’autonomia:
  • dare al proprio figlio delle risposte, magari in maniera empatica (facendogli capire che siete in grado di sentire ciò che sta provando)
  • dare delle risposte significa metterlo in condizione di saper agire (sarebbe un errore sostituirsi!)
  • educarlo alla capacità di stare (anche) da solo
  • contenerlo: regole, divieti (che possono essere concordati e fatti rispettare puntando al rinforzo positivo) sono fondamentali!

 

  1. per quanto concerne l’autostima:
  • non banalizzare mai ciò che prova (ciò si collega a quanto detto precedentemente sull’empatia)
  • educarlo alle critiche costruttive e al realismo (è fondamentale che le critiche siano rivolte ad una cosa che, ad esempio, può aver fatto..si critica ciò che si fa, non ciò che si è).
  • non temerlo: mi trovo spesso a parlare con genitori che preferiscono evitare (le regole, una sana comunicazione…) per timore degli stati emotivi che possono attivarsi. È fondamentale che i genitori sappiano gestirli e, quindi, incitino i figl* a verificare le proprie emozioni, imparando piano piano a modularle… provare a fare tutto ciò in famiglia può essere importante…è un luogo protetto che può fungere da palestra!
  1. per educare alla costruzione e al mantenimento di relazioni significative
  • favorire il dialogo (in quante famiglie si assiste a quei silenzi prolungati dopo un momento di scontro?
  • favorire l’intimità (ci sono molti genitori che per evitare imbarazzi preferiscono non scendere ad un livello più profondo…)
  • favorire (sempre!) la riflessione empatica

 

Come ho già sottolineato, questi punti sono quelle linee guida che tendo a seguire nella mia attività professionale, usando metodologie e “passaggi” differenti a seconda della situazione che si presenta.

Quello che noto è che spesso i genitori hanno paura (delle reazioni dei figl*, di perdere il controllo…). Educare i figli all’autonomia, all’autostima e alla costruzione di relazioni significative significa – per il professionista che si muove tra Counselling e Pedagogia – compiere ancor prima un lavoro sulla famiglia. È essenziale che i genitori abbiano delle conoscenze specifiche su questi argomenti, altrimenti andremo a dire loro come comportarsi e saranno solo definizioni posticce, che non sapranno padroneggiare. Educare i genitori a conoscere come potenziare l’autonomia dei figli significa compiere, in prima battuta, un lavoro sulla loro educazione all’autonomia. Ciò risulta fondamentale anche per i raggiungimento di un nuovo concetto di benessere. I risultati, credetemi, non si faranno attendere.

Alessia Dulbecco

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#3. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Concludiamo questo viaggio all’interno delle possibili interconnessioni tra fotografia e formazione portando la nostra analisi su un blog. Si tratta di un prodotto digitale – diversamente  dal caso dei due precedenti volumi di Goldin e Bernardini- in cui la fotografia è condotta ad un livello ulteriore: il blog del fotografo Dario Orlandi è strutturato in modo da creare una meta riflessione attorno ai temi del fotografico. Cos’è la fotografia? E’ un contenuto o un contenitore? Come evolve a seconda degli strumenti che si utilizzano? Orlandi si confronta su questi temi e riporta brani di autori che, ben prima, hanno provato a dare alla fotografia un’inquadratura specifica.

La ricerca che il fotografo compie attorno al fotografico assomiglia a quella compiuta – e tutt’ora in corso – dal pedagogico: è una riflessione epistemologica in prima istanza, una sorta di battaglia contro il tempo per definire un oggetto di studio, uno sguardo prevalente attraverso il quale fondarsi e legittimarsi in quanto sapere.

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E’ un blog che lascia spazio a domande, quasi come se ogni riflessione – ogni aforisma -conducesse ad un nuovo interrogativo. E’ un blog di chi vuole interrogarsi attorno alla fotografia piuttosto che trovare risposte. Anche in questo il nesso con l’educativo è palese: l’incedere è il medesimo. E’ il tentativo di problematicizzare una questione troppe volte banalizzata, costituisce la necessità di rafforzare il ruolo del fotografo che non è più – e non deve essere solo – colui che da sfogo alla propria creatività, che interpreta in maniera soggettiva le emozioni, ma colui che ha la forza per imporsi nel dibattito contemporaneo attorno a questioni sociali, politiche, culturali.

Il nesso tra fotografia e pedagogia, allora, si rafforza: il fotografico acquisisce complessità, la visione propria della fotografia acquisisce una nuova ragion d’essere espandendosi verso questioni filosofiche, semiotiche  e formative.

#2. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Prosegue la riflessione tra fotografia e pedagogia con l’analisi di un altro volume in grado, come il precedente di Nan Golding, di affrontare simultaneamente il tema del fotografico, del pedagogico e delle riflessioni di genere.

Si tratta del volume di una fotografa italiana, Alessia Bernardini, intitolato Becaming Simone. Attraverso molte immagini e poche, sintetiche ma importanti parole racconta la storia della transizione F to M del suo vicino di casa. Nato in un corpo di donna, ha deciso  -all’età di cinquant’anni – di sottoporsi alle operazioni necessarie per diventare ciò che – in realtà – si era sempre sentito: un uomo.

La fotografia diventa, ancora una volta, una lente privilegiata per riflettere attorno alla vita di Simone e alla sua formazione:

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Le immagini del passato si intervallano a quelle scattate dalla fotografa e la scelta grafica non avviene a caso: una doppia rilegatura che permette alle pagine di “scorrere”, una sopra l’altra, come una sorta di mosaico scomposto.

Assomiglia quasi ad un romanzo di formazione, quello di Bernardini. Sono le fotografie e non le parole a dettare il ritmo: a volte scendono in profondità, a volte rimangono in superficie. La fotografia come lente di ingrandimento per analizzare la vita e la formazione (becoming) di Simone. Una scelta fatta solo ed esclusivamente per sé, come ci ricorda nelle poche parole che accompagnano le immagini.

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E’ una storia di sacrifici e conquiste, quella raccontata in prima persona da Simone. E’ fatta di emozioni – come quelle che lui stesso prova davanti ai nuovi documenti, o alla fisicità che cambia sotto l’impulso delle cure ormonali – e le fotografie le documentano tutte. Il volume avrebbe la sua forza anche senza le frasi riportate, tratte dalle tante conversazioni che fotografa ha intrattenuto con lui. La forza di queste immagini non hanno bisogno di didascalie. Ciò che illustrano è il potenziale formativo che si cela dentro ogni persona.

Ancora una volta la fotografia come lente di ingrandimento, strumento di indagine e di riflessione attorno alle tematiche di genere.

 

 

#0. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

Chi frequenta questo blog saprà che i miei principali interessi  si situano all’interno dell’educazione, della formazione e degli studi di genere. Amo confrontarmi su molte tematiche prediligendo sempre una prospettiva pedagogica attraverso la quale analizzare ogni aspetto di una determinata questione (sia essa relativa alla recensione di un saggio, alla riflessione su avvenimenti sociali, brevi considerazioni su fatti accaduti).

Il pedagogico assomiglia ad un prisma multisfaccettato: le questioni sociali, politiche, culturali possono essere indagate a partire da un’analisi che ponga in risalto tutto ciò che attiene all’educativo e al formativo. Per questo ho deciso di affrontare – in tre articoli diversi – il legame tra pedagogia e fotografia indagando in particolare i temi della formazione e quelli relativi agli studi di genere.

Se abbandoniamo progressivamente l’interesse per i lavori fotografici naturalistici, paesaggistici o documentaristici, se si poniamo al di là degli eventi mondani e delle riviste patinate (ambienti ai quali si tende ad associare il mondo della fotografia) scopriamo che l’immagine è contemporaneamente un’impalcatura concettuale e uno strumento pratico che ci consegna analisi e riflessioni dall’alto valore culturale.

Quale collegamento si può individuare tra il fotografico e il pedagogico? come può la fotografia contribuire alla formazione dell’essere umano? Attraverso quali interrogativi?

Il fotografico – proprio per via di quegli elementi che lo caratterizzano, come ad esempio l’universalità dello strumento comunicativo, la rapidità, la profondità di analisi – risulta essere uno strumento privilegiato di osservazione di determinate realtà: il lavoro di Oliviero Toscani sulla guerra ne è un esempio. La fotografia, qui, diventa un mezzo per stabilire un possibile punto di contatto tra l’arte e le guerre andando  ad individuare la bellezza all’interno dei più sconcertanti fatti di sangue dell’umanità.

Ma il fotografico può essere uno strumento formativo?  Può essere uno strumento privilegiato per introdurre un nuovo punto di osservazione all’interno delle tematiche di genere?

Risponderò – in maniera del tutto personale  e parziale – a questi interrogativi analizzando due opere – di due autrici che si sono interrogate sui temi della sessualità e del genere – e un blog di un fotografo che cerca di restituire al fotografico quel valore che le estreme banalizzazioni della contemporaneità gli hanno sottratto.

 

 

 

 

Costruire un sogno. Il senso di un convegno 

Buongiorno a tutt*!

Oggi è lunedì e mi auguro abbiate trascorso il weekend facendo attività belle e piacevoli. Io sono stata a Navacchio per partecipare ai lavori del Convegno annuale della mia scuola di formazione. Il titolo di quest’anno? Costruire sogni. Il pensiero plurale, le reti possibili.

  

Due giornate intense, altamente formative, ricche di emozioni e condivisione.  Talmente belle che fin da subito mi sono interrogata su cosa raccontarvi per provare a trasmettervi anche solo una piccola percentuale delle emozioni che ho vissuto. 

Credo sia essenziale partire dal fondo, dal momento conclusivo, e procedere a ritroso. I lavori si sono conclusi con un video che illustra senza giri di parole cosa significa individuare un pensiero plurale e costituire una rete possibile. 

http://youtu.be/GBaHPND2QJg
 Parte tutto da un segnale: la bambina che mette gli spiccioli nel cappello del musicista. Lui inizia a suonare. Possiamo arrivare a capire che si tratta dell’Inno alla gioia solo quando la villa si unisce alla melodia. La musica si fa via via più complessa man mano che si aggiungono altri strumenti e i cori. Da ultimo anche il direttore d’orchestra che crea il trait d’union con tutte le altre figure presenti. 

Il senso di Performat è proprio questo: fare rete, permettendo ad ognuno di mantenere la propria specificità nonostante le interconnessioni, le riflessioni e i numerosi momenti di condivisione.

Alla luce di queste premesse si comprende per quale ragione sia stato scelto, per parlare ad una platea composta prevalentemente da psicologi, psicoterapeuti, educatori, pedagogisti, un figura come quella del prof. Formica, professore di Economia della Conoscenza, innovazione e Imprenditorialità in numerosi contesti internazionali. Chi conosce la Scuola sa che questo è uno dei suoi segni distintivi: l’obiettivo dei convegni è sempre quello di creare riflessioni, puntare all’innovazione, aiutare i professionisti che ruotano all’interno del sociale ad individuare nuovi modelli di business, nuove forme di imprenditorialità. 

   
 I convegni di Performat sono diametralmente opposti a quelli tradizionali dove si è troppe volte orientati a “guardarsi l’ombelico” realizzando momenti completamente autoreferenziali e, spesso, privi di contenuti autentici.

La lezione magistrale del prof. Formica ha toccato i temi dell’ “ignoranza creativa”, della differenza tra sentieri già battuti e percorsi innovativi, del valore formativo dell’incertezza come motore per il cambiamento. 

Gli altri interventi della giornata di sabato si sono rivolti al mondo del l’analisi transazionale, con la proiezione dell’intervista aWilliam Cornell, psicologo e supervisore e didatta di AT, e con la bella relazione di A. Tangolo e A. Massi sul senso dell’okness all’interno della relazione terapeuta-paziente.

  
La sessione pomeridiana di sabato è stata dedicata ad un momento di ricerca sociale/psicologica. In un processo in parte creativo, in parte pratico, “reagiscono meglio” (cioè sono più responsive) i gruppi con un conduttore o con un osservatore? Per indagare il fenomeno tutto gli iscritti al convegno sono stati inseriti in gruppi, alcuni dotati di un facilitatore altri di un conduttore. L’obiettivo è stato quello di individuare le modalità di costituzione del gruppo, i passaggi tra le varie fasi necessarie alla sua costituzione e i risultati finali.

Ogni gruppo ha lavorato sullo stesso mandato: a partire da un’ipotesi (“immaginiamo che nel 2016 venga istitutivo l’anno internazionale contro l’omotransfobia)  si è cimentato nella realizzazione di un logo e un claim da utilizzare per la campagna pubblicitaria.

Il gruppo selezionato da una giuria composta dallo staff del Performat salute che si occupa di temi Lgbt è davvero molto bello e di impatto:

  

Il lavoro realizzato dal mio gruppo, invece, si è aggiudicato una menzione speciale!

  
La giornata di domenica, oltre che alla presentazione dei risultati di questo piccolo esperimento sociale, è stata dedicata alle orami tradizionali sessioni in parallelo: quattro tavoli di lavoro sulle tematiche del Counselling, della psicoterapia, dell’organizzazione e dell’educazione.

Quest’anno ho avuto il piacere di presentare un mio breve contributo, nell’ambito della sessione dedicata al Counselling, per parlare di un intervento – recentemente attivato – di Counselling pedagogico per favorire il potenziamento delle competenze genitoriali all’interno di famiglie con bambini affetti da autismo.

  
Credo che il senso di queste giornate trascenda gli aspetti prettamente lavorativi: certo, ogni intervento ha fornito spunti e suggestioni importanti per la pratica professionale. Ma il senso del Convegno va ben oltre. Ci ha esortato a trovare nuovi modelli di imprenditorialità per far fronte alla crisi, ci ha suggerito l’importanza di creare interconnessioni, anche tra discipline diverse, ci ha insegnato l’importanza della formazione continua, multi e transdisciplinare.

Alla luce della conclusione del Master in Counselling (la discussione della tesina si terrà, infatti, il mese prossimo) tutti questi elementi divengono pietra miliare di un percorso autenticamente formativo e, insieme, prospettiva privilegiata dalla quale orientare il progetto professionale negli anni a venire. 

L’uso della fotografia nei percorsi educativi e nel counselling

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Buon martedì e ben ritrovat*!

Oggi vorrei utilizzare le righe di questo blog per parlarvi di un evento formativo al quale ho avuto il piacere di partecipare nella giornata di sabato. Alcuni professionisti facenti capo alla scuola entro la quale mi sto specializzando come counsellor hanno organizzato una giornata introduttiva alla Fototerapia e alla Fotografia terapeutica

Si tratta, in sostanza, di utilizzare l’immagine come un medium all’interno di un processo di riflessione su di sé. Si parla di Fototerapia quando lo strumento è applicato , “regolamentato” e interpretato dallo psicoterapeuta, si parla invece di fotografia terapeutica l’immagine viene utilizzata al di fuori del contesto formale della psicoterapia. Come è facile immaginare è proprio quest’ultima che mi interessa particolarmente: nonostante l’aggettivo un po’ ingombrante, infatti,  la fotografia terapeutica non ha nulla a che vedere con l’uso del concetto di “terapia” in senso stretto ed  è applicabile in svariati contesti: percorsi educativi, consulenze pedagogiche, percorsi di counselling.

La fotografia terapeutica concepisce l’immagine come uno strumento ed un linguaggio che può avere la funzione di facilitare la riflessione/il dialogo su di sé e la possibilità di far emergere contenuti altrimenti inesplorabili.

Secondo la teoria  del codice multiplo di W. Bucci esistono tre modi per elaborare le informazioni: verbale, simboli, sub simbolico. La fotografia appartiene al secondo livello e, per la sua natura intrinseca, riesce a mediare tra il primo e il terzo.

Alle basi della fototerapia e della fotografia terapeutica abbiamo i lavori di J. Waiser e L. Bergman e, in Italia, quelli di Oliviero Rossi.

Le attività svolte ieri mi hanno permesso di riflettere sulle potenzialità di uno strumento col quale mi confronto da diverso tempo, ovviamente in modo amatoriale, per interesse e per diletto. Prima di ieri, però, non avevo mai pensato all’uso della fotografia all’interno, per esempio, di una consulenza educativa, pedagogica o in un prcorso di counselling.

Nei processi educativi, magari con ragazz* con difficoltà dovute a problemi psicologici o di alfabetizzazione (giovani appena arrivati da altri paesi, ragazzi con pochi strumenti teorici per poter parlare e riflettere a proposito delle proprie emozioni…) le fotografie sono una grande risorsa. Le foto, nel processo di analisi del contenuto emotivo, permettono di bypassare la barriera linguistica e facilitano la comunicazione poiché, attraverso le immagini, andiamo a costruire un nuovo linguaggio che appartiene alle parti in causa.

Attraverso una foto si può indagare le modalità di concepire abitudini, emozioni e relazioni, possono emergere discrepanze tra il modo di descriversi/ di vedersi e ciò che lo scatto trasmette sulle quali si potrà avviare una riflessione

Nel contesto pedagogico o in una sessione di counselling si può chiedere all’utente di scegliere o di scattare una foto: il gesto da potere alla persona che acquista, così, uno spazio attivo.

Nell’ambito del counselling quindi la fotografia terapeutica può essere impiegata per riattivare e potenziare le risorse della persona e favorire il processo di empowerment dell’utente.

Oggi mi sono messa subito alla ricerca di informazioni ulteriori e volumi per approfondire l’argomento: credo proprio che diventerà un ambito di riflessione privilegiato all’interno della mia attività professionale!

Ps. vi saluto con lo scatto che ho scelto io per rappresentarmi come professionista…secondo voi, perché ho scelto proprio questa foto??

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