La dimensione pedagogica del doposcuola

Venerdì si è concluso il percorso di sostegno scolastico nel quale sono stata impiegata, come pedagogista, a partire dallo scorso ottobre.

Per quanto il servizio sia denominato di “sostegno scolastico” e sia recepito dai servizi sociali del Comune espressamente sotto questa veste è in realtà un lavoro molto più complesso.

Risulta complesso perché “complicati” sono i ragazz* che vi accedono: hanno un’età – delicatissima – compresa tra gli 11 e i 14 anni; complesse sono inoltre le loro storie (familiari, sociali) e le loro esistenze.

Il lavoro con i ragazz* che accedono al servizio non è solo quello di sostenerli lungo il percorso scolastico.  Vi è una prima fase di monitoraggio e valutazione delle situazioni di partenza e la definizione, in equipe, del percorso educativo e psicologico da intraprendere affinché le risorse di partenza possano essere pienamente espresse e potenziate mentre i potenziali deficit (soprattutto quelli relazionali) possano essere colmati.

E’ un lavoro complesso quindi per le tante variabili da considerare,  per i rapporti che devono essere intrattenuti con le famiglie e la scuola (che vedono il servizio esclusivamente dal punto di vista di sostegno allo svolgimento dei compiti) e per la mole di ragazz* da seguire.

Dopo un anno di lavoro, di affiancamento, di ragionamenti, di sostegno… posso dire però che si tratta di un lavoro stupendo. E’ la dimensione pedagogica nella sua forma più pura: la forza di una relazione educativa che cambia -tras-forma – entrambe le parti in gioco.

E’ l’affiancamento autentico, quello che porta ad uno scambio e ad una condivisione. A fidarsi. A credere  in se stess*.

Io sono grata a questo lavoro che mi ha fatto riscoprire le parti migliori di me..ma ancor più esprimo la mia gratitudine ai ragazz* che hanno partecipato all’ultimo giorno di attività  insieme e che – nel gioco dei saluti – hanno scelto di donarmi “allegria”, “sorrisi”, “spensieratezza”.

Martina ha voluto rappresentare  tutto ciò attraverso un disegno che porterò sempre con me e di cui mi ricorderò soprattutto nei giorni di sconforto – naturali in una professione come la mia – in cui tutto sembra più grande e difficile del previsto.

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