Il culto del feto

La gravidanza e la nascita sono passaggi chiave di tutte le vite, per cui la gestazione, l’educazione prenatale, il parto e il periodo post parto sono argomenti di primaria discussione sia nell’ambio della comunità scientifica sia nella vita di tutti i giorni.

Alessandra Piontelli – psichiatra, neurologa e studiosa dei comportamenti fetali – si concentra nel suo ultimo volume Il culto del feto proprio sullo sviluppo degli embrioni durante i nove mesi di gestazione. Ripercorrendo i cambiamenti sociali che dagli anni 60 ad oggi hanno investito il modo di intendere la gravidanza, l’autrice prova a dare risposta alla tendenza, sempre più radicata, di umanizzare i feti.

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Questa umanizzazione si verifica in modi diversi: modificando le parole (per cui si comincia a chiamare “bambino” il feto o addirittura l’embrione) e modificandone l’immagine, tanto che essi, lungi dall’esser rappresentati realisticamente, iniziano ad assumere le forme di bambini veri e propri. È in particolare la pubblicità ad aver intrapreso questa strada, trasformando il feto in una sorta di “gadget” per sponsorizzare bibite o altri prodotti.

La pubblicità rappresenta forse il punto di arrivo di un percorso che parte da lontano e che coinvolge tanto la comunità scientifica quanto quella culturale e sociale; tanto le future madri quanto le famiglie.

Nell’antichità fare figli era un evento comune, una meta cui le donne erano inevitabilmente portate. Non avere figli era uno stigma, così come averli oltre una certa età. All’epoca, poco o nulla si sapeva del feto e in linea di massima veniva considerato un’appendice del corpo femminile. Fino agli anni 60 e 70 le attenzioni alla gravidanza erano pressoché nulle, si ignoravano i possibili effetti negativi di alcol e sostanze (le donne incinte erano quotidianamente incoraggiate a bere birra o vino, o fumare per rilassarsi un po’). La gravidanza era un fatto circoscritto alla donna, che portava avanti i nove mesi di gestazione senza troppe attenzioni.

Il cambiamento che porta per la prima volta l’attenzione sui feti non è scientifico, bensì culturale. Nel 1965 il fotografo Lennart Nilsson, pubblica sulla rivista Life il reportage “Life before birth”. Il servizio fotografico contiene illustrazioni bellissime di feti che fluttuano in un ambiente in cui le componenti uterine vengono “trasformate” e fatte apparire come ambientazioni scenografiche oniriche. Per realizzare questo servizio il fotografo impiega feti abortiti (anche se per anni affermerà il contrario), che pertanto si possono “ritoccare” mediante effetti luce specifici o addirittura mettere in posa (celebre è il suo scatto del feto col pollice in bocca). Gli scatti di Nilsson generano un cambio di paradigma epocale: “qualsiasi dettaglio che possa ricordare la nostra fisicità in toni meno celestiali e la nostra iniziale dipendenza fisica dalla donna viene cancellato. La donna incinta sparisce e con lei qualsiasi particolare sanguinolento” (p.23). Negli anni 80 la tendenza a diffondere miti sulla vita fetale si esprime nel documentario diretto dal ginecologo Bernard Nathanson, “l’urlo silenzioso”. La pellicola, che si concludeva con immagini sanguinolente di aborti, aveva lo scopo di affermare che a con pubblico inesperto che un aborto precoce equivale ad un infanticidio.

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Negli anni a venire, complici le nuove scoperte nell’ambito delle tecnologie ultrasoniche – dagli anni 90 in poi sempre più accurate – la considerazione del feto raggiunge i massimi livelli. I medici cominciano a considerare il feto, e non la donna incinta, il loro paziente più importante, ed è così che i due soggetti, poco per volta, si trasformano in antagonisti.

In Italia, l’antagonismo appare quanto mai evidente con l’approvazione della legge 194 che garantisce e regola l’accesso all’aborto. Non appena essa viene approvata, infatti, crescono a dismisura le campagne per i diritti del feto, sostenute dalla presenza massiccia di medici obiettori di coscienza nelle corsie degli ospedali che di fatto limitano l’accesso alla pratica.

Le riflessioni di Piontelli non si limitano solo al mondo occidentale ma si focalizzano anche su come altri paesi ed altre culture intendano la gravidanza e quale risalto diano al feto. L’autrice nota che in altri paesi i feti non vengono idolatrati; lì l’interruzione di gravidanza appare un evento triste, ma non si trasforma in un trauma.

Il libro di Piontelli, in cui traspare il suo rigore scientifico e la narrazione propria di una lunga carriera nel campo degli studi prenatali, apre a una riflessione importantissima soprattutto in ambito femminista.

“Fin dalla notte dei tempi le donne e la gravidanza sono state oggetto di innumerevoli superstizioni, limitazioni e controlli, pur essendo al tempo stesso considerate sorgente di vita” (p.40) 

Oggi, il controllo si trasferisce dalla gravidanza al suo contenuto: i feti acquisiscono nuovi diritti e la protezione nei loro confronti deve essere totale. Essi appaiono così come una proprietà sociale, piuttosto che come embrioni all’interno del corpo materno. Ancora una volta, sono le madri e la loro possibile condotta a essere sotto la lente di ingrandimento. Le donne sono sopraffatte da ansie in merito al modo di condurre la gravidanza, e su di loro pensano le aspettative sociali.

I feti – scrive l’autrice – rappresentano la promessa di un futuro senza limiti, non ancora intralciato dalle limitazioni e dalle scelte di vita. Se qualcosa va storto nella loro gestazione, o se nei primi mesi di vita il nascituro sarà irrequieto o mostrerà tare genetiche, la colpa sarà attribuita esclusivamente alla donna.

Nell’epoca in cui la gravidanza non appare più come il destino ineluttabile per le donne, il feto come costrutto sociale diventa uno strumento di controllo da non sottovalutare.

A.A.A. segretaria cercasi

Ogni tanto incontro persone che mi dicono che le donne hanno ormai conquistato la parità dei sessi, che gli stereotipi non esistono e che siamo “noi” a ingigantire un problema. Al giorno d’oggi bambine e bambini  sono educati in assoluta libertà, è falso credere che i giochi “dei maschi”  orientino i bambini all’attività, all’essere dinamici, al condurre una vita fuori di casa mentre quelli “da femmina” inducano le bambine all’attenzione per gli altri, al sacrificio di sé e alle professioni di cura. Al contrario, è facile trovare giochi scientifici adatti anche alle bambine..

Anche a livello professionale le donne hanno oramai poco da chiedere: molte hanno un lavoro fuori di casa (si, beh, a volte possono essere pagate un po’ di meno..ma quanti diritti in più hanno loro..basti pensare al congedo di maternità!)  e compagni disposti ad aiutarle nei lavori domestici. Altro che soffitto di cristallo, insomma!

Eh si, in ambito professionale non ci possiamo lamentare, soprattutto quando ci vengono offerte posizioni di cotal prestigio. Ruoli professionali importanti, in cui gli unici requisiti sono la bella presenza, la compiacenza e la sensualità. Ruoli professionali di rilievo, in cui risulta indispensabile essere predisposti alle relazioni interpersonali con – presumo – un’unica bavosa persona.

Ecco, io ora vorrei chiudere l’articolo con una battuta, così, giusto per sdrammatizzare  e per non ricordarmi/ci in che razza di paese viviamo ma, giuro, non ci riesco.

Memorie di una ragazza perbene

È un’autobiografia lucida e distaccata quella che scrive Simone De Beauvoir nel 1958, come se la distanza che l’autrice pone tra sé e i tanti fatti narrati servisse a renderli più chiari, ad analizzarli entrando meglio nei dettagli,  a mettere in luce i turbamenti emotivi e i sentimenti provati all’interno di ogni singolo episodio.

De Beauvoir racconta alcune tra le tappe più importanti della formazione di un essere umano. Se questo essere umano è per di più una donna gli episodi narrati diventano espressione della ricerca di un sé che non vuole assoggettarsi alle regole già scritte, ma traccia al contrario un nuovo sentiero attorno al quale acquisire consapevolezza e, a poco a poco, formarsi.

Con uno sguardo acuto ed una precisione chirurgica la studiosa descrive molti episodi dai quali traspare il profondo senso di una liberà personale che, fin da giovanissima, eleggerà a caposaldo della propria esistenza.

L’infanzia agitata – vissuta nell’ambiente sociale dell’alta borghesia francese – è animata dalle cure e dalle attenzioni della bambinaia Louise. Il padre poco si cura di lei (perché non è compito degli uomini badare ai bambini), con la madre vivrà sempre momenti di grande conflitto: «io fui modellata da lei. Fu lei a inculcarmi il senso del dovere, come pure i principi di dedizione e austerità. (…) io appresi dalla mamma a restare in ombra, a controllare il mio linguaggio, a censurare i miei desideri, a fare ciò  che si doveva esattamente dire e fare» (p.44). Solo quando comincerà la scuola il padre inizierà a notarla: «mio padre mi trattava come una persona adulta, mia madre si prendeva cura della bambina che ero» (p.42). Comprende presto che le bambine e bambini non sono trattati allo stesso modo e non godono di un identico destino, tuttavia non si demoralizza: «la passività a cui mi condannava il mio sesso la convertivo in sfida» (p.60). L’educazione che le era stata impartita annullava completamente il corpo tanto che «bisognava nasconderlo; mostrarne le parti – salvo qualche zona ben definita – non stava bene» (p.84), per assecondare la morale borghese e cattolica le giovani erano educate a non guardarsi e addirittura a cambiare la biancheria senza mai scoprirsi. Durante l’adolescenza l’adesione al cattolicesimo verrà messa in discussione: «una notte intimai a Dio, se esisteva, di dichiararsi. Restò muto, e mai più gli rivolsi la parola» (p.278).

Consapevole che i ragazzi appartenevano a una categoria privilegiata poiché loro «vivevano a cielo aperto, io ero condannata in una nursery» (p.126) decide ben presto di sottrarsi ai doveri di donna imposti dalla società borghese di appartenenza: «no, mi dissi ordinando sul ripiano una pila di piatti, la mia vita condurrà in qualche posto. Per fortuna io non ero destinata ad una vita di massaia» (p.108). Sarà il padre, complice il dissesto finanziario nel quale aveva fatto precipitare la famiglia, a orientarla verso la carriera: prima si iscriverà a lettere, poi a filosofia. Realizza di voler insegnare e anche in questo caso compie una scelta invisa alla famiglia: «sul piano pratico approvava la mia scelta, ma nel fondo del suo cuore era ben lontano dall’aderirvi» (p.183).

E’ alla Sorbona che si formerà come intellettuale. «I ragazzi e le ragazze che avvicinavo mi apparivano insignificanti: se ne andavano in giro in comitive, ridevano troppo forte, non si interessavano di nulla e si appagavano di questa indifferenza»: sarà sempre una vita un po’ distaccata dagli altri, la sua, almeno fino all’incontro  con gli intellettuali di sinistra. Qui  conoscerà Jean Paul Sartre che, diverrà l’amico, il compagno e l’amante di tutta una vita.

La sua vita, soprattutto nel periodo universitario, sarà caratterizzata da un nuovo ardore che la porterà a parlare con gli sconosciuti e farsi avvinare da loro, solo per il puro spirito di contraddire gli antichi mandati familiari che obbligavano le donne a non avere comportamenti sconvenienti e a non parlare con gli estranei. In più di un’occasione rischierà di subire violenza da parte di uomini che non concepivano la possibilità che una donna potesse farsi avvicinare da qualcuno, farsi pagare un drink e non “offrire” nulla in cambio.

Le conquiste di De Beauvoir non sono solo individuali; esse rappresentano la nascita di una  nuova figura femminile: più consapevole di sé, meno disposta a farsi comandare o a seguire le rigide regole imposte dalla società .

In un periodo come il nostro, in cui sempre più spesso si cerca di mettere in discussione le conquiste femminili, il suo insegnamento risulta oltremodo attuale. Simone diceva di sé stessa «io appartenevo alle aspiratrici. Le donne che hanno un destino» (p.330): ci auguriamo che molte siano le donne che possano seguire la sua strada fatta di aspirazioni, successi e autenticità.

Meat Market. Carne femminile sul mercato del capitalismo

Nonostante la brevità, si può facilmente affermare che il libro scritto sa Laurie Penny sia un saggio a tinte forti e lo dimostra già a partire dal titolo: meat market. La carne a cui si riferisce è quella del corpo femminile, il mercato è quello capitalistico che – attraverso rituali precisi – lo punisce e lo controlla trasformandolo in un «capitale sessuale e sociale» (p.11).

In sole novanta pagine l’autrice svolge una riflessione critica e spietata delle modalità con cui la società contemporanea distrugge ed annienta la figura femminile. Ciò che il capitalismo contemporaneo salva sono solo alcuni aspetti della donna, quelli maggiormente riferibili alla sua sessualità, ma anche in questo caso lo scopo è unicamente quello di reificarla, svilirla, controllarla e ingabbiarla in una posizione subalterna rispetto a quella maschile.

Penny analizza quattro ambiti in cui l’azione capitalistica sul copro femminile risulta evidente: il sesso, le diete (e quindi i disturbi alimentari), la dimensione del genere e le attività domestiche.

Secondo l’autrice le giovani sono viste – da un punto di vista sessuale –  «come oggetti speciali di pietà e di disprezzo» (p.17). Questa visione è impregnata di un classismo sociale: le foto delle ragazze madri ritraggono quasi sempre giovani donne dall’aria sciatta e trasandata che spingono passeggini in sobborghi squallidi di periferia. Oltre a quest’immagine il corpo femminile ricalca spesso un’antitesi concettuale: l’immaginario del femminile rimanda ad una visione irreale di erotismo e sensualità anche se le donne – da questi piaceri – devono risultare escluse: una donna sessualmente disinibita non esiste poiché in questi casi sarà definita “puttana”.  Ciò che Penny vuole sottolineare, dunque, è il fatto che la società contemporanea divide l’erotismo dalla sensualità poiché «nel corpo erotizzato è la funzione sociale di scambio a predominare» (p.21) e quindi ecco spiegato il motivo della parcellizzazione del corpo femminile nelle scene pornografiche. I pezzi del corpo diventano feticci di una sessualità irraggiungibile. Il capitalismo sociale trasforma tutta la sessualità femminile in lavoro: la prostituzione diviene questione economica.

Non solo si cerca di smembrare il corpo femminile per renderlo meglio corrispondente ad un ideale erotico totalmente maschile ma, dove non vi si riesce, si tenta di obbligarlo a non occupare spazio. Le diete assolvono proprio a questa funzione, i disturbi alimentari sono una perversione di questo obiettivo finale. La giornalista ha le idee chiare: «la paura della carne è la paura del potere delle donne» (p.50).

Se lo scopo del potere capitalistico è quello mercificare e limitare nelle potenzialità la donna, allora anche la distinzione in  generi risponde a questo scopo. Non solo: questo meccanismo è ancora più pervasivo degli altri perché contribuisce a dividere anche la categoria delle donne al loro stesso interno: se la componente femminista ha cercato di mettere in guardia tutte dai rischi degli stereotipi, molte sono ancora le donne a ritenere che «questa politica radicale distruggerà la loro sessualità e la loro identità di genere» (p.56) quando in realtà il genere è solo una costruzione di aspetti sociali imposti. L’odio nei confronti delle trans, secondo Penny, si sviluppa proprio da queste considerazioni:vesse «fanno qualcosa di imperdonabile: si appropriano delle regole del gioco e le rendono esplicite. Mostrano che la femminilità è un modo di essere che si deve acquistare» (p.69).

Da ultimo l’autrice affronta il tema del lavoro domestico osservando come «il rapporto delle donne con il corpo rispecchia il rapporto che hanno con la casa: lavoriamo pagando un costo personale molto alto per indorare le nostre gabbie, mentre il risentimento via via maggiore che proviamo è frenato dalla paura delle conseguenze sociali»(p.72). Il capitalismo contemporaneo, infatti, è riuscito ad inculcarci anche il senso di colpa se non abbiamo una casa pulita ed ordinata. Ci sentiamo in colpa per lo sporco dei pavimenti così come per il grasso del nostro corpo.

È  un saggio lucido e a tratti crudele, quello di Laurie Penny, proprio perché svela con semplicità e profondità di pensiero i meccanismi sottili della coercizione che limita le potenzialità delle donne, quelle potenzialità che ci consentirebbero di essere concepite come soggetti pensanti, sfaccettate e complesse. Gli stereotipi che continuamente subiamo e a volte ci auto imponiamo, invece, ci semplificano, trasformandoci in fotocopie sbiadite di noi stesse, avvilite dall’impossibilità di fare, dall’impossibilità di essere. Ma è anche un saggio coraggioso poiché vuole – nelle sue conclusioni – provare a delineare la strada da percorrere per invertire questa tendenza. E la strada, per la giornalista, è solo una: imparare a dire “no”. «Lo pseudo femminismo contemporaneo è tutto incentrato sul potere di dire “sì”. Sì, vogliamo scarpe, orgasmi e lavori d’ufficio di poca responsabilità. Sì, vogliamo la cioccolata, le coccole e i capelli lisci. Sì, faremo tutto il lavoro sporco che nessuno vuole fare (…) Sì, compreremo tutto quello di cui abbiamo bisogno per essere accettabili ai vostri occhi. “Sì”, la parola della sottomissione la parola della coercizione e della capitolazione» (p.93). L’unico antidoto a tutto questo è dire “no”: «no, non saremo schiave. No, non ci accontenteremo del lavoro sottopagato sporco o non retribuito. No, non rimarremo in ufficio fino a tardi per poi occuparci dei figli e della spesa. (..) No, non saremo belle, non saremo brave. E soprattutto ci rifiutiamo di essere belle e brave» (p.94).

La lezione di oggi

Il mio venerdì mattina è cominciato con un po’ di sano jogging. Non sono una grande sportiva ma mi rendo conto che l’attenzione e la cura che ogni giorno impiego per rendere forte e sano il mio cervello è molta, molta di più di quella che utilizzo per fortificare il mio corpo. E se prendiamo per buona la locuzione latina mens sana in corpore sano allora è giusto far qualcosa di buono anche per il fisico.

Così, come dicevo, questa mattina ho dedicato un paio d’ore del mio tempo per una sana corsetta. Al mio rientro a casa, seguendo la classica routine quotidiana, apro la cassetta delle lettere per prendere la posta appena consegnata dal portalettere. Insieme a poche buste un sacco di pubblicità. Una, però, mi colpisce subito e decido di non cestinarla. E’ un piccolo catalogo di giochi del negozio di giocattoli che si trova in fondo all’isolato. Lo sfoglio sapendo già cosa avrei trovato: rigide distinzioni maschio/ femmina, sovrabbondanza di un color-rosa-confetto-quasi-disgustoso nella sezione delle bambine, tripudio di blu e verde scuro nel reparto dei “giochi da bambino”. Verifico le tipologie di giochi proposti: per le bambine abbiamo tutta una linea “amore mio” composta da bamboline, passeggini, biberon e vasini. Nella pagina seguente il registratore di cassa di Barbie, il Folletto – il celebre aspirapolvere – per diventare una brava donnina di casa. Sfoglio rapidamente la parte dedicata ai bambini: costruzioni, costumi per travestimenti, giochi musicali e calcetto. Prima della rigida ripartizione i creatori del volantino hanno indicato un’area grigia per “il mondo dei piccoli”: qui essere maschi o femmine conta un po’ di meno. Le costruzioni lego, i giochi creativi e quelli educativi sono comunque di pertinenza nell’area “bambino”.

Mentre sfoglio questo catalogo ripenso a quante ore abbiamo dedicato – la collega Anna ed io  – a discutere di questi argomenti con gli studenti delle scuole che, in più di tre anni di attività, abbiamo incontrato. Per molti discutere di questi temi è una perdita di tempo: in fondo, “è solo un volantino pubblicitario”. Invece è molto di più. E’ il modo con cui orientiamo i sogni delle bambine e dei bambini. I bambini si immagineranno supereroi, le bambine “solo” delle casalinghe. Non c’è nulla di male a decidere di dedicarsi esclusivamente alla famiglia, ma se non vengono fornite altre prospettive  (o se quelle proposte vengono fatte sembrare difficili, faticose, dispendiose) allora diventa un’imposizione.

Sfogliando il volantino ripensavo al bel video di Chimamanda Ngozi Adichie

Il problema con il genere è che prescrive come dovremmo essere, piuttosto che riconoscere come siamo.
Ora, immaginate quanto saremmo stati più felici, quanto più liberi di vivere le nostre vere individualità, se non avessimo avuto il peso delle aspettative di genere. Ragazzi e ragazze sono innegabilmente diversi, biologicamente . Ma la socializzazione esagera le differenze, e allora diventa un circolo che si alimenta da solo.

Sto cercando di disimparare molte delle lezioni di genere che ho interiorizzato quando ero piccola. Ma a volte mi sento ancora molto vulnerabile di fronte alle aspettative di genere.

Disimparare la lezione prescritta dal genere è difficile per una bambina, è difficile per un bambino. E’ un processo faticoso perché cambiare quegli elementi dati da sempre per scontati è difficile. E’ difficile, non impossibile. La cultura è un fenomeno in costante evoluzione e il grado di sviluppo della stessa è direttamente proporzionale al livello della popolazione che l’ha creata. Con la giusta attenzione a queste tematiche, con finanziamenti adeguati (tasto dolente) per realizzare interventi in tutte le scuole (non solo in quelle “più fortunate”) questo processo forse potrebbe velocizzarsi un po’. Ma Anna ed io non cediamo: incassiamo la lezione di Chimamanda e andiamo avanti.

La cultura non crea un popolo. Il popolo crea una cultura.
Quindi, se è effettivamente vero che la piena umanità delle donne non è la nostra cultura, allora dobbiamo renderla la nostra cultura.