La regolazione emotiva: spunti pedagogici per superare i “capricci”

Uno degli aspetti principali su cui mi confronto coi genitori che si recano da me in consulenza è il famoso tema dei “capricci“.

Padri e madri lamentano spesso la difficoltà nel riportare i propri figli/e alla calma, al ragionamento, alla comprensione di quanto accaduto.

Per spiegare perché le parole e il ragionamento risultano del tutto inefficaci in situazioni di questo tipo mi appello a questo pensiero di Goleman, psicologo che più di tutti ha affrontato il tema dell’intelligenza emotiva.

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Quando il bambino sperimenta la rabbia o la collera l’unica funzione utile dell’educatore (o del caregiver) è quella di dimostrargli di essere in grado di accogliere le sue emozioni senza svilirle, senza portare la sua attenzione altrove. L’adulto deve diventare l’argine di quel fiume in piena rappresentato dalle emozioni che il bambino/a sta vivendo, dimostrando di saper resistere alla loro forza e di esserci, nonostante tutto.

Per questo – come dice Golman – l’intelligenza in questi casi si rende inutile. Prima è necessario aiutare il bambino/a nel processo di REGOLAZIONE EMOTIVA. Significa, in sostanza, aiutare a calmarlo, verbalizzare l’accaduto, dare peso alle emozioni vissute e contenerlo, se ciò si rende necessario.

Tutto ciò si lega all’emisfero destro, quello che determina l’emotività

Solo successivamente si potrà fare affidamento alla logica, al ragionamento, alle parole ad esempio riflettendo su quanto avvenuto, chiedendo al bambino/a perché non è stato in grado di calmarsi etc…

Solo dopo che abbiamo placato le emozioni dell’emisfero destro, quindi, possiamo appellarci alla logica e al ragionamento che fanno capo all’emisfero sinistro.

L’obiettivo di un percorso educativo sano (che sia condotto da un professionista dell’educazione o da un caregiver), quindi,  è quello dell’ INTEGRAZIONE.

Integrare significa fare in modo che l’emisfero destro e quello sinistro “collaborino” (si parla pertanto di integrazione orizzontale), così come – nell’integrazione verticale  – far sì che le aree antiche del nostro cervello (definite rettiliane) collaborino con quelle di recente acquisizione.

Le crisi di rabbia, i capricci i comportamenti aggressivi (…) sono conseguenza di una perdita di integrazione, ossia di una condizione di dis-integrazione (Siegel, Bryson 2015)

Se, come affermano i due autori sopra citati, il cervello cambia in ragione dell’esperienza e attraverso il modo in cui diamo senso ad essa, si rende necessario acquisire un nuovo schema di azione di fronte a queste situazioni. Farsi supportare dal pedagogista può essere un primo passo essenziale per poi permettere ai genitori di lavorare in autonomia.

 

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Parliamo di educazione emotiva…e quelle emozioni che i genitori non dicono.

Rabbia, paura, felicità, tristezza: sono emozioni che proviamo tutti/e, nessuno escluso.

Quando però mi confronto coi genitori emerge spesso il fatto che essi cerchino, per il bene dei più piccoli, di ometterne qualcuna. Così cercano di mascherare la tristezza per la malattia di un parente, o la rabbia per quell’ingiustizia subìta sul posto di lavoro.

Il problema è che  i bambini sono sensibilissimi alle emozioni, ancora di più rispetto a quelle che vengono taciute o storpiate!

Ometterle non significherà quindi non trasmetterle: probabilmente,  i bambini coglieranno qualcosa di distorto e inizieranno – passo dopo passo – a capire che alcune emozioni sono degne di essere espresse, altre meno (o per nulla).

Per questo, secondo me, è fondamentale che i genitori conoscano alcuni principi dell’educazione emotiva: essa insegna a conoscere le emozioni, comprendendo quale impatto esse abbiano nella nostra vita (alfabetizzazione emotiva) e trasmetterle. Non ci sono emozioni di serie A e di serie B: tutte devono trovare margine di espressione se vogliamo vivere bene.

Per poter trasmettere ai figli un modo sano di accostarsi alle emozioni è necessario che i genitori siano anzitutto preparati a conoscerle per trovare poi il modo migliore per coinvolgere i piccoli.

Se il tema delle emozioni ti sta a cuore e vuoi capirne di più, se sei intenzionata/o a riflettere sul modo in cui le manifesti o sul peso che dai loro, il corso in partenza presso Spazio Co-stanza  fa per te!

Un percorso dedicato ai genitori, per riflettere sul peso che le emozioni hanno all’interno della relazione educativa. Se sei interessato al percorso scrivimi, oppure contatta Spazio Co-stanza (www.facebook.com/spaziocostanza/?fref=ts).

…Ti aspetto!!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

In merito all’omicidio di Ferrara. Accettare conflitti ed emozioni per un’educazione migliore

Uso il blog per scrivere di educazione, di educazione alla genitorialità ed educazione affettiva. Uso il blog, in sostanza, per parlare della mia professione e diffonderne i contenuti.  I fatti accaduti un paio di giorni fa a Ferrara non possono lasciarmi indifferente e credo meritino una riflessione.

Un giovane di sedici anni si fa aiutare da un amico per uccidere i genitori, promettendogli circa mille euro per lo svolgimento di questo “lavoro”. Tanti sono i genitori che oggi si chiedono se sia necessario aver paura dei propri figl*, tanti si chiedono dove si sia fallito. Perché si, siamo davanti ad un fallimento.

Abbiamo abdicato alla fatica che l’educare comporta, seguendo due strade che portano verso direzioni opposte.. ma si sa che spesso gli opposti sono così “opposti” che finiscono per essere nei fatti davvero molto, molto simili.

Da una parte abbiamo preferito “dire sì” piuttosto che accettare il conflitto. Abbiamo fatto crescere generazioni di frustrat* incapaci di reggere un parere discorde, un voto negativo, incapaci di puntare sulla propria capacità di resilienza per far fronte ai piccoli grandi problemi di tutti i giorni.

Dall’altra abbiamo adoperato punizioni e castighi che nulla sanno insegnare perché l’unica cosa che sanno produrre è lo stesso livello di frustrazione, lo stesso livello di incapacità descritto sopra.

Per abdicare alle richieste educative dei bambin*, uomini e donne del domani, abbiamo preferito renderci sordi alle loro emozioni educando anche loro alla medesima sordità.

Fatti come quelli di Ferrara dovrebbero servire per aiutare i genitori a riflettere sul proprio stile genitoriale. Impariamo ad ascoltare le emozioni, impariamo ad educare attraverso di esse. Decidiamo, finalmente, di accettare il conflitto come occasione di conoscenza. Essere in conflitto infatti non significa essere in guerra: significa che davanti ad una difficoltà si ascoltano le parti in gioco per individuare le possibili soluzioni. Spesso, invece, il conflitto viene confuso con una specie di guerra fredda fatta di muri che si erigono, di assenza di dialogo. E’ proprio il contrario. Parlare di conflitto (in ogni tipo di relazione: amicale, affettiva, tra genitore- figl*) significa liberarsi da tanti stereotipi primo tra tutti quello del dover essere sempre, per forza, sorridenti e felici. E’ falso: ogni relazione porta con se un livello medio di conflittualità. La differenza la fa come si gestisce tale situazione.

In questo senso, i fatti di Ferrara e i tanti femminicidi sono equiparabili: qualcosa nella relazione non va e si decide, per incapacità di compiere scelte alternative, per eliminare  – fisicamente – il problema. Diversamente non lo si potrebbe gestire.

E’ importante per questo rivedere le proprie modalità di comunicazione, di gestione delle difficoltà. Credo che questo valga per tutt* ma soprattutto per coloro a cui è affidata la crescita e l’educazione di bambin* e ragazz*.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts

 

La sintonizzazione affettiva nel sostegno alla genitorialità  

Che ci piaccia o no, siamo costantemente invischiati all’interno di meccanismi comunicativi. Watzlawick sosteneva, nel suo celebre Pragmatica della comunicazione umana, sosteneva che fosse impossibile non comunicare.

Spesso, però, quando si parla di comunicazione ci si riferisce solo a quella verbale. Me ne accorgo molto parlando con i genitori e, più in generale, con gli utenti che seguo professionalmente. I problemi comunicativi emergono in tutte le forme relazionali ma, nello specifico, in quelle genitori-figli.

I problemi intorno ai quali mi trovo a lavorare  riguardano la “chiusura” degli adolescenti nei confronti dei genitori, la difficoltà a realizzare una “comunicazione autentica” con i figli. 

“Io cerco di far percepire la mia presenza, ma lui mi esclude totalmente trincerandosi dietro al silenzio.”

“Mi piacerebbe comunicare realmente con il mio bambino, invece mi rendo conto che nella maggior parte dei casi mi limito a chiedergli com’è andata la scuola, se ha mangiato, se ha da fare dei compiti per il giorno dopo… Mi sembra che sia solo uno scambio di informazioni. Vorrei stabilire un c notato diverso con mio figlio.”

Questi sono due prototipi di problemi che ho indicato basandomi su reali conversazioni avute con mamme e papà preoccupati del loro rapporto coi figli.

Di fronte a questi interrogativi cerco di approfondire la questione e di solito pongo domande ben specifiche a proposito del …. Comportamento. Li porto ad interrogarsi sulla postura, sul tono di voce, sugli atteggiamenti che mantengono mentre si confrontano, a parole, coi propri figl*. Insomma, cerco di approfondire gli aspetti della comunicazione non verbale. Spesso i genitori non hanno idea del fatto che anche il comportamento comunica e, anzi, non sanno che di solito sono proprio questi messaggi ad essere registrati, in barba alle tante parole pronunciate. 

Scopo del mio lavoro è portarlo ad effettuare una connessione emotiva con i figli. Non sempre è facile ed è per questo che mi piace utilizzare, per rendere più chiaro il discorso, il filmato di un famoso esperimento psicologico e sociale. Si tratta dello Still face experiment realizzato da Ed Tronick. 

Il ricercatore, esponente dell’Infant Research, studioso delle interazioni face to face, ha realizzato diversi esperimenti proprio per comprendere l’importanza della comunicazione, soprattutto quella non verbale, già apartire dalla prima infanzia. 

Il filmato è molto semplice: un bambino di pochi mesi seduto di fronte alla madre. La donna instaura una comunicazione autentica che le permette di sintonizzarsi sullo spesso canale comunicativo del bambino, che è composto prevalentemente da emozioni ed affettività. Quando la madre pur rimanendo presente di fonte a lui e guardandolo, interrompe la comunicazione il bambino inizia a reagire alla frustrazione tentando di ricontattarla, mettendo in atto tutte le strategie di cui dispone fino ad arrivare al pianto.

Il filmato dimostra l’importanza della sintonizzazione emotiva: non è sufficiente essere presenti, comunicare, interessarsi del proprio figlio solo da un punto di vista pratico e operativo. È indispensabile, invece, cogliere la dimensione affettiva, le emozioni che sottende, e collocarsi all’interno di un canale comunicativo ed emotivo condiviso con il nostro interlocutore.

L’esperimento dimostra inoltre un’altra cosa: è educativo, per il bambino, saper gestire la frustrazione derivante dall’interruzione comunicativa. Secondo Tronick si crea un misunderstanding, un’incomprensione, che determina un fallimento al quale il bambino cerca di riparare con gli strumenti che possiede. Se il bambino riesce a riparare l’interruzione sviluppa la sua capacità resilienti e rafforza la propria autostima, potenziando le proprie capacità. Il misunerstanding non è causa di uno sviluppo psicopatologico della personalità, a meno che non si assista ad una impossibilità di riparazione dovuta a problematiche specifiche (pensato ad esempio a genitori connotati da problemi di personalità o depressione).

È fondamentale per un genitore educarsi alla sintonizzazione emotiva e, di conseguenza, educare il propri* bambin* a gestire, riprendere, riparare un flusso comunicativo.

Attraverso Il counselling pedagogico sostengo i genitori attraverso un percorso specifico fatto, essenzialmente, di acquisizione di nuove consapevolezze. Ogni percorso è a sé e tiene conto degli obiettivi, delle necessità e delle esigenze delle persone che seguo: chiunque abbia bisogno di approfondire la questione si senta libero di contattarmi.

Disney insegna (ai grandi) il ruolo delle emozioni.

Buon inizio di settimana a tutt*!

Spero abbiate trascorso il weekend facendo cose belle e con le persone giuste. Io ho passato la serata di sabato al cinema (cosa che non capitava da un po’!) a guardare un film attesissimo, Inside Out di Disney – Pixar, insieme a mia sorella e ai miei due nipoti di 8 e 10 anni. Ho pensato di andare con loro per “testare” la reale afferrabilità di un cartone dal contenuto non troppo semplice. In realtà, mano mano che passavano i minuti, ho capito la reale portara del film: forse per la prima volta, Disney smette di occuparsi dei bambin* per rivolgersi, direttamente, agli adulti.

  
Inside Out è un film che tenta di spiegare concetti psicologici complessi attraverso rappresentazioni chiare e piacevoli. Il focus è sulla mente di Riley, una ragazzina di 11 anni che, finora, ha imparato a sperimentare prevalentemente emozioni felici e di gioia. Gioia è, appunto, colei che dirige il centro di controllo del suo cervello ed è soprattutto grazie a lei che ha costruito le aree delle personalità che attualmente la connotano a livello psicologico. L’isola della stupidera, che ha creato grazie ai momenti di gioco, l’isola dell’amicizia, l’isola della famiglia, l’isola dell’onestà. Il centro di controllo le permette, appunto, di controllare la sua esistenza di bambina. Accanto a Gioia ci sono le altre emozioni di base: Paura, di colore viola – che la preserva da possibili incidenti- Rabbia, di colore rosso – che vuole evitare che Riley subisca soprusi – Disgusto, di colore verde che ha un ruolo essenziale soprattutto nei confronti del cibo, e Tristezza, di colore blu, emozione che al momento ha sperimentato poco. 

Riley, alla’alba dei suoi 11 anni sperimenterà il cambiamento: dentro e fuori – Inside out, appunto. Il cambiamento esterno coincide con il trasferimento, imposto dalla famiglia, dal Minnesota a San Francisco. Quello interno è diretta espressione di quest’ultimo (sarà costretta a cimentarsi con nuove esperienze, con la nuova scuola, ad abbandonare la sua amica di sempre…) e di un altro, ben più profondo: l’arrivo della pubertà. Complice un problema all’interno dei tubi pneumatici che trasportano i ricordi (il film merita di essere visto solo per vedere rappresentati i ricordi, la memoria a lungo termine, i sogni, l’inconscio…)  Gioia si ritrova a dover soccorrere Tristezza e a lasciare il centro di comando con conseguenze nefaste: Riley non è più felice e, poco alla volta, in balìa delle altre emozioni, le sue isole della personalità crollano sotto il peso dei nuovi cambiamenti che la bambina nn riesce più a gestire.

Mentre Gioia con Tristezza cerca di rientrare al centro di controllo, aiutate da Bing Bong, l’amico immaginario ormai dimenticato, Riley comincerà a provare emozioni contrastanti, ad incupirsi mentre la sua personalità di bambina crolla inesorabilmente.

Senza svelarvi troppo – è un film che davvero consiglio di vedere! – posso dirvi che non sarà Gioia ad aiutare Riley ad impossessarsi di nuovo della sua vita, ma sarà Tristezza, che nelle ultime scene prenderà il posto di comando. Grazie al benefico influsso dell'”emozione blu” Riley costruirà una nuova personalità che questa volta apparirà integrata – quelle che una volta erano isole, infatti, si agglomerano in un’unica area – il centro di comando diventerà molto più complesso (a rappresentare la nuova complessità interiore della ragazzina) e le emozioni non saranno più di un unico colore ma acquisiranno le sfumature di tutte le emozioni di base. Come a dire: un ricordo connotato dalla gioia può avere un velo di tristezza e viceversa, Un’emozione di paura può celare della rabbia e via discorrendo.

È un film che riabilita le emozioni ed insegna, soprattutto a i genitori, a non avere paura di quel periodo complesso che prende il nome di pubertà. 

Se vi state apprestando ad attraversare coi vostr* figli questo periodo o se siete impegnati con professioni afferenti l’educativo andate a vederlo: gli spunti che potrà offrirvi per parlare con i giovan* di emozioni e cambiamento sono tantissimi!

Qui il trailer…. Non vi invoglia ad andare al cinema??