Un aiuto per l’apprendimento: Schede, esercizi, dispense per potenziare l’apprendimento dei ragazzi/e

Ieri ho pubblicato un post su facebook che ha riscosso diversi commenti. Stavo lavorando alla ricerca di materiali da utilizzare con una delle “mie” fantastiche ragazzine con cui lavoro per il potenziamento didattico sia nell’area linguistica che logico-matematica.

Ho proposto di raccogliere per voi qualche link a siti e pagine dai quali attingere materiali da utilizzare nell’ambito dell’apprendimento.

Ovviamente, dare qualche suggerimento a proposito di materiali e schede non esula dalla necessità di saperli usare in modo adeguato, altrimenti non si vedrà alcun risultato positivo. Soprattutto ai genitori raccomando sempre di contattare i professionisti dell’educazione per definire un progetto – coerente, preciso, misurabile – nell’ambito del quale anche queste schede potranno essere impiegate. suggerisco, invece, di rifiutare il mero “fai da te” perché il rischio è quello di stampare milioni di schede che poi non userà nessuno (o potranno essere usate ma senza risultati).

 

Pronti? ecco a voi un po’ di materiale!

 

  1. aiutodislessia.net

un sito ben costruito sul quale trovare materiali per scuole medie, elementari e superiori. Pensato soprattutto per alunni/e con DSA, ma non solo

2. sostegno bes 

un sito sul quale trovare giochi e esercizi oltre al informazioni utili per i docenti per impostare una didattica inclusiva

3. Fabrizio Alteri

Un sito di un docente che, per passione e professione, condivide materiali ed esercizi utili per favorire l’apprendimento

4. fantasia web

Un sito meno professionale, ricco però di spunti per stimolare la creatività anche di bambini/e entro i sei anni.

 

Questa la prima “carrellata” di materiali da  condividere con voi

A presto per altri piccoli suggerimenti!

Alessia

 

(PS. Se ti è piaciuto l’articolo ti invito a condividerlo e, se ti va, a visitare la mia pagina FB http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/)

Il Pedagogista e i DSA

E’ vero, la scuola è appena finita. Con risultati più o meno buoni i nostri ragazz* hanno completato un altro anno di studi e ora, finalmente, le tanto meritate vacanze!

Per i genitori, invece, questa può essere l’occasione per approfondire determinate questioni, per fare una sorta di resoconto finale. Come è andato a scuola vostro figli*? Ci sono state delle difficoltà particolari? Ha affrontato il percorso con serenità o con difficoltà?

Se ci sono state difficoltà è questo il momento giusto per correre ai ripari! Come? Anzitutto rivolgendosi a professionisti competenti il cui supporto diventa fondamentale per:

  • migliorare la socializzazione del ragazz*, se ci sono state difficoltà nella costruzione di rapporti significativi
  • aiutare il raggiungimento di un buon metodo di studio
  • migliorare il rendimento scolastico

L’estate rappresenta il momento migliore per fare tutto ciò perché è il momento in cui si può provare, sperimentare e lavorare in vista dell’autunno.

In tutto ciò l’alleato migliore è il pedagogista, soprattutto colui che si è formato come facilitatore degli apprendimenti.

Per Firenze Formato Famiglia, il blog che racconta Firenze da una prospettiva di famiglia, ho scritto un articolo per illustrare in che senso il Pedagogista-facilitatore può essere utile a tutti quei ragazzi che vedono la scuola come una tortura…

Lo condivido qui, sperando possa essere utile 🙂

Il sostegno del pedagogista nei casi di DSA

Il sostegno del pedagogista nel percorso di diagnosi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Torniamo a parlare dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento e questa volta il focus lo mettiamo su una figura professionale importante che per la famiglia può svolgere la delicata funzione di “ponte”, di “collegamento” fra tra le diverse realtà che ruotano attorno al bambino e alla sua diagnosi. Come genitori di bambini che hanno un disturbo dell’apprendimento il passaggio dal sospetto, alla consapevolezza della situazione e infine alla diagnosi e terapia è spesso costellato di dubbi, incertezze, dilemmi. Essere affiancati da un pedagogista per molti bambini e le loro famiglie è un sostegno importante, una guida, accanto alla quale compiere un percorso. Per comprendere la funzione del pedagogista e la sua utilità ci siamo fatti aiutare da una professionista che in questo campo a maturato una notevole esperienza e che per noi ha lasciato questo prezioso contributo.

Il Pedagogista accanto alla famiglia e al bambino nei casi di DSA

di Alessia Dulbecco, Pedagogista e counsellor
Chi ha figli o chi lavora nelle scuole lo sa: da diverso tempo, ormai, una delle tematiche intorno al quale si scatena il dibattito è costituita dai Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Se da una parte è un bene che tale argomento abbia acquisito una certa rilevanza all’interno delle discussioni tra addetti ai lavori e non, è pur vero che – dall’altro lato – questi argomenti possono lasciare le famiglie e gli insegnanti (magari non ancora adeguatamente aggiornarti) in una grande confusione.

Ciò si verifica, soprattutto, quando gli istituti scolastici acconsentono ad eseguire screening di valutazione in seguito ai quali – se i bambini ottengono, nelle valutazioni, un punteggio che li colloca in fasce a rischio potenziale – vengono recapitate alle famiglie lettere e comunicazioni con le quali vengono esortate a  prendere contatto con le Asl locali per eseguire ulteriori accertamenti.

Spesso i genitori restano spiazzati e le scuole non sanno indicare loro i passaggi e le azioni concrete da svolgere per capirne di più.

Scopo del mio intervento non è quello di soffermarmi sulla diagnosi (di esclusiva competenza dell’Asl o di professionisti accreditati) o sulla normativa di riferimento (L.170/2010 e Direttiva Miur  170/2012).

Dal punto di vista pedagogico è fondamentale capire come sostenere un alunno/a  con queste difficoltà (o con un Bisogno Educativo Speciale) e la sua famiglia.

Un pedagogista che ha svolto specifici percorsi di formazione può acquisire, infatti, la qualifica di facilitatore degli apprendimenti. Lo scopo di un facilitatore è quello di fornire quel collegamento – spesso carente o mancante – tra le diverse realtà che ruotano attorno al bambino e alla sua diagnosi.

Vediamo in dettaglio di cosa si può occupare il pedagogista

– discutere assieme al professionista che ha emesso la diagnosi per comprendere nel dettaglio il problema: una volta diagnosticato, il primo passo per affrontare il problema consiste nell’ascolto e nel confronto col professionista che lo ha diagnosticato. E’ fondamentale capire di cosa si tratta e in quali delle varie prove l’alunno ha dimostrato un punteggio più basso. Ciò risulta essenziale per definire quali potranno essere gli strumenti compensativi migliori e sul rafforzamento di quali competenze impostare il PDP (piano didattico personalizzato);

-sostenere, motivare e facilitare l’apprendimento dell’alunno: dopo aver affrontato il “problema diagnosi” è possibile cominciare a costruire, pedagogicamente, un progetto educativo mirato sull’alunno/a. Questi ragazzi/e, spesso, hanno carenze nella motivazione e nell’autostima personale. Un progetto pedagogico mira a ri-costruire le abilità passando dalle risorse residuali per potenziarle e svilupparne di nuove. Gli interventi devono essere mirati a vedere oltre il possibile disturbo facendogli riacquisire, pienamente, il senso delle proprie capacità;

– aiutare la famiglia a “decifrare” la diagnosi traducendo quanto vi è riportato: la diagnosi è scritta con un linguaggio scientifico. Sono indicate i nomi delle prove effettuate, i valori ottenuti applicando le scale utilizzate come strumenti di valutazione. Chi non è addetto ai lavori può riscontrare qualche difficoltà a comprenderne i significati. I genitori, però, hanno estremo bisogno di capire quanto riportato nel documento. E’ fondamentale per dare loro quella sicurezza necessaria per affrontare il problema. Uno dei principali compiti del pedagogista è proprio quello lavorare sull’intera famiglia predisponendo per ognuno dei componenti adeguate azioni educative. La famiglia ha bisogno di non sentirsi isolata, straniata, diversa e ha bisogno di cogliere le risorse dei propri figli/e, non solo le difficoltà. In questo senso il pedagogista può aiutare i genitori a cogliere le risorse più dei problemi.

-aiutare la scuola nella compilazione del pdp: come affermato precedentemente, compito del pedagogista è quello di fornire un aiuto globale,  non solo all’alunno/a ma anche alle agenzie che ruotano attorno a lei/lui. Nei confronti della scuola egli può aiutare a definire il Piano Didattico Personalizzato, lo strumento che esplicita la programmazione didattica personalizzata che tiene conto delle specificità segnalate nella diagnosi. Questo documento costituisce la linea guida da seguire per facilitare l’apprendimento, in classe e non, dell’alunno. Per questo si può dire che rappresenti il patto d’intesa fra docenti, famiglia e istituzioni socio-sanitarie attraverso il quale devono essere individuati e definiti gli interventi didattici individualizzati e personalizzati, gli strumenti compensativi e le misure dispensative che servono all’alunno/a per raggiungere in autonomia e serenità il successo scolastico. Per poterlo compilare è necessario che il professionista abbia interagito con l’alunno/a, ne abbia colto le specificità per comprendere – di conseguenza – verso quali obiettivi a breve, medio e lungo termine orientare l’azione didattica ed educativa.

Come si è cercato di mettere in luce, l’intervento del pedagogista è strutturato secondo un’ottica globale in grado tenere conto dei processi formativi del soggetto. Punta a sviluppare le risorse incrementando le capacità sul breve e lungo periodo. Sul piano educativo, invece, questa tipologia di intervento ha il compito di tenere in considerazione i numerosi contesti nel quale l’alunno/a si trova inserito allo scopo di facilitarne le relazioni e le occasioni di scambio, didattiche, di apprendimento ed educazione che esse possono suscitare.

 

L’articolo è fruibile qui:

http://www.firenzeformatofamiglia.it/2016/06/23/sostegno-del-pedagogista-nei-casi-di-dsa/

 

La dimensione pedagogica del doposcuola

Venerdì si è concluso il percorso di sostegno scolastico nel quale sono stata impiegata, come pedagogista, a partire dallo scorso ottobre.

Per quanto il servizio sia denominato di “sostegno scolastico” e sia recepito dai servizi sociali del Comune espressamente sotto questa veste è in realtà un lavoro molto più complesso.

Risulta complesso perché “complicati” sono i ragazz* che vi accedono: hanno un’età – delicatissima – compresa tra gli 11 e i 14 anni; complesse sono inoltre le loro storie (familiari, sociali) e le loro esistenze.

Il lavoro con i ragazz* che accedono al servizio non è solo quello di sostenerli lungo il percorso scolastico.  Vi è una prima fase di monitoraggio e valutazione delle situazioni di partenza e la definizione, in equipe, del percorso educativo e psicologico da intraprendere affinché le risorse di partenza possano essere pienamente espresse e potenziate mentre i potenziali deficit (soprattutto quelli relazionali) possano essere colmati.

E’ un lavoro complesso quindi per le tante variabili da considerare,  per i rapporti che devono essere intrattenuti con le famiglie e la scuola (che vedono il servizio esclusivamente dal punto di vista di sostegno allo svolgimento dei compiti) e per la mole di ragazz* da seguire.

Dopo un anno di lavoro, di affiancamento, di ragionamenti, di sostegno… posso dire però che si tratta di un lavoro stupendo. E’ la dimensione pedagogica nella sua forma più pura: la forza di una relazione educativa che cambia -tras-forma – entrambe le parti in gioco.

E’ l’affiancamento autentico, quello che porta ad uno scambio e ad una condivisione. A fidarsi. A credere  in se stess*.

Io sono grata a questo lavoro che mi ha fatto riscoprire le parti migliori di me..ma ancor più esprimo la mia gratitudine ai ragazz* che hanno partecipato all’ultimo giorno di attività  insieme e che – nel gioco dei saluti – hanno scelto di donarmi “allegria”, “sorrisi”, “spensieratezza”.

Martina ha voluto rappresentare  tutto ciò attraverso un disegno che porterò sempre con me e di cui mi ricorderò soprattutto nei giorni di sconforto – naturali in una professione come la mia – in cui tutto sembra più grande e difficile del previsto.

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Il doposcuola: molto più di un sostegno scolastico!

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Mi capita molte volte di parlare – nell’ambito dei colloqui specifici per l’attivazione degli sportelli di facilitazione degli apprendimenti/ doposcuola Dsa – con genitori che cominciano a raccontarmi dei loro figl*dicendomi cosa non piace loro della scuola.

Affermazioni del tipo: “Non ci sono versi: la matematica la odia proprio!” Oppure “prova ad applicarsi, ma con la geografia è negato/a”. Quando una mamma o un papà esordiscono con un’affermazione del genere sono solita provare ad ‘indagare’ la questione (e quindi stimolarli a riflettere)  orientandomi su due aspetti apparentemente divergenti ma in realtà profondamente interconnessi.

– perché il bambino/a nutre tutto questo “odio” nei confronti di quella specifica materia  (ma soprattutto: cosa vuole esprimere con la parola odio? A volte i ragazz* fanno fatica a comunicare le proprie emozioni in modo adeguato e tendono a semplificare utilizzando quelle parole con cui hanno più dimestichezza… E (purtroppo) la parola odio è talmente abusata che ne fanno esperienza fin dalla più tenera età)

-cosa si aspettano da un servizio come quello da noi proposto, cioè un doposcuola specifico per gli apprendimenti?

Come dicevo, le due domande sembrano condurre il discorso su due piani differenti ma in realtà sono profondamente interconnesse. Uno dei principali obiettivi dei colloqui propedeutici è di far passare ai genitori il messaggio che un doposcuola è qualcosa di ben più complesso e ricco di un semplice momento di ripetizioni, utili solo per colmare una la una in una materia.

Al doposcuola i bambin*, supportati dal team, imparano a stare assieme in un ambiente protetto, a sperimentare (e in questo il Counselling è una risorsa molto importante: l’obiettivo del counsellor è quello di sostenere l’utente ad acquisire nuovi “permessi” che prima non era in grado di darsi), a socializzare e ad esprimere le proprie emozioni. Tutto ciò si fa man mano che si porta avanti lo studio delle materie.

E qui arriviamo all’altra domanda: perché un bambin* “non riesce” in una determinata materia? Si tratta senza dubbio di una domanda complessa di fronte alla quale spesso i genitori non sanno rispondere. Per aiutarli a trovare una possibile spiegazione ho provato a ” scomporre” la questione in ulteriori osservazioni.

Parto sempre dal presupposto che non esistono persone “non portate” ad imparare qualcosa (resto sempre una femminista e so bene quanto questo stereotipo abbia condizionato la vita scolastica di molte ragazze rispetto alla percezione delle loro capacità in ambito matematico/scientifico). Quindi, se non esistono student* non portati allo studio di certe materie, cosa può far loro amare/odiare una determinata disciplina? Io ho provato a rispondere così:

– l’insegnante FA la differenza: incontrare sul proprio percorso un docente in grado di motivare, accogliere e fornire ai suoi student* occasioni e stimoli di approfondimento è una gran fortuna! Per esperienza ho notato che il problema con la materia spesso è solo un riflesso dei problemi con l’insegnante.

– il modo in cui viene insegnata la materia: le lezioni esclusivamente frontali, il meccanismo della punizione (che a volte diventa quasi uno svilimento delle capacità dell’alunn*) sono metodologie che non favoriscono l’interesse per una materia

– il clima in aula: questo punto è una conseguenza dei due precendenti. Se l’insegnante sa fare (ma soprattutto, alla Don Milani, sa essere) un insegnante, se le metodologie sono efficaci e non si respira un clima di repressione, svalutazione o violenza sarà difficile non innamorarsi della scuola e delle materie insegnate.

Cosa può fare un genitore, allora? Intanto, cambiare punto di vista sul proprio figli*: se qualche materia non va si può sempre rimediare, ma se si convince il bambino* del fatto che “non è portato per lo studio” non sarà possibile attuare alcun cambiamento.

E poi, sostenerli nella crescita colmando le carenze di una scuola un po’ debole grazie ai supporti territoriali. L’importante è avviare un cambiamento e se non è possibile farlo a partire dalla scuola bisognerà appoggiarsi alla grande rete educativa che i territori forniscono. Arrestare il cambiamento, poi, sarà impossibile e anche l’istituzione scolastica – volente o nolente – dovrà riconsiderare alcuni suoi aspetti per diventare, stavolta sì, davvero a misura di alunno/a!

Pubblicità e riflessioni: Pensieri sparsi sull’empowerment, Bes e Dsa

  Chi segue il blog lo sa: mi capita spesso di avviare una riflessione partendo da  un film, un libro o una notizia di cronaca. Oggi vorrei partire da una pubblicità. E no, non utilizzerò – questa volta! – uno spot per rimarcare le differenze di genere o portare alla vostra attenzione il sessismo strisciante che spesso si percepisce in molte immagini che fluiscono attraverso il canale TV. Per una volta vorrei parlarvi di una pubblicità “virtuosa” .

La pubblicità in questione è quella di un’autovettura. Si svolge in un ambiente domestico, un salotto, e i protagonisti sono il bambino – intento a leggere la pagella – e i genitori, seduti vicini, che lo guardano e aspettano impazienti. I voti che il bambino legge sono disastrosi.. Uno..due …tre… Ma nonostante questo i genitori sembrano entusiasti. ” hai preso tre! È già tre volte meglio del voto precedente!” Oppure “ottimo! Ti mancano solo tre punti per raggiungere la sufficienza!”.

Chiaramente lo spot è portato agli eccessi però il messaggio è secondo me interessante e apre la strada ad una bella riflessione che il corso sui Bes e sui Dsa  che sto frequentando ha decisamente favorito. Uno dei principali problemi per i bambin*\ragazz* che possono essere inquadrati tra i Bes o i Dsa è la motivazione. Un problema di apprendimento si riflette inevitabilmente sulla motivazione, per lo studio e per il personale percorso scolastico, del quale l’alunn* non si sente parte. Un bambin* poco motivato sarà più frustrato e percepirà le varie attività didattiche con maggior fatica, come un peso.

Il ruolo del facilitatore dovrebbe essere un po’ come quello dei genitori dello spot: senza spingersi tanto (come nello spot) il facilitatore ha il compito di sostenere la motivazione dell’alunn* e per farlo è essenziale procedere per semplici passaggi: dare meno compiti, eseguire esercizi più semplici ma in autonomia, passare – nell’atto della realizzazione dell’esercizio – da un aiuto, ad un sostegno, ad una supervisione, in modo che percepisca un nuovo senso di autoefficacia.

Promuovere il senso di autoefficacia significa sviluppare l’empowerment, che potremmo definire come il processo – e l’esito – che porta la persona a percepirsi potente. Favorire l’empowerment è fondamentale per tutt*, in qualsiasi momento dell’esistenza, ma acquisisce un valore ulteriore per i bambin* diagnosticati da Dsa o che possiedono Bisogni educativi speciali.
(Immagine tratta da Google)

Tra Dsa e Bes: la figura del Facilitatore degli apprendimenti

Chi mi segue in modo costante, magari approfittando dei tanti aggiornamenti che pubblico sulla mia pagina Facebook (a proposito..chi ancora non lo sa può trovarmi qui! ) saprà che in questi ultimi mesi – oltre a portare avanti gli studi in Counselling in Analisi Transazionale – mi sto dedicando ad approfondire alcune tematiche relative ai Dsa e alle nuove frontiere della didattica inclusiva. Sto partecipando ad un corso formativo promosso dalla Provincia di Prato e da alcune agenzie formative del territorio volto all’individuazione delle competenze necessarie per abilitare la figura del  facilitatore degli apprendimenti. Con questa espressione un po’ macchinosa si vuole ricordare una delle principali finalità della didattica che è quella di avvicinare gli studenti alla scuola favorendo i loro processi di apprendimento, più che quella di sollevare barriere e allontanarli progressivamente dal mondo scolastico. Non è un caso che questo corso sia promosso proprio dalla Provincia di Prato: qui, infatti, la percentuale degli alunni stranieri iscritti a scuola – elementari, medie, superiori – oscilla tra il 16% e il 25%.

Pochi giorni fa Il Ricciocorno Schiattoso mi ha inviato un link, proprio a proposito di Scuola e Dsa.

Con l’articolo si vuole rispondere ad una docente “sbigottita dalla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali.”

La docente che scrive al direttore parte da alcune considerazioni legittime:

Oltre 90 mila alunni con DSA tra gli anni scolastici 2010/2011 e 2011/2012 , 24.811 certificazioni in più (+37 per cento). L’incremento più significativo alle superiori, il numero più alto di studenti alle medie». (…) Nel 2013 all’ ASL 5 (Pisa, n.d.a.) sono arrivate 530 richieste di valutazione per DSA che hanno confermato 343 diagnosi. In pratica, si è registrata una richiesta di diagnosi ogni circa 641 persone e un caso di Dsa ogni 990 abitanti.

La risposta data dal Direttore è in linea con l’opinione che ho maturato frequentando il corso in queste settimane. E’ vero, si sta assistendo ad una progressiva “medicalizzazione” del’impianto scolastico. Il problema però non sono le norme ma la loro applicazione.

Per favorire l’inclusione l’impianto normativo italiano si è adeguato (sempre con quella tipica lentezza che lo contraddistingue): se fino agli anni ’90 si consideravano solo gli alunn* con disabilità (L.104/92) oggi si fa riferimento anche a nuove certificazioni riguardanti i famosi Disturbi Specifici dell’Apprendimento e i Bisogni Educativi Speciali.

La legge riguardante i Dsa (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) è stata promulgata nel 2010. Ma non esistono solo i Dsa. Esiste anche un’altra categoria di cui ancora si parla poco, troppo poco. Mi riferisco ai Bes: bisogni educativi speciali.

Secondo Dario Ianes i Bes (che comprendono anche le disabilità certificate dalla L. 104, i Dsa certificati dalla L.170, ma anche una serie di problematiche – come lo svantaggio socioeconomico, o linguistico – che non godono di alcuna certificazione) riguardano difficoltà evolutive in ambito educativo/apprenditivo. La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 ricorda che l’obiettivo dell’individualizzazione dei BES (individuazione affidata al perdonale docente e ai consulenti pedagogici,  che non si esprime in alcuna diagnosi) consiste nell’orientare la didattica verso una personalizzazione del percorso formativo. I BES complicano il lavoro dei docenti: non si chiede loro di avere un unico metodo d’insegnamento ma, al contrario, di saper individuare nuove strategie  per favorire il percorso evolutivo dei bambin* facendo loro raggiungere  i medesimi obiettivi ma attraverso nuove strade.

Dal mio punto di vista la legge sui Dsa è precisa e ha colmato un vuoto: si tratta, adesso, di adeguare la didattica al cambiamento normativo. Spesso infatti la certificazione viene usata come un’arma: per tutelare i docenti (“l’alunno è certificato” spesso suona come  un “è autorizzato a fare meno”…dunque il corpo docente si sentirà meno in colpa di possibili rallentamenti  e delle possibili difficoltà riscontrate dal gruppo classe) e le famiglie (di fronte alla inadeguatezza di molte scuole preferiscono tutelare il figl*, senza sapere che si tratta di una tutela solo di facciata).

Il mio suggerimento quindi è: parliamo meno di Dsa, parliamo di più dei Bes. Educhiamo le persone, soprattutto i genitori, ad una conoscenza approfondita di questi argomenti. Mettiamo in discussione l’idea per cui una certificazione è di per sé sufficiente ad annullare il problema. Facilitiamo lo sviluppo di nuovi metodi di apprendimento. Da qui anche l’esigenza di nuove figure da inserire nel panorama scolastico: il facilitatore degli apprendimenti ha proprio la funzione di valutare quali possono essere le migliori strategie per il raggiungimento degli obiettivi, deve conoscere nuovi metodi di lavoro, nuovi strumenti e, soprattutto, si pone come esperto nelle relazioni: cura, cioè, il rapporto tra corpo docente, genitori e alunni. Il facilitatore orienta i genitori e i docenti, li aiuta a individuare nuovi metodi per migliorare il lavoro dell’alliev*, sia in classe che a casa, da informazioni circa gli uffici territoriali che si occupano di didattica e strumenti dispensativi e compensativi, favorisce il processo di crescita personale dell’alunn*, potenziandone il senso di autoefficacia e di autostima.Il facilitatore, facendo proprie le abilità del counselling e della pedagogia, si contraddistingue per essere anche un professionista dell’ascolto empatico: non fornisce soluzioni ma pone le persone lungo il cammino per trovarle da sé. Credo ci sia bisogno di questa figura professionale per rendere la didattica meno “tecnica” e più umana.

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