Piccolo decalogo per genitori affidabili (e per figl* felici)✨

buongiorno a tutt*!

Oggi ricomincia la scuola, qui in Toscana! Mentre immagino bambin* eccitati – felici di cominciare un percorso o riprendere quello interrotto – genitori in ansia per la ri-organizzazione della vita famigliare (“oggi mangi a scuola? Ma dopo hai judo? Viene a prenderti la nonna…”) ho pensato a qualche suggerimento che tutti i genitori possono adottare; un prontuario da leggere, ricordare e ricordarsi…

👩🏻‍🏫scuola è sinonimo di crescita: anche se ti costa molto, impara poco per volta ad allentare la presa. Goditi lo sviluppo del tuo bambino che passerà dal chiederti tutto (fare lo zaino, preparare i vestiti, uscire di casa…) al volerlo fare da sé. Non ti sta mettendo da parte, ma ha bisogno di diventare “competente”. sostienilo in questo processo bellissimo!

📈soprattutto all’inizio, non andare in ansia per il suo rendimento. Ogni bambin* ha tempi diversi. Ascoltali, e rispettali.

🤾🏻‍♂️🤸🏻‍♀️lo sport è importante,ma non imporlo! Sceglietelo assieme e, se non è convint*, non farlo continuare a tutti i costi. Magari ne troverà un altro di suo gusto, senza sforzi.

🤹🏼‍♂️🎼piscina, teatro musica, danza.. ogni bambin* ha bisogno di tempo libero! Non occupare ogni singolo momento della sua giornata. I bambin* (di tutte le età!) devono poter giocare e si, in alcuni momenti, anche sperimentare la noia.

💭se ritieni che tuo figl* abbia bisogno di un aiuto, cerca il/la professionista che meglio risponde alle sue necessità. Ma ricordati che niente potrà sostituire il tuo ruolo di mamma o babbo.

🌱il rendimento di tuo figl* dipende anche dall’ambiente in cui cresce. Farlo assistere a litigate, dargli poco tempo, non farlo sentire amato hanno effetti negativi…ricordalo!

❗️presta attenzione ai cambiamenti: un trasloco, un lutto, un fratellino in arrivo. Sono eventi che tuo figl* comprende, non pensare che “è troppo piccolo!” Presta attenzione, aiutalo a capire e sostienilo!

🧾non puoi tenere sotto controllo tutto. Capiterà di perdere una lezione di chitarra, far tardi al mattino. Ciò che conta è che siano eccezioni, non la regola.

❣️fa si che si senta amat*, sempre, non solo se porta a casa il 9 di matematica. Niente come l’autostima porta a risultati concreti. Gli insegnerai che l’amore non si baratta per un voto, un successo. Si ama, punto.

👩‍👧‍👦👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧👪👨‍👨‍👧‍👦 non è vero che “siamo tutti genitori”. Biologicamente, certo, ma non sempre sappiamo fare la scelta giusta o sappiamo rispondere correttamente a questo compito. E ciò non deve farci sentire meno adatti, sbagliati, perdenti. Se hai bisogno, fatti aiutare, sempre!🙏

Dr.ssa Alessia Dulbecco

Ti è piaciuto l’articolo? … condividilo e taggami! ✨🙌🏻🤗

Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

Di imperfezioni ed autenticità 

Uno degli elementi con cui mi capita di scontrarmi maggiormente, lavorando con le donne che si recano da me in studio, è proprio il tema della perfezione.

Madri che non si sentono in grado di gestire qualsiasi tipo di imprevisto o criticità dei propri figl*, donne che sentono di dover mantenere un certo livello di performance sul lavoro, pena la perdita del loro riconoscimento da parte dei colleghi. Donne che nella relazione di coppia non prevedono la possibilità che il partner le veda (anche) per ciò che sono o possono essere, a volte: fragili, insicure, non al top sul piano fisico.

Quello che osservo è che spesso si tratta di una  richiesta sociale a cui le donne aderiscono quasi inconsapevolmente e rispetto alla quale, però, fanno immensa fatica a distaccarsi. Come pensare possa essere diversamente, infatti: già a partire dalla nostra nascita siamo orientate a dare il massimo. Ci insegnano ad essere perfettamente operative e ‘responsive’ sotto qualsiasi aspetto (il piano fisico, quello scolastico, quello delle relazioni, quello delle attività extra scolastiche e così via…).

Liberarsi dal senso di performance è uno degli elementi su cui le donne mi chiedono, il più delle volte, di lavorare. Non ci sono ricette valevoli per tutte, ovviamente, ma uno degli esercizi che trovo più potenti rimane proprio quello di andare alla ricerca delle proprie imperfezioni provando a guardarle con occhi diversi: non come ciò che ci impedisce di essere amate o riconosciute dagli altri (“se fossi una buona madre..”, “se fossi più magra…”, “se sul lavoro non fossi così rigida…”) ma come aspetto che fanno di noi ciò che siamo, la nostra autenticità.

Anche su questi aspetti è incentrato il minicorso Donne in rinascita e, come avevo già accennato, la sua realizzazione è avvenuta proprio grazie al confronto con le tante donne che hanno lavorato con me. Un corso per chi ha poco tempo ma le necessità o la voglia di guardarsi diversamente. Ti accompagno – come scrive anche la mia fantastica super coach che ne ha parlato qui – per rimetterti in discussione. Per aiutarti a dirti tutto ciò che hai in sospeso e, quindi, a ripartire. È un corso veloce e ad un prezzo super (si tratta del mio primo corso online!): se fa al caso tuo ti consiglio di iscriverti 🙂

E tu, su quali aspetti senti di non voler più raggiungere la perfezione ma la felicità?

Scrivimi o lascia il tuo commento qui o sulla pagina fb! Ti aspetto!

 

img_1154

Di bellezza e umanità

Buongiorno a tutt*!

Ricomincio oggi – e spero di poter continuare con regolarità – a produrre qualche articolo per il blog. A partire dalla scorsa primavera, complici diversi nuovi impegni professionali, ho ridotto di molto la scrittura che ho poi definitivamente interrotto nel corso di questi ultimi mesi.

In questi ultimi giorni di agosto mi sono dedicata alla programmazione delle news sulla pagina (il mio obiettivo sarà qullo di darvi il buongiorno con una delle “educationquote”: aforismi, frasi, citazioni sui temi che caratterizzano il mio lavoro, il counselling e la pedagogia) e per questo vi invito a seguirla. La comunicazione sulla pagina infatti è più semplice ed agevole anche per scambi veloci, riflessioni o richieste.

Gli articoli sul blog, invece, avranno – di volta in volta- un contenuto diaristico  o prettamente professionale. Lo scopo sarà, quindi, quello di produrre riflessioni sul mio lavoro allo scopo di coinvolgervi e provare a farvi capire “cosa si cela” dietro la dimensione professionale oppure – sulla base delle vostre richieste – realizzare brevi articoli sugli interventi professionali che svolgo (sostegno alla genitorialità, apprendimenti & DSA, counselling…). Se siete interessat* ad approfondire determinati argomenti vi invito fin da subito a contattarmi 🙂

Oggi vorrei partire da una specie di cortocircuito che mi è balzato in testa l’altro ieri. Stavo guardando su un sito di news alcune notizie, quelle principali, che ruotano attorno a due macro-argomenti: i bombardamenti ad Aleppo e le Olimpiadi. Mi sono messa a leggere, in particolare, qualche notizia in più su Omran, il bambino di cinque anni la cui foto ha letteralmente fatto il giro del mondo dopo essere stato salvato e messo al sicuro su un’ambulanza. Sporco, insanguinato, coperto della polvere dei calcinacci…solo. Uno sguardo che difficilmente scorderò, quello della disperazione inconsapevole.

Poi un’altra notizia mi ha catturato ed è quella relativa a Abbey D’Agostino e Nikki Hamblin le due atlete che cadono rovinosamente durante la batteria dei 5000. Una delle due rovina a terra e fa fatica a rialzarsi, è dolorante, e l’altra – che si era ristabilita con più facilità, decide di aspettarla, aiutarla a rialzarsi e ripartire assieme. Una bella immagine che la dice lunga sulla forza femminile, sul coraggio, sul gioco di squadra e sull’empatia.

Ecco, si tratta di due notizie assolutamente slegate – che ho ascoltato, letto, lasciato sedimentare.

Non so perché – o anzi si, forse lo so – ma ieri mi sono tornate alla mente entrambe le notizie, come un cortocircuito immediato.

Ieri, al lavoro, abbiamo fatto l’accoglienza in emergenza di una donna – straniera, completamente priva di una conoscenza minima di italiano – e la sua bambina di quattro anni. Uno scricciolo con due occhi neri enormi che squadravano me e la collega con enorme sospetto. Per parlare con la mamma ci siamo avvalse di una traduttrice, la bambina ovviamente capiva tutto perché anche lei come la donna parlava solo la sua lingua di origine. Spostarla nella stanza giochi sarebbe stato ancora peggio: la bambina non si è mai staccata dalla gonna della mamma, collocata di sbieco sempre un pochino dietro di lei a far capolino solo coi grandi occhi.

I suoi occhi, la sua espressione triste e distante mi ha ricordato Omran: una disperazione inconsapevole per aver vissuto quattro dei suoi quattro anni nel brutto, nel non amore, segregata insieme alla mamma. I volti nuovi degli ultimi dieci giorni della sua vita, i tanti spostamenti, le tante case cambiate – camere di albergo, di amic*, fino ad approdare alla nostra struttura – devono averla catapultata in un mondo ancora più difficile, più pauroso, sicuramente incomprensibile.

Appena entrate nella nostra struttura le ragazze già presenti si sono prodigate immediatamente: chi cominciava a cercare negli armadi la biancheria per i letti, chi nella dispensa il cibo da dare alla nuova ospite. Una di loro, nordafricana con un’ottima padronanza dell’italiano, mi ha regalato un’immagine bellissima: ha preso la nuova ragazza sotto braccio e l’ha portata in giro per la casa illustrandole tutto, cercando di farsi capire a gesti. Ho ripensato a quella forza delle donne che i notiziari avevano individuato nel gesto delle due atlete e non ho colto molte differenze con il gesto delle due ragazze in struttura: una delle due – quella meno in difficoltà – che aiutava l’altra a rialzarsi e, in  primis, a ritrovare fiducia negli esseri umani.

La bellezza del mio lavoro è nell’umanità che si incontra.

 

(foto: web)

Maschi oltre la forza

Uno degli aspetti migliori del partecipare ad un corso formativo è la possibilità di ricevere interessanti suggerimenti di lettura. Al corso di formazione del CAM – centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze – mi sono imbattuta in questo volume. Si tratta di un libro che raccoglie alcune riflessioni nate grazie alla creazione del gruppo “maschi contemporanei”. L’autore – come si legge nell’introduzione – ha cominciato ad interrogarsi intorno ai temi che riguardano il maschile, la mascolinità e la sua contestualizzazione a livello sociale un po’ per caso, ad una cena con amici. Da qui è nata l’idea di racchiudere, passo dopo passo, queste considerazioni in un volume. E’ un testo che si può leggere cominciando dalla prima fino all’ultima pagina, oppure si può aprire a caso e selezionare una delle riflessioni, racchiuse in quattro macrosezioni, ognuna declinata in quattro sfere specifiche. Ha il pregio di favorire un continuo dialogo con gli uomini poiché parte  proprio da una prospettiva maschile quindi – forse – più semplice da “digerire”. il volume invita alla riflessione costante attorno a quelle tematiche intorno alle quali gli uomini hanno il dovere di interrogarsi: la mascolinità, l’uso della forza, la paura di esprimere le proprie emozioni, l’affettività distorta che molti sembrano coltivare grazie a convinzioni personali che vanno ad innestarsi su luoghi comuni :

12421853_10207864543805062_1865576073_n.jpg

 

Forse alcune considerazioni sono un po’ desuete, forse alcune si basano su stereotipi (come la n.50 che recita “le donne sono più avanti di noi, sanno affrontare con più leggerezza la fine di un amore..”) ma è un libro che sento di consigliare. Agli uomini, soprattutto – perché a loro in particolare si rivolge – ma anche alle donne. Perché come ricorda l’autore solo quando nessuna delle parti si sentirà esclusa dalle riflessioni attorno al rapporto tra i generi, attorno ai cambiamenti sociali imposti a uomini e donne, al grande tema del femminicidio e della violenza, sarà possibile, autenticamente, produrre autentico un cambiamento sociale.

 

Alessia Dulbecco

puoi seguirmi su www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

A vent’anni dalla legge 66/96

Non so cosa avrei immaginato di ascoltare al convegno organizzato da Artemisia lo scorso lunedì, 15 febbraio, a Firenze. Come chiarito dal titolo, ogni intervento si è prefisso lo scopo di indagare l’impatto che il nostro sistema giudiziario ha rispetto alla cura e all’accoglienza di donne e minori che hanno subito una violenza sessuale.

Già, perché in Italia, fino al ’96, essa non era considerata un reato contro la persona. Come a dire che della vittima importava poco. L’unica cosa che si andava ad indagare e  punire era l’impatto della violenza rispetto alla morale pubblica.

A distanza di vent’anni dall’introduzione di questa legge ci ritroviamo ancora in una realtà drammatica. Come hanno illustrato bene i relatori -la Dr.ssa Barni della Regione Toscana, la Dr.ssa Gloria Soavi del Cismai, Titti Carrano, Presidente della rete nazionale dei Cav – oggi si conoscono molti elementi importanti, ad esempio i danni che l’impatto con una violenza di tipo sessuale produce sul Sistema Nervoso Centrale (una sorta di disabilità permanente), sa – attraverso gli studi criminologici sui cosiddetti sex offender – che i predatori sessuali scelgono con cura le proprie vittime selezionando solo quelle vulnerabili (per motivi sociali, economici, personali…), si dispone di tutti gli elementi per poter favorire una presa in carico migliore ma…sta di fatto che tutto ciò non si verifica. In particolare le relatrici hanno posto l’attenzione sulla cultura dello stupro: si delegittimizza la vittima, si sottovaluta il problema si legittima la violenza attraverso una serie di azioni – dirette ed indirette – come ad esempio gli schemi di narrazione usati dai media o in sede  processuale.

Entrando poi nel dettaglio, gli altr* relator* presenti hanno focalizzato l’attenzione su due elementi: la vittima- donna e la vittima- minore.

Rispetto alle donne ancora molto c’è da fare rispetto al gratuito patrocinio (pratica svilita dallo stesso impianto Statale, come a dire che chi sceglie questo canale parte già svantaggiato) e la procedibilità (spesso le donne non sono messe a conoscenza del fatto che vi è la possibilità di usufruire di un tempo più dilatato – sei mesi – per decidere se denunciare).

Rispetto ai bambin* dobbiamo anzitutto ricordare che loro possono essere al centro di tre sistemi giudiziari. Il tribunale, di solito, sospende la terapia a cui il minore ha diritto prima del contatto con il CTU. Ciò significa che il bambin* si troverà a dover affrontare tutto da sol*.

Un ringraziamento particolare, in conclusione, mi sento di esprimere alla Avvocata Paola Di Nicola (autrice del volume Sul pregiudizio di genere in magistratura) poiché ha rimarcato la necessità di un’attenzione quotidiana e pubblica sugli interventi dell’autorità giudiziaria su questi temi. L’avvocata ha inoltre rimarcato un altro fatto importante: il pregiudizio è l’unica chiave di lettura di questo fenomeno sociale. La legge – a volte distorta, a volte limitata – ne è quindi una conseguenza. Per questo per  fare in modo che le cose cambino serve un adeguato cambio di prospettiva: è questo l’unico appiglio per cambiare una società ancora – troppo! – permeata da pregiudizi verso le donne e la loro (nostra) libertà.12596070_10207602724179735_1981148590_n

Dimmi quando (ma soprattutto: dimmi dove)

miss

Ebbene, capita ancora che un gruppo di giovani donne si trovi a sfilare e competere, in tv, per ambire al fantasmagorico titolo di Miss Italia.

Capita ancora che un giudice della serata proponga ancora la solita, retorica, domanda del “in che epoca storica avresti voluto vivere” (domanda che di solito io pongo a mia nipote, di anni 10, per provare a interrogarla in modo indiretto sperando di non farmi troppo notare).

Succede, ancora, che tra le giovani donne candidate-miss si propaghi il panico: forse si erano preparate tutte per rispondere alla domanda sulla pace e la fame nel mondo.  Risposte biascicate in un italiano improbabile. Costruzioni sintattiche deboli: anche mia nipote – si, sempre lei, quella di anni 10 – avrebbe fatto di meglio.

Ammetto di aver guardato questi 20 secondi di video con un’espressione tristemente consapevole. Mi aspettavo la retorica, ma questa volta ci ho trovato un bel mucchietto di stereotipi. Sì, quelli triti e ritriti che vogliono la donna come passiva e inerme. Quelli per i quali sarebbe stato tanto bello vivere nel 1942 perché tanto in quanto donna “non avrei fatto il militare”. Magari non avresti fatto il militare ma ti saresti fatta un culo così, cara mia. Probabilmente non hai nonne o bisnonne (data la tua giovane età) a cui chiedere come era, esattamente, vivere in quegli anni, tra figli da crescere da sole, paura per stupri e aggressioni sempre dietro l’angolo, poco cibo e piogge di bombe sulla testa. “sui libri ci sono pagine e pagine”, è vero, ma forse tu non le hai lette con precisione. Le donne c’erano, durante la guerra e anche dopo, come partigiane, c’erano eccome. E hanno avuto un ruolo attivo anche senza indossare l’uniforme o trovarsi al fronte.

Sarebbe stato bello trovarsi davanti una donna competente: avrebbe potuto ribaltare la domanda e sostituire un “quando” con un “dove”. A me, per esempio, piacerebbe vivere in un posto dove alle donne sia concesso qualcosa di più del semplice “ruolo di rappresentanza”. In un paese dove si realizzino azioni concrete per contrastare bullismo, omofobia e femminicidio. Un paese dove siano garantiti i diritti civili a tutt*, indistintamente dai propri gusti sessuali, ad esempio.

Mi spiace che sia questa l’immagine che ancora si cerca di attribuire alle donne. Approssimative e retoriche. Vi prego, ragazze, proviamo a smantellare i luoghi comuni. Che voi ci crediate o no, non siamo tutte così.

A cosa pensi quando dici “thailandese”?

“Riconosciamolo: quando diciamo thailandese, pensiamo a una prostituta”, dice Aldo Cazzullo.Strano. 

Io quando dico thailandese penso alla cucina.

L’articolo prosegue sottolineando il grosso “balzo in avanti”delle donne di Bangkok:la percentuale deg* student* universitar* (il65%) sono donne. 
“E non credete alle costruzioni intellettuali degli etnologi che discettano di matriarcato ancestrale – prosegue Cazzullo – nel Sud-Est asiatico, proprio come in ogni parte del mondo, le donne per millenni sono state considerate inferiori agli uomini; e se una donna in famiglia comandava, era grazie al suo talento, alla sua personalità, al suo lavoro, e alla sua capacità di farsi concava e convessa, di guidare la danza lasciando all’uomo l’impressione di essere guidata, come nel tango”. 

Il problema è proprio qui, sul concetto di visibilità. Alle donne mancava (e in molti caso continua a mancare, in Thailandia come in altre mille parti del mondo, inclusa casa nostra) il riconoscimento, che coincide poi con la capacità di ricoprire un ruolo avendo il diritto di farlo. Il fatto che la percentuale di donne che studia sia in aumento è un dato positivo, ma attualmente irrilevante. Per poter dare rilevanza a questo dato è essenziale che si cominci a pensare alle Thailandesi come donne, come studentesse… e non come prostitute.

http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2015/08/23/il-balzo-in-avanti-delle-donne-orientali/?refresh_ce-cp

Big Eyes

Big-Eyes

Chi segue il blog sa che spesso recensisco volumi che possono essere utili a chi come me si occupa di counselling e pedagogia o questioni di genere. Libri che hanno lo scopo di ampliare le conoscenze, approfondire determinate tematiche, farsi un’idea su specifiche situazioni. A volte però anche i film possono dar vita a riflessioni in campo pedagogico.

E’ il caso di Big Eyes, film del 2014 diretto da Tim Burton con  Amy Adams e Christoph Waltz.  E’ la storia di  Margaret Keane, pittrice degli anni cinquanta e sessanta e della sua strana esistenza. Strana e rivoluzionaria.

Gli anni ’50 erano un’epoca meravigliosa se eri un uomo. Sono Dick Nolan e di mestiere invento cose: sono un giornalista. Questa è la storia più strana di cui abbia mai scritto. Incominciò il giorno in cui Margaret Ulbrich lasciò il suo soffocante marito. Molto prima che lasciare mariti diventasse di moda.

Mentre la voce fuori campo pronuncia queste parole le immagini non lasciano scampo all’immaginazione: Margaret fa i bagagli, prende per mano sua figlia e, insieme, scappano in auto. A San Francisco Margaret trova lavoro in una fabbrica di mobili, come decoratrice. Anche questo è un passaggio molto importante del film: Margaret si reca al colloquio portando con se un portfolio dei suoi migliori lavori pittorici. Lo sguardo del titolare è critico non tanto per le indubbie capacità, quanto per la situazione generale:

Non arrivano molte donne qui. Suo marito approva che lei lavori?

Nonostante tutto Margaret riesce ad essere assunta e nei giorni liberi coltiva la sua passione, la pittura, realizzando ritratti per pochi spiccioli alle feste o nei mercatini. E’ così che incontra quello che diverrà poi il suo secondo marito, Walter Keane. Un uomo che sin dalle prime si rivela manipolatore e lusinghiero.

Margaret lo sposa non perché innamorata ma solo per evitare problemi con l’ex marito, intenzionato a sottrarle la figlia per motivi di inadeguatezza rispetto al ruolo genitoriale (era inadeguato per una donna, negli anni 50, lavorare e condurre una vita non in coppia).

Se, negli anni Cinquanta, per una donna era complicato essere single e lavorare, lo era ancora di più occuparsi di arte e di pittura. Per poter vendere le sue opere (improvvisamente balzate alla cronaca per via di un interessamento da parte di importanti star dell’epoca) Walter inizierà ad attribuirsene la paternità. Quando Margaret comincerà a pretendere un riconoscimento Walter organizzerà un incontro con il suo gallerista per permettere alla moglie di parlare della sua arte (paragonata a quella della bambina.. “perché sono tutti artisti nella famiglia Keane”, dirà Walter al suo interlocutore).

Sarà una battaglia lunga, che passerà anche per tribunali, quella che la porterà a riappropriarsi della sua opera, dei suoi quadri..e del suo nome. Sarà una battaglia difficilissima primo fra tutti perché porterà una donna, da sola, a scontrarsi con una società particolarmente complicata che non fa sconti soprattutto alle donne. Guardare questo film produce molte riflessioni, anche rispetto alla società contemporanea: Cosa è cambiato per le donne?

L’arte firmata da donne non vende. E poi qua c’è scritto: “Keane”… Tu sei Keane?

Sono ancora viva. Voci di donne che hanno detto basta alla violenza

11358679_10206153789637277_1719564780_n

Sono ancora viva, testo pubblicato alla fine dello scorso anno e curato dalle giornaliste Chiara Brilli e Elena Guidieri, è come prima cosa un’affermazione di riscatto e di dignità. Si tratta di un’antologia di storie di donne che sono riuscite ad uscire da una condizione di violenza – fisica, psicologica, sessuale, economica – inflitta dai partner. Una sorta di racconto corale nel quale possono ravvisarsi molti tratti comuni a tantissime storie di violenza e perciò particolarmente utili a chi, ancora, vi si trova invischiata. Utile per capire, per trovare sostegno, per realizzare  che ciò che sembra capitarci in prima persona non è in realtà una nostra prerogativa ma, purtroppo, una consuetudine che accade a molte. Utile come primo passo per realizzare di avere un problema e correre ai ripari.

Ci sono, in commercio, moltissimi volumi che affrontano la questione “violenza di genere”. Molti sono prettamente teorici e specialistici, destinati ad un pubblico di operatori; tanti altri trattano i fatti di cronaca più efferati, nella maggioranza dei casi conclusi tragicamente. Il volume di Chiara ed Elena, invece, pone il proprio focus sulle donne vive. Essere vive, urlare al mondo di essere riuscite ad attraversare un uragano non è esattamente una cosa banale, se si leggono le storie. Come quella di Giulia, che si trova a combattere contro un uomo violento e possessivo proprio durante il periodo della gravidanza. O come quella di Chiara, che una sera si ritrova le mani del suo compagno intorno al collo e lì capisce che sarebbe dovuta fuggire per sempre dal suo aggressore. O come quella di Rosina, che intraprende una relazione extraconiugale e che per questa ragione sarà costretta a perdere tutto: la dignità, i suoi figli, la sua vita.

Il testo si articola in modo dinamico: le domande poste alle donne intervistate rispondono bene alle esigenze del volume; il lettore è condotto all’interno di ogni singola storia in modo puntuale, preciso. Gli interrogativi posti, inoltre, tengono conto delle tecniche di colloquio generalmente adoperate in un contesto come e quello della consulenza (Bernianamente corrispondono alle tecniche di colloquio applicate dall’Analisi Transazionale: con le domande si esorta alla chiarificazione, si chiede una confrontazione, si approfondisce un aspetto con una specificazione…) e permettono alle intervistate di raccontarsi pienamente.

Dall’analisi delle storie emergono alcuni tratti comuni che la letteratura specialistica  ha definito come “fattori scatenanti” il fenomeno della violenza domestica: il più rilevante è quello relativo alla gravidanza: i dati e le dichiarazioni raccolte dalle denuncianti sottolineano come spesso si assista ad una escalation di violenza proprio in seguito alla notizia di aspettare un bebè. Un altro aspetto importante riguarda il fatto che le autrici indagano anche le tante debolezze del sistema italiano a protezione della vittima: uomini che patteggiano pene gravi, carabinieri e poliziotti che “consigliano” alle vittime di non denunciare per non rovinare la reputazione del partner, donne che si sentono abbandonate dal sistema che dovrebbe proteggerle e aiutarle, anche nella gestione delle piccole faccende quotidiane (che in situazioni così complesse diventano macigni).

Sono ancora viva è un urlo liberatorio delle donne che faticosamente sono uscite o tentano di uscire dal momento più buio della loro esistenza e, insieme, un grido di speranza per coloro che ancora, stanno cercando la forza di reagire.