Elogio delle donne non vittime

Negli ultimi venti mesi, molti dei miei contatti Facebook (alcuni amici anche nella vita reale, altri solo in quella virtuale) hanno continuato a tenere alta l’attenzione sul caso Silvia Romano postando foto della giovane –  immagini normali di una ragazza sorridente, con i bambini e le bambine che aveva scelto di aiutare, con gli abiti tradizionali africani – e chiedendone la liberazione.

Quando la notizia è arrivata, sabato scorso, la rete è stata invasa, ancora una volta, dalle sue foto – sempre quelle – unite questa volta a messaggi festosi che ne celebravano la liberazione.

Appena si sono diffuse le prime notizie, le prime immagini “rubate” a seguito dell’azione delle forze armate, qualcosa ha iniziato a cambiare. Ancor prima della questione economica (su cui ancora oggi non c’è assoluta chiarezza), il focus è stato sulla sua immagine. Una donna cambiata (rapita ventitreenne, la ritroviamo venticinquenne), forse un po’ ingrassata, col viso segnato ma sorridente, con addosso una lunga veste verde.

L’atteggiamento della maggior parte delle persone, anche di chi, inizialmente ha accolto con entusiasmo la notizia del ritorno a casa della cooperante milanese, è cambiata.

Seguire questo rapido cambio di prospettiva nei confronti della vicenda mi ha portato alla mente altri avvenimenti analoghi, come quello di altre due coppie di cooperanti, Simona Torretta e Simona Pari (sequestrate a Baghdad nel settembre 2004) e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, (rapite l’1 agosto 2014 in Siria). Anche nei loro confronti, al ritorno in Italia, si scatenarono gli haters sostenuti da una certa stampa che le accusava di vari “crimini” (essersela cercata, essere nemiche dell’Italia etc…).

Ho cominciato così a decostruire le numerose polemiche cercando di arrivare all’origine del problema.

L’accento sugli aspetti economici sono a mio modo di vedere solo uno specchietto per allodole. Sono molti gli uomini per cui lo Stato ha pagato un riscatto (dai celebri Marò ad altri cooperanti, come Francesco Azzarà, rapito nel 2011).

Ricordate il caso di Francesco? Ricordate altri casi di cooperanti (uomini), sequestrati e successivamente liberati?

E’ una domanda che mi sono posta in prima persona e a cui ho risposto negativamente.  Credo che pochi si ricordino di loro perché, al loro rientro, le polemiche sono state scarse o addirittura non si sono verificate.

Ho supposto così che il problema nei confronti di Silvia Romano (e più in generale delle altre cooperanti) non riguardi tanto i soldi o il modo in cui sono riuscite a sopravvivere all’evento (appigliandosi alla fede o all’umanizzazione dei propri aguzzini). Credo che il problema sia un altro.

Silvia, Simona e Simona sono donne che hanno subito un’aggressione perché hanno trasgredito la regola base della società patriarcale: la libertà è un privilegio maschile e,  se una donna decide di volerlo conquistare, lo farà a proprio rischio e pericolo.

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(fonte: vitatrentina.it)

Essere una cooperante significa recarsi in luoghi di per sé pericolosi, significa abbandonare la casa e gli ambienti “protetti” che per tradizione sono appannaggio delle donne.

Se, per qualsiasi motivo, la trasgressione alla norma  ha un finale negativo (come ad esempio un rapimento), esso si paga con la vergogna, la gogna sulla pubblica piazza.

Silvia racconta di essere stata forte, di non aver subito particolari angherie (al netto di aver attraversato il confine tra Kenya e Somalia a piedi, camminando 10 ore al giorno e probabilmente altri fatti che ha scelto di non raccontare), di essersi convertita. E’ sorridente e sta bene; probabilmente tornerà ad aiutare i bambini e le bambine  di paesi in difficoltà. Silvia è una sopravvissuta (non ha caso ha scelto di chiamarsi Aisha, che vuol dire “vivente”), ma non porta su di sé lo stigma e la vergogna di quanto vissuto.

Non è tornata cospargendosi il capo di cenere, facendo “mea culpa” e scusandosi per aver cercato di conquistare una libertà che non appartiene al suo genere.

Certi avvenimenti, come quello subito dalla giovane cooperante, costituiscono nell’immaginario comune un trauma e si presume che ogni donna reagisca allo stesso modo: col silenzio, con la vergogna, al limite scusandosi.

E’ ciò che ci racconta Virginie Despentes, regista e scrittrice francese, nel suo The king kong Theory, a proposito dello stupro, trauma femminile per eccellenza:

“(…) il punto è che finché non viene chiamata per nome, l’aggressione perde la sua specificità, può essere confusa con altri tipi (…). Questa strategia della miopia ha la sua utilità. Perché dal momento che chiamiamo il nostro stupro “stupro”, è tutto il sistema di controllo sulle donne che si mette in moto: vuoi davvero che si sappia quello che è successo? vuoi che tutti ti vedano come una donna a cui è successo? E comunque, come puoi esserne uscita vita, senza essere una tro*a fatta e finita? Una donna che tenga alla propria dignità avrebbe preferito farsi ammazzare. La mia sopravvivenza è di per sé una prova ai miei danni.” (p.33)

A ben vedere, credo che le reazioni di odio scatenate dalla sola immagine di Silvia Romano vadano ricercate qui, alle origini del sistema di controllo patriarcale sulle donne. E’ il fatto che non sia tornata come vittima, ma come donna che a testa alta racconta quanto vissuto e – guarda un po’ – ricostruisce una storia certamente dura ma senza quei tratti (violenze, angherie, stupri..) che l’avrebbero ricollocata nell’unico ruolo che ci si aspetta una donna possa ricoprire.

Volevano che Silvia fosse una vittima, invece è tornata Aisha.

 

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(fonte: corriere.it)

Alessia Dulbecco

Piccolo decalogo per genitori affidabili (e per figl* felici)✨

buongiorno a tutt*!

Oggi ricomincia la scuola, qui in Toscana! Mentre immagino bambin* eccitati – felici di cominciare un percorso o riprendere quello interrotto – genitori in ansia per la ri-organizzazione della vita famigliare (“oggi mangi a scuola? Ma dopo hai judo? Viene a prenderti la nonna…”) ho pensato a qualche suggerimento che tutti i genitori possono adottare; un prontuario da leggere, ricordare e ricordarsi…

👩🏻‍🏫scuola è sinonimo di crescita: anche se ti costa molto, impara poco per volta ad allentare la presa. Goditi lo sviluppo del tuo bambino che passerà dal chiederti tutto (fare lo zaino, preparare i vestiti, uscire di casa…) al volerlo fare da sé. Non ti sta mettendo da parte, ma ha bisogno di diventare “competente”. sostienilo in questo processo bellissimo!

📈soprattutto all’inizio, non andare in ansia per il suo rendimento. Ogni bambin* ha tempi diversi. Ascoltali, e rispettali.

🤾🏻‍♂️🤸🏻‍♀️lo sport è importante,ma non imporlo! Sceglietelo assieme e, se non è convint*, non farlo continuare a tutti i costi. Magari ne troverà un altro di suo gusto, senza sforzi.

🤹🏼‍♂️🎼piscina, teatro musica, danza.. ogni bambin* ha bisogno di tempo libero! Non occupare ogni singolo momento della sua giornata. I bambin* (di tutte le età!) devono poter giocare e si, in alcuni momenti, anche sperimentare la noia.

💭se ritieni che tuo figl* abbia bisogno di un aiuto, cerca il/la professionista che meglio risponde alle sue necessità. Ma ricordati che niente potrà sostituire il tuo ruolo di mamma o babbo.

🌱il rendimento di tuo figl* dipende anche dall’ambiente in cui cresce. Farlo assistere a litigate, dargli poco tempo, non farlo sentire amato hanno effetti negativi…ricordalo!

❗️presta attenzione ai cambiamenti: un trasloco, un lutto, un fratellino in arrivo. Sono eventi che tuo figl* comprende, non pensare che “è troppo piccolo!” Presta attenzione, aiutalo a capire e sostienilo!

🧾non puoi tenere sotto controllo tutto. Capiterà di perdere una lezione di chitarra, far tardi al mattino. Ciò che conta è che siano eccezioni, non la regola.

❣️fa si che si senta amat*, sempre, non solo se porta a casa il 9 di matematica. Niente come l’autostima porta a risultati concreti. Gli insegnerai che l’amore non si baratta per un voto, un successo. Si ama, punto.

👩‍👧‍👦👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧👪👨‍👨‍👧‍👦 non è vero che “siamo tutti genitori”. Biologicamente, certo, ma non sempre sappiamo fare la scelta giusta o sappiamo rispondere correttamente a questo compito. E ciò non deve farci sentire meno adatti, sbagliati, perdenti. Se hai bisogno, fatti aiutare, sempre!🙏

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

Di imperfezioni ed autenticità 

Uno degli elementi con cui mi capita di scontrarmi maggiormente, lavorando con le donne che si recano da me in studio, è proprio il tema della perfezione.

Madri che non si sentono in grado di gestire qualsiasi tipo di imprevisto o criticità dei propri figl*, donne che sentono di dover mantenere un certo livello di performance sul lavoro, pena la perdita del loro riconoscimento da parte dei colleghi. Donne che nella relazione di coppia non prevedono la possibilità che il partner le veda (anche) per ciò che sono o possono essere, a volte: fragili, insicure, non al top sul piano fisico.

Quello che osservo è che spesso si tratta di una  richiesta sociale a cui le donne aderiscono quasi inconsapevolmente e rispetto alla quale, però, fanno immensa fatica a distaccarsi. Come pensare possa essere diversamente, infatti: già a partire dalla nostra nascita siamo orientate a dare il massimo. Ci insegnano ad essere perfettamente operative e ‘responsive’ sotto qualsiasi aspetto (il piano fisico, quello scolastico, quello delle relazioni, quello delle attività extra scolastiche e così via…).

Liberarsi dal senso di performance è uno degli elementi su cui le donne mi chiedono, il più delle volte, di lavorare. Non ci sono ricette valevoli per tutte, ovviamente, ma uno degli esercizi che trovo più potenti rimane proprio quello di andare alla ricerca delle proprie imperfezioni provando a guardarle con occhi diversi: non come ciò che ci impedisce di essere amate o riconosciute dagli altri (“se fossi una buona madre..”, “se fossi più magra…”, “se sul lavoro non fossi così rigida…”) ma come aspetto che fanno di noi ciò che siamo, la nostra autenticità.

Anche su questi aspetti è incentrato il minicorso Donne in rinascita e, come avevo già accennato, la sua realizzazione è avvenuta proprio grazie al confronto con le tante donne che hanno lavorato con me. Un corso per chi ha poco tempo ma le necessità o la voglia di guardarsi diversamente. Ti accompagno – come scrive anche la mia fantastica super coach che ne ha parlato qui – per rimetterti in discussione. Per aiutarti a dirti tutto ciò che hai in sospeso e, quindi, a ripartire. È un corso veloce e ad un prezzo super (si tratta del mio primo corso online!): se fa al caso tuo ti consiglio di iscriverti 🙂

E tu, su quali aspetti senti di non voler più raggiungere la perfezione ma la felicità?

Scrivimi o lascia il tuo commento qui o sulla pagina fb! Ti aspetto!

 

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Di bellezza e umanità

Buongiorno a tutt*!

Ricomincio oggi – e spero di poter continuare con regolarità – a produrre qualche articolo per il blog. A partire dalla scorsa primavera, complici diversi nuovi impegni professionali, ho ridotto di molto la scrittura che ho poi definitivamente interrotto nel corso di questi ultimi mesi.

In questi ultimi giorni di agosto mi sono dedicata alla programmazione delle news sulla pagina (il mio obiettivo sarà qullo di darvi il buongiorno con una delle “educationquote”: aforismi, frasi, citazioni sui temi che caratterizzano il mio lavoro, il counselling e la pedagogia) e per questo vi invito a seguirla. La comunicazione sulla pagina infatti è più semplice ed agevole anche per scambi veloci, riflessioni o richieste.

Gli articoli sul blog, invece, avranno – di volta in volta- un contenuto diaristico  o prettamente professionale. Lo scopo sarà, quindi, quello di produrre riflessioni sul mio lavoro allo scopo di coinvolgervi e provare a farvi capire “cosa si cela” dietro la dimensione professionale oppure – sulla base delle vostre richieste – realizzare brevi articoli sugli interventi professionali che svolgo (sostegno alla genitorialità, apprendimenti & DSA, counselling…). Se siete interessat* ad approfondire determinati argomenti vi invito fin da subito a contattarmi 🙂

Oggi vorrei partire da una specie di cortocircuito che mi è balzato in testa l’altro ieri. Stavo guardando su un sito di news alcune notizie, quelle principali, che ruotano attorno a due macro-argomenti: i bombardamenti ad Aleppo e le Olimpiadi. Mi sono messa a leggere, in particolare, qualche notizia in più su Omran, il bambino di cinque anni la cui foto ha letteralmente fatto il giro del mondo dopo essere stato salvato e messo al sicuro su un’ambulanza. Sporco, insanguinato, coperto della polvere dei calcinacci…solo. Uno sguardo che difficilmente scorderò, quello della disperazione inconsapevole.

Poi un’altra notizia mi ha catturato ed è quella relativa a Abbey D’Agostino e Nikki Hamblin le due atlete che cadono rovinosamente durante la batteria dei 5000. Una delle due rovina a terra e fa fatica a rialzarsi, è dolorante, e l’altra – che si era ristabilita con più facilità, decide di aspettarla, aiutarla a rialzarsi e ripartire assieme. Una bella immagine che la dice lunga sulla forza femminile, sul coraggio, sul gioco di squadra e sull’empatia.

Ecco, si tratta di due notizie assolutamente slegate – che ho ascoltato, letto, lasciato sedimentare.

Non so perché – o anzi si, forse lo so – ma ieri mi sono tornate alla mente entrambe le notizie, come un cortocircuito immediato.

Ieri, al lavoro, abbiamo fatto l’accoglienza in emergenza di una donna – straniera, completamente priva di una conoscenza minima di italiano – e la sua bambina di quattro anni. Uno scricciolo con due occhi neri enormi che squadravano me e la collega con enorme sospetto. Per parlare con la mamma ci siamo avvalse di una traduttrice, la bambina ovviamente capiva tutto perché anche lei come la donna parlava solo la sua lingua di origine. Spostarla nella stanza giochi sarebbe stato ancora peggio: la bambina non si è mai staccata dalla gonna della mamma, collocata di sbieco sempre un pochino dietro di lei a far capolino solo coi grandi occhi.

I suoi occhi, la sua espressione triste e distante mi ha ricordato Omran: una disperazione inconsapevole per aver vissuto quattro dei suoi quattro anni nel brutto, nel non amore, segregata insieme alla mamma. I volti nuovi degli ultimi dieci giorni della sua vita, i tanti spostamenti, le tante case cambiate – camere di albergo, di amic*, fino ad approdare alla nostra struttura – devono averla catapultata in un mondo ancora più difficile, più pauroso, sicuramente incomprensibile.

Appena entrate nella nostra struttura le ragazze già presenti si sono prodigate immediatamente: chi cominciava a cercare negli armadi la biancheria per i letti, chi nella dispensa il cibo da dare alla nuova ospite. Una di loro, nordafricana con un’ottima padronanza dell’italiano, mi ha regalato un’immagine bellissima: ha preso la nuova ragazza sotto braccio e l’ha portata in giro per la casa illustrandole tutto, cercando di farsi capire a gesti. Ho ripensato a quella forza delle donne che i notiziari avevano individuato nel gesto delle due atlete e non ho colto molte differenze con il gesto delle due ragazze in struttura: una delle due – quella meno in difficoltà – che aiutava l’altra a rialzarsi e, in  primis, a ritrovare fiducia negli esseri umani.

La bellezza del mio lavoro è nell’umanità che si incontra.

 

(foto: web)

Maschi oltre la forza

Uno degli aspetti migliori del partecipare ad un corso formativo è la possibilità di ricevere interessanti suggerimenti di lettura. Al corso di formazione del CAM – centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze – mi sono imbattuta in questo volume. Si tratta di un libro che raccoglie alcune riflessioni nate grazie alla creazione del gruppo “maschi contemporanei”. L’autore – come si legge nell’introduzione – ha cominciato ad interrogarsi intorno ai temi che riguardano il maschile, la mascolinità e la sua contestualizzazione a livello sociale un po’ per caso, ad una cena con amici. Da qui è nata l’idea di racchiudere, passo dopo passo, queste considerazioni in un volume. E’ un testo che si può leggere cominciando dalla prima fino all’ultima pagina, oppure si può aprire a caso e selezionare una delle riflessioni, racchiuse in quattro macrosezioni, ognuna declinata in quattro sfere specifiche. Ha il pregio di favorire un continuo dialogo con gli uomini poiché parte  proprio da una prospettiva maschile quindi – forse – più semplice da “digerire”. il volume invita alla riflessione costante attorno a quelle tematiche intorno alle quali gli uomini hanno il dovere di interrogarsi: la mascolinità, l’uso della forza, la paura di esprimere le proprie emozioni, l’affettività distorta che molti sembrano coltivare grazie a convinzioni personali che vanno ad innestarsi su luoghi comuni :

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Forse alcune considerazioni sono un po’ desuete, forse alcune si basano su stereotipi (come la n.50 che recita “le donne sono più avanti di noi, sanno affrontare con più leggerezza la fine di un amore..”) ma è un libro che sento di consigliare. Agli uomini, soprattutto – perché a loro in particolare si rivolge – ma anche alle donne. Perché come ricorda l’autore solo quando nessuna delle parti si sentirà esclusa dalle riflessioni attorno al rapporto tra i generi, attorno ai cambiamenti sociali imposti a uomini e donne, al grande tema del femminicidio e della violenza, sarà possibile, autenticamente, produrre autentico un cambiamento sociale.

 

Alessia Dulbecco

puoi seguirmi su www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

A vent’anni dalla legge 66/96

Non so cosa avrei immaginato di ascoltare al convegno organizzato da Artemisia lo scorso lunedì, 15 febbraio, a Firenze. Come chiarito dal titolo, ogni intervento si è prefisso lo scopo di indagare l’impatto che il nostro sistema giudiziario ha rispetto alla cura e all’accoglienza di donne e minori che hanno subito una violenza sessuale.

Già, perché in Italia, fino al ’96, essa non era considerata un reato contro la persona. Come a dire che della vittima importava poco. L’unica cosa che si andava ad indagare e  punire era l’impatto della violenza rispetto alla morale pubblica.

A distanza di vent’anni dall’introduzione di questa legge ci ritroviamo ancora in una realtà drammatica. Come hanno illustrato bene i relatori -la Dr.ssa Barni della Regione Toscana, la Dr.ssa Gloria Soavi del Cismai, Titti Carrano, Presidente della rete nazionale dei Cav – oggi si conoscono molti elementi importanti, ad esempio i danni che l’impatto con una violenza di tipo sessuale produce sul Sistema Nervoso Centrale (una sorta di disabilità permanente), sa – attraverso gli studi criminologici sui cosiddetti sex offender – che i predatori sessuali scelgono con cura le proprie vittime selezionando solo quelle vulnerabili (per motivi sociali, economici, personali…), si dispone di tutti gli elementi per poter favorire una presa in carico migliore ma…sta di fatto che tutto ciò non si verifica. In particolare le relatrici hanno posto l’attenzione sulla cultura dello stupro: si delegittimizza la vittima, si sottovaluta il problema si legittima la violenza attraverso una serie di azioni – dirette ed indirette – come ad esempio gli schemi di narrazione usati dai media o in sede  processuale.

Entrando poi nel dettaglio, gli altr* relator* presenti hanno focalizzato l’attenzione su due elementi: la vittima- donna e la vittima- minore.

Rispetto alle donne ancora molto c’è da fare rispetto al gratuito patrocinio (pratica svilita dallo stesso impianto Statale, come a dire che chi sceglie questo canale parte già svantaggiato) e la procedibilità (spesso le donne non sono messe a conoscenza del fatto che vi è la possibilità di usufruire di un tempo più dilatato – sei mesi – per decidere se denunciare).

Rispetto ai bambin* dobbiamo anzitutto ricordare che loro possono essere al centro di tre sistemi giudiziari. Il tribunale, di solito, sospende la terapia a cui il minore ha diritto prima del contatto con il CTU. Ciò significa che il bambin* si troverà a dover affrontare tutto da sol*.

Un ringraziamento particolare, in conclusione, mi sento di esprimere alla Avvocata Paola Di Nicola (autrice del volume Sul pregiudizio di genere in magistratura) poiché ha rimarcato la necessità di un’attenzione quotidiana e pubblica sugli interventi dell’autorità giudiziaria su questi temi. L’avvocata ha inoltre rimarcato un altro fatto importante: il pregiudizio è l’unica chiave di lettura di questo fenomeno sociale. La legge – a volte distorta, a volte limitata – ne è quindi una conseguenza. Per questo per  fare in modo che le cose cambino serve un adeguato cambio di prospettiva: è questo l’unico appiglio per cambiare una società ancora – troppo! – permeata da pregiudizi verso le donne e la loro (nostra) libertà.12596070_10207602724179735_1981148590_n

Dimmi quando (ma soprattutto: dimmi dove)

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Ebbene, capita ancora che un gruppo di giovani donne si trovi a sfilare e competere, in tv, per ambire al fantasmagorico titolo di Miss Italia.

Capita ancora che un giudice della serata proponga ancora la solita, retorica, domanda del “in che epoca storica avresti voluto vivere” (domanda che di solito io pongo a mia nipote, di anni 10, per provare a interrogarla in modo indiretto sperando di non farmi troppo notare).

Succede, ancora, che tra le giovani donne candidate-miss si propaghi il panico: forse si erano preparate tutte per rispondere alla domanda sulla pace e la fame nel mondo.  Risposte biascicate in un italiano improbabile. Costruzioni sintattiche deboli: anche mia nipote – si, sempre lei, quella di anni 10 – avrebbe fatto di meglio.

Ammetto di aver guardato questi 20 secondi di video con un’espressione tristemente consapevole. Mi aspettavo la retorica, ma questa volta ci ho trovato un bel mucchietto di stereotipi. Sì, quelli triti e ritriti che vogliono la donna come passiva e inerme. Quelli per i quali sarebbe stato tanto bello vivere nel 1942 perché tanto in quanto donna “non avrei fatto il militare”. Magari non avresti fatto il militare ma ti saresti fatta un culo così, cara mia. Probabilmente non hai nonne o bisnonne (data la tua giovane età) a cui chiedere come era, esattamente, vivere in quegli anni, tra figli da crescere da sole, paura per stupri e aggressioni sempre dietro l’angolo, poco cibo e piogge di bombe sulla testa. “sui libri ci sono pagine e pagine”, è vero, ma forse tu non le hai lette con precisione. Le donne c’erano, durante la guerra e anche dopo, come partigiane, c’erano eccome. E hanno avuto un ruolo attivo anche senza indossare l’uniforme o trovarsi al fronte.

Sarebbe stato bello trovarsi davanti una donna competente: avrebbe potuto ribaltare la domanda e sostituire un “quando” con un “dove”. A me, per esempio, piacerebbe vivere in un posto dove alle donne sia concesso qualcosa di più del semplice “ruolo di rappresentanza”. In un paese dove si realizzino azioni concrete per contrastare bullismo, omofobia e femminicidio. Un paese dove siano garantiti i diritti civili a tutt*, indistintamente dai propri gusti sessuali, ad esempio.

Mi spiace che sia questa l’immagine che ancora si cerca di attribuire alle donne. Approssimative e retoriche. Vi prego, ragazze, proviamo a smantellare i luoghi comuni. Che voi ci crediate o no, non siamo tutte così.

A cosa pensi quando dici “thailandese”?

“Riconosciamolo: quando diciamo thailandese, pensiamo a una prostituta”, dice Aldo Cazzullo.Strano. 

Io quando dico thailandese penso alla cucina.

L’articolo prosegue sottolineando il grosso “balzo in avanti”delle donne di Bangkok:la percentuale deg* student* universitar* (il65%) sono donne. 
“E non credete alle costruzioni intellettuali degli etnologi che discettano di matriarcato ancestrale – prosegue Cazzullo – nel Sud-Est asiatico, proprio come in ogni parte del mondo, le donne per millenni sono state considerate inferiori agli uomini; e se una donna in famiglia comandava, era grazie al suo talento, alla sua personalità, al suo lavoro, e alla sua capacità di farsi concava e convessa, di guidare la danza lasciando all’uomo l’impressione di essere guidata, come nel tango”. 

Il problema è proprio qui, sul concetto di visibilità. Alle donne mancava (e in molti caso continua a mancare, in Thailandia come in altre mille parti del mondo, inclusa casa nostra) il riconoscimento, che coincide poi con la capacità di ricoprire un ruolo avendo il diritto di farlo. Il fatto che la percentuale di donne che studia sia in aumento è un dato positivo, ma attualmente irrilevante. Per poter dare rilevanza a questo dato è essenziale che si cominci a pensare alle Thailandesi come donne, come studentesse… e non come prostitute.

http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2015/08/23/il-balzo-in-avanti-delle-donne-orientali/?refresh_ce-cp

Big Eyes

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Chi segue il blog sa che spesso recensisco volumi che possono essere utili a chi come me si occupa di counselling e pedagogia o questioni di genere. Libri che hanno lo scopo di ampliare le conoscenze, approfondire determinate tematiche, farsi un’idea su specifiche situazioni. A volte però anche i film possono dar vita a riflessioni in campo pedagogico.

E’ il caso di Big Eyes, film del 2014 diretto da Tim Burton con  Amy Adams e Christoph Waltz.  E’ la storia di  Margaret Keane, pittrice degli anni cinquanta e sessanta e della sua strana esistenza. Strana e rivoluzionaria.

Gli anni ’50 erano un’epoca meravigliosa se eri un uomo. Sono Dick Nolan e di mestiere invento cose: sono un giornalista. Questa è la storia più strana di cui abbia mai scritto. Incominciò il giorno in cui Margaret Ulbrich lasciò il suo soffocante marito. Molto prima che lasciare mariti diventasse di moda.

Mentre la voce fuori campo pronuncia queste parole le immagini non lasciano scampo all’immaginazione: Margaret fa i bagagli, prende per mano sua figlia e, insieme, scappano in auto. A San Francisco Margaret trova lavoro in una fabbrica di mobili, come decoratrice. Anche questo è un passaggio molto importante del film: Margaret si reca al colloquio portando con se un portfolio dei suoi migliori lavori pittorici. Lo sguardo del titolare è critico non tanto per le indubbie capacità, quanto per la situazione generale:

Non arrivano molte donne qui. Suo marito approva che lei lavori?

Nonostante tutto Margaret riesce ad essere assunta e nei giorni liberi coltiva la sua passione, la pittura, realizzando ritratti per pochi spiccioli alle feste o nei mercatini. E’ così che incontra quello che diverrà poi il suo secondo marito, Walter Keane. Un uomo che sin dalle prime si rivela manipolatore e lusinghiero.

Margaret lo sposa non perché innamorata ma solo per evitare problemi con l’ex marito, intenzionato a sottrarle la figlia per motivi di inadeguatezza rispetto al ruolo genitoriale (era inadeguato per una donna, negli anni 50, lavorare e condurre una vita non in coppia).

Se, negli anni Cinquanta, per una donna era complicato essere single e lavorare, lo era ancora di più occuparsi di arte e di pittura. Per poter vendere le sue opere (improvvisamente balzate alla cronaca per via di un interessamento da parte di importanti star dell’epoca) Walter inizierà ad attribuirsene la paternità. Quando Margaret comincerà a pretendere un riconoscimento Walter organizzerà un incontro con il suo gallerista per permettere alla moglie di parlare della sua arte (paragonata a quella della bambina.. “perché sono tutti artisti nella famiglia Keane”, dirà Walter al suo interlocutore).

Sarà una battaglia lunga, che passerà anche per tribunali, quella che la porterà a riappropriarsi della sua opera, dei suoi quadri..e del suo nome. Sarà una battaglia difficilissima primo fra tutti perché porterà una donna, da sola, a scontrarsi con una società particolarmente complicata che non fa sconti soprattutto alle donne. Guardare questo film produce molte riflessioni, anche rispetto alla società contemporanea: Cosa è cambiato per le donne?

L’arte firmata da donne non vende. E poi qua c’è scritto: “Keane”… Tu sei Keane?