Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano

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Giulia (acronimo di Giornaliste Italiane Unite Libere Indipendenti Autonome) è una libera associazione di donne giornaliste il cui intento è difendere la democrazia e la libertà di informazione (che ha nell’articolo 21 della Costituzione uno dei suoi capisaldi). Come si può leggere nella presentazione sulla pagina di Facebook La sua mission, dunque, consiste nel promuovere l’uguaglianza dei generi nella società con particolare attenzione al mondo del giornalismo, difendere l’immagine.

Pochi giorni fa hanno reso disponibile, in formato pdf gratuito, un libello (scaricabile qui) dal titolo Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano. E’ una guida destinata principalmente alle giornaliste e ai giornaliste poiché, all’intorno delle quaranta pagine, si cerca di capire qual è il linguaggio usato dalla stampa per descrivere le donne e si realizzano alcune proposte operative concrete “utili a far superare dubbi e perplessità circa l’adozione del genere femminile per i nomi professionali e istituzionali”.

Il testo vuole mettere in luce la responsabilità dei media come principale canale di conoscenza e trasmissione dei fenomeni sociali. Se è vero che “ciò che non si dice non esiste” allora continuare a non voler utilizzare una terminologia adeguata per descrivere il cambiamenti che hanno investito soprattutto il genere femminile (in termini di conquista di una nuova autonomia, di una nuova presenza a livello professionale in settori che in passato erano esclusivamente a dominio maschile) significa negare l’esistenza di questo cambiamento. La discriminazione di genere porta le donne in una condizione di svantaggio sia in campo lavorativo che in quelli sociale,economico o familiare. A livello linguistico la discriminazione, quindi, si manifesta anche mediante l’azione dei giornalisti che ancora descrivono un mondo declinato al maschile. L’autrice descrive una serie di episodi utili a descrivere questo fenomeno:

la donna può essere velina o casalinga, o anche una dottoressa, ma raramente un’architetta, una chirurga, un’architetta.

Oltre al problema della declinazione al femminile delle professioni (passaggio essenziale perché ciò illustra come il concetto di parità uomo donna sia stato, per troppo tempo, solo formale: ciò che si richiedeva, al contrario, era l’omologazione della donna al modello maschile) vi è anche il problema degli stereotipi: per quanto ancora una donna dovrà sentirsi descrivere come “una con gli attributi” per indicare il suo essere professionale, forte, che affronta a muso duro i problemi della vita?!

Nella parte centrale del testo sono riportati i titoli – tratti dai principali quotidiani italiani – per descrivere l’uso discriminatorio del linguaggio.

Alcuni esempi:

– molti titoli relativi a professioni o al mondo accademico (ingengere, professore ect) vengono usati al maschile

– quando un termine relativo ad un ruolo istituzionale importante viene declinato al femminile, è di solito per sminuire la protagonista o ridicolizzarla .

Il testo vuole mostrare anche come certe scelte linguistiche siano non solo possibili, ma auspicabili: ad esempio, quando Laura Boldrini è diventata Presidente della Camera dei Deputati il sito internet è stato aggiornato e “La presidente” è diventato il titolo dello spazio che racchiude il suo curriculum e la breve sintesi delle sue esperienze professionali.

Interessante è anche la descrizione delle nuove forme femminili, che vengono delineate attraverso il sostegno della grammatica italiana. Da ultimo, vengono posti una serie di quesiti che rispecchiano i dubbi più comuni: si dice avvocata o avvocatessa? e quando si nomina il cognomedi una donna bisogna mettere davanti l’articolo (la Cristoforetti, la Boschi, la Marchesini….) oppure no?

Il volume, nella sua semplicità, contribuisce a dare linee guida grammaticali precise rispetto al problema del riconoscimento linguistico delle donne nelle professioni e nel contesto sociale. Considerando la quantità di errori commessi dalla stampa italiana bisogna augurarsi che i giornalisti siano disposti a fare mea culpa – si, è possibile che voi non sappiate tuttomapropriotutto della grammatica italiana –  e a tenere una copia del volumetto sempre pronta sulla scrivania… perché è ora di aggiornarsi e, francamente, il termine avvocatessa proprio non si può più sentire.