La “giusta distanza” nel Counselling e l’Alleanza di Lavoro

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Come saprete da qualche tempo a questa parte porto avanti un progetto per conto di una Cooperativa toscana che si occupa prevalentemente di autismo e DSA. Settimana prossima incontrerò una nuova coppia genitoriale che ha richiesto di poter essere seguita per essere aiutata a “ri-centrarsi” e a “ri-scoprirsi”.

Al dì la dei dettagli, dei “tasselli del puzzle” che andremo via via costruendo con i due genitori, credo che ci sia un aspetto sul quale bisogna focalizzare l’attenzione. Per me si tratta quasi di un esercizio preparatorio: al di là del percorso che si farà, l’aspetto che non dovrà mai essere sottovalutato è il concetto di Alleanza di lavoro.

Si potrebbe, in maniera un po’ riduttiva, descriverla come quella sensazione di fiducia che si instaura tra il counsellor e l’utente che consente il buon esito dell’intervento. Mi sono interrogata più volte su questo elemento: quali sono gli elementi che la favoriscono?

  • l’assenza di giudizio: il counsellor si pone in un clima di profonda apertura col cliente che mai deve sentirsi giudicato (né con la comunicazione verbale né con quella non verbale!)
  • la possibilità di costruire un ambiente sereno: lo spazio che si crea quando l’utente decide di stipulare un contratto col counsellor dovrebbe essere il più possibile libero da pregiudizi e sereno. Ricordiamo che in AT la relazione di counselling dovrebbe costituire quello spazio e quel tempo necessari all’utente per darsi/ritrovare quei permessi che – per i più svariati motivi – ha smesso di fornirsi limitando le proprie potenzialità
  • il senso dell’okness: l’assunto di base dell’AT è che ognuno è ok. Ciò significa che ognuno ha capacità (di essere, di pensare, di veder riconosciuto il proprio punto di vista). Questo principio mi ha sempre ispirata molto. Vuol dire che non c’è superiorità tra le due figure, entrambe sono considerate importanti ed equamente rispettabili all’interno del processo di counselling.

Come fare a trasmettere tutti questi elementi che compongono l’alleanza di lavoro? e soprattutto: come si trasmettono fin dai primi minuti dell’incontro? Eh, si…perché l’alleanza si inizia a costruire subito, fin dai primi minuti del primo colloquio che, per sua natura, è il più difficile: può esserci un po’ di distanza, un po ‘ di titubanza  a parlare, ad esporsi…

Io mi sono data queste risposte:

  • accoglienza: segnalare il proprio interesse con la comunicazione non verbale (un bel sorriso “di apertura” del colloquio) permette di stabilire un primo contatto
  • operazioni terapeutiche “soft”: è facile nei primi momenti farsi prendere dalla voglia di aver chiaro il problema che spinge l’utente da noi e , di conseguenza, tartassarlo di domande. Le interrogazioni e i processi di chiarificazione, spiega Berne, servono all’interno del Counselling ma devono essere posti nel modo adeguato. Non devono essere percepiti come un’invadenza nella privacy. Nel primo incontro è corretto assecondare il sentire dell’Utente valutando passo dopo passo quanto “spingersi” all’interno delle questioni affrontate. Meglio avere un quadro ancora un po’ fumoso (ci saranno gli altri incontri per poterlo chiarire) che rischiare la nascita di una sensazione sgradevole nell’utente..che  potrebbe spingerlo a non venire più.
  • empatia; situarsi sul medesimo canale emotivo dell’utente saper cogliere le sfumature del suo racconto, sapersi fermare e dare spazio alle sue emozioni. Ricordiamoci che potrebbe essere anche la prima volta, per il nostro utente, a trovarsi a raccontare fatti privati ad una persona estranea…

In definitiva è il rispetto dei tempi e delle distanze la chiave di volta dell’intero sistema. Non può esserci alleanza senza rispetto…un po’ come insegna la storia della moderata distanza..ricordate cosa diceva Schopenhauer??
“Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati.
Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro.
Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali:
il freddo e il dolore.
Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”

(immagine reperita in rete)

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Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista

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Nel 2010 l’UDI – Unione Donne in Italia – ha lanciato la campagna “immagini amiche”. L’obiettivo era quello di rimarcare la necessità di rivedere la concezione del femminile, così come appare  nelle immagini pubblicitarie che spesso hanno un contenuto violento, misogino, sessista e svilente.

Con il loro lavoro, Serena Ballista e Judith Pinnock  hanno trasformato questi contenuti in un autentico strumento didattico. Il libro infatti raccoglie gli esiti di tre laboratori condotti in alcuni istituti superiori di Modena. Le attività vertono sull’analisi critica delle pubblicità e, di conseguenza, dell’immagine femminile.

Come sottolineano le due autrici nell’introduzione, il percorso da loro proposto prevede quattro passaggi:

– un primo incontro di sensibilizzazione alla Campagna e le sue finalità politico-culturali

– un secondo incontro assimilabile ad una sorta di lezione didattica  sul tema dello svelamento degli stereotipi di genere all’interno delle immagini

– un terzo incontro che vede  i ragazzi impegnarsi attivamente in un lavoro di analisi e catalogazione di immagini “amiche” e “nemiche”

-un ultimo incontro di presentazione alla classe dei lavori fatti dai singoli studenti.

Il volume è ricco e presenta numerose schede di approfondimento (solo per citarne una, quella relativa alla vicenda di  Franca Viola) che in un contesto didattico si risultano essere molto utili. L’obiettivo del progetto, oltre alla riflessione critica sugli stereotipi e le immagini del femmine nel mondo pubblicitario, è anche quello di fornire agl* studenti/esse nuovi elementi per una riflessione e una consapevolezza maggiore circa le conquiste femminili, sia storicamente che culturalmente.

Il testo riporta numerose immagini pubblicitarie: accanto a molte di esse si possono leggere i commenti degl* alunn* circa la loro pertinenza all’oggetto venduto o rispetto all’ideale femminile che contribuiscono a veicolare.

Questa didattica, realizzata in modo non direttivo grazie alla partecipazione attiva dei ragazz*,  ha il pregio di essere immediata e facilmente comprensibile. Nelle attività del secondo incontro, ad esempio, si possono trovare numerosi “giochi” che permettono agl* studenti/esse di capire quanto gli stereotipi siano ovunque e per questo assorbiti inconsciamente da chiunque.

Anche la catalogazione delle immagini proposta dal testo (immagini violente, nudi adeguati o no, corpo femminile come elemento essenziale o meno, immagini che mettono in scena il femminicidio, i ruoli tradizionali e i giochi…) fornisce numerosissimi spunti di riflessione.

In conclusione il lavoro di Serena e Judith è un testo utilissimo per tutt* i professionist* che operano in contesti scolastici ed extrascolastici in favore alla decostruzione di tutte quelle  immagini in cui il corpo femminile è usato impropriamente, svilito, violentato.

A corredo del volume sono raccolte alcune considerazioni su tematiche “calde” che da sempre afferiscono al femminile (il rapporto col potere, la mercificazione del corpo, gli stereotipi…).  Il senso del volume, a mio modo di vedere, è racchiuso nelle belle  parole di Serena:

“Don Ciotti dice che la cultura illumina le coscienze. Il nostro progetto, ad esempio, ha creato un vaccino nei giovani per difendersi da questa situazione”.