Di imperfezioni ed autenticità 

Uno degli elementi con cui mi capita di scontrarmi maggiormente, lavorando con le donne che si recano da me in studio, è proprio il tema della perfezione.

Madri che non si sentono in grado di gestire qualsiasi tipo di imprevisto o criticità dei propri figl*, donne che sentono di dover mantenere un certo livello di performance sul lavoro, pena la perdita del loro riconoscimento da parte dei colleghi. Donne che nella relazione di coppia non prevedono la possibilità che il partner le veda (anche) per ciò che sono o possono essere, a volte: fragili, insicure, non al top sul piano fisico.

Quello che osservo è che spesso si tratta di una  richiesta sociale a cui le donne aderiscono quasi inconsapevolmente e rispetto alla quale, però, fanno immensa fatica a distaccarsi. Come pensare possa essere diversamente, infatti: già a partire dalla nostra nascita siamo orientate a dare il massimo. Ci insegnano ad essere perfettamente operative e ‘responsive’ sotto qualsiasi aspetto (il piano fisico, quello scolastico, quello delle relazioni, quello delle attività extra scolastiche e così via…).

Liberarsi dal senso di performance è uno degli elementi su cui le donne mi chiedono, il più delle volte, di lavorare. Non ci sono ricette valevoli per tutte, ovviamente, ma uno degli esercizi che trovo più potenti rimane proprio quello di andare alla ricerca delle proprie imperfezioni provando a guardarle con occhi diversi: non come ciò che ci impedisce di essere amate o riconosciute dagli altri (“se fossi una buona madre..”, “se fossi più magra…”, “se sul lavoro non fossi così rigida…”) ma come aspetto che fanno di noi ciò che siamo, la nostra autenticità.

Anche su questi aspetti è incentrato il minicorso Donne in rinascita e, come avevo già accennato, la sua realizzazione è avvenuta proprio grazie al confronto con le tante donne che hanno lavorato con me. Un corso per chi ha poco tempo ma le necessità o la voglia di guardarsi diversamente. Ti accompagno – come scrive anche la mia fantastica super coach che ne ha parlato qui – per rimetterti in discussione. Per aiutarti a dirti tutto ciò che hai in sospeso e, quindi, a ripartire. È un corso veloce e ad un prezzo super (si tratta del mio primo corso online!): se fa al caso tuo ti consiglio di iscriverti 🙂

E tu, su quali aspetti senti di non voler più raggiungere la perfezione ma la felicità?

Scrivimi o lascia il tuo commento qui o sulla pagina fb! Ti aspetto!

 

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Disney insegna (ai grandi) il ruolo delle emozioni.

Buon inizio di settimana a tutt*!

Spero abbiate trascorso il weekend facendo cose belle e con le persone giuste. Io ho passato la serata di sabato al cinema (cosa che non capitava da un po’!) a guardare un film attesissimo, Inside Out di Disney – Pixar, insieme a mia sorella e ai miei due nipoti di 8 e 10 anni. Ho pensato di andare con loro per “testare” la reale afferrabilità di un cartone dal contenuto non troppo semplice. In realtà, mano mano che passavano i minuti, ho capito la reale portara del film: forse per la prima volta, Disney smette di occuparsi dei bambin* per rivolgersi, direttamente, agli adulti.

  
Inside Out è un film che tenta di spiegare concetti psicologici complessi attraverso rappresentazioni chiare e piacevoli. Il focus è sulla mente di Riley, una ragazzina di 11 anni che, finora, ha imparato a sperimentare prevalentemente emozioni felici e di gioia. Gioia è, appunto, colei che dirige il centro di controllo del suo cervello ed è soprattutto grazie a lei che ha costruito le aree delle personalità che attualmente la connotano a livello psicologico. L’isola della stupidera, che ha creato grazie ai momenti di gioco, l’isola dell’amicizia, l’isola della famiglia, l’isola dell’onestà. Il centro di controllo le permette, appunto, di controllare la sua esistenza di bambina. Accanto a Gioia ci sono le altre emozioni di base: Paura, di colore viola – che la preserva da possibili incidenti- Rabbia, di colore rosso – che vuole evitare che Riley subisca soprusi – Disgusto, di colore verde che ha un ruolo essenziale soprattutto nei confronti del cibo, e Tristezza, di colore blu, emozione che al momento ha sperimentato poco. 

Riley, alla’alba dei suoi 11 anni sperimenterà il cambiamento: dentro e fuori – Inside out, appunto. Il cambiamento esterno coincide con il trasferimento, imposto dalla famiglia, dal Minnesota a San Francisco. Quello interno è diretta espressione di quest’ultimo (sarà costretta a cimentarsi con nuove esperienze, con la nuova scuola, ad abbandonare la sua amica di sempre…) e di un altro, ben più profondo: l’arrivo della pubertà. Complice un problema all’interno dei tubi pneumatici che trasportano i ricordi (il film merita di essere visto solo per vedere rappresentati i ricordi, la memoria a lungo termine, i sogni, l’inconscio…)  Gioia si ritrova a dover soccorrere Tristezza e a lasciare il centro di comando con conseguenze nefaste: Riley non è più felice e, poco alla volta, in balìa delle altre emozioni, le sue isole della personalità crollano sotto il peso dei nuovi cambiamenti che la bambina nn riesce più a gestire.

Mentre Gioia con Tristezza cerca di rientrare al centro di controllo, aiutate da Bing Bong, l’amico immaginario ormai dimenticato, Riley comincerà a provare emozioni contrastanti, ad incupirsi mentre la sua personalità di bambina crolla inesorabilmente.

Senza svelarvi troppo – è un film che davvero consiglio di vedere! – posso dirvi che non sarà Gioia ad aiutare Riley ad impossessarsi di nuovo della sua vita, ma sarà Tristezza, che nelle ultime scene prenderà il posto di comando. Grazie al benefico influsso dell'”emozione blu” Riley costruirà una nuova personalità che questa volta apparirà integrata – quelle che una volta erano isole, infatti, si agglomerano in un’unica area – il centro di comando diventerà molto più complesso (a rappresentare la nuova complessità interiore della ragazzina) e le emozioni non saranno più di un unico colore ma acquisiranno le sfumature di tutte le emozioni di base. Come a dire: un ricordo connotato dalla gioia può avere un velo di tristezza e viceversa, Un’emozione di paura può celare della rabbia e via discorrendo.

È un film che riabilita le emozioni ed insegna, soprattutto a i genitori, a non avere paura di quel periodo complesso che prende il nome di pubertà. 

Se vi state apprestando ad attraversare coi vostr* figli questo periodo o se siete impegnati con professioni afferenti l’educativo andate a vederlo: gli spunti che potrà offrirvi per parlare con i giovan* di emozioni e cambiamento sono tantissimi!

Qui il trailer…. Non vi invoglia ad andare al cinema??