La vacca più bella del Trentino (sottotitolo: se questo è un giornalista)

trentino

Ok, sappiamo che il servizio pubblico non  brilla per l’offerta televisiva: programmi spesso scadenti, conduttori populisti (uno per tutti: il sempreverde Flavio Insinna…) ma oggi, davvero, ho scovato una perla. Una perla di cattivo giornalismo mista a quel becero sessismo che non guasta mai e che la nostra televisione non è ancora riuscita a sconfiggere.

Si tratta di un servizio del tg regionale, nello specifico del Trentino Alto Adige. L’argomento: il titolo di “vacca più bella del Trentino”, vinto dalla bovina Jolly.

Vi consiglio di guardarlo, per assaporarne i contenuti… Qui, il link:

La voce fuori campo esordisce con queste parole

alta, bruna alpina, generosa ed abbondante nelle forme 

mentre la telecamera, con un movimento dal basso verso l’alto (utilizzato dal linguaggio televisivo quando si vuole oggettivizzare il corpo della donna, come spiega bene Lorella Zanardo in molti articoli del suo blog) si sofferma sulle sì forme, ma quelle della giovane Erika, la contadina che nell’azienda paterna si prende cura di Jolly. L’inquadratura e la voce fuori campo fanno quasi pensare che la descrizione sia per la bella umana e non per la grande mucca che l’accompagna (i commenti, un po’ ironici, un po’ volgari, a corollario del video dimostrano che una grande varietà di utenti di Fb ha inteso la descrizione proprio in questo senso).

“Il titolo di “vacca più bella del trentino” se lo è guadagnato per doti innate” – racconta il giornalista – ma anche per le cure e le attenzioni che la giovane le ha dedicato tanto che

“Erika Brunel, 22 anni, insieme a Jolly, è riuscita a battere la concorrenza di più di 100 vacche da tutta la provincia

Quindi, chi era in gara…Erika o la mucca Jolly??!

Se la prima parte del filmato è dedicata a inquadrature e equivocabili e affermazioni dubbie, la seconda parte degenera in un bel cliché sessista.

Forse l’abito è indossato per l’occasione ma anche in stalla eleganza e sensualità non guastano

Devo ammettere che ho ascoltato questo passaggio più volte: temevo che fossero le mie orecchie a giocarmi brutti scherzi. “sensualità” e “eleganza” non guastano…in una stalla?? Allora da domani voglio vedere tutti i contadini delle campagne italiane spalare la merda e portare il fieno vestiti con abiti di gran classe e accessori di gusto. Basta con quell’orribile cappellaccio in paglia e il fazzoletto al collo, che fa tanto epoca garibaldina! ….chissà perché, sono quasi sicura che il giornalista non si riferisse a loro ma esclusivamente alle giovani che, un po’ controcorrente, decidono di intraprendere un mestiere faticoso – un po’ anacronistico se vogliamo – ma sicuramente a preponderanza maschile.

All’apparenza può sembrare un servizio mal riuscito, pieno di doppi sensi e “supercazzole” un po’ buffe, un po’ ironiche. E forse lo sarebbe, se dietro non ci fosse la tv pubblica. Confrontiamoci con altre emittenti di altri stati: un filmato come questo sarebbe ammissibile?

Perciò, mi chiedo: chi sono i giornalisti? persone pagate per cavalcare il sentire comune, per intralciare il lavoro di tant* professionist* che ogni giorno provano a far cambiare questo paese, portandolo ai “livelli evolutivi” degli altri? Persone che non si pongono problemi rispetto a come le persone comuni “leggeranno” i loro articoli, totalmente privi di una dimensione metacomunicativa.

Se l’intero palinsesto televisivo – di reti pubbliche e private, pubblicità compresa – dimostra che non c’è fine al peggio, i giornalisti sono la perfetta emanazione di questa, povera, televisione.

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Storie di ordinario sessismo

In due giorni, due episodi odiosi.

clio

Il primo: intervistato dai microfoni di radio2, Giovanni Veronesi, regista italiano famoso per manuale d’amore e genitori & figli, parla di Clio Zammatteo,  truccatrice e blogger, come di una “culona“.

Il secondo: durante la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente della Repubblica, Silvio Berlusconi (più in forma che mai…) incontra l’On. Rosi Bindi e,attraverso un solo scambio di battute riesce ad attaccarla pubblicamente. Questa l’infelice uscita di berlusconi:

 «Ho visto che ha versato lacrime di commozione, non ce lo aspettavamo da un uomo… pardon, da una donna, come Bindi, tante lacrime».

In due giorni, due storie di ordinario sessismo.

Cosa c’è di grave, in questi due episodi? Anzitutto il fatto che la denigrazione costante della donna (sempre e solo per il suo aspetto fisico) è ormai un fenomeno pervasivo e proviene da ogni settore: politico, sociale, culturale.

E’ vero, molti si indignano (basti pensare all’ondata di polemiche che ha suscitato in rete l’affermazione di Veronesi). Ma spesso l’indignazione nasce da un generico “non si parla così, ad una donna”: non c’è una riflessione autentica sui motivi per cui non si deve parlare così. non si condanna quell’affermazione in quanto sessista e lesiva della dignità (di una donna, perché a nessuno viene in mente di denigrare un uomo per la sua bruttezza).

L’indignazione, poi, è maggiore quando la persona colpita è una bella donna (e sfido chiunque a dire che Clio sia  brutta!): nei confronti di Rosi Bindi l’opinione pubblica si è mossa in maniera molto più soft (ricordiamo che già in passato l’onorevole era stata attaccata pubblicamente per il suo aspetto fisico, e sempre da Berlusconi.

La politica è responsabile nel modo in cui la donna è rappresentata (se bella e giovane è stupida e ricopre certi incarichi istituzionali solo per  meriti estetici/sessuali; se avanti con l’età o “brutta” che sia intelligente o no, non importa).

Anche il cinema ha le medesime responsabilità: come sono rappresentate le donne che compaiono nelle pellicole di Veronesi? Quali stereotipi le caratterizzano? Sono belle (spesso) e vivono storie d’amore romantiche e complicate.

Credo sia importante continuare a stigmatizzare comportamenti sessisti e provare a interrogarsi sui motivi per cui risulta sempre così importante giudicare una donna, a livello pubblico,  a partire dal suo aspetto fisico.  Io preferirei lasciare il gusto personale (“è bell*”, “mi piace”, “l* trovo sexy” etc…) alla sfera privata. Sarebbe bello per una donna essere valorizzata, anziché disprezzata. Sarebbe bello per una donna essere considerata per ciò che è, anziché per il modo in cui appare.

Sexy e vincente

POOL - PRESENTAZIONE FERRARI SF15-T  - © FERRARI MEDIA

Poco dopo le 20, qualche sera fa: il giornalista del solito telegiornale manda in onda un servizio sulla nuova Ferrari. E’ stato presentato il nuovo modello che lotterà per aggiudicarsi il Mondiale.

Fin qui, nulla di strano. Ascolto l’intero servizio (purtroppo non saprei recuperarlo, però posso suggerirvi di leggere qui, tanto il contenuto è lo stesso) e l’intervista al team principal, Maurizio Arrivabene

Guardiamo a quella dell’anno scorso (la precedente monoposto), era brutta e perdeva pure. Quella di quest’anno è veramente bella, è una Ferrari veramente sexy”.

Ancora una volta si parla di un’autovettura con gli stessi aggettivi che si usano per descrivere una donna (sexy, bella o brutta). E’ la stesa analogia che viene compiuta dai professionisti del marketing e delle pubblicità, quando per sponsorizzare una moto o una nuova automobile usano il corpo di bella ragazza, possibilmente svestita. Il messaggio è semplice: quell’oggetto è bello come la donna rappresentata, e se possiederai l’oggetto avrai la possibilità di fare colpo su donne bellissime.

E poi, ancora: le parole di Arrivabene pongono in stretto rapporto “l’essere brutta” con “l’essere perdenti”. Come a dire, chi è brutta  non è vincente. In realtà essere vincenti, come sappiamo, dipende da altre doti. Doti personali per una donna, questioni “meccaniche” per una vettura.

Il parallelismo, in ogni caso, è indicativo della pervasività degli stereotipi di genere: nelle pubblicità, come nelle parole di un importante manager.

Ancora dalla parte delle bambine

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Negli anni Settanta Elena Gianini Belotti scrive un breve saggio nel quale analizza i condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. La premessa è semplice quanto innovativa: la maggior parte delle persone ritiene che le differenze tra maschio e femmina siano innate mentre, secondo il ragionamento della studiosa, invece, sono frutto di condizionamenti culturali – spesso trasmessi in modo inconsapevole – dai genitori e dalle altre figure preposte alla formazione e alla socializzazione dei più piccoli. La società utilizza questi condizionamenti allo scopo di  tutelare quei valori che intende trasmettere da una generazione all’alta e – tra questi – vi è il mito della “naturale” superiorità maschile a scapito di una inferiorità femminile. Mentre i maschi sono educati fin da subito ad avere un comportamento irruente e sono giustificati per la loro aggressività, le bambine sono educate alla passività e al sacrificio. Tutto ciò si rifletterà sugli spazi che bambine e bambine andranno ad occupare: se le prime potranno muoversi esclusivamente all’interno delle mura domestiche (saranno cioè angeli del focolare, casalinghe, brave mamme e si faranno carico della cura di tutti i componenti della famiglia), i bambini sono educati fin da subito a conquistare gli spazi esterni (sono incoraggiati a giocare all’aria aperta, a fare sport, a fare carriera una volta adulti etcc..).

Queste sono le premesse da cui si origina il bel saggio di Lipperini. A distanza di trent’anni dal precedente volume, cosa è cambiato? L’indagine della scrittrice è profonda e ampia e prende in esame quei contesti in cui le bambine compiono il loro apprendistato formativo: la famiglia, la scuola, i libri e i fumetti aggiungendone uno che, oltre ad avere una vita autonoma, spesso influisce sui precedenti: i media.

I media, cioè i programmi tv, le pubblicità, il mondo di internet (che si esplicita nei videogiochi che si possono trovare sulla rete, nei blog, nei siti internet spesso fruiti da bambin* a partire dai 5 anni di età) non sono il male assoluto, come molti genitori e molti intellettuali continuano ad affermare. Secondo Lipperini il problema è legato alla confusione che si crea confondendo il mezzo e il contenuto. L’autrice riconosce molti meriti agli strumenti sopra descritti. Il problema è, però, che continuano a contenere pregiudizi e stereotipi decisamente simili a quelli individuati da Belotti nel processo di socializzazione che caratterizzava le bambine negli anni ’70. L’estrema versatilità degli strumenti, poi, si traduce in una confusione dei modelli proposti: le bambine possono guardare i programmi per l’infanzia, ma anche i reality destinati ad un pubblico adulto come il grande fratello, uomini e donne e la pupa e il secchione. La sessualità è sbandierata, le donne protagoniste sono superficiali ed esclusivamente attente all’apparenza. Il modello femminile, in sostanza,non è cambiato.  Neppure nei cartoni animati o nel mondo dei giocattoli – dove accanto alla sempreverde Barbie spuntano nuove protagoniste, come le Bratz, bambole simili alla bionda star di Mattel ma più aggressive nel look e nelle storie che le vedono protagoniste- qualcosa è cambiato. Alle bambine è sempre richiesto di guardare all’apparenza  et tutto ciò che ruota nel loro mondo ha a che fare con vestiti alla moda, trucchi e acconciature. Curare il proprio aspetto per un unico motivo: far colpo sui ragazzi e – possibilmente – trovare il Principe Azzurro che le sposerà e dal quale potranno avere tanti figlioletti.  Come un perfetto Giano bifronte i giocattoli mostrano l’altro “ideale” a cui le bambine sono socializzate: attraverso aspirapolveri, cucine, carrelli delle pulizie e stoviglie così simili a quelle delle proprie mamme le giovani sono educate ad essere donne remissive e accudenti, a farsi carico delle faccende domestiche e a curare i piccoli.

Il modello schizofrenico è quello a cui le donne sono da sempre educate. Ciò si nota bene anche quando si parla di maternità: si trasmette il valore secondo il quale l’istinto materno sia una dote innata per una donna, ma non appena partorisce la si sommerge di messaggi negativi che rimandano alla sua totale incapacità di prendersi cura in modo adeguato del/lla piccol* (ed ecco quindi moltiplicarsi guide, libri, opuscoli, canali tematici e programmi tv…).

A scuola, i genitori, mentre invocano protezione da parte delle insegnanti nei confronti dei propri figli e del programma didattico da rispettare (soprattutto quando a creare scompiglio è un bambin* con un disturbo legato all’apprendimento) ricordano al proprio figli* di farsi valere se qualcuno osa attaccarli direttamente.

Nonostante l’importanza della riflessione sulla maternità, sulla scuole e sui compiti educativi, sotto la lente di ingrandimento dell’autrice vi sono in larga misura i media: «chi si trova a riempire di contenuti un sistema di media che avrebbe possibilità notevolissime agisce seguendo vecchi schemi» (p.233) inoltre «non è la sola televisione ad aver innescato la riproduzione di archetipi che si credevano scomparsi: sono quegli stessi modelli ad aver preso forza in luoghi diversi e a essere riversati – anche – in televisione» (ibid.)

Ancora oggi si rivela necessaria un’opera di decostruzione degli stereotipi di genere e, soprattutto,risulta indispensabile veicolare nuovi modelli educativi basati su un approccio meno rigido e schematico. Trasmettere alle future donne valori formativi differenti rispetto alla bellezza, all’apparenza, e alla femminilità che si esplicita nell’essere o “femme fatale” o “buona madre di famiglia” Solo così potranno essere ampliate le possibilità partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del paese.