La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

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Regole educative ed educazione emotiva. Un corso per genitori, a Firenze

I motivi per cui i genitori si recano in consulenza sono spesso molto simili:

  • i bambini crescono e iniziano a stare con difficoltà dentro le regole
  • hanno bisogno di un confronto con un professionista per capire meglio quale condotta seguire quando emergono comportamenti problematici (ad esempio quando i piccoli non vogliono andare a scuola!)
  • si sono verificati episodi di scontro con i bambini e non sanno quale strategia adoperare per uscirne

 

Questi sono i tre problemi principali che fino ad oggi ho riscontrato nella mia pratica professionale.

E’ vero: ogni famiglia è un mondo a sé e non è possibile trovare soluzioni condivise, valide per tutti. Quello che so per certo, però, è che parlarne fa bene – confrontarsi anche di più! – e proprio in ragione del fatto che non esistono soluzioni preconfezionate il modo migliore di affrontare questi piccoli grandi problemi è discuterne, insieme.

Per questa ragione il 10 marzo 2017 partirà, presso i locali di Spazio Co-stanza, in via del ponte alle mosse 32-38r a Firenze, un nuovo corso dedicato ai genitori.

Si parlerà di regole (indispensabili per la crescita dei bambini!) ma soprattutto cercheremo di capire insieme cosa rappresentano per i genitori. Dietro al modo di intendere le regole (sono un modo per mettersi al riparo da scontri e conflitti? o sono il modo per dimostrare agli altri di essere autorevoli? o rappresentano il modo per mantenere un controllo sulla crescita dei figli?…) si nasconde un proprio, personale, stile genitoriale. Bisogna conoscerlo, interrogarsi sul genitore che siamo, comprendere come intendiamo emozioni e conflitti per capire se il modo in cui impartiamo le regole è appropriato, oppure no. In educazione

Regole, stili genitoriali, emozioni e relazioni educative: di questo e altro parleremo in questo ciclo di 5 incontri che si terranno venerdì 10 -17-24-31 marzo e il  7 aprile, dalle 18 alle 19.30.

Uno spazio dedicato ai genitori: per riflettere, per conoscere/si, per confrontarsi.

 

Vi aspettiamo!

dr.ssa Alessia Dulbecco

 

(per info e contatti potete scrivere a me o a spazio Co-stanza,www.spaziocostanza.it)

Educare alla felicità

Buongiorno a tutt*!

E’  da un po’ che non aggiorno il blog ma gli ultimi mesi sono stati particolarmente intensi e il tempo di scrivere si è volatilizzato.

Nelle ultime settimane, anche girando in rete (vi ricordo che la mia pagina https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts viene aggiornata con più frequenza, perciò vi invito a seguirmi se vi fa piacere) mi sono imbattuta in molti articoli dedicati alla genitorialità che, come forse alcun* sapranno, è un tema a cui mi dedico con grande interesse lavorando sia coi bambini sia con le loro famiglie.

In uno di questi articoli si fornivano consigli ai genitori allo scopo di crescere bambin* felici. Ciò che veniva sottolineato era, in pratica, la tendenza a far crescere bambin* compiacenti o giudiziosi (impartendo, quindi, un’educazione orientata al£far bene”, a prendere bei voti etc..) ma mai un’educazione che prevedesse per i piccol* la strada della felicità.

Leggere questo articolo mi ha fatto tornare alla mente una foto, trovata in rete e salvata un bel po’ di tempo fa.

 

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Propone un elenco di cose importanti che vorrei riprendere qui con voi e magari approfondire.

  • Parlare con il cuore

Nella mia attività mi ritrovo spesso a confrontarmi con genitori che non riescono a dire “ti voglio bene” (“che c’entra – mi ha detto tempo fa un babbo – mio figlio sa che tutto quello che faccio lo faccio per lui..se non gli volessi bene non lo farei. Che gliene voglio è sottinteso!”). Si tratta di una difficoltà derivante dal parlare liberamente di emozioni, cosa che la nostra società tende molto ad inibire, soprattutto per quanto riguarda i ruoli maschili.

Parlare con il cuore richiede fatica, uno sforzo e un cambiamento volto ad acquisire nuove capacità..ma ripaga altamente.

  • Scusarsi

Spesso i genitori credono di non doverlo fare mai, per paura di perdere la propria autorità.

Quello che cerco di fare come professionista, quando i genitori si rivolgono a me, è aiutarli a cambiare modello passando dall’autorità all’autorevolezza. Se si è autorevoli ci si può permettere il “lusso” di chiedere scusa senza timori. Per i genitori significa essenzialmente fare i conti con le proprie debolezze ed imparare a porvi rimedio non facendo finta che sia successo, ma proprio al contrario dichiarando di aver sbagliato. Sarà, per i figl*, un’ottima palestra per imparare che sbagliare è normale e gli errori vanno ammessi, scusandosi.

  • Raccontare, non spiegare!

Quando le situazioni me lo consentono cerco di ascoltare i discorsi tra genitori e figl*. Spesso mi capita di notare una sorta di abuso della parola “spiegami” che, manco a dirlo, compare quasi esclusivamente nelle parole dei grandi.”spiegami perché ti sei comportato così…”, “che bel disegno: me lo spieghi?” ..questi sono alcuni dei tanti esempi che potrei riportare.

Spiegare, letteralmente, vuol dire togliere le pieghe, appianare un tessuto…ma se per i capi può essere un gesto adeguato credo mal si adatti alle parole delle persone. E’ proprio nelle pieghe infatti che possiamo trovare il senso autentico dei discorsi, comprese anche tutte quelle piccole grandi cose che le parole, da sole, non riescono a descrivere. Perché quindi non sostituire “spiegami” con “raccontami”. Raccontare da spazio alla persona e alle sue esperienze, crea spazio per parlare di sé, crea relazione.

Questi sono, per me, i tre tasselli di base per una comunicazione empatica, autentica, in grado di educare alla felicità. E per voi? Se vi va di farmelo sapere scrivetemi!

Dott.ssa Alessia Dulbecco

 

(foto: web)

 

Nuovi strumenti per l’educazione. Raccontare e raccontar-si attraverso Fatus.

Chi segue il blog sa che gli ultimi articoli scritti sono stati dedicati alla grande manifestazione di Educare alle differenze, grande contenitore di nuove idee e nuove prassi destinate ad arricchire ed  integrare la visione attorno alla pedagogia di genere.

Come anticipavo nell’articolo della scorsa settimana, oltre a materiali espressamente dedicati a queste tematiche è possibile trovare, tra i tanti stand di librerie, associazioni e case editrici, strumenti pedagogici particolarmente interessanti.

Io, entrando in contatto con la LIBRE, libri per l’infanzia della basa reggiana, mi sono letteralmente innamorata di FATUS. Si tratta di un gioco per creare, come dice il sottotitolo, storie infinite. Il gioco  è composto da molte carte di forma quadrata. Il primo giocatore ne pesca una e inizia una storia a cui il giocatore successivo dovrà aggiungere “un pezzetto” facendosi ispirare dalla carta estratta…

Non ho usato la parola “ispirazione” a caso. Le carte infatti presentano solo segni, colori, forme geometriche. Nulla di pre-codificato e, per questo, per raccontare una storia è necessario farsi ispirare da ciò che si sente, più da ciò che si vede!

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Uno strumento di cui mi sono innamorata, spendibile in studio con adult* e bambin*, utilissimo perché dà la possibilità di esternare le proprie emozioni trasformando il gioco in un veicolo della propria interiorità.

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L’ho già utilizzato in un paio di occasioni e ne sono rimasta più che soddisfatta!

Per chi volesse provarlo o volesse contattarmi ecco l’indirizzo della mia pagina facebook, attraverso la quale comunicare con più semplicità!

Un saluto a tutt*!

Dott.ssa Alessia Dulbecco

Tra il fare e l’essere: le competenze genitoriali

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Quando le persone mi contattano perché ritengono di non avere le “basi” adeguate per fare il genitore e mi richiedono pertanto un supporto educativo attraverso il quale imparare a costruire una relazione sana, positiva ed autentica col proprio bambin* noto sempre che le mamme e i papà abusano della parola fare.

“come faccio a gestire mi* figli* quando, magari in un luogo pubblico, pianta una scenata perché non gli ho comprato il gelato?”

“come faccio a mantenere la linea educativa? Spesso minaccio delle punizioni che poi non so mettere in pratica…”

“come faccio a far capire a mi* figli* che io e il mio compagno abbiamo anche bisogno di spazi nostri? ogni volta che proviamo ad intavolare una conversazione il bambin* si intromette appositamente per richiedere la nostra completa attenzione..”

“mi* figli* ha un dsa certificato: come faccio a seguirlo nei compiti? Non possiedo le competenze necessarie!”

Queste sono alcune delle domande che, all’interno di un primo colloquio, mi vengono generalmente poste. Rispetto a questi interrogativi il lavoro del pedagogista è quello di cambiare il focus del problema. Ricordate la celebre affermazione di Lorenzo Milani?

Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […] Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di comebisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere  per poter fare scuola.

Credo che anche i genitori dimentichino troppe volte questo fatto: prima di concentrarsi sul fare bisognerebbe aver chiaro come si è. Come si è rispetto alla propria vita (si è felici per il proprio lavoro? o si è insoddisfatti? Come è stata vissuta la maternità, come si è accolto il propri* figli*? Come fanno ci fanno sentire le fatiche quotidiane?), come “ci si sente” dentro le regole? Per poterle dare a gli altri, infatti, è necessario prima come ci sentiamo noi a riceverne e a impartirne.

Una volta chiariti gli aspetti relativi all’essere è possible allora passare al fare. Anche qui, spesso i genitori si aspettano un piccolo prontuario sempre pronto all’uso. In realtà, dal mio punto di vista, il fare passa attraverso l’esempio: se proviamo ad imporre ai bambin* delle regole ma siamo noi, i primi, a non rispettarle si finirà per non essere autorevoli mai, poco importano le minacce o le punizioni.

Fermo restando che non esistono regole comuni a tutt*, credo che n buon punto di partenza per stabilire una relazione genitoriale autentica siano:

  • l’ascolto: delle parole, ma anche delle emozioni dei piccol* di casa
  • poche regole ma rispettate: le regole dovrebbero fornire ai genitori i punti cardinali della loro attività educativa. Per questo, a mio parere, tante regole sono inutili e anche dannose. Il bambin* si ritroverà a vivere dentro un regolamento, piuttosto che dentro una relazione e tutto ciò è controproducente. È importante invece che le regole siano rispettate (e non utilizzate come una minaccia).
  • il dialogo dentro le regole: spiegare, aiutare il bambin* a comprendere perché si richiede da lui un certo comportamento è il primo passo per favorire l’accettazione. Senza dialogo non sarà possibile per il bambin* comprendere la reale portata della regola che si richiede sia rispettata
  • l’espressione delle emozioni: i genitori devono sapersi porre come dei facilitatori dell’espressione emotiva dei piccol*, aiutandoli ad esprimerle e, nel caso, ad incanalarle in azioni utili (lo sport, il disegno, le attività con gli animali…).

Essere un buon genitore è certamente una questione più complessa del fare il genitore. Serve più coraggio e molta voglia, prima di tutto, di lavorare su se stessi e per questo il supporto alla genitorialità può essere uno strumento efficace di riflessione e costruzione di un percorso comune. Per questo invito tutt* coloro che sentono la necessità di approfondire di rivolgersi ai pedagogisti presenti sul proprio territorio.

(immagine tratta dal web)

I “no” nell’educazione

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Come ormai avrete intuito, gli articoli che scrivo sul blog derivano spesso dai casi concreti che affronto al’interno della mia professione. Quando le consulenze che svolgo con i “miei” genitori si focalizzano su tematiche importanti tendo sempre a scrivere qualche riga in merito, soprattutto quando offrono spunti di riflessione che credo possano essere molto utili anche ai tanti genitori che mi leggono attraverso questo dispositivo.

Nel colloquio di ieri ci siamo focalizzati a lungo sulle regole e sui “no”. La seduta di counselling ha messo i genitori nella condizione di parlar-si e riflettere sul proprio agire in maniera serena e “mediata” dalla sottoscritta, in modo che non ci fossero svalutazioni (o che fossero rese riconoscibili) o tentativi di prevaricazione di un’opinione sull’altra. Il motivo del contendere è stato un apparente disaccordo rispetto alle modalità: per il babbo la compagna è troppo “ligia alle regole” mentre lui tende a “minacciare” il bambino (“se non fai….se non la smetti… niente cartoni stasera”).

Siamo rimasti a lungo a discutere su questo elemento e siamo arrivati alla conclusione che per poter dare le regole, bisogna prima riuscire a stare dentro le regole. Se infatti concepiamo in “no” come una limitazione per il bambino (e quindi cerchiamo di non pronunciare mai quella parola o non mettiamo in pratica quanto detto) rischiamo di creare un ambiente solo apparentemente sereno.

Spesso i genitori travisano l’importanza delle regole e hanno bisogno di essere sostenuti nel cambiare prospettiva: se date in modo adeguato non sono delle limitazioni alla libertà, anzi! le regole e i “no” costruiscono genitori autorevoli e ambienti sicuri. I bambini infatti hanno bisogno di fidarsi degli adulti di riferimento, hanno bisogno di sapere quanto e fino a che confine possono spingersi, in un clima di fiducia e rispetto. La regola forma il loro ambiente, quello nel quale devono – a poco a poco – imparare a muoversi in autonomia. Senza, questo delicato passaggio sarebbe molto complicato e, a lungo andare, inefficace.

Acconsentire ai capricci eliminando i “no”o determinate regole nasconde spesso un’insicurezza dei genitori. Apparentemente crea bambini felici ma in realtà sono molto più soli e, quindi, più deboli. Si crea pertanto un clima di sfiducia che deriva – da una parte – da una figura genitoriale che “cambia idea” e pertanto sfugge alla comprensione del bambin* e – dall’altra – dalla paura di doversi muovere in un terreno privo di tracciato che possa dar loro sicurezza.

Certo, ci sono delle regole anche per dare le regole 🙂

  • i no o le regole non devono mai essere uno sfogo passeggero dei genitori: se i nervi saltano si rischia di fare solo una gran confusione! Si rischia di dir cose che dopo 10 minuti vorremmo cancellare, o non saremo in grado di fare. È importante perciò che la regola sia costruttiva e non dettata da un momento contingente di rabbia
  • il contatto emotivo: se volgiamo che una regola sia compresa, o che un “no” abbia un senso, dobbiamo inquadrarlo all’interno di una comunicazione che sia soprattutto non verbale. Il bambin* deve sentirsi accolto e deve comprendere che dietro la regola o il “no” c’è sempre un genitore che agisce per il suo bene. I genitori, quindi, non devono farsi spaventare dalla reazione emotiva del piccol*, ma devono al contrario aiutarl* ad esprimerla in maniera costruttiva e farli capire che le sue emozioni saranno sempre accolte.
  • il linguaggio: niente parolacce, niente insulti. I no e le regole devono essere impartiti in un clima costruttivo. Alla regola (o al “no”) deve seguire una motivazione e – soprattutto – è fondamentale che venga poi mantenuta.

Questi sono alcuni suggerimenti utili, in linea di massima, in molte situazioni. È sempre bene ricordare però che ogni caso ha mille sfaccettature e rappresenta una situazione a sé, per questo è sempre meglio chiedere il consulto con un* specialista.

Per ogni informazione e ogni ulteriore suggerimento mi puoi trovare sul sito alessiadulbecco.com (da oggi è presente anche la mailing list… vuoi iscriverti?)

(La foto è tratta dalla pagina fb “la scuola creattiva”)

I bambini di fronte al lutto: piccoli consigli per affrontare l’argomento

Qualche giorno fa è accaduto un fatto luttuoso che ha coinvolto i miei nipoti e mi ha spinto a riflettere sul tema della morte. È la grande assente della nostra società: la ignoriamo, la evitiamo nascosti dentro le vite improntate sul benessere-a-tutti-i-costi, seguendo il mito del fisico perfetto, cercando di divertirci in maniera eclatante come se ciò potesse bastare a scacciare il pensiero di un fatto inevitabile, che preferiamo, per paura, non affrontare, lasciare in sospeso, evitare.

Parlare di morte ai bambin* non è facile, è quanto di più distante dalla loro esistenza, ma dobbiamo prepararci a farlo e dobbiamo preparare loro a prendere dimestichezza con un fatto naturale.

Credo che per poter affrontare l’argomento sia necessario, come prima cosa, interrogarsi. Che adulti siamo? Qual è il nostro atteggiamento davanti alla morte? Queste domande si rivelano essenziali poiché per parlarne ad un bambin* bisogna prima che gli adulti di riferimento abbiano una visione precisa della questione. Non si può parlare ad altri, in modo adeguato, sereno e formativo, di qualcosa che ci spaventa e che non sappiamo affrontare.

Il genitore che vuole affrontare l’argomento deve in primo luogo essere sereno: prepararsi “un discorsetto” è inutile, i bambin* ci spiazzeranno con le loro domande. Credo non sia importante avere la risposta perfetta ma, al contrario,  trasmettere al bambino una sensazione di conforto, sicurezza ascolto e protezione all’interno di un contesto armonioso, dove domandare è sempre lecito e non crea situazioni imbarazzanti. La morte esiste, fa parte della vita, dobbiamo solo imparare a guardarla, anziché voltare lo sguardo.

Spesso i genitori si trovano a parlare della morte in concomitanza di qualche evento: la morte di un familiare o una notizia televisiva che magari desta scalpore. Sarebbe opportuno, invece, educare al tema della morte prima che qualche fatto luttuoso compaia, all’interno di una situazione calma e tranquilla. Sicuramente gli adulti che possiedono una specifica visione religiosa possono essere agevolati nel trattare l’argomento anche se – personalmente – credo sia più opportuno parlarne usando metafore tratte dal mondo della natura: il ciclo delle stagioni piuttosto che i cambiamenti atmosferici, o la naturale progressione del tempo tra giorno e notte. Credo che in questo modo sia più corretto: i bambin* potranno poi costruirsi le proprie credenze con tempo, crescendo.

Rispetto alle modalità, ricordiamo che molto dipende dall’età dei bambin*:

  • Fino ai 3 anni non hanno ancora maturato le competenze cognitive necessarie per capire il discorso (iniziano proprio intorno ai tre-quattro a prendere dimestichezza con il senso del tempo – oggi, ieri, domani – e non si arriverà ad una comprensione autentica prima dei sei anni).
  • Dai 6 inizia a farsi strada una prima consapevolezza ed è di solito connessa al sentimento di tristezza o abbandono, come in seguito ad una separazione.
  • Dagli 8 cominciamo a capire la portata della questione e soprattutto si sottolineano gli aspetti biologici
  • Dai 12 sono in grado di comprendere l’aspetto biologico della morte: riguarda tutti e iniziano a capire che un giorno, il più in là possibile, toccherà pure a loro.

Se purtroppo il fatto luttuoso è avvenuto davvero, è essenziale compiere alcuni passaggi:

  • Darne comunicazione: evitiamo di essere evasivi, o di inventare storie per provare a raccontare che una persona è mancata. I bambini chi chiedono sincerità. Bisogna essere il più possibile onesti e sinceri se vogliamo che il bambin* non viva con angoscia la situazione. Allo scosse modo, è opportuno farlo partecipare al funerale, avendo magari l’accortezza di farlo accompagnare da una persona meno coinvolta,adeguatamente formata, che possa prendersi cura delle sue emozioni, che possa rispondergli in caso ponga delle domande.
  • Dare la possibilità al bambin* di esprimere i propri sentimenti: di fronte al lutto il ruolo del genitore è quello di essere un facilitatore: deve aiutare il piccol* ad entrare in contatto con ciò che prova e ad esternarlo, perpoterlo elaborare.

Raccontare, esprimersi, sentire sono i passaggi di un bambin* davanti alla morte: è essenziale che il genitore si ponga come un sostegno, autorevole, sincero ed accogliente, nel corso di questo cammino che sarà per certi versi doloroso ma inevitabile e permetterà al futuro adulto di avere uno sguardo armonico su tutti i fatti della vita.
Ricordo, per dovere di completezza, che questi sono piccoli consigli su situazioni molto generiche. Ogni realtà è però un caso a sé. Per questo, per qualsiasi informazione o suggerimento specifico, vi invito a passare sul mio sito alessiadulbecco.com e a contattarmi.

…parliamo di ADHD?

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Recentemente mi sono trovata a confrontarmi con una coppia di genitori il cui bambino è affetto da ADHD, appena diagnosticato.

Il loro problema era proprio quello di doversi avvicinare ad un “mondo” nuovo rispetto al quale non avevano alcun tipo di informazione. La loro principale preoccupazione era nei confronti degli altri genitori e della scuola: proprio per via di questo problema, inizialmente non riconosciuto come patologia, spesso si sono sentiti accusati di non essere genitori autorevoli e competenti.

Si è verificato, con loro, qualcosa che capita spesso: si pensa che il bambino sia solo molto irrequieto e la colpa viene fatta ricadere sui genitori, “accusati” di non essere abbastanza efficaci.

Non è compito di questo breve articolo parlarvi nel dettaglio di Adhd (qui il link per tutte le informazioni in dettaglio); in generale possiamo definirlo come

un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.

né di cercare soluzioni al problema. In campo pedagogico, per fortuna, non esistono soluzioni valide per tutt* ma percorsi specifici, individuali e personalizzati… è il bello di questo lavoro!

In linea di massima quando incontro genitori che mi presentano un problema di questo  tipo procedo su tre fronti:

  • Counselling pedagogico per i genitori: è, dal mio punto di vista, la base di tutto. Non mi stancherò mai di ripeterlo abbastanza, soprattutto a quei genitori che sono disposti a tutto per aiutare i propri figl* a raggiungere un buon livello di benessere (trasferte, visite dai migliori specialisti, attività integrative…) salvo poi non mettersi mai in discussione direttamente. Se il bambin* ha un problema di autocontrollo è essenziale, per un genitore, rafforzare le proprie competenze (che potrebbero essere state gravemente compromesse anche in seguito ai continui feedback negativi ricevuti da insegnanti, parenti, altri genitori…).  È necessario fare il punto della situazione, affrontare gli elementi di crisi, individuare nuove strategie e rafforzare la propria resilienza.
  • Tutoraggio scolastico: mantenere i rapporti con la scuola, spesso impreparata ad accogliere un alunn* con un problema di questo tipo, è essenziale. Fondamentale secondo me è il coordinamento: è importante cioè che la strategia adottata sia condivisa da tutte le parti in causa
  • interventi individuali col bambino: come dicevo l’intervento dipende da caso a caso. Sicuramente ci sono aree di lavoro da prediligere come l’utilizzo di sistemi di premiazione, magari attraverso cartelloni colorati, la gestione della componente emotiva per aiutarli a riconoscere e nominare le emozioni (a proposito, avete visto qui che meraviglia?), la gestione dei tempi (regolare le attività, ad esempio 5 minuti di esercizi alternati a 10 di riposo…).

Fondamentale è che tutti e tre i passaggi siano rispettati. La possibilità di cominciare a individuare qualche cambiamento dipende molto dalle situazione di partenza ma già dopo pochi mesi è possibile cogliere dei miglioramenti.

Nelle parole dei bambini

Nel mio articolo precedente ho raccontato di un’espressione e di come essa sia diventata, col tempo, un insulto. Per ritrovare il significato autentico di quell’espressione bisogna interrogare le bambine: loro ci diranno che fare qualcosa “come una ragazza” non ha affatto il valore di un insulto. Loro potranno dirci così perché non sono ancora state disorientate e impoverite dalla pervasività di questo stereotipo.

E’ essenziale “tornare ai bambini” anche di fronte ad un altro nuovo interrogativo: quello relativo alle famiglie arcobaleno. In molti casi ci si chiede se i bambini siano felici. Spesso si risponde per loro senza coinvolgerli direttamente.

In questo video invece, le cose vanno diversamente.

L’associazione Famiglie arcobaleno ha intervistato i bambin* e i ragazz*, figl* di coppie omosessuali, chiedendo loro come sia vivere con due mamme  o due papà. Ciò che ho trovato interessante è l’espressione quasi stupita dei giovan* davanti a queste domande.

Nei loro volti, nelle loro parole, si possono individuare i tratti di qualsiasi bambin* o adolescente che ama la propria famiglia, che si illumina parlando delle cose che ama fare insieme, che sbuffa pensando ai loro difetti.

Questi bambin* felici credo siano la migliore risposta ai tanti stereotipi che si sentono a proposito delle famiglie arcobaleno. Ancora una volta, per ottenere risposte sincere non inficiate dalle nostre paure, dagli stereotipi e dai pregiudizi è necessario chiedere a loro.

Cuntala: equal opportunities game

Qualche giorno fa i riflettori di giornali e telegiornali ero puntati su Trieste e, in particolare, su il gioco del rispetto, un’iniziativa per combattere gli stereotipi di genere nelle scuole dell’infanzia. Molti giornali hanno pensato bene di utilizzare queta vocenda per veicolare informzioni sbagliate, false e tendenziose (la famosa ideologia gender, l’idea che nelle scuole si faccia di tutto per “invertire” l’ordine stabilito in base all’appartenenza sessuale.

Quello che i giornali si sono ben guardati dal raccontare (per una sottile volontà di mistificazione o per ignoranza?) è che  – per fortuna! – la scuola italiana è ricca di iniziative di questo tipo, da diverso tempo.

Esistono, inoltre, moltissim* professionist* che si preoccupano di creare libri e materiali per avvicinare i ragazzi ai temi del rispetto e delle differenze di genere

Mi è già capitato di recensire, sul blog, alcuni di questi giochi (trovate qualche info qui). Oggi vorrei parlarvi di un altro strumento ludico-didattico che ha un nome bellissimo: le cuntaline.

Le cuntaline è un gioco di carte, nello specifico è definito come equal opportunities game. E’ stato creato da Barbara Imbergamo per portare avanti un progetto, più ampio, sulle pari opportunità.

Cuntala significa “raccontala”. E’ perciò il nome più adatto per definire un gioco il cui scopo è, appunto, quello di raccontare storie. Si compone di diverse carte, appartenenti a quattro categorie (personaggi, verbi, oggetti e caratteristiche). E’ un  gioco strano, cuntala, perché non ha regole. Come si può leggere nel “manuale di istruzioni” :

In questo gioco tutto è possibile e ogni regola può essere inventata. Potete decidere voi quante carte dare, come fare i turni, quanto fare durare una storia.

Se non ha regole, allora, come si gioca? intanto si può partire dal distribuire qualche carta ai* giocator*. Ognun* contribuisce a creare un “pezzo” della storia attraverso la carta che intende giocare. C’è il papà che cucina e la sindaca,la muratrice e l’ostetrico. Le carte sono piacevolissime: hanno colori vivaci, rappresentano immagini non stereotipate e ogni definizione è riportata in tante lingue (spagnolo francese tedesco inglese e italiano).

Fin qui, potreste obiettare, tutto bene: il gioco si presenta bene e ha delle importanti finalità. Ma nella pratica?

Beh, per recensire un gioco bisogna anzitutto provarlo. Io ci ho giocato e mi sono divertita un monte! Pescare carte, aggiungere pezzi ad una storia che comincia già in modo non convenzionale  è un ottimo esercizio per uscire da schematismi e pregiudizi. Perché è molto più facile raccontare la storia della bella Biancaneve, che cura  i sette nani nella casetta nel bosco, fino a quando la strega cattiva – invidiosa della sua bellezza – non decide di avvelenarla… piuttosto che cominciare il racconto con c’era una volta un giovane papà, in cucina, con un bellissimo grembiule verde…

 Le possibilità creative sono infinite e come ricorda l’autrice

Inventare storie a partire da questi personaggi permette di immaginare mondi e comprendere i molteplici aspetti della realtà.

Per avere altre informazioni sul gioco, o per acquistarlo, potete dare un’occhiata al sito!)