La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

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La gentilezza ci salverà

Essere gentili non è più “di moda”. Quali sono le ragioni di quest’assenza di gentilezza? E i suoi effetti a livello educativo?

Mi piacerebbe, oggi, condividere con voi qualche riflessione sul concetto di Gentilezza.

In particolare, proprio in questi giorni mi sono imbattuta in questo articolo che ho trovato decisamente interessante. (Qui il link).

Si parla di una deriva antropologica che ha investito la stragrande maggioranza degli esseri umani: è quella che ha portato alcune parole ad essere state cancellate dal nostro dizionario familiare.

Secondo una ricerca dell’associazione Gentietude che promuove uno stile di vita fondato sulle buone maniere, in quasi la metà delle famiglie italiane sono state rimosse le parole Grazie, Per favore, Posso?

La gentilezza rappresenta  un collante sociale, è ciò che permette di costituire e tenere assieme una società. Per queste ragioni non è un caso che proprio oggi si assista ad un progressivo smantellamento di questa capacità: una società precaria, che guarda con ansia al futuro, invischiata in dinamiche politiche, economiche e sociali problematiche (la “crisi” a cui si è assistito e  si continua ad assistere non è solo legata a problemi occupazionali…) tenderà a vivere su emozioni di rabbia, indignazione, paura.

Come riferisce l’articolo, molti libri si sono dedicati a questo tema nell’ultimo periodo e tutti ribadiscono l’importanza e la convenienza dell’essere gentili. Tutti, quindi, ci dicono che presto tornerà “di moda” poiché le persone torneranno a riscoprirla come un valore importante, indispensabile per vivere bene.

Per questa ragione credo che chi, come me, si occupa di Counselling e Pedagogia possa aiutare a velocizzare il questo processo favorendola con la propria pratica professionale.

Fare della gentilezza il proprio orizzonte pedagogico permette di pensare all’educazione e alla formazione come momenti in cui praticarla. Educare alla gentilezza, formare (e formar-si) alla gentilezza. Il Counselling ha come suo principale obiettivo portare il soggetto che richiede il nostro sostegno al raggiungimento del benessere. in questo senso è possibile aiutare il soggetto a recuperare il concetto di gentilezza inteso come elemento fondamentale per il raggiungimento del benessere: essere gentili con se stessi (chiedere aiuto, ascoltarsi, riconoscersi, potenziarsi) è alla base di un intervento di counselling.

Credo sia fondamentale, per ogni professionista, cominciare prima a lavorare su di sé per fare in modo di trasmettere, successivamente, questi elementi nella propria pratica professionale .

Alessia Dulbecco

puoi seguirmi su: https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco

 

Il mio primo articolo per C+B!

Ieri è stato pubblicato il primo articolo per C+B che segna anche l’inizio di questa nuova collaborazione!

Conoscete C+B ? È un sito, ideato dalla mitica Francesca Marano, che si occupa di fornire alle donne che intendono mettersi in proprio consigli, suggerimenti… In una parola: sostegno. Eh già: perché per chi decide di fare questo passo la vita non è niente affatto facile! Decidere quanto investire (in termini economici ma anche personali), cercare – in fase iniziale – il giusto lavoro da dipendente che permetta di avere almeno un po’ di ‘carburante’ garantito – almeno per cominciare! – per potersi dedicare ala nuova attività; e poi: gestire i tempi, gli gli ambienti, fare rete, trovare gli spazi all’interno dei quali proporsi.

Il sito si occupa di dirimere problemi, anche pratici, come le tante domande sull’uso dei social, la corretta gestione della partita iva ma si occupa anche di aiutare le nuove freelance a realizzare il proprio sogno trovando l’ispirazione giusta.

I miei interventi si situeranno proprio in questo ambito: come counsellor darò qualche spunto per aiutare le donne a motivarsi, a riscoprire le proprie potenzialità e ad agire tenendo sempre conto del proprio benessere. Come pedagogista, poi, proverò a sostenere le lettrici nel duplice lavoro di donne (magari impegnate in una relazione, o magari già mamme) e freelance.

Il primo articolo l’ho dedicato proprio alla resilienza. È un termine dal profondo significato pedagogico: bisogna essere formati ed educarsi alla resilienza che significa poi ‘essere in grado di resistere agli urti che inevitabilmente la vita ci assesta’ individuando nuovi modi di far fronte ai problemi, partendo proprio dai fallimenti pregressi. Per darsi alla libera professione, secondo il mio punto di vista, bisogna essere resilienti. Perché spesso non si trova la strada al primo colpo e bisogna imparare a valutare gli imprevisti, gestire i fallimenti in una nuova ottica: non più come segnale del fatto che non siamola grado di raggiungere il nostro obiettivo ma come esperienza da accumulare se vogliamo trovare la nostra strada.

Vi lascio il link all’articolo… Spero vi piacerà!

http://cpiub.com/2015/10/sviluppare-la-resilienza/
 

Le quote rosa e la “protezione del Panda”

Sfogliando il sito de L’Espresso mi sono imbattuta in un articolo di Michele Ainis sul tema quote rosa.

Il titolo

Candidature rosa 
non se ne può più

mi trova decisamente d’accordo. Ho lavorato a lungo sulla tematica e sono concorde con chi distingue una visione “formale” di pari opportunità da una “sostanziale”. Per “pari opportunità formale” si intende il principio di non discriminazione: ognuno deve avere uguali opportunità di accesso alla sfera pubblica,sociale,economica indipendentemente dalle caratteristiche identitarie (colore della pelle,credo religioso, sesso…). Secondo molti studiosi tutto ciò non basta: serve una dimensione “sostanziale”, ovvero la possibilità di intervenire (ad esempio con l’educazione, con le tecnologie…) per eliminare quelle differenze di base (genetiche, sociali…)  in modo che in una competizione equa, con regole definite e imparziali, i partecipanti siano in grado di “gareggiare” iniziando dal medesimo punto di partenza.

Leggo l’articolo e quello che percepisco è solo un’impostazione paternalistica e decisamente molto svilente:

Un capo o una capa dello Stato? Domanda oziosa: di questi tempi, è obbligatoria la papessa. Sicché girano nomi impresentabili, cognomi impronunciabili. La stampa s’arrovella sul profilo delle diverse candidate, ne spulcia il curriculum, ma dopotutto il requisito più essenziale è anche l’unico comune: una gonnella.

In sostanza, dice Ainis proseguendo la lettura, le quote rosa sono un male principalmente per le donne. Su questo sono d’accordo. Le quote rosa falsificano il concetto di pari opportunità: se qui ciò che conta  è l’importanza di un uguale punto di partenza, con le quote rosa si scalza completamente questo principio andando a creare categorie protette che devono necessariamente essere collocate in determinati contesti (parlamento, aziende, consigli di amministrazione..) solo per il fatto di appartenere ad una categoria che si vuole “proteggere”.  Non credo che le donne siano pedine di una scacchiera e non credo siano dei Panda da tutelare: non devono essere posizionate o protette, ma devono poter arrivare a partecipare ad una gara equa ed imparziale. Ciò che mi pare di notare in questo periodo è una certa trasformazione dei diritti da qualcosa che implica attività (prese di posizione, coraggio, partecipazione) ad una dimensione di passività assoluta (tu, donna, non devi fare nulla per ottenere un diritto, ci pensiamo noi  – dall’alto del nostro paternalismo becero – a tutelarti). Mi piacerebbe invece che noi tutte abbandonassimo questa mentalità assistenzialista e cominciassimo a combattere per i nostri diritti, in prima persona. Certo, con i tanti “soffitti di cristallo” e con il sessismo dilagante  non è semplice, ma credo sia un passaggio fondamentale, un cambiamento di prospettiva: non sono gli altri a doverci proteggere, ma siamo noi ad esporci e combattere.

A cosa serve questo cambio prospettico? Ad esempio a bloccare sul nascere certe considerazioni completamente scorrette, come quelle di Ainis quando dice

Ogni politica di azioni positive va giustificata in base a un’analisi statistica, che a sua volta documenti il gap sofferto dalle donne o in generale dalla categoria che riceve il beneficio. Il genere femminile viene storicamente discriminato sul lavoro, ma non in tutti i lavori. Nella scuola, per esempio, le insegnanti sono più degli insegnanti.

Se le donne acquisissero un ruolo attivo potrebbero facilmente ribattere a questa considerazione ricordando che ci sono motivazioni specifiche per cui le donne insegnanti sono di più dei colleghi uomini: oltre alla questione economica (l’insegnante, in Italia, non è un ruolo sociale a cui gli uomini aspirano perché gli stipendi e il prestigio sociale sono bassissimi..non a caso il numero di docenti uomini aumenta man mano che si arriva all’insegnamento negli istituti secondari e poi a quello universitario) ci sono ragioni sociali: i mestieri legati alla cura, alla casa e all’educazione sono da sempre stati assegnati alle donne.

Cambiare prospettiva serve per mettere in luce la tesi – condivisibile nei contenuti ma retorica nella sostanza- dell’articolo; serve per affermare un punto di vista, per rivendicare diritti e ricordare che se una donna si ritrova a ricoprire una carica pubblica o amministrativa di altissimo livello non è solo perché indossa una “gonnella”.

brutte e cattive

Bene, pare non sia possibile quietare neppure la domenica. Ricevo per posta l’articolo di Panorama: Anna mi vuole tanto bene ma evidentemente le piace procurare materiale per il blog. Qui ce n’è un bel po’, direi.

Partiamo dal titolo

Divorzi e paternità: ecco come la donna violenta l’uomo

Pare che l’intento dell’articolo sia subito evidente: smettiamo di parlare della violenza subita dalle donne (già..che il 25 novembre ormai è passato!) e proviamo a concentrarci su quella perpetuata dalle donne nei confronti degli uomini.

“Sono prive di fondamento le teorie dominanti che circoscrivono ruoli stereotipati: donna/vittima e uomo/carnefice”. Ad affermarlo è la psicologa forense Sara Pezzuolo, dopo aver condotto in Italia la prima“Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”.

“Dal questionario emerge come anche un soggetto di genere femminile sia in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche – continua a spiegare a Panorama.it, l’esperta- che trasformano il soggetto di genere maschile in vittima”.

Mi pare che la Dr.ssa Pezzuolo abbia scoperto l’acqua calda. La donna  non ricopre sempre il ruolo di vittima, l’uomo non ricopre sempre quello di carnefice. E’ un fatto che l’Analisi Transazionale spiega piuttosto bene con l’espressione “triangolo drammatico”: all’interno di una relazione non equilibrata i due soggetti si alternano la parte ricoprendo di volta in volta quella di vittima, di carnefice o di salvatore. Una delle situazioni tipiche in cui questo scambio di parti si manifista è all’interno dei giochi: modalità di strutturazione del tempo il cui scopo è evitare l’intimità (per un’analisi dettagliata suggerisco il testo di E. Berne, A che gioco giochiamo). 
Nessuno è buono o cattivo per appartenenza sessuale o di genere. Bisogna però entrare nel dettaglio e capire quale tipo di violenze vengono perpetuate: per esperienza professionale mi è capitato solo una volta di incontrare una donna che aveva picchiato l’uomo che a sua volta aveva usato violenza (fisica, psicologica e stalking) nei suoi riguardi. La donna in questione, però, aveva alle spalle una situazione difficile (ex tossicodipendente, ex carcerata) che l’aveva fatta entrare nel mondo della violenza. Il suo passato non giustifica il fatto che lei abbia usato violenza, dico solo che questo “sostrato” l’aveva ben abituata ad alzare le mani. Di donne che abbiano usato violenza nei riguardi degli uomini, in quattro anni di servizio al centro antiviolenza della mia città di origine, manco un caso.
La violenza psicologica e lo stalking  sono invece “armi” facilmente utilizzabili anche dalle donne: non è richiesta forza fisica per cui lo svantaggio iniziale – quello biologico – viene messo da parte. Minacciare di suicidarsi (ruolo di vittima), aggredire verbalmente (ruolo di carnefice), due esempi classici di violenza psicologica, rispondono alla logica del triangolo drammatico. Possono essere applicate indistintamente a uomini e donne.
Al di là delle posizioni del triangolo drammatico, però, mi preme ricordare agli autori di panorama che i dati in nostro possesso non ci permettono di stabilire correlazioni tra la morte di un uomo e la violenza psicologica, o un episodio di stalking commesso da una donna, una ex, una moglie. E’ invece possibile dimostrare – attraverso le statistiche – il contrario: la morte di molte donne (tante, una ogni tre giorni circa..tante, tanto da aver bisogno di un nuovo concetto per inquadrare il fenomeno: il termine femminicidio, infatti, vuole compiere proprio questa operazione) per mano di tanti uomini (amici, ex, compagni…).
Qual è la finalità dell’articolo di Panorama? far passare le donne per brutte e cattive, al pari – se non peggio – degli uomini? Francamente mi pare un articolo deboluccio. Francamente, mi pare un articolo di cui non si sentiva la necessità.