Un aiuto per l’apprendimento: Schede, esercizi, dispense per potenziare l’apprendimento dei ragazzi/e

Ieri ho pubblicato un post su facebook che ha riscosso diversi commenti. Stavo lavorando alla ricerca di materiali da utilizzare con una delle “mie” fantastiche ragazzine con cui lavoro per il potenziamento didattico sia nell’area linguistica che logico-matematica.

Ho proposto di raccogliere per voi qualche link a siti e pagine dai quali attingere materiali da utilizzare nell’ambito dell’apprendimento.

Ovviamente, dare qualche suggerimento a proposito di materiali e schede non esula dalla necessità di saperli usare in modo adeguato, altrimenti non si vedrà alcun risultato positivo. Soprattutto ai genitori raccomando sempre di contattare i professionisti dell’educazione per definire un progetto – coerente, preciso, misurabile – nell’ambito del quale anche queste schede potranno essere impiegate. suggerisco, invece, di rifiutare il mero “fai da te” perché il rischio è quello di stampare milioni di schede che poi non userà nessuno (o potranno essere usate ma senza risultati).

 

Pronti? ecco a voi un po’ di materiale!

 

  1. aiutodislessia.net

un sito ben costruito sul quale trovare materiali per scuole medie, elementari e superiori. Pensato soprattutto per alunni/e con DSA, ma non solo

2. sostegno bes 

un sito sul quale trovare giochi e esercizi oltre al informazioni utili per i docenti per impostare una didattica inclusiva

3. Fabrizio Alteri

Un sito di un docente che, per passione e professione, condivide materiali ed esercizi utili per favorire l’apprendimento

4. fantasia web

Un sito meno professionale, ricco però di spunti per stimolare la creatività anche di bambini/e entro i sei anni.

 

Questa la prima “carrellata” di materiali da  condividere con voi

A presto per altri piccoli suggerimenti!

Alessia

 

(PS. Se ti è piaciuto l’articolo ti invito a condividerlo e, se ti va, a visitare la mia pagina FB http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/)

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Il doposcuola: molto più di un sostegno scolastico!

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Mi capita molte volte di parlare – nell’ambito dei colloqui specifici per l’attivazione degli sportelli di facilitazione degli apprendimenti/ doposcuola Dsa – con genitori che cominciano a raccontarmi dei loro figl*dicendomi cosa non piace loro della scuola.

Affermazioni del tipo: “Non ci sono versi: la matematica la odia proprio!” Oppure “prova ad applicarsi, ma con la geografia è negato/a”. Quando una mamma o un papà esordiscono con un’affermazione del genere sono solita provare ad ‘indagare’ la questione (e quindi stimolarli a riflettere)  orientandomi su due aspetti apparentemente divergenti ma in realtà profondamente interconnessi.

– perché il bambino/a nutre tutto questo “odio” nei confronti di quella specifica materia  (ma soprattutto: cosa vuole esprimere con la parola odio? A volte i ragazz* fanno fatica a comunicare le proprie emozioni in modo adeguato e tendono a semplificare utilizzando quelle parole con cui hanno più dimestichezza… E (purtroppo) la parola odio è talmente abusata che ne fanno esperienza fin dalla più tenera età)

-cosa si aspettano da un servizio come quello da noi proposto, cioè un doposcuola specifico per gli apprendimenti?

Come dicevo, le due domande sembrano condurre il discorso su due piani differenti ma in realtà sono profondamente interconnesse. Uno dei principali obiettivi dei colloqui propedeutici è di far passare ai genitori il messaggio che un doposcuola è qualcosa di ben più complesso e ricco di un semplice momento di ripetizioni, utili solo per colmare una la una in una materia.

Al doposcuola i bambin*, supportati dal team, imparano a stare assieme in un ambiente protetto, a sperimentare (e in questo il Counselling è una risorsa molto importante: l’obiettivo del counsellor è quello di sostenere l’utente ad acquisire nuovi “permessi” che prima non era in grado di darsi), a socializzare e ad esprimere le proprie emozioni. Tutto ciò si fa man mano che si porta avanti lo studio delle materie.

E qui arriviamo all’altra domanda: perché un bambin* “non riesce” in una determinata materia? Si tratta senza dubbio di una domanda complessa di fronte alla quale spesso i genitori non sanno rispondere. Per aiutarli a trovare una possibile spiegazione ho provato a ” scomporre” la questione in ulteriori osservazioni.

Parto sempre dal presupposto che non esistono persone “non portate” ad imparare qualcosa (resto sempre una femminista e so bene quanto questo stereotipo abbia condizionato la vita scolastica di molte ragazze rispetto alla percezione delle loro capacità in ambito matematico/scientifico). Quindi, se non esistono student* non portati allo studio di certe materie, cosa può far loro amare/odiare una determinata disciplina? Io ho provato a rispondere così:

– l’insegnante FA la differenza: incontrare sul proprio percorso un docente in grado di motivare, accogliere e fornire ai suoi student* occasioni e stimoli di approfondimento è una gran fortuna! Per esperienza ho notato che il problema con la materia spesso è solo un riflesso dei problemi con l’insegnante.

– il modo in cui viene insegnata la materia: le lezioni esclusivamente frontali, il meccanismo della punizione (che a volte diventa quasi uno svilimento delle capacità dell’alunn*) sono metodologie che non favoriscono l’interesse per una materia

– il clima in aula: questo punto è una conseguenza dei due precendenti. Se l’insegnante sa fare (ma soprattutto, alla Don Milani, sa essere) un insegnante, se le metodologie sono efficaci e non si respira un clima di repressione, svalutazione o violenza sarà difficile non innamorarsi della scuola e delle materie insegnate.

Cosa può fare un genitore, allora? Intanto, cambiare punto di vista sul proprio figli*: se qualche materia non va si può sempre rimediare, ma se si convince il bambino* del fatto che “non è portato per lo studio” non sarà possibile attuare alcun cambiamento.

E poi, sostenerli nella crescita colmando le carenze di una scuola un po’ debole grazie ai supporti territoriali. L’importante è avviare un cambiamento e se non è possibile farlo a partire dalla scuola bisognerà appoggiarsi alla grande rete educativa che i territori forniscono. Arrestare il cambiamento, poi, sarà impossibile e anche l’istituzione scolastica – volente o nolente – dovrà riconsiderare alcuni suoi aspetti per diventare, stavolta sì, davvero a misura di alunno/a!

Tra Dsa e Bes: la figura del Facilitatore degli apprendimenti

Chi mi segue in modo costante, magari approfittando dei tanti aggiornamenti che pubblico sulla mia pagina Facebook (a proposito..chi ancora non lo sa può trovarmi qui! ) saprà che in questi ultimi mesi – oltre a portare avanti gli studi in Counselling in Analisi Transazionale – mi sto dedicando ad approfondire alcune tematiche relative ai Dsa e alle nuove frontiere della didattica inclusiva. Sto partecipando ad un corso formativo promosso dalla Provincia di Prato e da alcune agenzie formative del territorio volto all’individuazione delle competenze necessarie per abilitare la figura del  facilitatore degli apprendimenti. Con questa espressione un po’ macchinosa si vuole ricordare una delle principali finalità della didattica che è quella di avvicinare gli studenti alla scuola favorendo i loro processi di apprendimento, più che quella di sollevare barriere e allontanarli progressivamente dal mondo scolastico. Non è un caso che questo corso sia promosso proprio dalla Provincia di Prato: qui, infatti, la percentuale degli alunni stranieri iscritti a scuola – elementari, medie, superiori – oscilla tra il 16% e il 25%.

Pochi giorni fa Il Ricciocorno Schiattoso mi ha inviato un link, proprio a proposito di Scuola e Dsa.

Con l’articolo si vuole rispondere ad una docente “sbigottita dalla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali.”

La docente che scrive al direttore parte da alcune considerazioni legittime:

Oltre 90 mila alunni con DSA tra gli anni scolastici 2010/2011 e 2011/2012 , 24.811 certificazioni in più (+37 per cento). L’incremento più significativo alle superiori, il numero più alto di studenti alle medie». (…) Nel 2013 all’ ASL 5 (Pisa, n.d.a.) sono arrivate 530 richieste di valutazione per DSA che hanno confermato 343 diagnosi. In pratica, si è registrata una richiesta di diagnosi ogni circa 641 persone e un caso di Dsa ogni 990 abitanti.

La risposta data dal Direttore è in linea con l’opinione che ho maturato frequentando il corso in queste settimane. E’ vero, si sta assistendo ad una progressiva “medicalizzazione” del’impianto scolastico. Il problema però non sono le norme ma la loro applicazione.

Per favorire l’inclusione l’impianto normativo italiano si è adeguato (sempre con quella tipica lentezza che lo contraddistingue): se fino agli anni ’90 si consideravano solo gli alunn* con disabilità (L.104/92) oggi si fa riferimento anche a nuove certificazioni riguardanti i famosi Disturbi Specifici dell’Apprendimento e i Bisogni Educativi Speciali.

La legge riguardante i Dsa (dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia) è stata promulgata nel 2010. Ma non esistono solo i Dsa. Esiste anche un’altra categoria di cui ancora si parla poco, troppo poco. Mi riferisco ai Bes: bisogni educativi speciali.

Secondo Dario Ianes i Bes (che comprendono anche le disabilità certificate dalla L. 104, i Dsa certificati dalla L.170, ma anche una serie di problematiche – come lo svantaggio socioeconomico, o linguistico – che non godono di alcuna certificazione) riguardano difficoltà evolutive in ambito educativo/apprenditivo. La Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 ricorda che l’obiettivo dell’individualizzazione dei BES (individuazione affidata al perdonale docente e ai consulenti pedagogici,  che non si esprime in alcuna diagnosi) consiste nell’orientare la didattica verso una personalizzazione del percorso formativo. I BES complicano il lavoro dei docenti: non si chiede loro di avere un unico metodo d’insegnamento ma, al contrario, di saper individuare nuove strategie  per favorire il percorso evolutivo dei bambin* facendo loro raggiungere  i medesimi obiettivi ma attraverso nuove strade.

Dal mio punto di vista la legge sui Dsa è precisa e ha colmato un vuoto: si tratta, adesso, di adeguare la didattica al cambiamento normativo. Spesso infatti la certificazione viene usata come un’arma: per tutelare i docenti (“l’alunno è certificato” spesso suona come  un “è autorizzato a fare meno”…dunque il corpo docente si sentirà meno in colpa di possibili rallentamenti  e delle possibili difficoltà riscontrate dal gruppo classe) e le famiglie (di fronte alla inadeguatezza di molte scuole preferiscono tutelare il figl*, senza sapere che si tratta di una tutela solo di facciata).

Il mio suggerimento quindi è: parliamo meno di Dsa, parliamo di più dei Bes. Educhiamo le persone, soprattutto i genitori, ad una conoscenza approfondita di questi argomenti. Mettiamo in discussione l’idea per cui una certificazione è di per sé sufficiente ad annullare il problema. Facilitiamo lo sviluppo di nuovi metodi di apprendimento. Da qui anche l’esigenza di nuove figure da inserire nel panorama scolastico: il facilitatore degli apprendimenti ha proprio la funzione di valutare quali possono essere le migliori strategie per il raggiungimento degli obiettivi, deve conoscere nuovi metodi di lavoro, nuovi strumenti e, soprattutto, si pone come esperto nelle relazioni: cura, cioè, il rapporto tra corpo docente, genitori e alunni. Il facilitatore orienta i genitori e i docenti, li aiuta a individuare nuovi metodi per migliorare il lavoro dell’alliev*, sia in classe che a casa, da informazioni circa gli uffici territoriali che si occupano di didattica e strumenti dispensativi e compensativi, favorisce il processo di crescita personale dell’alunn*, potenziandone il senso di autoefficacia e di autostima.Il facilitatore, facendo proprie le abilità del counselling e della pedagogia, si contraddistingue per essere anche un professionista dell’ascolto empatico: non fornisce soluzioni ma pone le persone lungo il cammino per trovarle da sé. Credo ci sia bisogno di questa figura professionale per rendere la didattica meno “tecnica” e più umana.

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