Tra film e riflessioni educative. Il ruolo delle carezze nella relazione genitori-figli

  

Scrivo questo articolo in un’assolata domenica di novembre, bella e calda. Un malanno di stagione mi obbliga ad un po’ di riposo e così ne approfitto per organizzare le attività della nuova settimana, provare a leggere qualcosa (tre i mille libri comprati e disposti in bell’ordine sulla scrivania!) e ordinare un po’ l’armadio.

Faccio queste cose mentre la TV proietta le immagini di The help, film di qualche anno fa ma che trovo sempre molto bello ed attuale. Per chi non lo avesse visto il film è ambientato in uno Stato sudista dell’America degli anni ’60, quando i diritti per le persone di colore erano ancora un miraggio, e parla di una giovane appena laureata che trova lavoro nella redazione di un giornale di provincia. Dovrebbe rispondere alle lettere per una rubrica, invece le viene l’idea di scrivere un libro dal punto di vista delle tante collaboratrici domestiche di colore che animano le case delle ricche signore della borghesia. Sono considerate una nullità, la segregazione è ancora fortissima, ma nonostante il razzismo a loro è affidata l’educazione dei piccol* di famiglia. Una delle collaboratrici che si deciderà a partecipare al progetto della giovane protagonista si occupa non solo di fare la governante per una delle più importanti e ricche donne bianche della città, ma anche di curare l’educazione della bambina della padrona di casa. È una bimba di circa due anni che che con la madre non ha alcun rapporto se non quelli di semplice ‘apparenza’ legati alla necessità di mostrare la piccola alle invitate ai suoi party. Ogni mattina, quando la governante la sveglia, le ripete tre frasi… È il suo modo di farle sentire affetto e calore.

Tu sei carina, tu sei brava, tu se importante.

Ascolto questo passaggio e ripenso ai tanti colloqui che svolgo coi genitori, alle loro richieste. Le loro esigenze sono di solito quelle di ottenere un cambiamento comportamentale nei loro figl*… Ma quanti genitori di impegnano attivamente sul piano delle emozioni per ottenere questi cambiamenti?

Secondo la prospettiva Analitico Transazionale le affermazioni della governante possono racchiuderesi sotto il concetto di carezze. Per Berne, padre di questo orientamento, ogni essere umano ha dei bisogni specifici uno dei quali è la cosiddetta fame di riconoscimento. La possibilità di essere riconosciuto dagli altri nella propria essenza, indipendentemente da ciò che fa. Le carezze sono proprio quelle modalità con le quali sviluppiamo un contatto affettivo, empatico, con l’altra persona e le riconosciamo il diritto ad esistere. Dal mio punto di vista non è possibile attuare alcun cambiamento – penso soprattutto alla relazione genitori-figl* – senza una comunicazione che prenda in considerazione l’aspetto affettivo. Esso fluisce attraverso la comunicazione, soprattutto quella non verbale, ed è essenziale che i genitori siano consapevoli delle loro modalità. Per questo il colloquio pedagogico può essere utile ai genitori che decidono di riflettere sul proprio stile comunicativo, per aiutarli ad ottenere quei cambiamenti tanto voluti…mettendo però, prima, in gioco se stessi.

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La “giusta distanza” nel Counselling e l’Alleanza di Lavoro

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Come saprete da qualche tempo a questa parte porto avanti un progetto per conto di una Cooperativa toscana che si occupa prevalentemente di autismo e DSA. Settimana prossima incontrerò una nuova coppia genitoriale che ha richiesto di poter essere seguita per essere aiutata a “ri-centrarsi” e a “ri-scoprirsi”.

Al dì la dei dettagli, dei “tasselli del puzzle” che andremo via via costruendo con i due genitori, credo che ci sia un aspetto sul quale bisogna focalizzare l’attenzione. Per me si tratta quasi di un esercizio preparatorio: al di là del percorso che si farà, l’aspetto che non dovrà mai essere sottovalutato è il concetto di Alleanza di lavoro.

Si potrebbe, in maniera un po’ riduttiva, descriverla come quella sensazione di fiducia che si instaura tra il counsellor e l’utente che consente il buon esito dell’intervento. Mi sono interrogata più volte su questo elemento: quali sono gli elementi che la favoriscono?

  • l’assenza di giudizio: il counsellor si pone in un clima di profonda apertura col cliente che mai deve sentirsi giudicato (né con la comunicazione verbale né con quella non verbale!)
  • la possibilità di costruire un ambiente sereno: lo spazio che si crea quando l’utente decide di stipulare un contratto col counsellor dovrebbe essere il più possibile libero da pregiudizi e sereno. Ricordiamo che in AT la relazione di counselling dovrebbe costituire quello spazio e quel tempo necessari all’utente per darsi/ritrovare quei permessi che – per i più svariati motivi – ha smesso di fornirsi limitando le proprie potenzialità
  • il senso dell’okness: l’assunto di base dell’AT è che ognuno è ok. Ciò significa che ognuno ha capacità (di essere, di pensare, di veder riconosciuto il proprio punto di vista). Questo principio mi ha sempre ispirata molto. Vuol dire che non c’è superiorità tra le due figure, entrambe sono considerate importanti ed equamente rispettabili all’interno del processo di counselling.

Come fare a trasmettere tutti questi elementi che compongono l’alleanza di lavoro? e soprattutto: come si trasmettono fin dai primi minuti dell’incontro? Eh, si…perché l’alleanza si inizia a costruire subito, fin dai primi minuti del primo colloquio che, per sua natura, è il più difficile: può esserci un po’ di distanza, un po ‘ di titubanza  a parlare, ad esporsi…

Io mi sono data queste risposte:

  • accoglienza: segnalare il proprio interesse con la comunicazione non verbale (un bel sorriso “di apertura” del colloquio) permette di stabilire un primo contatto
  • operazioni terapeutiche “soft”: è facile nei primi momenti farsi prendere dalla voglia di aver chiaro il problema che spinge l’utente da noi e , di conseguenza, tartassarlo di domande. Le interrogazioni e i processi di chiarificazione, spiega Berne, servono all’interno del Counselling ma devono essere posti nel modo adeguato. Non devono essere percepiti come un’invadenza nella privacy. Nel primo incontro è corretto assecondare il sentire dell’Utente valutando passo dopo passo quanto “spingersi” all’interno delle questioni affrontate. Meglio avere un quadro ancora un po’ fumoso (ci saranno gli altri incontri per poterlo chiarire) che rischiare la nascita di una sensazione sgradevole nell’utente..che  potrebbe spingerlo a non venire più.
  • empatia; situarsi sul medesimo canale emotivo dell’utente saper cogliere le sfumature del suo racconto, sapersi fermare e dare spazio alle sue emozioni. Ricordiamoci che potrebbe essere anche la prima volta, per il nostro utente, a trovarsi a raccontare fatti privati ad una persona estranea…

In definitiva è il rispetto dei tempi e delle distanze la chiave di volta dell’intero sistema. Non può esserci alleanza senza rispetto…un po’ come insegna la storia della moderata distanza..ricordate cosa diceva Schopenhauer??
“Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati.
Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro.
Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali:
il freddo e il dolore.
Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”

(immagine reperita in rete)

Costruire un sogno. Il senso di un convegno 

Buongiorno a tutt*!

Oggi è lunedì e mi auguro abbiate trascorso il weekend facendo attività belle e piacevoli. Io sono stata a Navacchio per partecipare ai lavori del Convegno annuale della mia scuola di formazione. Il titolo di quest’anno? Costruire sogni. Il pensiero plurale, le reti possibili.

  

Due giornate intense, altamente formative, ricche di emozioni e condivisione.  Talmente belle che fin da subito mi sono interrogata su cosa raccontarvi per provare a trasmettervi anche solo una piccola percentuale delle emozioni che ho vissuto. 

Credo sia essenziale partire dal fondo, dal momento conclusivo, e procedere a ritroso. I lavori si sono conclusi con un video che illustra senza giri di parole cosa significa individuare un pensiero plurale e costituire una rete possibile. 

http://youtu.be/GBaHPND2QJg
 Parte tutto da un segnale: la bambina che mette gli spiccioli nel cappello del musicista. Lui inizia a suonare. Possiamo arrivare a capire che si tratta dell’Inno alla gioia solo quando la villa si unisce alla melodia. La musica si fa via via più complessa man mano che si aggiungono altri strumenti e i cori. Da ultimo anche il direttore d’orchestra che crea il trait d’union con tutte le altre figure presenti. 

Il senso di Performat è proprio questo: fare rete, permettendo ad ognuno di mantenere la propria specificità nonostante le interconnessioni, le riflessioni e i numerosi momenti di condivisione.

Alla luce di queste premesse si comprende per quale ragione sia stato scelto, per parlare ad una platea composta prevalentemente da psicologi, psicoterapeuti, educatori, pedagogisti, un figura come quella del prof. Formica, professore di Economia della Conoscenza, innovazione e Imprenditorialità in numerosi contesti internazionali. Chi conosce la Scuola sa che questo è uno dei suoi segni distintivi: l’obiettivo dei convegni è sempre quello di creare riflessioni, puntare all’innovazione, aiutare i professionisti che ruotano all’interno del sociale ad individuare nuovi modelli di business, nuove forme di imprenditorialità. 

   
 I convegni di Performat sono diametralmente opposti a quelli tradizionali dove si è troppe volte orientati a “guardarsi l’ombelico” realizzando momenti completamente autoreferenziali e, spesso, privi di contenuti autentici.

La lezione magistrale del prof. Formica ha toccato i temi dell’ “ignoranza creativa”, della differenza tra sentieri già battuti e percorsi innovativi, del valore formativo dell’incertezza come motore per il cambiamento. 

Gli altri interventi della giornata di sabato si sono rivolti al mondo del l’analisi transazionale, con la proiezione dell’intervista aWilliam Cornell, psicologo e supervisore e didatta di AT, e con la bella relazione di A. Tangolo e A. Massi sul senso dell’okness all’interno della relazione terapeuta-paziente.

  
La sessione pomeridiana di sabato è stata dedicata ad un momento di ricerca sociale/psicologica. In un processo in parte creativo, in parte pratico, “reagiscono meglio” (cioè sono più responsive) i gruppi con un conduttore o con un osservatore? Per indagare il fenomeno tutto gli iscritti al convegno sono stati inseriti in gruppi, alcuni dotati di un facilitatore altri di un conduttore. L’obiettivo è stato quello di individuare le modalità di costituzione del gruppo, i passaggi tra le varie fasi necessarie alla sua costituzione e i risultati finali.

Ogni gruppo ha lavorato sullo stesso mandato: a partire da un’ipotesi (“immaginiamo che nel 2016 venga istitutivo l’anno internazionale contro l’omotransfobia)  si è cimentato nella realizzazione di un logo e un claim da utilizzare per la campagna pubblicitaria.

Il gruppo selezionato da una giuria composta dallo staff del Performat salute che si occupa di temi Lgbt è davvero molto bello e di impatto:

  

Il lavoro realizzato dal mio gruppo, invece, si è aggiudicato una menzione speciale!

  
La giornata di domenica, oltre che alla presentazione dei risultati di questo piccolo esperimento sociale, è stata dedicata alle orami tradizionali sessioni in parallelo: quattro tavoli di lavoro sulle tematiche del Counselling, della psicoterapia, dell’organizzazione e dell’educazione.

Quest’anno ho avuto il piacere di presentare un mio breve contributo, nell’ambito della sessione dedicata al Counselling, per parlare di un intervento – recentemente attivato – di Counselling pedagogico per favorire il potenziamento delle competenze genitoriali all’interno di famiglie con bambini affetti da autismo.

  
Credo che il senso di queste giornate trascenda gli aspetti prettamente lavorativi: certo, ogni intervento ha fornito spunti e suggestioni importanti per la pratica professionale. Ma il senso del Convegno va ben oltre. Ci ha esortato a trovare nuovi modelli di imprenditorialità per far fronte alla crisi, ci ha suggerito l’importanza di creare interconnessioni, anche tra discipline diverse, ci ha insegnato l’importanza della formazione continua, multi e transdisciplinare.

Alla luce della conclusione del Master in Counselling (la discussione della tesina si terrà, infatti, il mese prossimo) tutti questi elementi divengono pietra miliare di un percorso autenticamente formativo e, insieme, prospettiva privilegiata dalla quale orientare il progetto professionale negli anni a venire. 

Le buone pratiche del counselling

Il libro curato da Giorgio Piccinino vuole colmare un vuoto pratico: se in questi ultimi anni si sono moltiplicati i saggi che hanno cercato di definire i confini, le competenze, i fondamenti epistemologici del counselling pochi sono stati i volumi che hanno cercato di identificarne, nella pratica, le sue applicazioni.

Ogni capitolo del volume intende approfondire un ambito di applicazione del counselling, oltre a fornire alcuni contenuti teorici utili ad inquadrarlo con più precisione. Scorrendo le pagine si può così scoprire che il counselling può essere utilizzato per lavorare sull’integrazione dei ruoli che le persone ricoprono nella vita di tutti i giorni. Un altro ambito di applicazione del counselling è rappresentato dal lavoro nelle organizzazioni: la relazione di aiuto può servire per attivare risorse e per migliorare la comunicazione all’ interno del team. Il counselling risulta essere un buon strumento di lavoro per operare con i genitori, per sostenere le loro competenze educative. Come strumento delle relazioni di aiuto, poi, è fondamentale per riconoscere le qualità personali e le proprie potenzialità e favorire i processi di resilienza.

Il volume presenta inoltre una serie di strumenti utili per l’attività professionale (l’egogramma, il questionario delle spinte, il questionario sulle carezze…) corredati da nozioni teoriche per comprendere meglio l’Analisi Transazionale.

È un saggio che consiglio a tutti coloro che vogliono approfondire gli usi e le applicazioni del counselling e, in particolare, a chi è interessato all’Analisi Transazionale. 

 

I Giochi nell’Analisi Transazionale

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Secondo Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, la dimensione sociale si compone di transazioni:

Se due o più persone s’incontrano in un aggregato sociale, prima o poi qualcuno si deciderà a parlare o a dar segno in qualche modo di essersi accorto della presenza altrui. Questo è lo stimolo transazionale. L’altro, o gli altri, diranno o faranno qualcosa che sarà in qualche modo in rapporto con lo stimolo: e questa è la reazione transazionale (A che gioco giochiamo, Bompiani editore).

Le transazioni, definite come unità minime dello scambio sociale, determinano i contatti tra le persone e – analizzandole – è possibile intuire molti aspetti della nostra persona. Esse possono essere complementari, incrociate o ulteriori.

Anzitutto in che posizione esistenziale ci collochiamo. Come ci percepiamo? come percepiamo gli altri? Poi le nostre convinzioni copionali. Berne stesso definisce il copione

un piano di vita che continua a strutturarsi, dopo essere stato strutturato nella prima infanzia sotto l’influenza dei genitori (…).

Rappresenta, in sostanza, ciò che noi crediamo di noi stessi (“sono degno di essere amato”, “non posso crescere se non voglio perdere l’amore dei genitori”, “sono condannato a non ottenere mai ciò che voglio”…). A meno che non si vada a lavorare per cambiare queste convinzioni copionali, Berne ci insegna che ogni persona metterà in atto, nel corso della propria vita, strategie per confermare queste convinzioni di fondo.

Questo breve cappello introduttivo – a proposito di Berne e della sua AT – è indispensabile per permettere a tutt* di entrare in contatto con il volume di Sabrina D’Amanti, psicoterapeuta specializzata in Analisi transazionale – intitolato I Giochi dell’Analisi Transazionale.

Per rispondere alla nostra esigenza (“fame”, avrebbe detto Berne) di strutturare il tempo, ogni essere umano può impiegare diversi “modelli” di comportamento che variano dall’isolamento (in cui il contatto con l’altro è pressoché inesistente) all’intimità (il modo più autentico di contattare l’altro).

I giochi possono essere definiti  come

una serie ricorrente di transazioni, spesso ripetitive, apparentemente razionali e con una motivazione nascosta…una serie di operazioni con un trucco.

Il volume ha il pregio di definire – nella prima parte –  l’impianto teorico necessario per comprendere questi concetti e – nella seconda – effettua un’analisi dettagliata dei singoli giochi distinguendoli a seconda del ruolo che assume chi li gioca (Persecutore, Vittima, Salvatore). Ogni gioco comporta la complementarietà di due ruoli (un persecutore si “scaglierà” contro la sua Vittima) che cambiano proprio durante il gioco (il persecutore può diventare vittima, la vittima persecutore). La psicologa illustra in modo schematico i motivi sociali e psicologici che si celano dietro ai giochi e anche la loro antitesi, ovvero il modo per non farsi agganciare dal gioco di qualcuno.

Lo scopo del volume è aiutare le persone ad individuare i giochi, riconoscerli per cominciare ad agire su se stess* prendendone le distanze. La premessa infatti è che se ci sono gli elementi per individuarli è possibile anche, gradatamente, smettere di usarli (non a caso il volume è corredato da un bel post scriptum  nel quale, per punti, sono indicati alcuni validi “atteggiamenti di personalità” da adottare) riconquistando una visione autenticamente berniana: io sono ok, tu sei ok.