L’arte di amare

La gente capace di amare, nel sistema attuale, è l’eccezione; l’amore è per necessità un fenomeno marginale nella società occidentale moderna.

Il saggio di Erich Fromm ruota attorno all’amore e alle definizioni in cui è stato declinato nella società contemporanea. Secondo lo psicologo si è progressivamente arrivati a confondere l’amore con l’essere amati. Si è, inoltre, arrivati a semplificare il concetto fino a renderlo semplicemente un sentimento a cui è sufficiente abbandonarsi per incontrarlo.

Al contrario, Fromm intende – in questo volumetto di cui consiglio la lettura – problematicizzare il tema dell’amore.

Nessun crede che ci sia qualcosa da imparare sull’amore.

L’amore è affrontato in modo confuso: si crede sia sufficiente trovare un oggetto da amare. L’oggetto si è imposto sulla funzione. Si immagina l’amore, infatti, come una piacevole sensazione contro la quale gli uomini sperano di potersi  imbattere così, grazie ad un colpo di fortuna. Scopo del saggio sarà quello di portare attenzione sull’amore inteso come ‘arte’ – quindi come capacità che si conquista affrontando teoria e pratica, mettendo in campo discrete dosi di sforzo e saggezza. 

Secondo lo studioso – psicologo e sociologo – l’uomo avverte profondamente il desiderio di unione. L’unione col gruppo è il modo più semplice per superare questo isolamento. Le democrazie occidentali – che hanno stabilito “un’uguaglianza di uomini che hanno perso il loro individualismo” (p.27) porta a preferire un tipo di unione che si esplicita nella routine e nel conformismo, di per se insufficienti a risolvere o placare l’ansia avvertita dall’uomo. Questa semplificazione porta l’essere umano a pensare all’amore come ad un elemento passivo. Amo nella misura in cui sono amato.

Fromm non accetta queste definizioni ed è pronto a scardinarle per sostituirle.

Amore è premura

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amo.

Amore è responsabilità

Responsabilità è un atto volontario, è la mia risposta ad un bisogno – espresso o inespresso – di un altro essere umano

Amore è rispetto

Esso denota, nel vero significato della parola (respicere = guardare) la capacità di vedere una persona come è

L’amore è guidato dalla conoscenza

Proprio per questa ragione Fromm arriva a distinguere una teoria è una pratica dell’arte di amare. La teoria è essenziale per capire come si sono organizzate le società contemporanee, cosa richiedono agli esseri umani e come hanno contribuito alla trasformazione del concetto di amore. Serve altrsì per conoscere i vari tipi di amore (quello materno, quello erotico, quello per se stessi, quello rivolto a Dio…).

La pratica significa imparare qualcosa sull’arte di amare, sugli elementi che servono per acquisirla. L’autore individua in particolare alcuni elementi indispensabili per avvicinarsi alla pratica:

  1. La disciplina ( che contrasta quel sentimento di pigrizia che le persone attivano come reazione alla routine quotidiana),
  2. La concentrazione (condizione particolarmente complessa da acquisire: la nostra società agisce allo scopo di distrarci e anche le nostre conversazioni con l’altro servono solo a questo scopo. Non ci permetto no di incontrare l’altro, sono farcite di clichés, non sono finalizzate all’ascolto),
  3. La pazienza

La capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare

(…) non si può imparare a concentrarsi senza diventare sensibili a noi stessi.

Ma quali sono le qualità indispensabili nell’arte di amare??

  1. Superare il proprio narcisismo
  2. L’umiltà
  3. La fede: non quella irrazionale ( la credenza in un essere superiore) ma quella razionale, la convinzione radicata nella propria esperienza di pensiero e sentimento. La base di questo tipo di fede è la produttività
  4. La fede rischia a necessariamente il coraggio

Amerei significa affidarsi completamente incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata

Consiglio a tutti/e la lettura di questo volume proprio perché non si può considerare esclusivamente un saggio di psicologia. Fromm coniuga il suo sguardo sul l’essere umano con quello del sociologo e compie una riflessione in grado di unire individuale e sociale.

Certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari se l’amore deve diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale.

(…) analizzare la natura dell’amore significa scoprire la sua attuale assenza totale e criticare le condizioni sociali che sono la causa di tale assenza.

Alessia Dulbecco 

http://www.facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco

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    Di cosa avete paura?

    A chi ha partecipato al convegno organizzato il mese scorso a Milano, Difendere la famiglia per difendere la comunità,

    a chi crede che l’amore possa essere di serie A o di serie B,

    a chi ogni giorno pensa, scrive, dice qualche frase sessista ed omofoba,

    a chi passa le giornate a commentare su facebook notizie e fatti di cronaca con affermazioni violente e omofobe,

    a chi si indigna per un bacio scambiato tra persone dello stesso sesso,

    a chi passa dall’indignazione ai fatti e, nascondendosi dietro passamontagna, cappellini e bandane compie veri e propri raid nei confronti delle persone omosessuali,

    a chi “ah sì sì, io i gay li rispetto ma proprio non capisco questa battaglia per potersi sposare”,

    e, per finire, ai miei preferiti: quelli de “ho tantissssssssimi amici gay, però….

    A tutti loro dedico queste parole bellissime, di Cristina Obber (qui l’articolo apparso su la 27esima ora). Un messaggio sincero, leggero – leggerezza che, come diceva Italo Calvino, non è mai superficialità – e semplice. Perché credo ci sia bisogno di semplicità per parlare di amore. Non di inutili convegni.

    La mia famiglia è composta da me, mio marito, due figlie e un figlio.

    E’ il mio nido; si viene, si va, e lì si ritorna.

    Vorrei che per tutti la famiglia fosse un luogo così, un luogo di condivisone e rispetto. Mi piace la mia famiglia, e non ho paura.

    Non ho paura di famiglie più grandi o più piccole delle mie, non ho paura di famiglie con figli unici, o senza figli, non ho paura di famiglie con un solo genitore o dove ci sono due mamme o due papà.

    Non ho paura dell’amore degli altri, perché l’amore degli altri non mi deruba, mi nutre.

    Credo sia faticoso vivere con la paura che l’amore degli altri sia una minaccia, che ti possa togliere l’aria, ferire, che strappi qualcosa di te.

    Deve essere triste sentirsi in pericolo per amore.

    La prima volta che ho messo piede su una spiaggia ero già grande, avevo 13 anni e nessuna confidenza con il mare. Ne avevo paura perché non lo conoscevo.

    Negli anni a seguire mi è sempre piaciuto contemplarne la bellezza, ma ci entravo con apprensione, mai sola, e senza allontanarmi troppo dalla riva o dalla barca. Poi un giorno, a 40 anni, mi sono detta che lo amavo troppo e non potevo viverlo a metà.

    Così mi sono iscritta ad un corso di nuoto in una vasca di acqua calda per bambini, e un anno dopo ho nuotato nella vasca degli adulti, e l’anno seguente ho preso il brevetto di Apnea e mi piaceva andare giù, in quel nuovo silenzio. Oggi non sono una sirena ma quella paura si è trasformata in un lieve timore che a tratti scompare, e mi sento più viva perché avere paura della natura era innaturale.

    Per questo vorrei che nessuno avesse paura di una cosa naturale come l’amore.

    Di amare non si decide, accade. L’ho scritto in L’altra parte di me, perché è così che ci si innamora; lo si sente nei fremiti del primo bacio tra Giulia e Francesca, le “mie” adolescenti; lo si respira negli sguardi di Ingrid e Lorenza nel film Lei disse sì,  lo si ritrova tra le righe in cui Rosaria nel suo libro racconta la scelta, con Chiara, di diventare mamme.

    E’ una coincidenza ma queste tre storie potrebbero essere l’una il proseguo dell’altra.

    Giulia e Francesca si conoscono a 16 anni e chiudono il libro al primo anno di università.

    Ingrid e Lorenza si sposano, Rosaria e Chiara diventano mamme.

    Sono storie che raccontano che anche persone dello stesso sesso si possono incontrare, innamorare, possono desiderare di svegliarsi e addormentarsi insieme, di condividere la vita, possono sperare di avere un figlio, una figlia, possono riuscirci. Non è dall’amore che mi voglio difendere.

    La mia famiglia è composta da me, mio marito, due figlie e un figlio ma ci sono altre famiglie, e ciò che fa di un nucleo di persone una famiglia è la condivisione di un progetto di vita e di amore, è la costruzione di un nuovo nido. Nient’altro.

    Di che cosa avete paura?

    La pubblicità ingannevole è (solo) quella gay-friendly

    Qualche settimana fa Tiffany& co., noto marchio di gioielli di lusso, ha lanciato la nuova campagna pubblicitaria dal titolo “Will you”. Le fotografie, scattate da Peter Lindberg, vogliono rappresentare scene di vita quotidiana di coppie diverse. Una di queste ritrae una coppia omosessuale. I due ragazzi, seduti sulle scale, si guardano e sorridono in una posa – spontanea e rilassata – analoga a quella delle altre coppie ritratte.  Al centro della campagna pubblicitaria, quindi, il tema dell’amore – trattato con naturalezza e spontaneità – e delle tante forme in cui si manifesta.

    Tiffany_WillYou_gay (1)

    Nonostante la delicatezza dell’immagine e del contenuto che sottende la fotografia, qualcuno in Italia si è dichiarato contrario. Mi riferisco alla Sottosegretaria allo Sviluppo Economico Simona Vicari e al suo collega Gabriele Toccafondi, anche lui Sottosegretario ma all’Istruzione (!!!).

    Come è possibile leggere nel blog di Matteo Winkler, su Il fatto quotidiano, secondo i due esponenti del nuovo centro destra la campagna sarebbe lesiva dell’identità e dei valori del popolo italiano e – per giunta – anche ingannevole poiché

    un uomo o una donna che ricevono una proposta di fidanzamento o di matrimonio dal proprio compagno o dalla propria compagna con tanto di anello potrebbero essere portati a pensare che il matrimonio sia reale, e che possa configurarsi anche una possibilità giuridica di tale unione.

    Nello stesso periodo, però, è stata lanciata la nuova campagna pubblicitaria di Vodafone: un concentrato di stereotipi e e sessismo: proprio per questo non mi stupisco del fatto che nessun* politic* abbia fatto una levata di scudi o si sia indignat* per il suo contenuto.

    Lo spot – narrato dalla voce fuori campo di Fabio Volo – ritrae un giovane sportivo (manco a dirlo: bellissimo). La voce di Volo ci informa che Paolo, il giovane, nella sua vita di pallavolista ha affrontato tantissime sfide ma mai una così difficile come prendersi cura della nipote di otto mesi. Per cambiarle il pannolino ha bisogno di vedere un tutorial su You Tube (ed è per questo che una connessione super veloce – target della pubblicità – diventa essenziale).

    Cosa ci dice questo spot? Intanto che un uomo così bello e – si presume – con un hobby come quello della pallavolo non può avere figli (non a caso la bimba è solo una nipotina). Inoltre ci ricorda che occuparsi di un bambino è un’attività prettamente femminile (infatti senza il tutorial non sarebbe stato in grado di cambiarle neppure il pannolino). Lo spot è un concentrato di stereotipi (quello del padre imbranato, già ripreso tempo fa dallo spot di kinder maxi) e di sessismo (sono le donne a fare cose da donne, come ad esempio occuparsi dei bambini).  Non da meno la chiusa finale: la bimba chiama “mamma” il povero Paolo, che la guarda con aria rassegnata e imbarazzata mentre gli amici lo osservano dispiaciuti e si allontanano leggermente: come a dire, se sei riuscito a cambiare il pannolino hai fatto una cosa da donna, e se ti comporti da donna allora sei una donna!

    Nei confronti di questa pubblicità – che ho trovato offensiva (in primis per gli uomini, descritti come cerebrolesi incapaci, bravi solo quando si tratta di avere un pallone tra le mani) e fastidiosa – nessuna polemica da parte dei nostri politici. Ciò non mi stupisce: se la pubblicità mantiene lo status quo (uomini sportivi e bellocci, donne carine e brave casalinghe, o super manager e in carriera ma sempre vestite come ad una sfilata…) i valori del popolo italiano – gli stessi valori a cui si appellavano Vicari e Toccafondi per attaccare la pubblicità di Tiffany –  non sembrerebbero essere messi in discussione.

    Tutto ciò è molto strano invece. Mi pare che anche questa sia una pubblicità ingannevole, eccome. I miei coetanei sono uomini intelligenti e in grado di accudire un bambino (per lo meno di cambiare un pannolino!). I trentenni di oggi che vivono in coppia sono abituati a svolgere, nell’ambiente domestico, qualsiasi funzione (mi spiace deludere i nostri politici e i loro “valori tradizionali”, ma se ancora pensano che l’uomo sia quello che al più getta la spazzatura e la donna quella che cucina, stira e lava credo abbiano bisogno di un rapido corso di aggiornamento e magari anche di uno stage, così, giusto per verificare sul campo il reale stato delle cose).

    Ma forse sono io a sbagliare. La pubblicità ingannevole È solo quella gay-friendly, quella che ascolta le tante voci di donne e uomini che chiedono più diritti civili, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. Tutto il resto è “tradizione”.

    Robin Norwood e le sue Donne che amano troppo

    “Certe relazioni non sono coincidenze” (p.100): è questa la chiave di lettura del celebre saggio di Norwood, dedicato alle donne che amano troppo. Ma chi sono costoro? Con una narrazione semplice e diretta, attraverso la rilettura di una serie di casi che ha seguito in anni di lavoro l’autrice prova a delineare il profilo di questa grande categoria di donne. E’ strano, il gruppo delle “donne che amano troppo”: pur essendo tantissime le appartenenti alla categoria nessuna è consapevole di farne parte. Tutte sono convinte di amare, non di “amare troppo” e quando si presentano in terapia non hanno la benché minima percezione che il problema – il vero problema, al di là di quanto esse riportano (un amante che se ne va, l’alcolismo, i disturbi alimentari, la cleptomania) – sia riconducibile al troppo amore. Il testo si prefigge allora proprio questo scopo: «aiutare le donne che hanno dei rapporti distruttivi con gli uomini a riconoscerne il fatto, comprendere le origini e costruire gli strumenti per cambiare la loro vita» (pag.16).

    «Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo i suoi malumori (…) ma ci adattiamo. Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo (…)» (pag.13): questo può essere una prima definizione di “troppo amore”. Le sfumature di questa possibile condizione esistenziale – che caratterizza un gran numero di donne – viene poi tratteggiata finemente attraverso il racconto dei casi di Jill, di Trudy, di Melanie, di Cloe e dei loro compagni. Sono due le ragioni che possono portare le donne ad amare troppo: una è di tipo individuale, riconducibile all’infanzia: aver sofferto di carenze affettive, esser cresciute in una famiglia in cui venivano negati i comportamenti considerati inaccettabili, aver bisogno di controllare qualsiasi cosa per il timore che tutto ciò che sfugge al controllo sia potenzialmente pericoloso, essere una co-alcolista (cioè avere familiari con questa problematica) sono tra i motivi individuati dall’autrice come fattori scatenanti del disturbo del “troppo amore”. L’altra motivazione è ravvisabile negli stereotipi di genere e nell’educazione che, da sempre, le donne sono costrette a subire. «Ci insegnano che è nostro dovere rispondere con compassione e generosità quando qualcuno ha dei problemi» (p.157), ci insegnano che con la forza del nostro amore possiamo cambiare l’altro (e non a caso i partner che scelgono donne che amano troppo sono uomini con disturbi di vario genere, dalla dipendenza da alcol e droghe a problematiche sessuali, o lavorativi, o sociali, che avrebbero bisogno di cambiare per poter stare meglio), ci insegnano ad essere succubi ed accondiscendenti, perché è questa l’unica strada per accaparrarsi l’amore del nostro Lui. Le donne che possiedono queste caratteristiche sviluppano relazioni tutt’altro che casuali «con uomini che permettono loro di continuare ad avere quel tipo di rapporto morboso sviluppato nell’infanzia». (pag.98). I due inizieranno una relazione giocando, di volta in volta, il ruolo di Vittima, di Persecutore o di Salvatore. In Analisi Transazionale questo fenomeno prende il nome di triangolo drammatico. Il rapporto tra i due non potrà che essere sbilanciato, disarmonico, morboso…malato.

    Il volume, nonostante sia ormai un lavoro “datato”, rimane un testo fondamentale per capire le dinamiche che si celano dietro ai fenomeni di violenza domestica. Esso inoltre adotta un’impostazione interessante, utile per affrontare il problema da un’altra angolazione: invece di cercare le motivazioni per cui un uomo violento intrattiene una relazione di dipendenza e violenza con una partner si guarda invece alle motivazioni profonde, alcune psicologiche, la gran parte sociologiche e pedagogiche (relative cioè agli stereotipi di genere, veicolati dalla società e rafforzati dalla pratica educativa tradizionale) che possono spiegare il motivo per cui una donna sacrifica il proprio benessere intrattenendo relazioni affettive morbose.

    Le radici del “troppo amore” affondano nell’immaginario del femminile, che vuole al donna in grado di sacrificarsi per l’altro (padre, marito, amante…) perché questo è il ruolo che per secoli le è stato imposto. Il saggio mette in luce quanto questo assunto di base sia deleterio e malsano (non solo per la donna, che ne paga le conseguenze più care, ma anche per l’uomo a cui si illude di voler bene, di cambiare, di aiutare). Oggi di queste tematiche si discute molto: nel 1985 forse meno. Per questo il saggio di Norwood deve comparire tra le letture imprescindibili di chi si occupa di violenza di genere ed educazione.