Piccolo decalogo per genitori affidabili (e per figl* felici)✨

buongiorno a tutt*!

Oggi ricomincia la scuola, qui in Toscana! Mentre immagino bambin* eccitati – felici di cominciare un percorso o riprendere quello interrotto – genitori in ansia per la ri-organizzazione della vita famigliare (“oggi mangi a scuola? Ma dopo hai judo? Viene a prenderti la nonna…”) ho pensato a qualche suggerimento che tutti i genitori possono adottare; un prontuario da leggere, ricordare e ricordarsi…

👩🏻‍🏫scuola è sinonimo di crescita: anche se ti costa molto, impara poco per volta ad allentare la presa. Goditi lo sviluppo del tuo bambino che passerà dal chiederti tutto (fare lo zaino, preparare i vestiti, uscire di casa…) al volerlo fare da sé. Non ti sta mettendo da parte, ma ha bisogno di diventare “competente”. sostienilo in questo processo bellissimo!

📈soprattutto all’inizio, non andare in ansia per il suo rendimento. Ogni bambin* ha tempi diversi. Ascoltali, e rispettali.

🤾🏻‍♂️🤸🏻‍♀️lo sport è importante,ma non imporlo! Sceglietelo assieme e, se non è convint*, non farlo continuare a tutti i costi. Magari ne troverà un altro di suo gusto, senza sforzi.

🤹🏼‍♂️🎼piscina, teatro musica, danza.. ogni bambin* ha bisogno di tempo libero! Non occupare ogni singolo momento della sua giornata. I bambin* (di tutte le età!) devono poter giocare e si, in alcuni momenti, anche sperimentare la noia.

💭se ritieni che tuo figl* abbia bisogno di un aiuto, cerca il/la professionista che meglio risponde alle sue necessità. Ma ricordati che niente potrà sostituire il tuo ruolo di mamma o babbo.

🌱il rendimento di tuo figl* dipende anche dall’ambiente in cui cresce. Farlo assistere a litigate, dargli poco tempo, non farlo sentire amato hanno effetti negativi…ricordalo!

❗️presta attenzione ai cambiamenti: un trasloco, un lutto, un fratellino in arrivo. Sono eventi che tuo figl* comprende, non pensare che “è troppo piccolo!” Presta attenzione, aiutalo a capire e sostienilo!

🧾non puoi tenere sotto controllo tutto. Capiterà di perdere una lezione di chitarra, far tardi al mattino. Ciò che conta è che siano eccezioni, non la regola.

❣️fa si che si senta amat*, sempre, non solo se porta a casa il 9 di matematica. Niente come l’autostima porta a risultati concreti. Gli insegnerai che l’amore non si baratta per un voto, un successo. Si ama, punto.

👩‍👧‍👦👨‍👧‍👦👩‍👩‍👧👪👨‍👨‍👧‍👦 non è vero che “siamo tutti genitori”. Biologicamente, certo, ma non sempre sappiamo fare la scelta giusta o sappiamo rispondere correttamente a questo compito. E ciò non deve farci sentire meno adatti, sbagliati, perdenti. Se hai bisogno, fatti aiutare, sempre!🙏

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

Di imperfezioni ed autenticità 

Uno degli elementi con cui mi capita di scontrarmi maggiormente, lavorando con le donne che si recano da me in studio, è proprio il tema della perfezione.

Madri che non si sentono in grado di gestire qualsiasi tipo di imprevisto o criticità dei propri figl*, donne che sentono di dover mantenere un certo livello di performance sul lavoro, pena la perdita del loro riconoscimento da parte dei colleghi. Donne che nella relazione di coppia non prevedono la possibilità che il partner le veda (anche) per ciò che sono o possono essere, a volte: fragili, insicure, non al top sul piano fisico.

Quello che osservo è che spesso si tratta di una  richiesta sociale a cui le donne aderiscono quasi inconsapevolmente e rispetto alla quale, però, fanno immensa fatica a distaccarsi. Come pensare possa essere diversamente, infatti: già a partire dalla nostra nascita siamo orientate a dare il massimo. Ci insegnano ad essere perfettamente operative e ‘responsive’ sotto qualsiasi aspetto (il piano fisico, quello scolastico, quello delle relazioni, quello delle attività extra scolastiche e così via…).

Liberarsi dal senso di performance è uno degli elementi su cui le donne mi chiedono, il più delle volte, di lavorare. Non ci sono ricette valevoli per tutte, ovviamente, ma uno degli esercizi che trovo più potenti rimane proprio quello di andare alla ricerca delle proprie imperfezioni provando a guardarle con occhi diversi: non come ciò che ci impedisce di essere amate o riconosciute dagli altri (“se fossi una buona madre..”, “se fossi più magra…”, “se sul lavoro non fossi così rigida…”) ma come aspetto che fanno di noi ciò che siamo, la nostra autenticità.

Anche su questi aspetti è incentrato il minicorso Donne in rinascita e, come avevo già accennato, la sua realizzazione è avvenuta proprio grazie al confronto con le tante donne che hanno lavorato con me. Un corso per chi ha poco tempo ma le necessità o la voglia di guardarsi diversamente. Ti accompagno – come scrive anche la mia fantastica super coach che ne ha parlato qui – per rimetterti in discussione. Per aiutarti a dirti tutto ciò che hai in sospeso e, quindi, a ripartire. È un corso veloce e ad un prezzo super (si tratta del mio primo corso online!): se fa al caso tuo ti consiglio di iscriverti 🙂

E tu, su quali aspetti senti di non voler più raggiungere la perfezione ma la felicità?

Scrivimi o lascia il tuo commento qui o sulla pagina fb! Ti aspetto!

 

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In merito all’omicidio di Ferrara. Accettare conflitti ed emozioni per un’educazione migliore

Uso il blog per scrivere di educazione, di educazione alla genitorialità ed educazione affettiva. Uso il blog, in sostanza, per parlare della mia professione e diffonderne i contenuti.  I fatti accaduti un paio di giorni fa a Ferrara non possono lasciarmi indifferente e credo meritino una riflessione.

Un giovane di sedici anni si fa aiutare da un amico per uccidere i genitori, promettendogli circa mille euro per lo svolgimento di questo “lavoro”. Tanti sono i genitori che oggi si chiedono se sia necessario aver paura dei propri figl*, tanti si chiedono dove si sia fallito. Perché si, siamo davanti ad un fallimento.

Abbiamo abdicato alla fatica che l’educare comporta, seguendo due strade che portano verso direzioni opposte.. ma si sa che spesso gli opposti sono così “opposti” che finiscono per essere nei fatti davvero molto, molto simili.

Da una parte abbiamo preferito “dire sì” piuttosto che accettare il conflitto. Abbiamo fatto crescere generazioni di frustrat* incapaci di reggere un parere discorde, un voto negativo, incapaci di puntare sulla propria capacità di resilienza per far fronte ai piccoli grandi problemi di tutti i giorni.

Dall’altra abbiamo adoperato punizioni e castighi che nulla sanno insegnare perché l’unica cosa che sanno produrre è lo stesso livello di frustrazione, lo stesso livello di incapacità descritto sopra.

Per abdicare alle richieste educative dei bambin*, uomini e donne del domani, abbiamo preferito renderci sordi alle loro emozioni educando anche loro alla medesima sordità.

Fatti come quelli di Ferrara dovrebbero servire per aiutare i genitori a riflettere sul proprio stile genitoriale. Impariamo ad ascoltare le emozioni, impariamo ad educare attraverso di esse. Decidiamo, finalmente, di accettare il conflitto come occasione di conoscenza. Essere in conflitto infatti non significa essere in guerra: significa che davanti ad una difficoltà si ascoltano le parti in gioco per individuare le possibili soluzioni. Spesso, invece, il conflitto viene confuso con una specie di guerra fredda fatta di muri che si erigono, di assenza di dialogo. E’ proprio il contrario. Parlare di conflitto (in ogni tipo di relazione: amicale, affettiva, tra genitore- figl*) significa liberarsi da tanti stereotipi primo tra tutti quello del dover essere sempre, per forza, sorridenti e felici. E’ falso: ogni relazione porta con se un livello medio di conflittualità. La differenza la fa come si gestisce tale situazione.

In questo senso, i fatti di Ferrara e i tanti femminicidi sono equiparabili: qualcosa nella relazione non va e si decide, per incapacità di compiere scelte alternative, per eliminare  – fisicamente – il problema. Diversamente non lo si potrebbe gestire.

E’ importante per questo rivedere le proprie modalità di comunicazione, di gestione delle difficoltà. Credo che questo valga per tutt* ma soprattutto per coloro a cui è affidata la crescita e l’educazione di bambin* e ragazz*.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Genitori positivi, figli forti

Anche oggi il consueto spazio del blog è dedicato alla recensione e  all’approfondimento di un volume dedicato alla genitorialità.

Come nel caso dell’articolo della scorsa settimana, l’obiettivo del libro di Rosa Angela Fabio edito da Erickson è quello di portare i genitori a riflettere sugli errori più comuni che si tendono a fare in educazione e su tutti quegli aspetti che si tendono a dimenticare o sottovalutare.

E’ un libro semplice ed immediato che si può usare anche come stimolo all’interno di corsi specifici dedicati ai genitori e alle questioni educative. Molti sono i contenuti che l’autrice ha affrontato e che ho trovato interessanti, tra i quali:

  • l’importanza della ripetizione: i comportamenti non si modificano semplicemente mettendoli in pratica una sola volta  e, soprattutto, al loro cambiamento contribuiscono in misura analoga i processi cognitivi ed emotivi
  • l’attenzione verso alcune dinamiche fondamentali in educazione: ogni genitore deve essere in grado di accogliere totalmente i propri figl* (il che non vuol dire, come molti credono, non correggerli mai!) ed essere ben disposto nei loro confronti anche e soprattutto da un punto di vista emotivo
  • l’importanza della coerenza tra genitori: nulla è più pericoloso di un messaggio contraddittorio. pone i due genitori in contrasto, chi lo recepisce e deciderà di accettare una delle due “versioni” si ritroverà inevitabilmente a svalutare il punto di vista altrui. L’invio di messaggi discordanti è anche il modo più facile, per un genitore, di non vedersi rispettato nel proprio ruolo di educatore.
  • la necessità di comprendere i comportamenti dietro gli atteggiamenti problematici: la punizione fine a se stessa è inutile, molto più importante capire da dove provenga la necessità di agire un comportamento problematico individuando altre strategie per arginarlo. in questo senso l’ascolto, la predisposizione emotiva  fanno la differenza.

 

Altre cose che mi hanno fatto apprezzare il volume sono le schede a conclusione di ogni capitolo, attraverso le quali ogni lettore può “sperimentarsi” provando ad assegnare un punteggi alle situazioni descritte verificandone la congruità.

Un altro spunto interessante è legato al benessere dei genitori: tutti i passaggi elencati precedentemente sono inutili infatti se un genitore è stressato, vive nell’ansia del futuro o si trova in uno stato d’animo particolarmente adirato. Sono le situazioni, quelle, in cui è più facile agire comportamenti punitivi che non avranno altro risultato se non quello di rinforzare il comportamento negativo proposto dal bambin*.

Al tema del benessere dedico molto spazio, nei miei corsi dedicati alla genitorialità. Credo, proprio per i motivi elencati precedentemente, che si tratti di un elemento fondamentale e spesso poco riconosciuto anche per via delle tante pressioni sociali che investono i genitori. Mi sento spesso dire che una volta avuto un figlio un genitore debba “mettersi da parte”, sacrificarsi in funzione del bambn*. Io credo che dal sacrificio non provenga nulla di buono. Ai genitori che decidono di lavorare con me insegno la bellezza della realizzazione, senza la quale anche l’educazione non può dipanarsi.

Per qualsiasi informazione circa il mio lavoro sul tema della genitorialità e delle regole educative resto a vostra disposizione.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Nuovi strumenti per l’educazione. Raccontare e raccontar-si attraverso Fatus.

Chi segue il blog sa che gli ultimi articoli scritti sono stati dedicati alla grande manifestazione di Educare alle differenze, grande contenitore di nuove idee e nuove prassi destinate ad arricchire ed  integrare la visione attorno alla pedagogia di genere.

Come anticipavo nell’articolo della scorsa settimana, oltre a materiali espressamente dedicati a queste tematiche è possibile trovare, tra i tanti stand di librerie, associazioni e case editrici, strumenti pedagogici particolarmente interessanti.

Io, entrando in contatto con la LIBRE, libri per l’infanzia della basa reggiana, mi sono letteralmente innamorata di FATUS. Si tratta di un gioco per creare, come dice il sottotitolo, storie infinite. Il gioco  è composto da molte carte di forma quadrata. Il primo giocatore ne pesca una e inizia una storia a cui il giocatore successivo dovrà aggiungere “un pezzetto” facendosi ispirare dalla carta estratta…

Non ho usato la parola “ispirazione” a caso. Le carte infatti presentano solo segni, colori, forme geometriche. Nulla di pre-codificato e, per questo, per raccontare una storia è necessario farsi ispirare da ciò che si sente, più da ciò che si vede!

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Uno strumento di cui mi sono innamorata, spendibile in studio con adult* e bambin*, utilissimo perché dà la possibilità di esternare le proprie emozioni trasformando il gioco in un veicolo della propria interiorità.

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L’ho già utilizzato in un paio di occasioni e ne sono rimasta più che soddisfatta!

Per chi volesse provarlo o volesse contattarmi ecco l’indirizzo della mia pagina facebook, attraverso la quale comunicare con più semplicità!

Un saluto a tutt*!

Dott.ssa Alessia Dulbecco

Strumenti operativi per l’educazione sulle tematiche di genere

Se seguite il blog e avete letto l’articolo della scorsa settimana saprete che è stato dedicato completamente a raccontarvi, dal mio punto di vista di pedagogista e counsellor, il grande evento che si è tenuto a Bologna sui temi dell’educazione di genere. Si è trattato del terzo evento promosso da Scosse, organizzazione di Roma, ed ha raccolto più di mille adesioni tra educatori/trici, insegnan*, formatrici/tori, personale di associazioni, centri antiviolenza, scuole e centri educativi. Lo scopo è stato quelli di fare il punto circa gli ultimi sviluppi attorno all’argomento e, ovviamente, raccogliere buone prassi per introdurle nei percorsi formativi ed educativi dedicati alle nuove generazioni.

Se nell’ultimo articolo vi ho quindi parlato dei seminari a cui ho assistito, dei workshop a cui ho partecipato, questa volta vorrei che il focus  fosse centrato sugli strumenti operativi impiegabili non solo all’interno dei contesti descritti (associazioni, centri antiviolenza, scuole..) ma pensando anche a chi, come me, ha uno studio e vuole introdurre questi temi nella propria pratica professionale.

Uno dei motivi per cui vale la pena partecipare a questi grandi meeting, infatti, è la presenza di moltissimi stand di case editrici, librerie specializzate, associazioni che su queste tematiche lavorano e mettono a punto nuovi strumenti di lavoro.

Una di queste è la libreria  LIBRE, libri d’infanzia della bassa reggiana, che realizza volumi e giochi allo scopo di combattere gli stereotipi (in particolare quelli di genere, ma non solo…).

E’ così che ho comprato un paio di materiali.

Il primo è il libro che vedete in foto. Né questo né quello è il titolo di questo libro illustrato che gioca sull’ambiguità di alcune immagini per raccontare, pagina dopo pagina, che certe azioni possono essere compiute da chiunque, uomini o donne, indipendentemente da come siamo abituati a pensare o credere..

Un volume semplice che si presta però a più livelli di lettura e che pertanto può essere impiegato con fasce d’età differenti. Valido strumento all’interno di un laboratorio di lettura ma non solo: esso può fornire degli spunti per giocare coi bambin* trovando insieme nuovi contesti in cui applicare uno sguardo di genere, libero da stereotipi.

Nel prossimo articolo, invece, vi racconterò di un altro strumento…Il titolo? Fatus, storie infinite…

Se siete curios* vi consiglio di seguirmi 🙂

nel frattempo vi lascio il link della mia pagina facebook, per chiunque voglia interagire con me!

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Dott.ssa Alessia Dulbecco

Deumanizzazione. Come si legittima la violenza

Dedico l’articolo del lunedì ad un tema che, come sapete, mi sta particolarmente a cuore sia in termini personali che professionali. Ho deciso di recensire e commentare per voi un bel libro che ho letto recentemente e che spiega bene quei meccanismi sociali e psicologici che appaiono – soprattutto sui social – in concomitanza con una notizia relativa ad una violenza – di qualsiasi tipo – subita da una donna. Spesso la donna passa ad essere da soggetto colpito a possibile concausa del problema ( “ma cosa indossava..?”, “eh.l’avete voluto la parità sessuale??”), molte volte viene pesantemente accusata attraverso lo ‘slutshaming’ o ad altre forme forme di violenza verbale diretta ad indagarne la lunghezza dei vestiti, la profondità della sua morale, la liceità dei suoi gesti. Questi meccanismi rientrano in un più ampio progetto di deumanizzazione della vittima, che è appunto il tema di questo interessante volume.

Se, per passione o per diletto, vi occupate di questioni di genere, di storia o di politica, non potete non affrontare la lettura di questo bel saggio di Chiara Volpato.

Volpato, professoressa di Psicologia Sociale all’Università di Milano, si occupa di deumanizzazione affrontando l’argomento sotto profili diversi. Deumanizzare significa negare l’umanità all’altr* e sono molti i contesti in cui l’uomo mette in atto questa pratica: durante  i conflitti, per sottolineare l’importanza di alcuni gruppi sociali e giustificarne la supremazia (basti pensare a quelle fasi oscure della nostra storia, come il nazismo o l’apartheid… ma anche la deumanizzazione delle donne nelle nostre civilissime società occidentali postmoderne.

L’interrogativo di Volpato è di tipo sociale:

quali sono le condizioni nelle quali la deumanizzazione diventa un fenomeno che ha conseguenze  severe nella vita sociale?

La deumanizzazione è alla base di molti crimini contro l’umanità, come gli stermini o i genocidi. In questo caso la deumanizzazione è esplicita (un intero gruppo sociale ha dichiarato e – in taluni casi – teorizzato – l’inferiorità di un popolo/razza rispetto ad un altro). Bandura – ci ricorda Volpato –  ha raccontato bene alcuni esiti della deumanizzazione attraverso il costrutto del disimpegno morale.  Nel corso dello sviluppo morale ogni soggetto introietta egli standard etici che determinano il suo comportamento. Quando alcuni individui, con il loro agire, vanno contro gli standard acquisiti , si innescano quattro forme di disimpegno morale:

1- si giustificano i comportamenti negativi su un piano morale

2- si minimizza il ruolo dell’agente

3- si distorcono o minimizzano le conseguenze degli atti

4- le vittime vengono incolpate di quanto subiscono

In una delle forme implicite pi evidenti della disumanizzazione – quella contro le donne o altre categorie sociali (“i gay”, “i/le trans” etc…) si assiste proprio a questa situazione: le vittime sono incolpate di provocare la reazione da parte egli aggressori. Questo tipo di giustificazione diventa possibile perché le categorie sopra riportate “perdono” il valore umano che le dovrebbe caratterizzare. Ciò accade, ad esempio, con l’oggettivazione (in particolare del corpo femminile). Il volume di Volpato ha il pregio di soffermarsi a lungo su questa questione andando ad indagare anche il collegamento tra gli effetti sociali (le donne sono “meno umane” degli uomini) e psicologici (le donne oggettivate fanno una maggiore esperienza di sentimenti negativi, ansia, paure). Il volume non dimentica poi di analizzare anche le ultime perversioni che questo concetto ha acquisito, primo tra tutte l’antropomorfismo, una sorta di deumanizzazione al contrario.

Consiglio la lettura del volume soprattutto a chi si occupa degli studi di genere: comprendere le modalità sottili con cui la società ci de-forma e de-umanizza permette di avere una visione più chiara attorno a quei fenomeni sociali che fanno molto clamore (le baby-prostitute, il gender gap etc..) e che spesso rimangono ad un livello troppo limitato di autentica riflessione sociale.

L’arte di amare

La gente capace di amare, nel sistema attuale, è l’eccezione; l’amore è per necessità un fenomeno marginale nella società occidentale moderna.

Il saggio di Erich Fromm ruota attorno all’amore e alle definizioni in cui è stato declinato nella società contemporanea. Secondo lo psicologo si è progressivamente arrivati a confondere l’amore con l’essere amati. Si è, inoltre, arrivati a semplificare il concetto fino a renderlo semplicemente un sentimento a cui è sufficiente abbandonarsi per incontrarlo.

Al contrario, Fromm intende – in questo volumetto di cui consiglio la lettura – problematicizzare il tema dell’amore.

Nessun crede che ci sia qualcosa da imparare sull’amore.

L’amore è affrontato in modo confuso: si crede sia sufficiente trovare un oggetto da amare. L’oggetto si è imposto sulla funzione. Si immagina l’amore, infatti, come una piacevole sensazione contro la quale gli uomini sperano di potersi  imbattere così, grazie ad un colpo di fortuna. Scopo del saggio sarà quello di portare attenzione sull’amore inteso come ‘arte’ – quindi come capacità che si conquista affrontando teoria e pratica, mettendo in campo discrete dosi di sforzo e saggezza. 

Secondo lo studioso – psicologo e sociologo – l’uomo avverte profondamente il desiderio di unione. L’unione col gruppo è il modo più semplice per superare questo isolamento. Le democrazie occidentali – che hanno stabilito “un’uguaglianza di uomini che hanno perso il loro individualismo” (p.27) porta a preferire un tipo di unione che si esplicita nella routine e nel conformismo, di per se insufficienti a risolvere o placare l’ansia avvertita dall’uomo. Questa semplificazione porta l’essere umano a pensare all’amore come ad un elemento passivo. Amo nella misura in cui sono amato.

Fromm non accetta queste definizioni ed è pronto a scardinarle per sostituirle.

Amore è premura

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amo.

Amore è responsabilità

Responsabilità è un atto volontario, è la mia risposta ad un bisogno – espresso o inespresso – di un altro essere umano

Amore è rispetto

Esso denota, nel vero significato della parola (respicere = guardare) la capacità di vedere una persona come è

L’amore è guidato dalla conoscenza

Proprio per questa ragione Fromm arriva a distinguere una teoria è una pratica dell’arte di amare. La teoria è essenziale per capire come si sono organizzate le società contemporanee, cosa richiedono agli esseri umani e come hanno contribuito alla trasformazione del concetto di amore. Serve altrsì per conoscere i vari tipi di amore (quello materno, quello erotico, quello per se stessi, quello rivolto a Dio…).

La pratica significa imparare qualcosa sull’arte di amare, sugli elementi che servono per acquisirla. L’autore individua in particolare alcuni elementi indispensabili per avvicinarsi alla pratica:

  1. La disciplina ( che contrasta quel sentimento di pigrizia che le persone attivano come reazione alla routine quotidiana),
  2. La concentrazione (condizione particolarmente complessa da acquisire: la nostra società agisce allo scopo di distrarci e anche le nostre conversazioni con l’altro servono solo a questo scopo. Non ci permetto no di incontrare l’altro, sono farcite di clichés, non sono finalizzate all’ascolto),
  3. La pazienza

La capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare

(…) non si può imparare a concentrarsi senza diventare sensibili a noi stessi.

Ma quali sono le qualità indispensabili nell’arte di amare??

  1. Superare il proprio narcisismo
  2. L’umiltà
  3. La fede: non quella irrazionale ( la credenza in un essere superiore) ma quella razionale, la convinzione radicata nella propria esperienza di pensiero e sentimento. La base di questo tipo di fede è la produttività
  4. La fede rischia a necessariamente il coraggio

Amerei significa affidarsi completamente incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata

Consiglio a tutti/e la lettura di questo volume proprio perché non si può considerare esclusivamente un saggio di psicologia. Fromm coniuga il suo sguardo sul l’essere umano con quello del sociologo e compie una riflessione in grado di unire individuale e sociale.

Certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari se l’amore deve diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale.

(…) analizzare la natura dell’amore significa scoprire la sua attuale assenza totale e criticare le condizioni sociali che sono la causa di tale assenza.

Alessia Dulbecco 

http://www.facebook.com\dr.ssaalessiadulbecco

    #2. Di Pedagogia e Fotografia. Nessi possibili.

    Prosegue la riflessione tra fotografia e pedagogia con l’analisi di un altro volume in grado, come il precedente di Nan Golding, di affrontare simultaneamente il tema del fotografico, del pedagogico e delle riflessioni di genere.

    Si tratta del volume di una fotografa italiana, Alessia Bernardini, intitolato Becaming Simone. Attraverso molte immagini e poche, sintetiche ma importanti parole racconta la storia della transizione F to M del suo vicino di casa. Nato in un corpo di donna, ha deciso  -all’età di cinquant’anni – di sottoporsi alle operazioni necessarie per diventare ciò che – in realtà – si era sempre sentito: un uomo.

    La fotografia diventa, ancora una volta, una lente privilegiata per riflettere attorno alla vita di Simone e alla sua formazione:

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    Le immagini del passato si intervallano a quelle scattate dalla fotografa e la scelta grafica non avviene a caso: una doppia rilegatura che permette alle pagine di “scorrere”, una sopra l’altra, come una sorta di mosaico scomposto.

    Assomiglia quasi ad un romanzo di formazione, quello di Bernardini. Sono le fotografie e non le parole a dettare il ritmo: a volte scendono in profondità, a volte rimangono in superficie. La fotografia come lente di ingrandimento per analizzare la vita e la formazione (becoming) di Simone. Una scelta fatta solo ed esclusivamente per sé, come ci ricorda nelle poche parole che accompagnano le immagini.

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    E’ una storia di sacrifici e conquiste, quella raccontata in prima persona da Simone. E’ fatta di emozioni – come quelle che lui stesso prova davanti ai nuovi documenti, o alla fisicità che cambia sotto l’impulso delle cure ormonali – e le fotografie le documentano tutte. Il volume avrebbe la sua forza anche senza le frasi riportate, tratte dalle tante conversazioni che fotografa ha intrattenuto con lui. La forza di queste immagini non hanno bisogno di didascalie. Ciò che illustrano è il potenziale formativo che si cela dentro ogni persona.

    Ancora una volta la fotografia come lente di ingrandimento, strumento di indagine e di riflessione attorno alle tematiche di genere.