Nelle tue parole, 2

Un altro post dedicato ai feedback delle clienti che in questa prima parte di 2017 hanno lavorato con me.

Oggi le parole sono di S. che si è rivolta a me in particolare per iniziare a riflettere e trovare soluzioni in merito ad aspetti della sua vita professionale.

Gli strumenti pedagogici e di counselling offrono un sostegno in ogni ambito della vita, non solo in quella personale/affettiva ma anche in quella pubblica/lavorativa.

nelle tue parole sara

Autismo in famiglia

I libri sull’autismo sono spesso pensati per gli addetti ai lavori. Affrontano la tematica in modo “asettico”, illustrando la patologia, le origini, i recenti sviluppi prodotti dalla ricerca e i metodi educativi migliori per contrastarne gli effetti. Raramente si riflette sull’argomento partendo dagli aspetti più concreti e dalle risposte fornite dai genitori che, quotidianamente sono obbligati ad interfacciarsi col problema. Proprio questo è, a mio avviso, l’elemento fondamentale di questo bel volume edito da Erickson. Non a caso il sottotitolo reca la seguente dicitura: manuale di sopravvivenza per i genitori. Il libro, dopo aver brevemente presentato il problema-autismo (analizzando i comportamenti ripetitivi, le stereotipie e le altre caratteristiche che contribuiscono a inquadrare la patologia), si concentra sulle risposte individuate dai genitori per far fronte alle tante difficoltà a cui una famiglia con un bambin* autistico può andare incontro. 

Come frenare i comportamenti ripetitivi? Come favorire una corretta igiene personale? Come educare un bambin* autistico ad usare in modo appropriato il gabinetto? Questi sono alcuni dei tanti interrogativi che condizionano la vita dei genitori di bambin* autistici. Il volume, curato da Erc Schopler – padre del metodo TEACCH – sottolinea l’importanza di un lavoro condiviso tra operatori – specificamente formati per far fronte alla patologia – e i genitori, coloro che più di tutti sono a stretto contatto col bambino e che, pertanto, possono offrire una visione specifica nell’ambito della riabilitazione educativa.

Il volume è suddiviso per capitoli che riportano le aree problematiche della patologia (aggressività, igiene, mangiare e dormire, comunicare…) e per ognuna sono riportate una serie di riflessioni e soluzioni trovate dai genitori per risolvere il comportamento-problema. 

Il pregio del volume è quello di mettere in luce, anzitutto, che un problema si risolve se si comprende il motivo per cui il bambin* agisce quel comportamento (ad esempio, l’aggressività verso di sè o gli altri può essere indotta da una frustrazione causata dall’incapacità di comunicare). Se i genitori capiscono le origini del fenomeno possono trovare con più facilità soluzioni pratiche per tentare di risolverlo o arginarlo. Il libro illustra poi quanto sia fondamentale, davanti a questa patologia, insistere sulle capacità residuali per potenziarle al fine di portare il soggetto al maggior livello possibile di autonomia. Proprio per questo i genitori sono un elemento essenziale del processo educativo. È necessario però che anche loro siano adeguatamente formati per ridefinire -prima – in termini oggettivi il problema e passare – poi-  a potenziare il proprio essere-genitori e, parallelamente, individuare quelle strategie educative collaborative da concordare con gli operatori in vista del raggiungimento degli obiettivi di empowerment del bambin* autistico.

Tutti gli esempi riportati sottolineano l’estrema varietà dei comportamenti e la grande fantasia con cui sono arginati dai genitori. Essi si rivelano essenziali nel processo rieducativo: le origini di alcune stereotipie non potrebbero essere comprese dagli operatori (che passano coi bambin* un numero limitato di ore) mentre sono chiare ai genitori che li osservano ogni giorno.

Il volume ha il pregio di riconsiderare la figura dei genitori (ricordiamo che, per molti anni, la ricerca li riteneva – in particolare la madre – causa del problema) dando ad essi una valenza positiva e di fornire ai tanti lettori esempi positivi autentici, tratti dalla vita familiare delle persone coinvolte.  

 

Il doposcuola: molto più di un sostegno scolastico!

dopos

Mi capita molte volte di parlare – nell’ambito dei colloqui specifici per l’attivazione degli sportelli di facilitazione degli apprendimenti/ doposcuola Dsa – con genitori che cominciano a raccontarmi dei loro figl*dicendomi cosa non piace loro della scuola.

Affermazioni del tipo: “Non ci sono versi: la matematica la odia proprio!” Oppure “prova ad applicarsi, ma con la geografia è negato/a”. Quando una mamma o un papà esordiscono con un’affermazione del genere sono solita provare ad ‘indagare’ la questione (e quindi stimolarli a riflettere)  orientandomi su due aspetti apparentemente divergenti ma in realtà profondamente interconnessi.

– perché il bambino/a nutre tutto questo “odio” nei confronti di quella specifica materia  (ma soprattutto: cosa vuole esprimere con la parola odio? A volte i ragazz* fanno fatica a comunicare le proprie emozioni in modo adeguato e tendono a semplificare utilizzando quelle parole con cui hanno più dimestichezza… E (purtroppo) la parola odio è talmente abusata che ne fanno esperienza fin dalla più tenera età)

-cosa si aspettano da un servizio come quello da noi proposto, cioè un doposcuola specifico per gli apprendimenti?

Come dicevo, le due domande sembrano condurre il discorso su due piani differenti ma in realtà sono profondamente interconnesse. Uno dei principali obiettivi dei colloqui propedeutici è di far passare ai genitori il messaggio che un doposcuola è qualcosa di ben più complesso e ricco di un semplice momento di ripetizioni, utili solo per colmare una la una in una materia.

Al doposcuola i bambin*, supportati dal team, imparano a stare assieme in un ambiente protetto, a sperimentare (e in questo il Counselling è una risorsa molto importante: l’obiettivo del counsellor è quello di sostenere l’utente ad acquisire nuovi “permessi” che prima non era in grado di darsi), a socializzare e ad esprimere le proprie emozioni. Tutto ciò si fa man mano che si porta avanti lo studio delle materie.

E qui arriviamo all’altra domanda: perché un bambin* “non riesce” in una determinata materia? Si tratta senza dubbio di una domanda complessa di fronte alla quale spesso i genitori non sanno rispondere. Per aiutarli a trovare una possibile spiegazione ho provato a ” scomporre” la questione in ulteriori osservazioni.

Parto sempre dal presupposto che non esistono persone “non portate” ad imparare qualcosa (resto sempre una femminista e so bene quanto questo stereotipo abbia condizionato la vita scolastica di molte ragazze rispetto alla percezione delle loro capacità in ambito matematico/scientifico). Quindi, se non esistono student* non portati allo studio di certe materie, cosa può far loro amare/odiare una determinata disciplina? Io ho provato a rispondere così:

– l’insegnante FA la differenza: incontrare sul proprio percorso un docente in grado di motivare, accogliere e fornire ai suoi student* occasioni e stimoli di approfondimento è una gran fortuna! Per esperienza ho notato che il problema con la materia spesso è solo un riflesso dei problemi con l’insegnante.

– il modo in cui viene insegnata la materia: le lezioni esclusivamente frontali, il meccanismo della punizione (che a volte diventa quasi uno svilimento delle capacità dell’alunn*) sono metodologie che non favoriscono l’interesse per una materia

– il clima in aula: questo punto è una conseguenza dei due precendenti. Se l’insegnante sa fare (ma soprattutto, alla Don Milani, sa essere) un insegnante, se le metodologie sono efficaci e non si respira un clima di repressione, svalutazione o violenza sarà difficile non innamorarsi della scuola e delle materie insegnate.

Cosa può fare un genitore, allora? Intanto, cambiare punto di vista sul proprio figli*: se qualche materia non va si può sempre rimediare, ma se si convince il bambino* del fatto che “non è portato per lo studio” non sarà possibile attuare alcun cambiamento.

E poi, sostenerli nella crescita colmando le carenze di una scuola un po’ debole grazie ai supporti territoriali. L’importante è avviare un cambiamento e se non è possibile farlo a partire dalla scuola bisognerà appoggiarsi alla grande rete educativa che i territori forniscono. Arrestare il cambiamento, poi, sarà impossibile e anche l’istituzione scolastica – volente o nolente – dovrà riconsiderare alcuni suoi aspetti per diventare, stavolta sì, davvero a misura di alunno/a!

La lezione di Hailey

  
….e mentre ascolto, al telegiornale, la voce pomposa di Maroni affermare che – in qualità di governatore della Lombarida – è pronto ad interrompere i finanziamenti che dalla Regione dovrebbero confluire nelle casse dei comuni,  ma non di quelli che decidono di contravvenire al suo diktat (“stop accoglienza migranti”). mentre ascolto Toti e Zaia che gli danno credito. Mentre intervistano Salvini che si dichiara favorevole al l’imposizione di Maroni e chiama a raccolta gli altri due, per fissare linee guida comuni per tutto il nord Italia leghista, io penso a Hailey.

 http://www.fanpage.it/la-bambina-di-9-anni-che-costruire-case-per-i-senzatetto/

Hailey ha nove anni e ha fatto dell’aiuto agli altri – in particolare ai poveri e ai senza tetto – la sua ragione di vita, della sua piccola vita. Il suo primo incontro con un senza tetto le è stato “fatale”: prima ha convinto la madre a comprare per lui un pasto caldo, poi ha cominciato a riflettere sulla possibilità di creare piccole casette – calde, accoglienti – in cui poter garantire loro un posto per passare la notte. 

Facendosi aiutare dai famigliari ne ha costruita una e anche il suo paese di è appassionato: l’aiutano vendendole a prezzo di favore i materiali per realizzare le piccole strutture. Chi può le da una mano.

Ecco, mentre i “potenti di turno”, dalla visione miope e dai conti facili, chiedono alle proprie Regioni di chiudere le porte ai migranti  io penso alla lezione di Hailey. Alla sua maturità, al suo modo di vedere i problemi: come, cioè, qualcosa che si affronta lavorandoci sopra, e non arroccandosi in posizioni insostenibili.

Penso alla lezione di educazione e rispetto che ci ha regalato, a nove anni, mentre qui ancora ci sentiamo importanti e “dalla parte giusta” quando pensiamo che l’unico modo per “fermare l’invasione” sia quello di chiudere la porta in faccia a chi sta attraversando un momento di difficoltà.

La pedagogia e le sfide della contemporaneità

peda

Come scrivevo ieri, nel post relativo allo scambio di punti di vista avuto con Silvia Ferrari attraverso le domande che le ho posto e le sue interessanti risposte, spesso mi capita di osservare che, quando mi presento  e racconto di essere una pedagogista, spesso le persone rispondono con un certo imbarazzo.

La professione è sicuramente poco riconosciuta ed è velata da alcuni pregiudizi che diventano più forti quando viene messa a confronto con la psicologia. Nell’immaginario comune, infatti, lo psicologo è colui che aiuta le persone a stare meglio, il pedagogista (quando non confuso con il pedagogo ….o addirittura col podologo, come un giorno mi capitò di sentire!) è colui che si occupa di regole, di doveri, colui che impartisce “lezioncine” ai bimbi o ai ragazzini e, a volte, può risultare poco simpatico o addirittura sgradevole, col suo carico di richieste e il suo tentativo di “fare la morale”, un po’ alla Libro Cuore.

In queste ultime settimane mi è capitato di ascoltare in TV e di leggere sui quotidiani notizie di cronaca aventi come soggetto proprio i giovani, in alcuni casi appena adolescenti, spesso oggetto e soggetto di notizie tragiche. Notizie come quella del giovane studente padovano, morto – non si sa ancora in quali circostanze – durante un viaggio di istruzione a Milano. O come quella del  clochard che, qualche mese fa a Nola, è stato assalito e picchiato da un branco composto – stando alle riprese delle videocamere – da ragazzine e ragazzini. O ancora, andando indietro nel tempo, quella della bella Martina, studentessa ventenne morta in circostanze misteriose a Palma di Maiorca. In tutti questi casi gli indagati sono giovani, giovanissimi, che hanno agito da soli o in branco, accusati di aver sfogato la propria rabbia contro qualcun* in quel momento più debole, più indifeso di loro.

E poi quest’ultimo fatto: quello della ragazzina disabile presa a sassate in un parco di Milano da un gruppetto di coetanei, tutti tredicenni.

Quando penso a questi fatti rifletto spesso sul valore del pedagogico nella contemporaneità. Pedagogia non significa impartire regole, non significa (necessariamente) occuparsi di bambin*. Attraverso la pedagogia si affronta l’essenziale, ovvero ciò che attiene alla nostra formazione, al nostro nucleo costitutivo. Ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. Il nostro rapporto con le emozioni, con l’affettività, con gli elementi cognitivi. Tutto ciò che riguarda il nostro modo di essere si trasmette attraverso l’educazione – intesa come la “relazione tra due o più soggetti”. Ciò che sono andrà a determinare il mio rapporto con gli altri e di conseguenza, lascerà una traccia nel processo educativo che si andrà ad istituire.

Ogni volta, perciò, mi interrogo – pedagogicamente – sulla formazione di questi giovani e sulla loro educazione. Penso alle occasioni mancate e alle loro conseguenze. Ragazzi e ragazze che picchiano per gioco, incapaci di gestire le emozioni – perché non educati a farlo – cresciuti nella convinzione che nella vita sia meglio essere furbi, che onesti.

Bisognerebbe smettere di pensare alla pedagogia come a qualcosa di superato: il contributo che potrebbe dare in situazioni di questo tipo sarebbe altissimo. Più percorsi di sostegno ai genitori, più lavori di gruppo sulla componente affettiva, nelle scuole come nel contesto privato delle proprie abitazioni domestiche.

Perché la pedagogia non trasmette regole o valori. Semplicemente, aiuta le persone ad essere migliori.

Queste riflessioni sono scaturite attraverso la lettura del seguente articolo:http://www.huffingtonpost.it/deborah-dirani/eccola-qui-la-nostra-meglio-gioventu-i-figli-feroci-che-meritiamo_b_7440836.html

Scrivendo queste poche righe ho pensato ad un verso di una canzone di Colapesce, cantautore siciliano:

Congratulazioni a voi, ma che bel bambino

insegnategli ad essere onesto, che i furbi combinano solo casini

(Colapesce, Maledetti italiani)

Le (buone) campagne pubblicitarie di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne

Violenza di genere,  violenza domestica, femminicidio.

Sono termini – alcuni potrebbero essere definiti neologismi – creati appositamente per dare un nome ad un fenomeno che nell’ultimo decennio ha acquisito una rilevanza sociale emblematica. Mi riferisco ovviamente al problema della violenza contro le donne.

La celebre indagine Istat condotta nel 2006 ha descritto questo fenomeno identificandone gli aspetti che meglio lo qualificano. La violenza di genere è un fenomeno trasversale: le donne uccise per mano di un uomo – compagno, marito, amico – appartengono a tutte le classi sociali. Ciò smentisce il pregiudizio per cui i problemi di violenza siano connessi a questioni quali la povertà, la scarsa cultura, l’assenza di un lavoro etc…

Per la fascia di donne tra i 16 e i 44 anni la violenza di genere è la prima causa di morte (superando di gran lunga le morti dovute a incidenti stradali).

Nel 2013 le donne morte per femminicidio sono state 179, all’incirca una ogni 2 giorni.

Proprio in ragione della pervasività del fenomeno (che non è identificabile in un’area geografica specifica, che non appartiene ad una specifica fascia di popolazione…) nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicate le campagne di sensibilizzazione rispetto alla violenza contro le donne.

Mi sono sempre interrogata sull’utilità o meno di queste campagne pubblicitarie, per questo e per altri tanti problemi sociali e sanitari (ad esempio le campagne di prevenzione al tabagismo). Spesso, guardandole, ho l’impressione che siano funzionali solo a dare al problema in oggetto una visibilità ancora maggiore.

Un po’ come dire: d’accordo, la campagna pubblicitaria mi informa che il fumo fa male e che se smetto è meglio…ma se non ci sono politiche sanitarie adeguate, se lo spot non mi spiega quali passi intraprendere per liberarmi progressivamente dal vizio e se,  a monte, non sono previste misure preventive adeguate messe in atto dai servizi nazionali, l’informazione resta -appunto – solo informazione.

Rilevo lo stesso problema nelle campagne di prevenzione alla violenza contro le donne. Secondo il mio punto di vista, se lo scopo è preventivo devono essere esplicitati nella chiarezza più assoluta i servizi territoriali a cui rivolgersi. Se la campagna è di sensibilizzazione deve, a mio avviso, coinvolgere in maniera attiva lo spettatore-fruitore.

Per questo ho trovato la campagna di Women’s aid, l’associazione inglese che combatte la violenza contro le donne, così importante.

A proposito di questa campagna ha scritto l’Huffington post. Un cartellone pubblicitario che ritrae il viso di una donna tumefatto dai lividi. Una telecamera a riconoscimento facciale puntata verso la strada. Ogni volta che un passante si ferma e fissa il cartellone, la fotocamera riconosce il viso del fruitore e il volto ritratto sul manifesto inizia a guarire; via il sangue, via le ecchimosi, via l’occhio nero.

Il significato è evidente: se si ignora il problema, se si chiudono gli occhi davanti alla violenza, il fenomeno continuerà ad ingigantirsi e per le donne sarà sempre più difficile chiedere aiuto. Se si focalizza l’attenzione su questo fenomeno, invece, le cose possono cambiare. Interessante a questo proposito è anche la strategia di marketing connessa alla campagna di informazione. tutti coloro che si soffermano nell’area antistante al cartellone, infatti, ricevono sul proprio smartphone un messaggio che li ringrazia per non aver chiuso gli occhi davanti al problema della violenza domestica e, parallelamente, li spinge a donare per garantire un servizio migliore alle donne che si rivolgeranno a Women’s aid per chiedere aiuto.

Una campagna pubblicitaria di questo tipo mi sembra assolutamente indicata perché risponde a diverse esigenze:

  • portare attenzione sul fenomeno in oggetto
  • trasformare lo spettatore in fruitore
  • sviluppare azioni di crowdfunding (azione doppiamente importante: spinge le persone a sentirsi parte del problema e a trovare strategie per porre ad esso un freno; inoltre, considerando le ristrettezze economiche in cui spesso i servizi territoriali sono costretti ad operare, fornisce anche un’aiuto concreto all’associazione che si occupa delle vittime).

Non c’è pietismo, non c’è retorica. A quando una campagna di questo tipo anche in Italia?

(qui il link per vedere il video)