Il ruolo della Pedagogia nel contrasto alla violenza di genere

Come ogni anno, in occasione del 25 novembre, si assiste ad una sequela ininterrotta di articoli, convegni, giornate di approfondimento sul tema della violenza di genere. Anche la giornata di ieri non è stata da meno.

Ma cosa resta, il giorno dopo, di quanto detto?

Credo sia importante usare la giornata del 25 per focalizzarsi sul tema, per tenere alta l’attenzione, per sensibilizzare, ma credo anche che servano interventi strutturali che tengano conto delle professionalità in gioco per contrastare e combattere la violenza di genere.

Generalmente si associa a questa tematica la figura dello/la psicologa, qui, invece vorrei definire il ruolo ed il valore della pedagogia che anche in questo contesto appare troppo poco riconosciuto. Sembra infatti che il valore educativo e formativo nei confronti di questa piaga sociale (perché i costi, individuali e sociali, della violenza sono altissimi) non sia mai rilevato.

L’intervento pedagogico, invece, è a mio avviso indispensabile sia in fase preventiva (per sensibilizzare e prevenire determinati fenomeni) che in fase riparativa (quando ormai il “danno” si è verificato).

Fase preventiva

In ottica preventiva, gli interventi pedagogici si esplicitano in progetti formativi ed educativi che dovrebbero essere applicati in ogni ambito scolastico (dai nidi, fino all’università) e con ogni tipologia di utenza (educatori/trici dei nidi, docenti, alunni/e, personale scolastico…), ovviamente calibrati in ragione dell’uditorio. Se si vuole attuare un cambiamento culturale, infatti, l’unica possibilità è intervenire attraverso l’educazione e in questo senso la Pedagogia rappresenta il canale preferenziale.

Il cambiamento socio-culturale, poi, può e deve avvenire anche in altri ambienti, ad esempio la formazione e la sensibilizzazione aziendale, in cui nuovamente l’intervento pedagogico dovrebbe avere diritto di cittadinanza.

Fase riparativa

Il professionista dell’educazione e della formazione dovrebbe poi intervenire in tutti quei contesti in cui le donne e i/le minori che hanno subito violenza si trovano a transitare. All’interno dei servizi sociali servirebbe personale apposito, educatori/trici con una formazione specifica sull’argomento, per sostenere il lavoro delle Assistenti Sociali rispetto alla gestione dei processi relazionali tra le parti (autori di violenza, donne che l’hanno subita, minori coinvolti).

All’interno dei Centri Antiviolenza, poi, il ruolo del pedagogista assume un valore ancora più radicato. nelle Case Rifugio è indispensabile seguire un progetto pedagogico che sia funzionale ad accogliere il vissuto delle donne vittime, e dei loro bambini/e, orientandole verso l’acquisizione di nuove capacità legate al riconoscimento dei propri bisogni e di quelli dei figli/e. Si tratta di un lavoro ri-educativo finalizzato ad annullare o quantomeno a ridurre la forza di quanto subìto (magari per anni) dall’autore di violenza.

Anche i colloqui che si svolgono allo sportello del CAV dovrebbero possedere una matrice pedagogica capace di gettare luce sulla formazione della persona che si ha davanti (come si è formata? Attraverso chi? Sotto quali convinzioni a proposito del maschile, del femminile, dello spirito di sacrificio, della gelosia?…) per poter introdurre o favorire il cambiamento.

E’ importante in questo senso un lavoro di equipe in cui lo sguardo pedagogico non sia estromesso e possa godere della stessa importanza di altri aiutando ad impostare un’azione formativa ed educativa autentica.

La violenza di genere è un fatto culturale e sociale, frutto di condizionamenti educativi errati. Alla Pedagogia, quindi, è affidato il compito di ri-educare a dinamiche relazionali ed individuali finalmente “positive”.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

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Un lungo, lungo weekend

Siamo già arrivati a dicembre e non ho ancora avuto modo di raccontarvi qualcosa in merito a due belle occasioni di studio ed approfondimento che si sono svolte tra il 21 e il 25 novembre.

Il 21 novembre si è finalmente concretizzato il sogno che – con la collega ed amica Anna – per tanto e tanto tempo abbiamo custodito nel cuore. Quello di organizzare un evento sul tema dell’educazione affettiva nella nostra città, quella che ci ha visto lavorare duramente all’interno del Cav, proporre iniziative alle scuole, sensibilizzare l’opinione pubblica.

Al convegno, organizzato nella parte pratica da SEL, ha partecipato il referente per la Liguria di Famiglie Arcobaleno, la psicologa Alice Cuccatto e la formatrice Franca Natta. Noi tutt* abbiamo discusso, riflettuto e portato punti di vista per comprendere e raccontare la proposta di legge dell’On. Costantino – che da anni si batte per poter avere una legge che garantisca la trasmissione dei saperi legati all’educazione affettiva nelle scuole – proprio insieme a lei.


Il mio intervento si è focalizzato sul valore pedagogico della proposta di legge. Nell’ambito dello spazio che avevo a disposizione ho deciso di creare delle slide per raccontare lo stato delle cose, su questi temi, soprattutto grazie alle pubblicazioni esistenti. Se volete ricevere le slide scrivetemi!

Ammettiamo che non ci aspettavamo una risposta così bella da parte della nostra comunità! Tantissime persone presenti, un dibattito aperto e arricchente. Una giornata altamente formativa!


La Riviera, il settimanale della provincia di Imperia, ha dedicato all’evento un bell’approfondimento

Un paio di giorni dopo, questa volta nella “mia” Firenze, ho partecipato ad un dibattito su Controradio per discutere attorno alla questione della violenza di genere partendo però dalla questione linguistica. Perchè è fondamentale rivedere il nostro linguaggio, e soprattutto educare le nuove generazioni ad usarlo, per contrastare la violenza. L’approfondimento è stato curato da Chiara Brilli (autrice del bel volume sono ancora viva, recensito sul blog qualche tempo fa, che parla proprio delle esperienze delle vittime di violenza) e ha visto la presenza della Dr.ssa Eleonora Pinzuti, esperta di tematiche di genere e formatrice competente e precisa.

Se volete ascoltare il podcast, qui il link: http://www.controradio.it/violenze-sulle-donne/

Insomma,come è facile immaginare il weekend è stato decisamente piacevole. A chi, ancora oggi, non capisce l’importanza di affrontare le questioni relative alla violenza sulle donne in un’ottica differente, non più emergenziale (tipica dei Cav, ad esempio) ma in modo globale , partendo dall’educazione al linguaggio, ai sentimenti, alle emozioni consiglio la visione di un episodio del celebre film di Dino Risi, I mostri.

http://youtu.be/L4kl1JKKGHc

….e adesso? Capite l’importanza di questi argomenti e la necessità di cominciare, subito, ad agire?

25 novembre, nuove immagini per una nuova sensibilità

Si sta per avvicinare un altro 25 novembre,  designato dall’Assembrea Generale delle Nazioni Unite come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ogni anno si moltiplicano le attività di sensibilizzazione, proposte da Enti pubblici, associazioni e chi più ne ha più ne metta.

Un paio di considerazioni rispetto a tutto ciò: credo sia fondamentale che si continui a tenere alta l’attenzione su questo tema, soprattutto se è ancora possibile leggere – sui quotidiani – articoli di questo tipo

Sensibilizzare, però, non basta: a monte serve un lavoro sul linguaggio, una nuova consapevolezza nell’uso di parole ed immagini.

Se vogliamo che le campagne di sensibilizzazione parlino davvero della necessità di contrastare la violenza di genere bisognerà prima lavorare sull’immaginario.

Le pubblicità progresso parlano, infatti, lo stesso linguaggio stereotipato che – in teoria – dovrebbero contrastare

L’immagine di una donna picchiata non basta a parlare di violenza. La maggior parte delle violenze subite, infatti, sono di natura psicologica (secondo i dati Istat del 2006 il fenomeno ha riguardato più di 7milioni di donne). Viene così enfatizzato solo un aspetto della violenza di genere, e non quello predominante.

Se la donna non è rappresentata con lividi e collari ortopedici, allora campeggerà nelle pubblicità 6X3 nell’atto di difendersi – rannicchiata in un angolino della “grande tela”  – magari un po’ svestita, parando davanti a se le mani come per tenere lontano qualcuno. Lo stereotipo della donna debole, fragile, passiva si ripete biecamente.

E’ essenziale perciò riflettere sul contenuto simbolico delle immagini perché non basta una buona azione (“realizzo una campagna pubblicitaria su questo tema”)  a far passare un buon messaggio (“il mio prodotto è funzionale all’abbattimento di determinati stereotipi che sottendono una cultura che pone la donna in una condizione di subalternità”).

Il 25 novembre rappresenta una buona occasione perché l’attenzione su questa tematica è altissima, sprecarla con l’uso di pubblicità che non raggiungono il target desiderato diventa una sorta di autogol.

Peggio della “pubblicità progresso” è riuscita  solo Colonuda: il marchio di abbigliamento trendy ha proposto nel 2013 una campagna pubblicitaria in cui la Tatangelo, volto del brand, posa – in un atteggiamento un po’ (poco) vittima, un po’ (tanto) sexy (non a caso la camicia è quasi completamente sbottonata) – con una coroncina da principessa sul capo, una lacrima nera disegnata sotto il suo occhio, truccato pesantemente e dietro di lei l’imprenditore che con uno sguardo un po’ annichilito, protende verso il fruitore la sua mano sulla quale si può leggere la scritta “basta”. Una pubblicità di questo tipo è il modo migliore per riproporre stereotipi triti e ritriti (la donna vista come una principessina, che non può far altro che piagnucolare), l’uomo che non fa nulla se non proferire un laconico “basta”.

Ecco, forse, “basta” lo diciamo noi.