Esserci, la missione di un genitore (anche ai tempi del Coronavirus)

A partire dallo scorso 4 marzo, la vita di tutti gli/le italiani/e è fortemente cambiata.

Come state vivendo il periodo della quarantena?Come avete gestito il repentino cambio di routine? Quali sono i vostri pensieri in merito al futuro? In che modo gestite i vostri figli/e a casa da scuola?

Chi svolge una professione di cura e di aiuto avrà ormai acquisito familiarità con queste domande. Soprattutto, potrebbe aver notato che le persone reagiscono in modi molto diversi. C’è chi, tutto sommato, si è adeguato al cambiamento senza troppi problemi, chi vive con pessimismo, chi si è trasformato nel controllore dei figli/e e mitiga la propria ansia riversandola su di loro.

Da cosa dipende il modo con cui ciascuno di noi risponde ad un momento di crisi?

Per i terapeuti Daniel Siegel e Tina Payne Bryson, gran parte delle nostre risposte emotive (e non solo) dipendono dal modo in cui i nostri genitori ci hanno cresciuto. Nel loro nuovo volume, Esserci, pubblicato da Raffaello Cortina, intendono fornire a tal proposito alcuni consigli ai genitori, affinché possano contribuire a gettare le basi per una crescita sicura dei loro figli/e.

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Secondo Siegel e Bryson, il modo con cui si cresce un bambino può autenticamente fare la differenza. Molti studi hanno messo in luce il fatto che favorire nei bambini un processo di attaccamento sicuro produce risultati positivi in termini di resilienza, empowerment, capacità di gestire i cambiamenti e di entrare in connessione con i propri e gli altrui stati d’animo. Queste caratteristiche producono un effetto a catena: chi le possiede risulta favorito in ambito scolastico, lavorativo, relazionale. Crescere con un genitore (o un caregiver) presente, capace di sintonizzarsi sui bisogni materiali ed emotivi del bambino, produce in sostanza degli effetti che ricadono non solo nell’immediato, ma, soprattutto, sul lungo periodo.

Già, ma come si sviluppa un attaccamento sicuro? In particolare, come possono i genitori che nella loro vita non l’hanno sperimentato, riuscire ugualmente ad applicarlo?

Siegel e Bryson, in questo senso, sono chiarissimi:

“La storia non è un destino” (p.34)

Molti genitori non hanno sperimentato un attaccamento sicuro in famiglia, ma questo non significa che oggi non siano in grado di fornirlo ai loro figli.

Per farlo è necessario partire da una narrazione coerente di sé, attraverso la quale riflettere sul modo in cui si è cresciuti. Il modo con cui agiamo e reagiamo davanti alle richieste dei bambini (siano essi nostri o di persone di cui ci prendiamo cura nel nostro lavoro) dipende moltissimo dalle nostre personali esperienze infantili.

Come hanno messo in evidenza gli studi longitudinali promossi attraverso l’esperimento della strange situation, gli stili di attaccamento variano (dando vita a forme che possono essere sicure oppure insicure-evitanti, insicure-ambivalenti, insicure-disorganizzate) e generano nel cervello del bambino presupposti su cui questo si baserà per decifrare e rispondere alle richieste del mondo circostante.

Anche chi non ha ricevuto un attaccamento sicuro, dunque, può apprenderlo per poterlo fornire a proprio figlio. Per farlo serve che il genitore si affidi in primis a specialisti (terapeuti ed esperti in educazione) per decifrare i messaggi ricevuti nella propria infanzia, il loro peso e la loro rilevanza nella vita adulta. Solo attraverso un’opera di decostruzione è possibile poi costruire qualcosa di nuovo.

Per gli autori l’obiettivo finale non è quello di raggiungere la perfezione (per altro irrealizzabile), ma semplicemente quello di essere genitori competenti.

Già, ma cosa fanno questi genitori competenti? L’approccio di un buon genitore, ci dicono gli esperti, è quello che lo porta ad esserci per i propri figli/e.

La dimensione dell’Esserci si esplica in una serie di passaggi che Siegel e Bryson definiscono “il poker dell’attaccamento“:

  • protezione
  • comprensione
  • conforto
  • sicurezza

L’ultimo elemento è – contemporaneamente –  parte del processo ed esito finale. Se i genitori riescono a percorrere gli altri tre step, infatti, l’ultimo viene da sé.

Vediamoli sinteticamente:

Protezione significa educare il bambino a sentirsi sicuro. È la situazione che permette la rigenerazione delle nostre risorse interiori. Se un bambino non si sente protetto, infatti, tende ad impiegare quelle in suo possesso per cercare di far fronte alla situazione pericolosa. Anche inconsapevolmente, i genitori possono esporre i bambini a situazioni non protette: la violenza domestica e, in  misura minore, l’elevata conflittualità tra i coniugi possono mettere i più piccoli in condizioni di non sicurezza.

Proteggere, però, non vuol dire essere iperprotettivi: questa condizione infatti porta il genitore a sostituirsi al figlio ed è altrettanto dannosa, anche se spinto da motivazioni apparentemente positive.

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Esserci si esplica nella comprensione e nel conforto.

Comprendere significa percepire l’emozione provata dal bambino, darle senso e quindi rispondere adeguatamente.

Studi scientifici hanno messo in evidenza quanto sia importante lo sviluppo dell’empatia e di quello che gli autori chiamano mind-sight (la capacità di vedere la nostra mente e le sue reazioni) nello sviluppo di un attaccamento sicuro. Più il genitore è in grado di ascoltare le proprie reazioni emotive, più è in grado di sintonizzarsi su quelle di suo figlio o della persona di cui si sta prendendo cura. È un esercizio lungo, che deve tener conto allo stesso tempo di due livelli (quello genitoriale e quello del bambino), ma vale la pena provare a lavorarci su.

La comprensione, quindi, apre la strada al conforto: quando il bambino soffre, questo stato negativo può essere modificato dall’interazione con una persona che sappia entrare in sintonia con lui. Nel conforto, il genitore non deve avere come obiettivo quello di rimuovere la sensazione di sofferenza: anche le emozioni negative, le frustrazioni servono nel processo di crescita. Ciò che importa è che il bambino non si senta solo nel proprio dolore. Scopo del genitore è quello di offrire un “conforto guidato”, affinché il bambino possa applicarlo anche da solo, una volta adulto.

Se tutti questi passaggi si sono svolti nel modo migliore possibile (attenzione: non ho detto “in modo perfetto”; la perfezione non esiste), l’attaccamento sicuro si genera da sé.

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La sicurezza offre, come dicono gli autori, al tempo stesso un porto sicuro e un trampolino: il bambino – e successivamente l’adulto – che ha sperimentato un attaccamento sicuro sa che il proprio genitore è sempre pronto a sostenerlo, in ogni ambito del proprio esistere.

Diventare genitori in grado di esserci significa acquisire punti anche rispetto alla propria autorevolezza. Chi crede che ascoltare e sostenere il proprio figlio significhi in realtà cedere ai suoi “capricci”, in realtà sbaglia. Avere uno sguardo aperto su di sé, fungere da mediatori nel processo di crescita dei più piccoli è il primo passo per apparire, anche ai loro occhi, più autorevoli. Un genitore che sa modulare le proprie reazioni, che cerca di rimediare quando commette errori, che aiuta ad incanalare ed esprimere le emozioni, appare ad un bambino come una persona di cui si può fidare.

Il volume di Siegel e Bryson parla ai genitori e lo fa con le parole giuste: è un testo scorrevole che invoglia gli adulti a provare ad essere la versione migliore di se stessi.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

 

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Il culto del feto

La gravidanza e la nascita sono passaggi chiave di tutte le vite, per cui la gestazione, l’educazione prenatale, il parto e il periodo post parto sono argomenti di primaria discussione sia nell’ambio della comunità scientifica sia nella vita di tutti i giorni.

Alessandra Piontelli – psichiatra, neurologa e studiosa dei comportamenti fetali – si concentra nel suo ultimo volume Il culto del feto proprio sullo sviluppo degli embrioni durante i nove mesi di gestazione. Ripercorrendo i cambiamenti sociali che dagli anni 60 ad oggi hanno investito il modo di intendere la gravidanza, l’autrice prova a dare risposta alla tendenza, sempre più radicata, di umanizzare i feti.

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Questa umanizzazione si verifica in modi diversi: modificando le parole (per cui si comincia a chiamare “bambino” il feto o addirittura l’embrione) e modificandone l’immagine, tanto che essi, lungi dall’esser rappresentati realisticamente, iniziano ad assumere le forme di bambini veri e propri. È in particolare la pubblicità ad aver intrapreso questa strada, trasformando il feto in una sorta di “gadget” per sponsorizzare bibite o altri prodotti.

La pubblicità rappresenta forse il punto di arrivo di un percorso che parte da lontano e che coinvolge tanto la comunità scientifica quanto quella culturale e sociale; tanto le future madri quanto le famiglie.

Nell’antichità fare figli era un evento comune, una meta cui le donne erano inevitabilmente portate. Non avere figli era uno stigma, così come averli oltre una certa età. All’epoca, poco o nulla si sapeva del feto e in linea di massima veniva considerato un’appendice del corpo femminile. Fino agli anni 60 e 70 le attenzioni alla gravidanza erano pressoché nulle, si ignoravano i possibili effetti negativi di alcol e sostanze (le donne incinte erano quotidianamente incoraggiate a bere birra o vino, o fumare per rilassarsi un po’). La gravidanza era un fatto circoscritto alla donna, che portava avanti i nove mesi di gestazione senza troppe attenzioni.

Il cambiamento che porta per la prima volta l’attenzione sui feti non è scientifico, bensì culturale. Nel 1965 il fotografo Lennart Nilsson, pubblica sulla rivista Life il reportage “Life before birth”. Il servizio fotografico contiene illustrazioni bellissime di feti che fluttuano in un ambiente in cui le componenti uterine vengono “trasformate” e fatte apparire come ambientazioni scenografiche oniriche. Per realizzare questo servizio il fotografo impiega feti abortiti (anche se per anni affermerà il contrario), che pertanto si possono “ritoccare” mediante effetti luce specifici o addirittura mettere in posa (celebre è il suo scatto del feto col pollice in bocca). Gli scatti di Nilsson generano un cambio di paradigma epocale: “qualsiasi dettaglio che possa ricordare la nostra fisicità in toni meno celestiali e la nostra iniziale dipendenza fisica dalla donna viene cancellato. La donna incinta sparisce e con lei qualsiasi particolare sanguinolento” (p.23). Negli anni 80 la tendenza a diffondere miti sulla vita fetale si esprime nel documentario diretto dal ginecologo Bernard Nathanson, “l’urlo silenzioso”. La pellicola, che si concludeva con immagini sanguinolente di aborti, aveva lo scopo di affermare che a con pubblico inesperto che un aborto precoce equivale ad un infanticidio.

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Negli anni a venire, complici le nuove scoperte nell’ambito delle tecnologie ultrasoniche – dagli anni 90 in poi sempre più accurate – la considerazione del feto raggiunge i massimi livelli. I medici cominciano a considerare il feto, e non la donna incinta, il loro paziente più importante, ed è così che i due soggetti, poco per volta, si trasformano in antagonisti.

In Italia, l’antagonismo appare quanto mai evidente con l’approvazione della legge 194 che garantisce e regola l’accesso all’aborto. Non appena essa viene approvata, infatti, crescono a dismisura le campagne per i diritti del feto, sostenute dalla presenza massiccia di medici obiettori di coscienza nelle corsie degli ospedali che di fatto limitano l’accesso alla pratica.

Le riflessioni di Piontelli non si limitano solo al mondo occidentale ma si focalizzano anche su come altri paesi ed altre culture intendano la gravidanza e quale risalto diano al feto. L’autrice nota che in altri paesi i feti non vengono idolatrati; lì l’interruzione di gravidanza appare un evento triste, ma non si trasforma in un trauma.

Il libro di Piontelli, in cui traspare il suo rigore scientifico e la narrazione propria di una lunga carriera nel campo degli studi prenatali, apre a una riflessione importantissima soprattutto in ambito femminista.

“Fin dalla notte dei tempi le donne e la gravidanza sono state oggetto di innumerevoli superstizioni, limitazioni e controlli, pur essendo al tempo stesso considerate sorgente di vita” (p.40) 

Oggi, il controllo si trasferisce dalla gravidanza al suo contenuto: i feti acquisiscono nuovi diritti e la protezione nei loro confronti deve essere totale. Essi appaiono così come una proprietà sociale, piuttosto che come embrioni all’interno del corpo materno. Ancora una volta, sono le madri e la loro possibile condotta a essere sotto la lente di ingrandimento. Le donne sono sopraffatte da ansie in merito al modo di condurre la gravidanza, e su di loro pensano le aspettative sociali.

I feti – scrive l’autrice – rappresentano la promessa di un futuro senza limiti, non ancora intralciato dalle limitazioni e dalle scelte di vita. Se qualcosa va storto nella loro gestazione, o se nei primi mesi di vita il nascituro sarà irrequieto o mostrerà tare genetiche, la colpa sarà attribuita esclusivamente alla donna.

Nell’epoca in cui la gravidanza non appare più come il destino ineluttabile per le donne, il feto come costrutto sociale diventa uno strumento di controllo da non sottovalutare.

Fiera Didacta, per i pedagogisti

Si è svolta a Firenze, durante la scorsa settimana, la terza edizione di Didacta, fiera internazionale sull’innovazione didattica e scolastica. L’evento è giunto ormai alla sua terza edizione fiorentina (nasce in Germania) e la sua importanza è ormai conclamata: è stata infatti inserita dal Miur nel piano pluriennale per la formazione dei/le docenti.

Con i suoi eventi scientifici (organizzati da Miur, Regione Toscana, Indire, solo per fare alcuni nomi) e con i suoi innumerevoli stand di espositori (dai marchi che si occupano di robotica a quelli che si occupano di arredi scolastici, passando per case editrici e produttori di giochi per l’infanzia), la fiera ha focalizzato l’attenzione degli\le insegnati di tutta Italia. Già, ma solo dei prof e dei/le maestre?

In realtà, anche se la fiera è prevalentemente orientata alla didattica e quindi al processo di insegnamento, essa costituisce un bel momento di aggiornamento anche per noi educatori\trici e pedagogisti\e. Di seguito vorrei raccontarvi quindi cosa è stata per me questa fiera e che cosa mi ha lasciato.

  • Un modo per entrare in contatto con prodotti educativi meravigliosi

  • Durante i due giorni a cui ho partecipato, ho avuto modo di confrontarmi con moltissimi espositori, parlare di giochi, “testarli” dal vivo (volete mettere rispetto all’acquisto a scatola chiusa su internet?!). Mi ha stupito l’enorme varietà di prodotti, la possibilità di trovare tutto, per qualsiasi problema educativo e fascia d’età (dai giochi per le competenze attentive, agli strumenti compensativi per i DSA, passando per i giochi morbidi con cui educare i 5sensi). Insomma, il paradiso!
  • (Immagini dello stand di Borgione)
    • Un modo per prender contatti con case editrici, avviare collaborazioni

  • La bellezza delle fiere consiste nel creare ponti. Raccontare che lavoro si svolge, cercare connessioni. Personalmente ho conosciuto molte belle realtà, alcune molto piccole e settoriali… per ricordarci che a volte internet non arriva ovunque e serve ancora stringersi la mano, raccontare, confrontarsi.
    • Un modo per aggiornarsi negli ambiti di riferimento

  • Ogni giorno a Didacta c’erano eventi di ogni tipo: dalle nuove metodologie per la didattica della matematica, ad eventi a più ampio respiro, come ad esempio la campagna “leggere:forte!” dedicata all’importanza della lettura a voce alta dal Nido alla scuola secondaria. Occasioni interessanti (perché spesso promosse da importanti istituzioni) per aggiornarsi e formarsi sempre di più. Personalmente ho seguito il seminario di Indire in merito all’indagine svolta a scuola sui temi delle differenze di genere. All’evento ha partecipato inoltre il team di Le Contemporanee che ha voluto ribadire l’importanza dell’educazione, soprattutto per le ragazze, rispetto alla possibilità di compiere – da adulte – scelte professionali competenti e non ghettizzate.
  • Insomma, credo sia stato un appuntamento imprescindibile per ogni professionista dell’educazione e mi auguro che, col tempo, “Didacta” possa evolversi includendo – proprio a partire dal nome – anche il grande tema dell’educazione e della formazione nel suo orizzonte di significati.

    (dallo stand di Pearson)

    E voi? Siete stati a Didacta? C’è qualcosa che vorreste sapere in particolare? Scrivetemi 🙂

    Adolescenza Zero

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    Lo studio dell’adolescenza e delle dinamiche sociali, educative e psicologiche in cui si manifesta occupa uno specifico spazio di studio tra gli addetti/e ai lavori da ormai diversi anni.

    L’adolescenza – dal latino adolescĕre, «crescere» – si può definire come l’insieme dei cambiamenti fisici, sociali e psicologici che si verificano indicativamente tra i 12 e i 18 anni che portano il soggetto ad abbandonare il proprio status di bambino/a per acquisire progressivamente quello di adulto/a. Richiamandosi all’etimo, quindi, “adolescenza” dovrebbe coincidere proprio con un momento di crescita individuale – una sorta di fioritura delle proprie qualità e della propria personalità – di crisi (intesa come spaccatura che porta a separare il vecchio dal nuovo assumendo così nuove decisioni) e di apertura verso l’altro.

    In realtà, se si osservano più da vicino gli/le adolescenti contemporanei, sembra al contrario di assistere ad un progressivo ripiegamento verso un’interiorità che si autoreclude, che si autoaggredisce e che rafforza il mantenimento di meccanismi di dipendenza, anacronistici e malsani, nei confronti degli adulti di riferimento. E’ questa la tesi di fondo del volume di Laura Pigozzi, psicoanalista di stampo lacaniano che, nel suo ultimo volume intitolato  “Adolescenza zero”,  indaga alcuni fenomeni che a suo modo di vedere hanno una funzione ben precisa: portano infatti ad una riduzione delle energie necessarie per “diventare adulti/e” e ampliano all’infinito il tempo per raggiungere questa tappa. A trarne giovamento, secondo il pensiero dell’autrice, sono i genitori – in particolare l’indice è puntato sulle madri, caregiver ad oggi ancora preminente, soprattutto in Italia – che annullano la conflittualità sana e necessaria coi figli/e educandoli progressivamente alla dipendenza e allontanando così sempre di più lo spauracchio del “nido vuoto”.

    Nel volume l’autrice esamina che coinvolgono in prima persona i  giovani/e stessi/e – come l’hikikomori e i cutters – ma anche ad altri fenomeni in cui è preminente l’attenzione attorno alle modalità educative e relazionali che i genitori attuano nei confronti dei figli/e (la loro pervasività all’interno del mondo scolastico, o – al contrario – la scelta di separarli e proteggerli da questa realtà mediante l‘homeschooling o  – ancora – la scelta di accompagnarli  negli spogliatoi delle palestre anche quando ormai hanno acquisito la capacità di aver cura di sé, vestirsi e cambiarsi autonomamente).

     

    C’è qualcosa che accomuna gli Adolescenti che si ripiegano nella propria interiorità isolandosi completamente dal resto del mondo (hikikomori, parola giapponese composta da hiku, indietreggiare, e komoru, nascondersi) e quelli che hanno disturbi del comportamento, di attenzione e di iperattività (ADHD) per cui si rende necessaria la sedazione attraverso terapie, nella maggior parte dei casi, esclusivamente farmacologiche (tanto che l’uso del Ritalin, in Italia, è cresciuto in un anno – tra il 2012 e il 2013 – del 9% ). E, ancora, c’è qualcosa che lega il fenomeno dell’homeschooling (in cui sempre più spesso le famiglie scelgono di non iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo per poter impartire loro, autonomamente e a casa, l’educazione e l’istruzione necessaria) a quello delle reborn dolls, oggetti – feticci – di materiali plastici e siliconici che dovrebbero replicare le forme di un neonato, commercializzate in inquietanti sacchetti di plastica che le “reborn mothers” aprono come se fosse un sacco amniotico tagliando poi l’inconsistente cordone ombelicale, lavando e vestendo la bambola con il materiale – tutina, cappellino, braccialetto come quello fornito alla gestante dall’ospedale – presente nel kit acquistato.

    Vi è, secondo l’autrice, un eccesso di plusmaterno «che si esprime con la manifestazione di un eccesso amoroso, con una cura smodata, nella quale a una madre è permessa un’intrusione che abitua il bambino a non saper fare, a non saper essere, a non percepirsi senza di lei» (p.169). Ciò che i genitori, le madri, vogliono sono figli/e immobili e perfetti (proprio come una reborn doll, che rimane sempre dipendente e sempre uguale a se stessa) rispetto ai quali non si rendano più necessari momenti di conflittualità: se essa si verifica (come nel caso dei ADHD) viene opportunamente sedata. La causa di questi fenomeni, quindi, è da riscontrarsi in una mancata separazione tra genitori e adolescenti: i primi, spaventati dall’idea di stare nel conflitto e di avere figli non così perfetti come immaginati, non sanno più attuarla e i secondi, perennemente dipendenti dalle cure genitoriali, perdono l’occasione di esercitare le proprie capacità di resilienza, sperimentare l’ansia e quelle difficoltà che contribuiscono a formare una persona adulta.

    L’analisi dei vari fenomeni è per l’autrice, un modo per sottolineare la necessità di invertire la tendenza oggi in atto: è necessario cioè aiutare i genitori ad attuare la separazione dai figli/e annullando quel legame simbiotico tipico dell’infanzia ricordando che – come Francoise Dolto ha detto – “si diventa adulti solo quando l’angoscia dei genitori non produce più in lui alcun effetto inibitore”.

    La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

    L’articolo di oggi si colloca, come quello precedente, alla ricerca dei volumi a mio avviso indispensabili per dare solidità alle professioni educative e pedagogiche.

    L’approfondimento di oggi, quindi, è dedicato ai libri che consiglio di leggere ad educatori/trici e pedagogisti/e sia rispetto alla definizione di queste due professioni – e quindi ai margini di azione – sia rispetto ai possibili ambiti in cui il lavoro educativo e pedagogico può, con le loro specificità, svolgersi.

    Partiamo?

    gennari

    Mi sono formata all’Università di Genova, sotto la guida (per tutti e cinque gli anni) di questo importante pedagogista italiano. Le basi, per me, restano i volumi che il gruppo di professori da lui capitanato ha prodotto negli anni. Sono libri complessi, questo è risaputo, ma a mio avviso costituiscono delle basi solide per fare chiarezza sulla storia delle pedagogia e i suoi confini epistemologici. Certo, si può fare il pedagogista affidandosi solo ai manuali, sicuramente molto più utili per definire questa sfera del sapere nella sua praticità (chi è il pedagogista, cosa fa, come interviene). Dal mio punto di vista, però, il rischio dei manuali – non sostenuti da solide conoscenze – è che offrono poco da un punto di vista contenutistico. Dicono come si fa qualcosa – ad esempio quello super interessante del collega Pier Paolo Cavagna di cui parlerò più avanti parla della progettazione pedagogica – ma non basta “fare”, in pedagogia. Bisogna prima aver chiaro cosa è questa Scienza per avere chiari i suoi confini e, quindi, le sue modalità di azione. E’ un libro che consiglio a tutt* coloro che stanno studiando per intraprendere questa professione con lealtà (perché di buffon* che si inventano professionist* ce ne sono tanti) e coraggio.

    vanna iori

    Un altro testo importante alla luce delle ultime novità in merito al riconoscimento della nostra professione. L’On. Iori, promotrice della legge, realizza un libro a più voci per indagare le due professioni definendo i loro margini di azione. Un testo indispensabile.

    La professione Pedagogica

    Una carrellata, ora, di libri che possono aiutare i pedagogisti a seconda del settore professionale prescelto

    progett

    Un manuale rapido, semplice, valido per tutti i pedagogisti (a prescindere dall’ambito lavorativo) perché tutti saranno chiamati a realizzare progetti pedagogici. Un testo utile anche agli educatori, per la loro pratica quotidiana.

    LAVORO PEDAGOGICO

    Un testo ormai datato che riassume bene, però, l’intensità del lavoro pedagogico; il suo continuo essere nel qui ed ora, nell’ascolto delle emozioni e dei loro significati.

    SOSTEGNO GENITORIALITà

    Anche questo è un volume datato ma significativo per definire il lavoro del pedagogista nel suo ruolo di sostenitore delle famiglie. Avere cura di questo soggetto sociale attraverso i percorsi di sostegno alla genitorialità è, intatti, uno dei compiti che i pedagogisti sono chiamati a svolgere. Si tratta di un lavoro complesso che non riguarda solo le famiglie in difficoltà ma in realtà tutte le famiglie colpite da una crisi nei modelli identificativi e nei tempi ad essa dedicati.

    consulenza educativA

    Un altro testo importante per chi vuole operare nell’ambito della consulenza per definire la dimensione pedagogica (con tutto ciò che essa può apportare di positivo) all’interno della relazione di aiuto.

    clinica

    Un altro testo per me indispensabile (fu il nucleo centrale della mia tesi) per approfondire la pedagogia clinica – in una versione differente rispetto alle tante “pedagogie cliniche” con tanto di “marchio registrato” accanto – che oggi spopolano. Un testo articolato per tesi con un filo conduttore ben preciso: partire dal prendersi cura del soggetto affinché egli possa arrivare ad avere cura di sé.

     

    La professione educativa

    osservazione comportamento

    Un testo importante per ogni educatore che si ritrovi a lavorare con bambini/e. L’osservazione del loro comportamento è infatti indispensabile per definire il progetto educativo.

    osservazione al nido

    Un ulteriore approfondimento rispetto all’osservazione, in questo caso nell’ambiente del Nido.

    progetto educativo

    Se il lavoro educativo si svolge in comunità, invece, bisogna indagare la specificità di tale contesto per definire il margine di azione sugli/lle ospiti.

     

    Il lavoro educativo non si ferma qui, ovviamente, molti sono gli ambiti che non ho preso in considerazione in questo articolo. Uno – interessantissimo – è quello curato e approfondito dalla collega Ylenia Parma che concerne l’invecchiamento attivo e la terza età.  Altri hanno a che fare con le dipendenze, il ritardo e la disabilità.

    Anche se non esaustivo – mi auguro di poter dedicare altri articoli ai temi illustrati precedentemente – spero che l’articolo sia utile ai vostri fini professionali. Mi farebbe piacere avere da voi feedback e domande. Se vi va, condividete con me la vostra esperienza professionale: il confronto è sempre motivo di crescita.

    Vi ricordo che sono sempre raggiungibile tramite messenger (alla pagina fb ) o via mail.

    Se vi va, condividete l’articolo 🙂

    Dr.ssa Alessia Dulbecco

    La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

    La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

    Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

    Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

    • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
    • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
    • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

    “E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

    In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

    Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

    Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

    Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

    Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

    Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

    La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

    Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

    La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

    Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

    Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

    Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

    Io l’ho fatto 🙂

     

    qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

    La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

    Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

    quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

    Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

    Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

    L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

    Le basi

    Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

    Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

    Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

    Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

    Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

    A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

    Il tema del corpo

    Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

    Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

    Educazione e stereotipi

    Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

    Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

    Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

    I progetti educativi

    Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

    Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

    L’attenzione ai media

    Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

    Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

    I contenuti giuridici

    Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

    Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

    Il punto di vista maschile

    Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

    un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

    Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

    Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

    Testimonianze

    Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

    Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

    Violenza assistita e orfani speciali

    Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

    La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

    Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

    Genitori positivi, figli forti

    Anche oggi il consueto spazio del blog è dedicato alla recensione e  all’approfondimento di un volume dedicato alla genitorialità.

    Come nel caso dell’articolo della scorsa settimana, l’obiettivo del libro di Rosa Angela Fabio edito da Erickson è quello di portare i genitori a riflettere sugli errori più comuni che si tendono a fare in educazione e su tutti quegli aspetti che si tendono a dimenticare o sottovalutare.

    E’ un libro semplice ed immediato che si può usare anche come stimolo all’interno di corsi specifici dedicati ai genitori e alle questioni educative. Molti sono i contenuti che l’autrice ha affrontato e che ho trovato interessanti, tra i quali:

    • l’importanza della ripetizione: i comportamenti non si modificano semplicemente mettendoli in pratica una sola volta  e, soprattutto, al loro cambiamento contribuiscono in misura analoga i processi cognitivi ed emotivi
    • l’attenzione verso alcune dinamiche fondamentali in educazione: ogni genitore deve essere in grado di accogliere totalmente i propri figl* (il che non vuol dire, come molti credono, non correggerli mai!) ed essere ben disposto nei loro confronti anche e soprattutto da un punto di vista emotivo
    • l’importanza della coerenza tra genitori: nulla è più pericoloso di un messaggio contraddittorio. pone i due genitori in contrasto, chi lo recepisce e deciderà di accettare una delle due “versioni” si ritroverà inevitabilmente a svalutare il punto di vista altrui. L’invio di messaggi discordanti è anche il modo più facile, per un genitore, di non vedersi rispettato nel proprio ruolo di educatore.
    • la necessità di comprendere i comportamenti dietro gli atteggiamenti problematici: la punizione fine a se stessa è inutile, molto più importante capire da dove provenga la necessità di agire un comportamento problematico individuando altre strategie per arginarlo. in questo senso l’ascolto, la predisposizione emotiva  fanno la differenza.

     

    Altre cose che mi hanno fatto apprezzare il volume sono le schede a conclusione di ogni capitolo, attraverso le quali ogni lettore può “sperimentarsi” provando ad assegnare un punteggi alle situazioni descritte verificandone la congruità.

    Un altro spunto interessante è legato al benessere dei genitori: tutti i passaggi elencati precedentemente sono inutili infatti se un genitore è stressato, vive nell’ansia del futuro o si trova in uno stato d’animo particolarmente adirato. Sono le situazioni, quelle, in cui è più facile agire comportamenti punitivi che non avranno altro risultato se non quello di rinforzare il comportamento negativo proposto dal bambin*.

    Al tema del benessere dedico molto spazio, nei miei corsi dedicati alla genitorialità. Credo, proprio per i motivi elencati precedentemente, che si tratti di un elemento fondamentale e spesso poco riconosciuto anche per via delle tante pressioni sociali che investono i genitori. Mi sento spesso dire che una volta avuto un figlio un genitore debba “mettersi da parte”, sacrificarsi in funzione del bambn*. Io credo che dal sacrificio non provenga nulla di buono. Ai genitori che decidono di lavorare con me insegno la bellezza della realizzazione, senza la quale anche l’educazione non può dipanarsi.

    Per qualsiasi informazione circa il mio lavoro sul tema della genitorialità e delle regole educative resto a vostra disposizione.

    Dr.ssa Alessia Dulbecco

    https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts

    Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto

    Credo sia giusto non interrompere mai le buone abitudini. Uno dei motivi per cui ho voluto aprire questo blog, ormai più di un anno fa, è per divulgare e difendere i contenuti pedagogici.

    Una delle attività che ho sempre preferito, a riguardo, consiste nel recensire i libri che affrontano temi che mi stanno particolarmente a cuore nella pratica professionale. Libri mai scontati, non i “grandi classici”

    Credo sia giusto quindi cominciare questo nuovo anno nel solco del precedente!

    Il libro che ho scelto di leggere e di commentare per voi è un manualetto edito da una casa editrice toscana, Terra Nuova Edizioni, scritto da Catherine Dumonteil-Kremer. L’ho acquistato diversi mesi fa proprio ad un evento nel quale si è fatto luce sulle attuali correnti che animano il mondo scolastico, curato dalla casa editrice medesima.

    Il libro mi ha incuriosito a partire dal titolo: STOP! Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto. Affronta, cioè, uno di quegli argomenti intorno al quale, in consulenza, le famiglie mi chiedono di essere portati a riflettere.

    Il volume è scritto da una educatrice montessoriana e si apre con un’introduzione di Micaela Mecocci, anch’essa professionista formatasi all’interno dell’approccio montessoriano.

    Il libro è molto semplice, non fornisce soluzioni ma solo suggerimenti attorno a quegli aspetti che, se non presi adeguatamente in considerazione, possono rischiare di mandare “in frantumi” la serenità familiare.

    Per affrontare il tema delle regole l’autrice parte dalla necessità, per i genitori, di vedere e ri-vedere le stesse distinguendole in gruppi diversi: quelle non negoziabili, quelle negoziabili e poi i valori che, per il nucleo, possono essere alla base delle loro modalità educative e di vita (i valori possono cambiare da famiglia a famiglia).

    In sostanza, la prima “regola per dare regole” consiste proprio nella capacità dei genitori di fare chiarezza ed ascoltarsi. L’ascolto poi diventa il filo conduttore di ogni scambio comunicativo con i bambin*.  L’autrice smonta il concetto di capriccio e anche quello di premi&punizioni: secondo la logica montessoriana, infatti, un bambin* non deve agire per ottenere il consenso altrui ma deve essere messo nella condizione di esprimersi (e, spesso, i capricci non sono altro che un’espressione di un bisogno che non si sa comunicare – o si comunica più facilmente – in altro modo)e scegliere per il proprio benessere.

    Attraverso l’ascolto e la condivisione dei punti di vista è possibile costruire un approccio autorevole ma non autoritario che metta il bambin* nella condizione di imparare ad esprimersi, a fare richieste, senza sentirsi necessariamente castrato o svalutato. L’obiettivo delle regole infatti non è quello di produrre futuri uomini e donne capaci di “stare nei ranghi” ma, proprio al contrario, esseri pensanti e ben in ascolto di se stessi.

    Condivido l’approccio del volume (pur non essendo io di formazione montessoriana) e credo abbia dalla sua una serie di vantaggi: è molto breve, si legge facilmente, è semplice e fornisce ai genitori – unico vero target – una serie di stimoli atti a farli riflettere su di sé e sulle loro modalità di educazione e gestione dei bambin*.

    Si tratta di un libro che riutilizzerò sicuramente all’interno deli miei corsi sulla genitorialità o durante le consulenze perché offre spunti interessanti attorno ai quali avviare un riflessione condivisa.

    Il tema delle regole e della genitorialità consapevole risulta essere uno di quelli maggiormente “caldi”: molti sono i genitori che richiedono consulenze in questo senso. Credo, oggi, ci sia una nuova sensibilità attorno all’argomento. Si sta finalmente mettendo da parte quell’idea (stereotipo) secondo la quale essere genitori è la cosa più naturale del mondo. La genitorialità oggi è riflessiva, ha bisogno di spazi e confronto e ttto ciò è indispensabile per non produrre enormi danni ai bambin* in crescita.

    Se anche tu credi di aver bisogno di un confronto in questo senso resto, come sempre, a tua disposizione!

    Dr.ssa Alessia Dulbecco

    https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts