Adolescenza Zero

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Lo studio dell’adolescenza e delle dinamiche sociali, educative e psicologiche in cui si manifesta occupa uno specifico spazio di studio tra gli addetti/e ai lavori da ormai diversi anni.

L’adolescenza – dal latino adolescĕre, «crescere» – si può definire come l’insieme dei cambiamenti fisici, sociali e psicologici che si verificano indicativamente tra i 12 e i 18 anni che portano il soggetto ad abbandonare il proprio status di bambino/a per acquisire progressivamente quello di adulto/a. Richiamandosi all’etimo, quindi, “adolescenza” dovrebbe coincidere proprio con un momento di crescita individuale – una sorta di fioritura delle proprie qualità e della propria personalità – di crisi (intesa come spaccatura che porta a separare il vecchio dal nuovo assumendo così nuove decisioni) e di apertura verso l’altro.

In realtà, se si osservano più da vicino gli/le adolescenti contemporanei, sembra al contrario di assistere ad un progressivo ripiegamento verso un’interiorità che si autoreclude, che si autoaggredisce e che rafforza il mantenimento di meccanismi di dipendenza, anacronistici e malsani, nei confronti degli adulti di riferimento. E’ questa la tesi di fondo del volume di Laura Pigozzi, psicoanalista di stampo lacaniano che, nel suo ultimo volume intitolato  “Adolescenza zero”,  indaga alcuni fenomeni che a suo modo di vedere hanno una funzione ben precisa: portano infatti ad una riduzione delle energie necessarie per “diventare adulti/e” e ampliano all’infinito il tempo per raggiungere questa tappa. A trarne giovamento, secondo il pensiero dell’autrice, sono i genitori – in particolare l’indice è puntato sulle madri, caregiver ad oggi ancora preminente, soprattutto in Italia – che annullano la conflittualità sana e necessaria coi figli/e educandoli progressivamente alla dipendenza e allontanando così sempre di più lo spauracchio del “nido vuoto”.

Nel volume l’autrice esamina che coinvolgono in prima persona i  giovani/e stessi/e – come l’hikikomori e i cutters – ma anche ad altri fenomeni in cui è preminente l’attenzione attorno alle modalità educative e relazionali che i genitori attuano nei confronti dei figli/e (la loro pervasività all’interno del mondo scolastico, o – al contrario – la scelta di separarli e proteggerli da questa realtà mediante l‘homeschooling o  – ancora – la scelta di accompagnarli  negli spogliatoi delle palestre anche quando ormai hanno acquisito la capacità di aver cura di sé, vestirsi e cambiarsi autonomamente).

 

C’è qualcosa che accomuna gli Adolescenti che si ripiegano nella propria interiorità isolandosi completamente dal resto del mondo (hikikomori, parola giapponese composta da hiku, indietreggiare, e komoru, nascondersi) e quelli che hanno disturbi del comportamento, di attenzione e di iperattività (ADHD) per cui si rende necessaria la sedazione attraverso terapie, nella maggior parte dei casi, esclusivamente farmacologiche (tanto che l’uso del Ritalin, in Italia, è cresciuto in un anno – tra il 2012 e il 2013 – del 9% ). E, ancora, c’è qualcosa che lega il fenomeno dell’homeschooling (in cui sempre più spesso le famiglie scelgono di non iscrivere i figli alla scuola dell’obbligo per poter impartire loro, autonomamente e a casa, l’educazione e l’istruzione necessaria) a quello delle reborn dolls, oggetti – feticci – di materiali plastici e siliconici che dovrebbero replicare le forme di un neonato, commercializzate in inquietanti sacchetti di plastica che le “reborn mothers” aprono come se fosse un sacco amniotico tagliando poi l’inconsistente cordone ombelicale, lavando e vestendo la bambola con il materiale – tutina, cappellino, braccialetto come quello fornito alla gestante dall’ospedale – presente nel kit acquistato.

Vi è, secondo l’autrice, un eccesso di plusmaterno «che si esprime con la manifestazione di un eccesso amoroso, con una cura smodata, nella quale a una madre è permessa un’intrusione che abitua il bambino a non saper fare, a non saper essere, a non percepirsi senza di lei» (p.169). Ciò che i genitori, le madri, vogliono sono figli/e immobili e perfetti (proprio come una reborn doll, che rimane sempre dipendente e sempre uguale a se stessa) rispetto ai quali non si rendano più necessari momenti di conflittualità: se essa si verifica (come nel caso dei ADHD) viene opportunamente sedata. La causa di questi fenomeni, quindi, è da riscontrarsi in una mancata separazione tra genitori e adolescenti: i primi, spaventati dall’idea di stare nel conflitto e di avere figli non così perfetti come immaginati, non sanno più attuarla e i secondi, perennemente dipendenti dalle cure genitoriali, perdono l’occasione di esercitare le proprie capacità di resilienza, sperimentare l’ansia e quelle difficoltà che contribuiscono a formare una persona adulta.

L’analisi dei vari fenomeni è per l’autrice, un modo per sottolineare la necessità di invertire la tendenza oggi in atto: è necessario cioè aiutare i genitori ad attuare la separazione dai figli/e annullando quel legame simbiotico tipico dell’infanzia ricordando che – come Francoise Dolto ha detto – “si diventa adulti solo quando l’angoscia dei genitori non produce più in lui alcun effetto inibitore”.

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La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

L’articolo di oggi si colloca, come quello precedente, alla ricerca dei volumi a mio avviso indispensabili per dare solidità alle professioni educative e pedagogiche.

L’approfondimento di oggi, quindi, è dedicato ai libri che consiglio di leggere ad educatori/trici e pedagogisti/e sia rispetto alla definizione di queste due professioni – e quindi ai margini di azione – sia rispetto ai possibili ambiti in cui il lavoro educativo e pedagogico può, con le loro specificità, svolgersi.

Partiamo?

gennari

Mi sono formata all’Università di Genova, sotto la guida (per tutti e cinque gli anni) di questo importante pedagogista italiano. Le basi, per me, restano i volumi che il gruppo di professori da lui capitanato ha prodotto negli anni. Sono libri complessi, questo è risaputo, ma a mio avviso costituiscono delle basi solide per fare chiarezza sulla storia delle pedagogia e i suoi confini epistemologici. Certo, si può fare il pedagogista affidandosi solo ai manuali, sicuramente molto più utili per definire questa sfera del sapere nella sua praticità (chi è il pedagogista, cosa fa, come interviene). Dal mio punto di vista, però, il rischio dei manuali – non sostenuti da solide conoscenze – è che offrono poco da un punto di vista contenutistico. Dicono come si fa qualcosa – ad esempio quello super interessante del collega Pier Paolo Cavagna di cui parlerò più avanti parla della progettazione pedagogica – ma non basta “fare”, in pedagogia. Bisogna prima aver chiaro cosa è questa Scienza per avere chiari i suoi confini e, quindi, le sue modalità di azione. E’ un libro che consiglio a tutt* coloro che stanno studiando per intraprendere questa professione con lealtà (perché di buffon* che si inventano professionist* ce ne sono tanti) e coraggio.

vanna iori

Un altro testo importante alla luce delle ultime novità in merito al riconoscimento della nostra professione. L’On. Iori, promotrice della legge, realizza un libro a più voci per indagare le due professioni definendo i loro margini di azione. Un testo indispensabile.

La professione Pedagogica

Una carrellata, ora, di libri che possono aiutare i pedagogisti a seconda del settore professionale prescelto

progett

Un manuale rapido, semplice, valido per tutti i pedagogisti (a prescindere dall’ambito lavorativo) perché tutti saranno chiamati a realizzare progetti pedagogici. Un testo utile anche agli educatori, per la loro pratica quotidiana.

LAVORO PEDAGOGICO

Un testo ormai datato che riassume bene, però, l’intensità del lavoro pedagogico; il suo continuo essere nel qui ed ora, nell’ascolto delle emozioni e dei loro significati.

SOSTEGNO GENITORIALITà

Anche questo è un volume datato ma significativo per definire il lavoro del pedagogista nel suo ruolo di sostenitore delle famiglie. Avere cura di questo soggetto sociale attraverso i percorsi di sostegno alla genitorialità è, intatti, uno dei compiti che i pedagogisti sono chiamati a svolgere. Si tratta di un lavoro complesso che non riguarda solo le famiglie in difficoltà ma in realtà tutte le famiglie colpite da una crisi nei modelli identificativi e nei tempi ad essa dedicati.

consulenza educativA

Un altro testo importante per chi vuole operare nell’ambito della consulenza per definire la dimensione pedagogica (con tutto ciò che essa può apportare di positivo) all’interno della relazione di aiuto.

clinica

Un altro testo per me indispensabile (fu il nucleo centrale della mia tesi) per approfondire la pedagogia clinica – in una versione differente rispetto alle tante “pedagogie cliniche” con tanto di “marchio registrato” accanto – che oggi spopolano. Un testo articolato per tesi con un filo conduttore ben preciso: partire dal prendersi cura del soggetto affinché egli possa arrivare ad avere cura di sé.

 

La professione educativa

osservazione comportamento

Un testo importante per ogni educatore che si ritrovi a lavorare con bambini/e. L’osservazione del loro comportamento è infatti indispensabile per definire il progetto educativo.

osservazione al nido

Un ulteriore approfondimento rispetto all’osservazione, in questo caso nell’ambiente del Nido.

progetto educativo

Se il lavoro educativo si svolge in comunità, invece, bisogna indagare la specificità di tale contesto per definire il margine di azione sugli/lle ospiti.

 

Il lavoro educativo non si ferma qui, ovviamente, molti sono gli ambiti che non ho preso in considerazione in questo articolo. Uno – interessantissimo – è quello curato e approfondito dalla collega Ylenia Parma che concerne l’invecchiamento attivo e la terza età.  Altri hanno a che fare con le dipendenze, il ritardo e la disabilità.

Anche se non esaustivo – mi auguro di poter dedicare altri articoli ai temi illustrati precedentemente – spero che l’articolo sia utile ai vostri fini professionali. Mi farebbe piacere avere da voi feedback e domande. Se vi va, condividete con me la vostra esperienza professionale: il confronto è sempre motivo di crescita.

Vi ricordo che sono sempre raggiungibile tramite messenger (alla pagina fb ) o via mail.

Se vi va, condividete l’articolo 🙂

Dr.ssa Alessia Dulbecco

La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazioni?

La storia degli uomini è intrisa di discriminazioni. Il “diverso” – chi si discosta da una presunta normalità che, come Caguilhem ci ricorda, è sempre normativa – è sempre stato oggetto di soprusi più o meno condivisi dalla maggioranza e più o meno accettati da chi li subisce.

Sono tre, a mio modo di vedere, le “categorie” che più di tutte sono state oggetto di discriminazioni: le donne, le persone non eterosessuali, le persone di colore.

La Pedagogia, in quanto scienza che studia la formazione e l’educazione dell’uomo, ha una grossa responsabilità  rispetto alla possibilità di insistere sulle discriminazioni per contrastarle con nuovi modelli pedagogici ed educativi favorendo, finalmente, quel cambio di prospettiva che potrebbe consentire l’inclusione di tutt* ricordando che ognuno/a di noi è “differentemente uguale” all’altro.

Un altro compito della pedagogia può essere quello di diffondere buone prassi e nuovi spunti di riflessione per creare un “sentire comune” rafforzando l’empowerment delle persone ad oggi discriminate

Il progetto del collega Matteo Botto, laureando in Scienze Pedagogiche a Torino, si situa proprio nell’ambito di questi due modelli di intervento: fornisce un supporto sia a chi lascia la propria testimonianza sia ai possibili lettori/trici facendo sentire tutti/e parte di una comunità che può essere forte solo grazie alla condivisione. Favorisce, inoltre, un possibile cambio di prospettiva.

Invito pertanto a leggerne le storie o a partecipare, si tratta del suo bellissimo progetto di Tesi e credo valga la pena non solo partecipare, ma proprio contribuire attivamente.

Io l’ho fatto 🙂

 

qui il link all’intero progetto: https://www.contronarrazioni.com/

La formazione del pedagogista: i libri che strutturano una professione

Ho pensato di pubblicare alcuni articoli del blog su un tema che mi sta molto a cuore:

quali libri possono contribuire a formare il pedagogista, a seconda dei vari contesti in cui può esplicitarsi la sua professione?

Il primo “contesto” dal quale vorrei partire è quello che maggiormente mi caratterizza professionalmente. Come forse saprete, uno degli ambiti in cui ho scelto di declinare la professione pedagogica è quello relativo agli studi di genere e alla violenza di genere. Mi sono ritrovata a dovermi ritagliare uno spazio all’interno di un contesto professionale spesso caratterizzato dalla presenza di altre figure (in primis psicologi/e e assistenti sociali) per poter dare dignità al ruolo della pedagogista, sia nell’ambito delle consulenze sia in quello di studio e riflessione su questi argomenti.

Cominciamo ora una breve rassegna di libri che mi sento di consigliare a tutti i colleghi/e che decidano di collocarsi professionalmente in questo ambito.

L’elenco ovviamente non ha la pretesa di essere esaustivo ed è in costante aggiornamento. Cominciamo?

Le basi

Come prima cosa segnalo i volumi che costituiscono a mio giudizio una solida base da cui partire per cominciare a inquadrare il fenomeno.

Si tratta di un libro datato (la prima pubblicazione è del 2000) e di volta in volta rinnovato. Affronta in maniera approfondita il tema della violenza di genere e rappresenta un buon strumento per chi vuole formarsi professionalmente.

Un testo che contiene più voci, appunto, proprio perché scritto da professioniste provenienti da ambiti diversi. A mio parere il punto di forza è la capacità di problematizzare le competenze che le professionalità educative devono acquisire per lavorare a fianco delle donne (e dei loro figli/e) che hanno subito violenza.

Un altro volume indispensabile per comprendere i meccanismi che legittimano e definiscono la violenza.

Un altro utile strumento di lavoro, pensato per chi vuole avvicinarsi alle tematiche inerenti la violenza di genere mappando il linguaggio che la contraddistingue.

A mio giudizio un altro testo indispensabile che illustra come il nostro lessico contribuisca a mantenere e creare una cultura sessista, xenofoba e razzista.

Il tema del corpo

Due libri, entrambi a cura della Prof. Ulivieri, ordinaria di pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze. Entrambi hanno lo scopo di individuare i fattori sociali, educativi e culturali che portano a considerare il corpo femminile come oggetto, pertanto come elemento disponibile alla violenza maschile.

Un altro testo significativo di una scrittrice britannica sulla mercificazione del corpo femminile nella sessualità, nel capitale di genere, nel lavoro domestico.

Educazione e stereotipi

Due testi, scritti a distanza di quasi 40 anni. Nel primo, l’autrice indagava i condizionamenti culturali che definivano la disparità di trattamento tra maschi e femmine. E negli anni 2000, cosa è cambiato?

Un altro volume importantissimo, una ricerca finalizzata ad individuare il sessismo che si nasconde (nemmeno troppo, mi verrebbe da dire) nei libri di testo in particolare delle elementari.

Un altro volume significativo, che indaga sulla discriminazione di genere e su quella anagrafica.

I progetti educativi

Due libri interessanti, per lavorare in chiave educativa sulla violenza di genere e sulla sua prevenzione.

Un altro testo utile per decifrare il linguaggio televisivo ed osservarlo così in maniera critica. Contiene anche esercizi da utilizzare con ragazzi/e e adulti/e allo scopo di riflettere meglio sulle modalità televisive e comunicative che legittimano certe modalità di intendere il ruolo femminile.

L’attenzione ai media

Senza i lavori della Zanardo sul ruolo dei media nella legittimazione della violenza di genere, molti movimenti forse non sarebbero nati e non avrebbero acquisito quella valenza che oggi hanno. Due testi che non si possono non conoscere. Il secondo contiene alcuni “esercizi” pratici ricavati dallo strumento “nuovi occhi per la tv” realizzato dalla stessa Zanardo e portato nelle scuole, per riflettere criticamente sulle immagini televisive e sull’immaginario che veicolano.

Un altro testo divulgativo, semplice nella lettura ma dai contenuti profondi. Un saggio per capire perché l’Italia dei primi anni 2000 (ma anche di oggi) offende le donne.

I contenuti giuridici

Due testi importanti, uno (quello di Sorgato) più divulgativo, l’altro più tecnico, per capire cosa prevede la legge di fronte al reato della violenza domestica, ma non solo.

Un volume completamente dedicato allo stalking. Le caratteristiche di personalità di chi lo agisce, alcune testimonianze, il punto di vista legale.

Il punto di vista maschile

Cento aforismi con cui l’autore si pone domande sull’universo maschile e sulla confusione che oggi lo caratterizza in termini identitari.

un testo importante, quello di Gasparrini, per capire come educare gli uomini a “disertare il patriarcato”.

Una storia, un romanzo. Perché anche i romanzi possono fornire importanti spunti alla propria formazione personale. La vicenda di un uomo violento e il racconto del suo cammino per riconoscerla e porvi rimedio.

Un altro testo significativo, dello stesso autore, in cui si affronta il processo di cambiamento dell’uomo maltrattante nella sua dimensione psicologica ed educativa.

Testimonianze

Due volumi diversi ma interessanti. Quello di Brilli e Guidieri contiene alcune interviste a donne che hanno vissuto sulla loro pelle la violenza domestica.

Quello di Olga Ricci racconta, sotto pseudonimo, la vicenda personale di una donna che ha dovuto subire pesanti molestie sul luogo di lavoro. Un argomento di cui ancora poco si discute all’interno del macro contenitore della violenza di genere.

Violenza assistita e orfani speciali

Forse l’aspetto più odioso di tutta la violenza di genere.

La ricerca di Baldry che ha permesso per la prima volta di guardare da vicino nella vita dei cosiddetti “orfani speciali”, coloro che rimangono orfani perché il proprio padre ha ucciso la madre.

Il tema della violenza assistita, in tutte le sue ripercussioni sociali, psicologiche ed educative.

Genitori positivi, figli forti

Anche oggi il consueto spazio del blog è dedicato alla recensione e  all’approfondimento di un volume dedicato alla genitorialità.

Come nel caso dell’articolo della scorsa settimana, l’obiettivo del libro di Rosa Angela Fabio edito da Erickson è quello di portare i genitori a riflettere sugli errori più comuni che si tendono a fare in educazione e su tutti quegli aspetti che si tendono a dimenticare o sottovalutare.

E’ un libro semplice ed immediato che si può usare anche come stimolo all’interno di corsi specifici dedicati ai genitori e alle questioni educative. Molti sono i contenuti che l’autrice ha affrontato e che ho trovato interessanti, tra i quali:

  • l’importanza della ripetizione: i comportamenti non si modificano semplicemente mettendoli in pratica una sola volta  e, soprattutto, al loro cambiamento contribuiscono in misura analoga i processi cognitivi ed emotivi
  • l’attenzione verso alcune dinamiche fondamentali in educazione: ogni genitore deve essere in grado di accogliere totalmente i propri figl* (il che non vuol dire, come molti credono, non correggerli mai!) ed essere ben disposto nei loro confronti anche e soprattutto da un punto di vista emotivo
  • l’importanza della coerenza tra genitori: nulla è più pericoloso di un messaggio contraddittorio. pone i due genitori in contrasto, chi lo recepisce e deciderà di accettare una delle due “versioni” si ritroverà inevitabilmente a svalutare il punto di vista altrui. L’invio di messaggi discordanti è anche il modo più facile, per un genitore, di non vedersi rispettato nel proprio ruolo di educatore.
  • la necessità di comprendere i comportamenti dietro gli atteggiamenti problematici: la punizione fine a se stessa è inutile, molto più importante capire da dove provenga la necessità di agire un comportamento problematico individuando altre strategie per arginarlo. in questo senso l’ascolto, la predisposizione emotiva  fanno la differenza.

 

Altre cose che mi hanno fatto apprezzare il volume sono le schede a conclusione di ogni capitolo, attraverso le quali ogni lettore può “sperimentarsi” provando ad assegnare un punteggi alle situazioni descritte verificandone la congruità.

Un altro spunto interessante è legato al benessere dei genitori: tutti i passaggi elencati precedentemente sono inutili infatti se un genitore è stressato, vive nell’ansia del futuro o si trova in uno stato d’animo particolarmente adirato. Sono le situazioni, quelle, in cui è più facile agire comportamenti punitivi che non avranno altro risultato se non quello di rinforzare il comportamento negativo proposto dal bambin*.

Al tema del benessere dedico molto spazio, nei miei corsi dedicati alla genitorialità. Credo, proprio per i motivi elencati precedentemente, che si tratti di un elemento fondamentale e spesso poco riconosciuto anche per via delle tante pressioni sociali che investono i genitori. Mi sento spesso dire che una volta avuto un figlio un genitore debba “mettersi da parte”, sacrificarsi in funzione del bambn*. Io credo che dal sacrificio non provenga nulla di buono. Ai genitori che decidono di lavorare con me insegno la bellezza della realizzazione, senza la quale anche l’educazione non può dipanarsi.

Per qualsiasi informazione circa il mio lavoro sul tema della genitorialità e delle regole educative resto a vostra disposizione.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts

Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto

Credo sia giusto non interrompere mai le buone abitudini. Uno dei motivi per cui ho voluto aprire questo blog, ormai più di un anno fa, è per divulgare e difendere i contenuti pedagogici.

Una delle attività che ho sempre preferito, a riguardo, consiste nel recensire i libri che affrontano temi che mi stanno particolarmente a cuore nella pratica professionale. Libri mai scontati, non i “grandi classici”

Credo sia giusto quindi cominciare questo nuovo anno nel solco del precedente!

Il libro che ho scelto di leggere e di commentare per voi è un manualetto edito da una casa editrice toscana, Terra Nuova Edizioni, scritto da Catherine Dumonteil-Kremer. L’ho acquistato diversi mesi fa proprio ad un evento nel quale si è fatto luce sulle attuali correnti che animano il mondo scolastico, curato dalla casa editrice medesima.

Il libro mi ha incuriosito a partire dal titolo: STOP! Porre limiti ai propri figli attraverso l’ascolto e il rispetto. Affronta, cioè, uno di quegli argomenti intorno al quale, in consulenza, le famiglie mi chiedono di essere portati a riflettere.

Il volume è scritto da una educatrice montessoriana e si apre con un’introduzione di Micaela Mecocci, anch’essa professionista formatasi all’interno dell’approccio montessoriano.

Il libro è molto semplice, non fornisce soluzioni ma solo suggerimenti attorno a quegli aspetti che, se non presi adeguatamente in considerazione, possono rischiare di mandare “in frantumi” la serenità familiare.

Per affrontare il tema delle regole l’autrice parte dalla necessità, per i genitori, di vedere e ri-vedere le stesse distinguendole in gruppi diversi: quelle non negoziabili, quelle negoziabili e poi i valori che, per il nucleo, possono essere alla base delle loro modalità educative e di vita (i valori possono cambiare da famiglia a famiglia).

In sostanza, la prima “regola per dare regole” consiste proprio nella capacità dei genitori di fare chiarezza ed ascoltarsi. L’ascolto poi diventa il filo conduttore di ogni scambio comunicativo con i bambin*.  L’autrice smonta il concetto di capriccio e anche quello di premi&punizioni: secondo la logica montessoriana, infatti, un bambin* non deve agire per ottenere il consenso altrui ma deve essere messo nella condizione di esprimersi (e, spesso, i capricci non sono altro che un’espressione di un bisogno che non si sa comunicare – o si comunica più facilmente – in altro modo)e scegliere per il proprio benessere.

Attraverso l’ascolto e la condivisione dei punti di vista è possibile costruire un approccio autorevole ma non autoritario che metta il bambin* nella condizione di imparare ad esprimersi, a fare richieste, senza sentirsi necessariamente castrato o svalutato. L’obiettivo delle regole infatti non è quello di produrre futuri uomini e donne capaci di “stare nei ranghi” ma, proprio al contrario, esseri pensanti e ben in ascolto di se stessi.

Condivido l’approccio del volume (pur non essendo io di formazione montessoriana) e credo abbia dalla sua una serie di vantaggi: è molto breve, si legge facilmente, è semplice e fornisce ai genitori – unico vero target – una serie di stimoli atti a farli riflettere su di sé e sulle loro modalità di educazione e gestione dei bambin*.

Si tratta di un libro che riutilizzerò sicuramente all’interno deli miei corsi sulla genitorialità o durante le consulenze perché offre spunti interessanti attorno ai quali avviare un riflessione condivisa.

Il tema delle regole e della genitorialità consapevole risulta essere uno di quelli maggiormente “caldi”: molti sono i genitori che richiedono consulenze in questo senso. Credo, oggi, ci sia una nuova sensibilità attorno all’argomento. Si sta finalmente mettendo da parte quell’idea (stereotipo) secondo la quale essere genitori è la cosa più naturale del mondo. La genitorialità oggi è riflessiva, ha bisogno di spazi e confronto e ttto ciò è indispensabile per non produrre enormi danni ai bambin* in crescita.

Se anche tu credi di aver bisogno di un confronto in questo senso resto, come sempre, a tua disposizione!

Dr.ssa Alessia Dulbecco

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts

Deumanizzazione. Come si legittima la violenza

Dedico l’articolo del lunedì ad un tema che, come sapete, mi sta particolarmente a cuore sia in termini personali che professionali. Ho deciso di recensire e commentare per voi un bel libro che ho letto recentemente e che spiega bene quei meccanismi sociali e psicologici che appaiono – soprattutto sui social – in concomitanza con una notizia relativa ad una violenza – di qualsiasi tipo – subita da una donna. Spesso la donna passa ad essere da soggetto colpito a possibile concausa del problema ( “ma cosa indossava..?”, “eh.l’avete voluto la parità sessuale??”), molte volte viene pesantemente accusata attraverso lo ‘slutshaming’ o ad altre forme forme di violenza verbale diretta ad indagarne la lunghezza dei vestiti, la profondità della sua morale, la liceità dei suoi gesti. Questi meccanismi rientrano in un più ampio progetto di deumanizzazione della vittima, che è appunto il tema di questo interessante volume.

Se, per passione o per diletto, vi occupate di questioni di genere, di storia o di politica, non potete non affrontare la lettura di questo bel saggio di Chiara Volpato.

Volpato, professoressa di Psicologia Sociale all’Università di Milano, si occupa di deumanizzazione affrontando l’argomento sotto profili diversi. Deumanizzare significa negare l’umanità all’altr* e sono molti i contesti in cui l’uomo mette in atto questa pratica: durante  i conflitti, per sottolineare l’importanza di alcuni gruppi sociali e giustificarne la supremazia (basti pensare a quelle fasi oscure della nostra storia, come il nazismo o l’apartheid… ma anche la deumanizzazione delle donne nelle nostre civilissime società occidentali postmoderne.

L’interrogativo di Volpato è di tipo sociale:

quali sono le condizioni nelle quali la deumanizzazione diventa un fenomeno che ha conseguenze  severe nella vita sociale?

La deumanizzazione è alla base di molti crimini contro l’umanità, come gli stermini o i genocidi. In questo caso la deumanizzazione è esplicita (un intero gruppo sociale ha dichiarato e – in taluni casi – teorizzato – l’inferiorità di un popolo/razza rispetto ad un altro). Bandura – ci ricorda Volpato –  ha raccontato bene alcuni esiti della deumanizzazione attraverso il costrutto del disimpegno morale.  Nel corso dello sviluppo morale ogni soggetto introietta egli standard etici che determinano il suo comportamento. Quando alcuni individui, con il loro agire, vanno contro gli standard acquisiti , si innescano quattro forme di disimpegno morale:

1- si giustificano i comportamenti negativi su un piano morale

2- si minimizza il ruolo dell’agente

3- si distorcono o minimizzano le conseguenze degli atti

4- le vittime vengono incolpate di quanto subiscono

In una delle forme implicite pi evidenti della disumanizzazione – quella contro le donne o altre categorie sociali (“i gay”, “i/le trans” etc…) si assiste proprio a questa situazione: le vittime sono incolpate di provocare la reazione da parte egli aggressori. Questo tipo di giustificazione diventa possibile perché le categorie sopra riportate “perdono” il valore umano che le dovrebbe caratterizzare. Ciò accade, ad esempio, con l’oggettivazione (in particolare del corpo femminile). Il volume di Volpato ha il pregio di soffermarsi a lungo su questa questione andando ad indagare anche il collegamento tra gli effetti sociali (le donne sono “meno umane” degli uomini) e psicologici (le donne oggettivate fanno una maggiore esperienza di sentimenti negativi, ansia, paure). Il volume non dimentica poi di analizzare anche le ultime perversioni che questo concetto ha acquisito, primo tra tutte l’antropomorfismo, una sorta di deumanizzazione al contrario.

Consiglio la lettura del volume soprattutto a chi si occupa degli studi di genere: comprendere le modalità sottili con cui la società ci de-forma e de-umanizza permette di avere una visione più chiara attorno a quei fenomeni sociali che fanno molto clamore (le baby-prostitute, il gender gap etc..) e che spesso rimangono ad un livello troppo limitato di autentica riflessione sociale.

Maschi oltre la forza

Uno degli aspetti migliori del partecipare ad un corso formativo è la possibilità di ricevere interessanti suggerimenti di lettura. Al corso di formazione del CAM – centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze – mi sono imbattuta in questo volume. Si tratta di un libro che raccoglie alcune riflessioni nate grazie alla creazione del gruppo “maschi contemporanei”. L’autore – come si legge nell’introduzione – ha cominciato ad interrogarsi intorno ai temi che riguardano il maschile, la mascolinità e la sua contestualizzazione a livello sociale un po’ per caso, ad una cena con amici. Da qui è nata l’idea di racchiudere, passo dopo passo, queste considerazioni in un volume. E’ un testo che si può leggere cominciando dalla prima fino all’ultima pagina, oppure si può aprire a caso e selezionare una delle riflessioni, racchiuse in quattro macrosezioni, ognuna declinata in quattro sfere specifiche. Ha il pregio di favorire un continuo dialogo con gli uomini poiché parte  proprio da una prospettiva maschile quindi – forse – più semplice da “digerire”. il volume invita alla riflessione costante attorno a quelle tematiche intorno alle quali gli uomini hanno il dovere di interrogarsi: la mascolinità, l’uso della forza, la paura di esprimere le proprie emozioni, l’affettività distorta che molti sembrano coltivare grazie a convinzioni personali che vanno ad innestarsi su luoghi comuni :

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Forse alcune considerazioni sono un po’ desuete, forse alcune si basano su stereotipi (come la n.50 che recita “le donne sono più avanti di noi, sanno affrontare con più leggerezza la fine di un amore..”) ma è un libro che sento di consigliare. Agli uomini, soprattutto – perché a loro in particolare si rivolge – ma anche alle donne. Perché come ricorda l’autore solo quando nessuna delle parti si sentirà esclusa dalle riflessioni attorno al rapporto tra i generi, attorno ai cambiamenti sociali imposti a uomini e donne, al grande tema del femminicidio e della violenza, sarà possibile, autenticamente, produrre autentico un cambiamento sociale.

 

Alessia Dulbecco

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L’arte di amare

La gente capace di amare, nel sistema attuale, è l’eccezione; l’amore è per necessità un fenomeno marginale nella società occidentale moderna.

Il saggio di Erich Fromm ruota attorno all’amore e alle definizioni in cui è stato declinato nella società contemporanea. Secondo lo psicologo si è progressivamente arrivati a confondere l’amore con l’essere amati. Si è, inoltre, arrivati a semplificare il concetto fino a renderlo semplicemente un sentimento a cui è sufficiente abbandonarsi per incontrarlo.

Al contrario, Fromm intende – in questo volumetto di cui consiglio la lettura – problematicizzare il tema dell’amore.

Nessun crede che ci sia qualcosa da imparare sull’amore.

L’amore è affrontato in modo confuso: si crede sia sufficiente trovare un oggetto da amare. L’oggetto si è imposto sulla funzione. Si immagina l’amore, infatti, come una piacevole sensazione contro la quale gli uomini sperano di potersi  imbattere così, grazie ad un colpo di fortuna. Scopo del saggio sarà quello di portare attenzione sull’amore inteso come ‘arte’ – quindi come capacità che si conquista affrontando teoria e pratica, mettendo in campo discrete dosi di sforzo e saggezza. 

Secondo lo studioso – psicologo e sociologo – l’uomo avverte profondamente il desiderio di unione. L’unione col gruppo è il modo più semplice per superare questo isolamento. Le democrazie occidentali – che hanno stabilito “un’uguaglianza di uomini che hanno perso il loro individualismo” (p.27) porta a preferire un tipo di unione che si esplicita nella routine e nel conformismo, di per se insufficienti a risolvere o placare l’ansia avvertita dall’uomo. Questa semplificazione porta l’essere umano a pensare all’amore come ad un elemento passivo. Amo nella misura in cui sono amato.

Fromm non accetta queste definizioni ed è pronto a scardinarle per sostituirle.

Amore è premura

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amo.

Amore è responsabilità

Responsabilità è un atto volontario, è la mia risposta ad un bisogno – espresso o inespresso – di un altro essere umano

Amore è rispetto

Esso denota, nel vero significato della parola (respicere = guardare) la capacità di vedere una persona come è

L’amore è guidato dalla conoscenza

Proprio per questa ragione Fromm arriva a distinguere una teoria è una pratica dell’arte di amare. La teoria è essenziale per capire come si sono organizzate le società contemporanee, cosa richiedono agli esseri umani e come hanno contribuito alla trasformazione del concetto di amore. Serve altrsì per conoscere i vari tipi di amore (quello materno, quello erotico, quello per se stessi, quello rivolto a Dio…).

La pratica significa imparare qualcosa sull’arte di amare, sugli elementi che servono per acquisirla. L’autore individua in particolare alcuni elementi indispensabili per avvicinarsi alla pratica:

  1. La disciplina ( che contrasta quel sentimento di pigrizia che le persone attivano come reazione alla routine quotidiana),
  2. La concentrazione (condizione particolarmente complessa da acquisire: la nostra società agisce allo scopo di distrarci e anche le nostre conversazioni con l’altro servono solo a questo scopo. Non ci permetto no di incontrare l’altro, sono farcite di clichés, non sono finalizzate all’ascolto),
  3. La pazienza

La capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità di amare

(…) non si può imparare a concentrarsi senza diventare sensibili a noi stessi.

Ma quali sono le qualità indispensabili nell’arte di amare??

  1. Superare il proprio narcisismo
  2. L’umiltà
  3. La fede: non quella irrazionale ( la credenza in un essere superiore) ma quella razionale, la convinzione radicata nella propria esperienza di pensiero e sentimento. La base di questo tipo di fede è la produttività
  4. La fede rischia a necessariamente il coraggio

Amerei significa affidarsi completamente incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata

Consiglio a tutti/e la lettura di questo volume proprio perché non si può considerare esclusivamente un saggio di psicologia. Fromm coniuga il suo sguardo sul l’essere umano con quello del sociologo e compie una riflessione in grado di unire individuale e sociale.

Certi cambiamenti importanti e radicali nella nostra struttura sociale sono necessari se l’amore deve diventare un fenomeno sociale e non un fenomeno marginale e individuale.

(…) analizzare la natura dell’amore significa scoprire la sua attuale assenza totale e criticare le condizioni sociali che sono la causa di tale assenza.

Alessia Dulbecco 

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