Un aiuto per l’apprendimento: Schede, esercizi, dispense per potenziare l’apprendimento dei ragazzi/e

Ieri ho pubblicato un post su facebook che ha riscosso diversi commenti. Stavo lavorando alla ricerca di materiali da utilizzare con una delle “mie” fantastiche ragazzine con cui lavoro per il potenziamento didattico sia nell’area linguistica che logico-matematica.

Ho proposto di raccogliere per voi qualche link a siti e pagine dai quali attingere materiali da utilizzare nell’ambito dell’apprendimento.

Ovviamente, dare qualche suggerimento a proposito di materiali e schede non esula dalla necessità di saperli usare in modo adeguato, altrimenti non si vedrà alcun risultato positivo. Soprattutto ai genitori raccomando sempre di contattare i professionisti dell’educazione per definire un progetto – coerente, preciso, misurabile – nell’ambito del quale anche queste schede potranno essere impiegate. suggerisco, invece, di rifiutare il mero “fai da te” perché il rischio è quello di stampare milioni di schede che poi non userà nessuno (o potranno essere usate ma senza risultati).

 

Pronti? ecco a voi un po’ di materiale!

 

  1. aiutodislessia.net

un sito ben costruito sul quale trovare materiali per scuole medie, elementari e superiori. Pensato soprattutto per alunni/e con DSA, ma non solo

2. sostegno bes 

un sito sul quale trovare giochi e esercizi oltre al informazioni utili per i docenti per impostare una didattica inclusiva

3. Fabrizio Alteri

Un sito di un docente che, per passione e professione, condivide materiali ed esercizi utili per favorire l’apprendimento

4. fantasia web

Un sito meno professionale, ricco però di spunti per stimolare la creatività anche di bambini/e entro i sei anni.

 

Questa la prima “carrellata” di materiali da  condividere con voi

A presto per altri piccoli suggerimenti!

Alessia

 

(PS. Se ti è piaciuto l’articolo ti invito a condividerlo e, se ti va, a visitare la mia pagina FB http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/)

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La scuola migliore è quella “pedagogicamente competente”

La notizia è di ieri: secondo Eduscopio – la classifica che si occupa di analizzare le scuole superiori di diverse città italiane – il miglior liceo d’Italia è il Liceo Scientifico Pier Luigi Nervi a Morbegno (So).

Mi hanno colpito molto le parole della Preside che analizza i punti di forza dell’Istituto da lei diretto.

Sicuramente le classi piccole aiutano, certo, ma non credo sia questo (l’unico) punto di forza di questa scuola. Al contrario, ve ne sono alcuni su cui insieme a molti miei collegh* ci siamo battuti per cercare di farne capire l’importanza. Vediamoli insieme.

  • Docenti stabili: avere la garanzia di puntare su un corpo docente affiatato e costante è alla base di una buona didattica. Man mano che passa il tempo tra i professori potrà crearsi un legame – personale e professionale – sul quale orientare alcuni contenti propri della didattica (penso a lezioni “ponte” tra una disciplina e l’altra, in grado di stimolare il pensiero divergente, la possibilità per gli insegnanti di muoversi sulla stessa lunghezza…)
  • Famiglie unite: la scuola in cui si insegna bene è quella in cui i professori/esse sono alleati con le famiglie e non in lotta. Tra le due parti deve esserci alleanza. Una parola bellissima perché vuol dire che ciò che si fa lo si fa per il bene degli/le alunni/e e non c’è alcuna guerra in corso tra le due “fazioni”
  • docenti preparati: non solo nelle materie di insegnamento, si intende! Professori/esse competenti su un piano educativo, capaci non solo di “trasmettere” contenuti ma di educare il pensiero. E’ questo – in ultima analisi – ciò che dal mio punto di vista fa proprio la differenza.

“E se non è possibile poter contare sempre su docenti così specializzati (mi verrebbe da dire illuminati…) che si può fare?? “Obietterà qualcuno.

In quel caso basterebbe introdurre la figura del pedagogista nelle scuole.

Un professionista specializzato, in grado di guidare – come il capitano di una nave – l’operato educativo dei singoli docenti. Il pedagogista non entra nel merito della materia insegnata (su quello infatti nessuno dovrebbe essere più competente del professore che la insegna) ma può fornire strategie ai docenti per fare “team building” imparando a sentirsi parte di una squadra, anziché semplici impiegati il cui obiettivo è far rispettare le regole, trasmettere nozioni e arrivare a fine mese.

Può, poi, aiutare i docenti a realizzare una didattica inclusiva trovando nuovi stimoli didattici con cui aiutare i tanti studenti con bisogni educativi speciali (attenzione: non entro nel merito delle diagnosi DSA. Quando parlo di BES ricordo sempre che ogni alunno/a, a suo modo, lo è perché tutti/e noi siamo – ontologicamente – diversi in ragione dei nostri bisogni personali e per le singole specificità di cui possiamo disporre).

Ultimo – ma non per importanza- può essere il suo ruolo di “collante” tra quanto svolto dalla scuola e dalla famiglia. La sensazione, infatti, è che troppo spesso queste due entità si muovano su binari separati. A volte – anche peggio! – se si incontrano in realtà si scontrano. L’alleanza scuola-famiglia è alla base del buon intervento didattico ed educativo. Non si può pensare di incidere positivamente sulla formazione dei ragazzi/e se non si crea – prima – un’alleanza con coloro i quali quei ragazzi li hanno cresciuti e continuano a farlo.

Parafrasando la frase che ho voluto usare come copertina, quindi, nessun bambin* è perduto se ha un insegnante che crede in lui e se ha un pedagogista che ne predispone il cammino formativo secondo un principio di rigore, condivisione e lealtà.

La regolazione emotiva: spunti pedagogici per superare i “capricci”

Uno degli aspetti principali su cui mi confronto coi genitori che si recano da me in consulenza è il famoso tema dei “capricci“.

Padri e madri lamentano spesso la difficoltà nel riportare i propri figli/e alla calma, al ragionamento, alla comprensione di quanto accaduto.

Per spiegare perché le parole e il ragionamento risultano del tutto inefficaci in situazioni di questo tipo mi appello a questo pensiero di Goleman, psicologo che più di tutti ha affrontato il tema dell’intelligenza emotiva.

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Quando il bambino sperimenta la rabbia o la collera l’unica funzione utile dell’educatore (o del caregiver) è quella di dimostrargli di essere in grado di accogliere le sue emozioni senza svilirle, senza portare la sua attenzione altrove. L’adulto deve diventare l’argine di quel fiume in piena rappresentato dalle emozioni che il bambino/a sta vivendo, dimostrando di saper resistere alla loro forza e di esserci, nonostante tutto.

Per questo – come dice Golman – l’intelligenza in questi casi si rende inutile. Prima è necessario aiutare il bambino/a nel processo di REGOLAZIONE EMOTIVA. Significa, in sostanza, aiutare a calmarlo, verbalizzare l’accaduto, dare peso alle emozioni vissute e contenerlo, se ciò si rende necessario.

Tutto ciò si lega all’emisfero destro, quello che determina l’emotività

Solo successivamente si potrà fare affidamento alla logica, al ragionamento, alle parole ad esempio riflettendo su quanto avvenuto, chiedendo al bambino/a perché non è stato in grado di calmarsi etc…

Solo dopo che abbiamo placato le emozioni dell’emisfero destro, quindi, possiamo appellarci alla logica e al ragionamento che fanno capo all’emisfero sinistro.

L’obiettivo di un percorso educativo sano (che sia condotto da un professionista dell’educazione o da un caregiver), quindi,  è quello dell’ INTEGRAZIONE.

Integrare significa fare in modo che l’emisfero destro e quello sinistro “collaborino” (si parla pertanto di integrazione orizzontale), così come – nell’integrazione verticale  – far sì che le aree antiche del nostro cervello (definite rettiliane) collaborino con quelle di recente acquisizione.

Le crisi di rabbia, i capricci i comportamenti aggressivi (…) sono conseguenza di una perdita di integrazione, ossia di una condizione di dis-integrazione (Siegel, Bryson 2015)

Se, come affermano i due autori sopra citati, il cervello cambia in ragione dell’esperienza e attraverso il modo in cui diamo senso ad essa, si rende necessario acquisire un nuovo schema di azione di fronte a queste situazioni. Farsi supportare dal pedagogista può essere un primo passo essenziale per poi permettere ai genitori di lavorare in autonomia.

 

Lo sguardo pedagogico e gli “errori” dei genitori

fonte pixabay

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo interessante. Parlava dell’essere genitori e degli sbagli che  essi commettono, spesso completamente in buona fede.

L’autore cita trenta comportamenti che madri e padri dovrebbero considerare per evitare di interferire negativamente nella crescita dei propri figli/e.

Un bambino è un bambino per 10, 11, forse 12 o 13 anni, a seconda della persona a cui lo chiedi. Poi, per i sei o sette anni successivi sono giovani adulti. E poi sono adulti per il resto della loro vita.

Non proteggeteli dalle avversità. Aiutateli a costruire la propria autostima. Dotateli di strumenti per risolvere le cose da soli

 

Un genitore dovrebbe preparare i figli/e alla vita adulta facendo loro capire che il mondo là fuori è complicato, certo, ma non pauroso e che, soprattutto, dispongono di tutto ciò che serve per potervi far fronte.

Nel cammino educativo, i genitori devono aiutare i figli/e a costruire la propria autostima (quel processo che porta il soggetto ad apprezzarsi tramite giudizi autovalutativi positivi), trovare le giuste strategie per superare e affrontare situazioni negative, rafforzare la propria resilienza, conoscere il proprio bagaglio emotivo e gestire le situazioni relazionali scomode.

Quali sono, invece, i comportamenti che rischiano di compromettere l’acquisizione di queste tappe formative fondamentali?

  •  li corrompiamo

spesso li ricompensiamo per le cose sbagliate (“se rimetti in ordina la stanza ti compro ….”) alimentando in loro un pensiero logicamente (ma non educativamente) corretto : il bambino si aspetterà una ricompensa ogni volta in cui eseguirà un compito che dovrebbe fare a prescindere

  • ci sostituiamo a loro

Invece che aiutarli fornendo loro gli strumenti, facciamo per loro i compiti. Che sia nel gestire i compagni di classe o fare gli esercizi per l’interrogazione di matematica del giorno dopo, spesso i genitori si trovano a sostituirsi ai figli/e. Il motivo è sempre lo stesso: si fa prima a fare qualcosa anziché insegnare, passo dopo passo, quel bagaglio di conoscenze necessarie per fronteggiare da sé i propri problemi. Ciò porta i bambini/e a permanere in uno stato di dipendenza costante.

  • LI critichiamo  

La critica a cui il giornalista si riferisce è quella negativa, che parte da un errore per attaccare il punto debole del bambino. E’ quella critica che parte dall’azione per colpire l’essere (hai fatto…quindi sei…)

  • non sappiamo accogliere le loro emozioni

se un bambino cade cerchiamo di sviare l’attenzione sminuendo l’accaduto, dicendogli di non piangere. Siamo poco sensibili all’ascolto delle loro emozioni e alla capacità di ascoltare ed accogliere la loro frustrazione. in questo modo li educhiamo a non sentire, a non riconoscere e a non fare fronte al problema.

  •  non li ascoltiamo

Prestiamo attenzione a molte cose futili dimenticandoci però di quelle significative. Sappiamo che tipo di relazioni vivono i ragazzi/e di oggi? sappiamo in che modo usano le tecnologie? siamo attenti alle parole che possono far trasparire un certo malessere di fondo?

Spesso gli adulti non ne sono in grado, troppo assorbiti dalle necessità contingenti dimenticano di guardare alla sostanza.

Questi “errori” (liberamente tratti proprio dall’articolo che mi ha dato il”via” per scrivere queste righe) non sono irrisolvibili, a patto che i genitori decidano di vederli e porvi rimedio.

I percorsi educativi hanno proprio lo scopo di riflettere sulle carenze educative che si possono verificare al fine di invertire la rotta stabilendo una relazione autenticamente significativa con i propri figli/e. Lo sguardo pedagogico, in grado di concentrarsi sulla relazione, sul contesto e sui rapporti educativi, porta a ristabilire una relazione significativa tra genitori e figli/e che possa essere autenticamente “educante”.

 

(foto: pixabay)

In merito all’omicidio di Ferrara. Accettare conflitti ed emozioni per un’educazione migliore

Uso il blog per scrivere di educazione, di educazione alla genitorialità ed educazione affettiva. Uso il blog, in sostanza, per parlare della mia professione e diffonderne i contenuti.  I fatti accaduti un paio di giorni fa a Ferrara non possono lasciarmi indifferente e credo meritino una riflessione.

Un giovane di sedici anni si fa aiutare da un amico per uccidere i genitori, promettendogli circa mille euro per lo svolgimento di questo “lavoro”. Tanti sono i genitori che oggi si chiedono se sia necessario aver paura dei propri figl*, tanti si chiedono dove si sia fallito. Perché si, siamo davanti ad un fallimento.

Abbiamo abdicato alla fatica che l’educare comporta, seguendo due strade che portano verso direzioni opposte.. ma si sa che spesso gli opposti sono così “opposti” che finiscono per essere nei fatti davvero molto, molto simili.

Da una parte abbiamo preferito “dire sì” piuttosto che accettare il conflitto. Abbiamo fatto crescere generazioni di frustrat* incapaci di reggere un parere discorde, un voto negativo, incapaci di puntare sulla propria capacità di resilienza per far fronte ai piccoli grandi problemi di tutti i giorni.

Dall’altra abbiamo adoperato punizioni e castighi che nulla sanno insegnare perché l’unica cosa che sanno produrre è lo stesso livello di frustrazione, lo stesso livello di incapacità descritto sopra.

Per abdicare alle richieste educative dei bambin*, uomini e donne del domani, abbiamo preferito renderci sordi alle loro emozioni educando anche loro alla medesima sordità.

Fatti come quelli di Ferrara dovrebbero servire per aiutare i genitori a riflettere sul proprio stile genitoriale. Impariamo ad ascoltare le emozioni, impariamo ad educare attraverso di esse. Decidiamo, finalmente, di accettare il conflitto come occasione di conoscenza. Essere in conflitto infatti non significa essere in guerra: significa che davanti ad una difficoltà si ascoltano le parti in gioco per individuare le possibili soluzioni. Spesso, invece, il conflitto viene confuso con una specie di guerra fredda fatta di muri che si erigono, di assenza di dialogo. E’ proprio il contrario. Parlare di conflitto (in ogni tipo di relazione: amicale, affettiva, tra genitore- figl*) significa liberarsi da tanti stereotipi primo tra tutti quello del dover essere sempre, per forza, sorridenti e felici. E’ falso: ogni relazione porta con se un livello medio di conflittualità. La differenza la fa come si gestisce tale situazione.

In questo senso, i fatti di Ferrara e i tanti femminicidi sono equiparabili: qualcosa nella relazione non va e si decide, per incapacità di compiere scelte alternative, per eliminare  – fisicamente – il problema. Diversamente non lo si potrebbe gestire.

E’ importante per questo rivedere le proprie modalità di comunicazione, di gestione delle difficoltà. Credo che questo valga per tutt* ma soprattutto per coloro a cui è affidata la crescita e l’educazione di bambin* e ragazz*.

Dr.ssa Alessia Dulbecco

https://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco/?fref=ts

 

Costruire salute. Counselling e multidisciplinarietà 

Chi segue il dibattito intorno alle cosiddette “professioni non riconosciute” sa che in questo periodo – e ancor più negli anni precedenti – si è verificato un acceso scontro tra psicologi/psicoterapeuti e counsellor. Se andiamo ad analizzare la situazione in maniera più approfondita scopriamo che i livelli di scontro sono alti e riguardano anche altre professioni (penso ad esempio alla categoria dei pedagogisti, cui appartengo).

In un periodo complesso fatto di barriere, limiti, scontri ed imposizioni è bello assistere ad un convegno che pone al centro  il tema dell’incontro, del reciproco riconoscimento, dell’interdisciplinarietà. Costruire salute è il titolo dato a questa giornata di studio dagli organizzatori, il team di professionisti che ruota attorno al Performat Salute di San Giuliano Terme. 

L’obiettivo del convegno – che è quello di raccontare specifiche interconnessioni tra professioni – muove da una considerazione ormai sotto gli occhi di tutt*: stiamo costruendo sempre più società complesse, con bisogni ed esigenze prima impensabili (basti pensare, ad esempio, a quelle legate alla popolazione anziana).

Gli interventi hanno messo in evidenza quanto l’approccio interdisciplinare – che come ha spiegato il Dott. Guerri significa costruire una cornice metodologica di intervento omogenea, all’interno della quale ogni professione può apportare il proprio sapere – possa essere utile per portare nuove soluzioni ad un contesto di grandi cambiamenti. 

Molto interessanti sono stati i casi pratici in cui ogni professionista, lavorando in team (psicoterapeuti e counsellor – psicoterapeuti e dietisti, Counselling e didattica  etc etc..), ha risposto ad una specifica esigenza del contesto in cui si è trovato ad operare (centri specialistici per i disturbi alimentarli, percorsi per il sostegno alla genitorialità, scuole per l’insegnamento della lingua italiana a student* stranier*) e lo ha fatto in maniera integrata, apportando un beneficio maggiore rispetto al lavoro che avrebbe potuto svolgere in individuale.

Il convegno è stato per me l’occasione per ascoltare finalmente un intervento  del prof. Mastromarino, docente presso l’Universià Pomtificia Salesiana, psicoterapeuta e counsellor, e presidente del Cncp, il coordinamento dei counsellor professionisti a cui afferisco.

Mastromarino ha svolto un interessantissimo intervento sul tema della gestione dei gruppi e ha ribadito come tutto ciò che si apprende in gruppo (e in generale nel contatto con l’altr*) vada inevitabilmente a costruire il proprio Sè. Il professore ha sottolineato l’importanza della professione del counsellor all’interno della nostra società. Il counsellor si pone come quella figura in grado di rilevare il clima che si respira in un determinato ambiente, cogliere la “lingua” dei parlanti per insegnare loro, nel caso fosse necessario, a cambiarla. Il counsellor è il professionista dell'”Accogliese”, la lingua che parla il linguaggio dell’accoglienza, dell’ascolto e dell’empatia e deve saper individuare i linguaggi adoperati dalle altre persone (il “critichese” e lo “svalutase” sono quelli che si incontrano con più facilità) per poter fornire gli strumenti grazie ai quali le persone possono cambiare linguaggio.

Il counsellor entra nel gruppo fornendo un supporto contenitivo , rispondente , supportivo. Porta con se competenze comunicative, di problem solving, empatiche.

Mastromarino ha dedicato una grande parte del suo intervento al tema del ‘saper essere’: prendersi cura di se stessi diventa un gesto importante per la propria professionalità ma anche per il proprio benessere individuale.  Il professore ha utilizzato due metafore per illustrare l’importanza del prendersi cura di sé.
Mastromarino ha sottolineato la necessità di prendersi cura di sè soprattutto se si ricopre il complicatissimo ruolo del genitore. È un gesto importante ma spesso difficile perché proprio i genitori tendono a non riposarsi mai (un po’ per necessità un po’ per problemi specifici legati alla gestione dei tempi). 

“I genitori – ha affermato Mastromarino – utilizzano le proprie risorse un po’ come il latte che si dà ai neonati. Quando il biberon è pieno il bambino è felice di poter ricevere nutrimento, ma quando si svuota il rischio è di somministrargli solo aria, che come si sa è particolarmente dannosa per le coliche e i problemi che può produrre. È essenziale, quindi che i genitori si procurino il latte.. Detto altrimenti, è necessario che si procurino le energie indispensabili per vivere bene il proprio ruolo”.

Per spiegare l’altro fondamentale concetto legato al prendersi cura di sè Mastromarino ha impiegato 3 confezioni di… Fazzoletti. “Ipotizziamo che ognuna corrisponda ad un valore che il counsellor ritiene fondamentale nel proprio lavoro. Se le tre confezioni vengono lanciate in aria sarà quasi impossibile per il soggetto prenderle al volo tutte e tre contemporaneamente. Se invece ipotizziamo di concentrarci in maniera specifica su una in particolare (cioè sul valore che questa rappresenta) perché per noi è più importante o perché il contesto richiede un’attenzione particolare a uno specifico elemento allora sarà molto facile per noi recuperarla. Scegliere come impostare il nostro lavoro, su quali obiettivi concentrarci, acquisisce allora un’importanza essenziale.

Il convegno è stata una bella occasione per mettere in luce i punti di contatto tra professioni e professionisti e cela, secondo la mia opinione, un auspicio: che i punti di contatto possano essere sempre di più dei punti di rottura o di scontro.

In un periodo come quello attuale è importante gettare ponti e fare rete, piuttosto che costruire muri. Perché – come ha ricordato Beatrice Roncato all’apertura dei lavori citando un proverbio del Burkina Faso “Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante”  -è auspicabile costruire  un contesto professionale in cui gli operatori sappiano coalizzarsi

Cambiare prospettiva: rinforzo negativo Vs. rinforzo positivo

Perché la punizione non è mai una soluzione…

I genitori che ricevo in consulenza mi raccontano spesso di avere molte difficoltà a seguire delle regole educative valide quando i figl* “fanno i capricci” o si comportano nel modo sbagliato.

Quando entriamo nel dettaglio dei fatti scopro di solito che i comportamenti sono tanti e variano dalle scenate nei supermercati, nel tentativo che i genitori comprino loro quel giocattolo, al non seguire determinate regole di comportamento (“quando si entra a casa ci si lava le mani”) o, ancora, tentare di catturare l’attenzione degli adulti – magari quando sono immersi in discorsi o faccende importanti – facendo chiasso e baccano.

Spesso i genitori tentano di ignorare il comportamento che, naturalmente, viene intensificato. Al raggiungimento della “soglia di tolleranza” (quando, ad esempio, il pianto si è fatto insistente e fastidiosissimo) tendono a reagire . La reazione può essere di solito a parole (“basta!”) ma – come raccontano – di solito sortisce l’effetto contrario e  il comportamento aumenta di intensità. Quindi, innervositi e frustrati, i genitori cedono ed intervengo..”con le cattive”.

Ci sono molti motivi che spingono un genitore a  mettere in atto questo comportamento. In molti casi è appreso (“i miei genitori si comportavano nello stesso modo”), a volte, come scrive Loovas (1990)

ci sono genitori che puniscono un bambino non per come si comporta ma come espressione della loro ansietà o incapacità di far fronte a determinate situazioni.

 

Quando – insieme a loro – proviamo ad analizzare il problema spesso i genitori vivono una specie di insight. Comprendono, cioè, di aver sbagliato strategia e capiscono perché il loro comportamento non produrrà mai (perché è logicamente impossibile) l’effetto tanto desiderato.

Quello che accade, infatti, ha un nome: si tratta del rinforzo negativo. 

Se ci poniamo dal punto di vista del bambin*, infatti, vediamo un’altra realtà. Il bambin* impara che è solo piangendo più forte, o facendo scenate sempre più “teatrali”, o comportandosi nel modo peggiore che ottiene l’attenzione dei genitori (certo, si tratta di un’attenzione negativa – perché otterrà una punizione – ma – come ricorda Eric Berne – nell’economia delle carezze si preferisce riceverne di negative, piuttosto che non  riceverne alcuna).

Il rinforzo negativo produce due grossi problemi

  • nell’immediato, non argina un problema ma al contrario lo radicalizza.
  • a lungo periodo produce quello che Paterson ha definito ciclo della coercizione. Si sviluppa cioè una relazione scorretta tra l’influenza reciproca tra genitore-bambino e il rinforzo negativo. Il rinforzo negativo aumenta cioè l’intensità di quei comportamenti che dovrebbe, al contrario, combattere Ciò produce anche un aumento dell’intensità delle risposte (sia da parte dei genitori che dei figl*). Sull ungo periodo, quindi, aumenta solo il grado di espressione della collera e – di conseguenza – il basso livello e capacità di gestione della frustrazione. Il rischio maggiore, quindi, è quello di compromettere  i rapporti familiari di fiducia e rispetto che invece la famiglia dovrebbe sostenere.

I genitori che comprendo il meccanismo sono anche in grado di comprenderne la sua tossicità. Spesso, poi, hanno bisogno di un sostegno per portare nella pratica quanto acquisito a livello teorico. Chiaramente i suggerimenti qui esposti sono generali: un buon intervento su questi problemi richiede un confronto vis à vis tra il pedagogista e la famiglia.

In ogni caso due validi strumenti – tra loro correlati – sono il time out, quindi la sospensione del rafforzamento tramite l’allontanamento (davanti al bambino che piange perché non vuole mangiare il genitore può spiegare con le parole (se il bambin* è grande) ciò che starà per fare e poi applicare il comportamento. Si tratta di sottrarsi al comportamento spostandosi in un’altra stanza. Appena il bambin* si calma lo si accoglie nuovamente – senza astio o risentimenti!!! – e si andrà a rinforzare il suo comportamento adeguato (il bambino infatti si sarà calmato e sarà collaborativo). Il time out porta l’accento sulla possibilità di rinforzare il comportamento positivo (“ti sei calmato, quindi ti lodo”) piuttosto che quello negativo (“il tuo pianto è insostenibile, ora ti punisco con uno schiaffo!”).

Ovviamente, ribadisco, si tratta di suggerimenti teorici. Ogni situazione richiede aggiustamenti specifici calibrati in base alle necessità familiari e tenendo conto della storia del nucleo stesso.

 

Dr.ssa Alessia Dulbecco

http://www.facebook.com/dr.ssaalessiadulbecco