Di idee condivise e buone prassi. L’apporto pedagogico all’interno delle questioni sociali.

Quello che si è appena concluso è stato un weekend stimolante ed impegnativo.

Se è vero che il sapere pedagogico, per sua natura, può abbracciare molti settori fornendo nuovi angoli di parallasse dai quali osservare nuovi e vecchi fenomeni sociali, è anche vero che spesso queste intenzioni non si realizzano, vuoi per l’ostruzionismo che spesso si genera attorno alla pedagogia, vuoi per gli eventi di bassa qualità (in molti casi presentati come “l’evento dell’anno”!!!) che affollano questa scienza.

Venerdì e sabato, invece, posso dire di aver partecipato ad eventi di grande spessore. Vorrei definirli momenti di idee condivise e buone prassi.

Venerdì si è svolta la presentazione, per la prima volta sul territorio fiorentino, del pluripremiato libro scritto dall’Avv.  Alessia Sorgato, Giù le mani dalle donne.

Si è trattato di un momento di approfondimento che ha saputo intrecciare i temi della prevenzione – a carattere prettamente pedagogico – con quelli della difesa che interviene quando cioè l’episodio violento si è già verificato, tipico dell’impianto legale. Insieme abbiamo cercato di rendere chiari gli aspetti tecnici, propri del diritto, per arrivare a capire dove intervenire e in quali modalità. E’ stato davvero piacevole poter dar vita ad un dibattito (con la grande partecipazione del pubblico) con una professionista autentica e, ciò nonostante, autentica, semplice, diretta e simpatica.

 

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Sabato, invece, è stata la volta di Educare alle Differenze, una giornata intera di laboratori, seminari, approfondimenti dedicati al ruolo della pedagogia e, quindi, dell’educazione) intorno alle questioni di genere, al femminismo  e alle libertà dei singol*.

I laboratori si sono rivelati una bella occasione per conoscere altri professionist* e per trovare nuovi stimoli, nuovi elementi da introdurre nelle attività che conduco, come libera professionista e all’interno del Cav.

Durante la giornata ho avuto modo di assistere all’intervento di Graziella Priulla che ha ripreso il punto focale, introdotto in mattinata dal comitato di Scosse: serve una nuova presa di coscienza attorno a queste tematiche perché bambini/e vengono socializzati/e al genere e noi adult*, spesso, lo ignoriamo. Serve riconoscere il peso del linguaggio e il peso delle parole. Serve, in definitiva, riconoscere il peso della violenza simbolica. 

L’occasione, inoltre, mi ha dato la possibilità di conoscere dal vivo il team di Pasionaria.it, sito che vi consiglio caldamente di frequentare e per il quale ho avuto l’onore di scrivere qualche pezzo. Il loro laboratorio, dedicato al femminismo intersezionale mi ha dato modo di riflettere maggiormente su quelle forme violente nei confronti dell’altr* che spesso poniamo in essere in assoluta buona fede o senza nemmeno pensarci.

Le rassegne sono sempre l’occasione di conoscere nuove case editrici e di acquisire nuovi strumenti di lavoro..la prossima settimana dedicherò questo spazio proprio ad un gioco – scoperto allo stand di una casa editrice della bassa reggiana, presente all’evento – che ho trovato davvero interessante. Un gioco di carte per narrare storie. La grande particolarità? essere adatto ad un pubblico vastissimo: bimb*, adolescent*, adult* e anzian* possono usarlo con grande semplicità!! Vi ho un po’ incuriosito?? Appuntamento allora a lunedì prossimo 🙂

Nel frattempo vi lascio qualche foto della giornata di sabato!

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Se l’è andata a cercare

Lo spazio del lunedì sul blog lo dedico tutto – umanamente e professionalmente – alla giovane donna che si è uccisa la scorsa settimana. Di lei è stato detto tutto, il suo nome su tutti i giornali, telegiornali, blog, meme, post articoli e qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Capisco la necessità de* giornalist* di informare ma se penso al tanto agognato diritto all’oblio, da lei mai ottenuto, trovo l’accanimento sul suo nome, sul suo viso, sulla frase che la rese suo malgrado “celebre”, davvero grottesco.

Su di lei ho letto tutto, in particolare le opinioni che la vogliono colpevole della sua stessa morte.Come a dire che se non avesse provato a scegliere la strada più semplice per diventare famosa probabilmente oggi sarebbe ancora viva.

Io, al contrario, credo che per comprendere e fermare una tendenza di questo tipo (sempre più confermata dagli attuali fatti di cronaca in cui “amiche” filmano coetanee semi-svenute nei locali mentre uomini, ragazzi, a volte poco più che bambini abusano di loro) sia indispensabile osservare la cornice culturale entro cui ragazze e ragazzi vivono e crescono. Si tratta di un contesto fortemente non egualitario nei modelli e nelle richieste sociali. Alle femmine si chiede di aderire a stereotipi che risultano ostili, sopra ogni cosa, alla loro libertà sessuale.  Se il fatto in oggetto fosse capitato ad un maschio probabilmente non si sarebbe neppure potuto montare un caso, per il semplice fatto che non ci saremmo arrivat*: non avrebbe ottenuto biasimi sociali ma indifferenza o approvazione più o meno evidente. Come altr* hanno fatto notare, la giovane era inserita in una cornice sociale fatta di  uomini/donne/cornuti/puttane. Lei, infatti, aveva scelto di fare del sesso orale con un uomo perché aveva litigato col suo fidanzato, definito – dal ragazzo che compare nel video – “il cornuto”.

Quindi, se un primo livello del problema si colloca all’interno di una malsana forma di educazione al genere, la cui pervasività è sempre troppo forte (anche perché i vari tentativi di contrastarla finiscono per essere osteggiati, svilititi o fatti passare per un “attacco alla tradizione”) ad un livello di lettura ulteriore l’altro grosso problema è il rapporto di coppia eteronormativo e monogamico. Non si riesce ad uscire, nell’Anno Domini 2016, da un modello che propone sempre i soliti vecchi cliché del “lui”, “lei”, “l’altro”, “l’amante”, “il cornuto”, “la troia”. sembra cioè che un modello alternativo di vita di coppia (dove, ad esempio, la parola “tradimento” sia abolita perché sia possibile far cadere il (pre)concetto di fedeltà) sia assolutamente impensabile.

Credo che le due letture siano in realtà il diritto e rovescio della stessa medaglia: per proporre modelli sociali alternativi (e quindi inclusivi rispetto alle tante aberrazioni dalla normale “curva di Gauss” oggi già presenti in società ma spesso – ancora – non riconosciute) serve anzitutto un’educazione al rispetto. Rispetto di sé (una ragazza deve essere educata a scostarsi dal modello che la vuole valevole solo in funzione del corpo che mostra..o che non mostra a seconda dei casi), rispetto delle individualità altrui e, per finire, scardinamento dei modelli e delle “etichette” che adoperiamo con inusuale leggerezza per proteggere i luoghi comuni (ad una donna può piacere il sesso senza necessariamente essere “troia”, lo sapevate?!).

“Se l’è andata a cercare”, dicono.

Personalmente, vado a cercare tutto ciò che ho scritto qui sopra: inclusione, rispetto, modelli sociali alternativi capaci di sostituire quelli attuali, più fluidità e meno rigidità mentale.

Li ricerco per lei e per le tante vittime di cyberbullismo (parola che secondo me non esprime completamente la gravità del fenomeno. Avete mai letto la testimonianza del papà di Carolina, uccisa ben tre anni fa per una storia analoga? forse il suo caso non fece così scalpore all’epoca. Bene, io ricerco tutte quelle cose anche per lei.

E voi, cosa andate cercando?

 

(immagine: il cervo ferito – Frida Kahlo – fonte: web)

 

L’educazione e la speranza

Quello appena trascorso è stato un ottimo weekend e mi piace molto l’idea di cominciare una settimana raccontandovi come ho trascorso gli ultimi due giorni di – più o meno! – relax. Credo che siano le occasioni di riposo, di svago, di condivisione a darci le occasioni per ricaricarci, a maggior ragione se si svolge un lavoro impegnativo, fatto di progettualità e di incontri altamente significativi con l’altr*.

Così, se la domenica è trascorsa ammirando le bellezze della mia bella Toscana, degustando e scherzando con amiche (che, poi, sono anche colleghe), il sabato è stato dedicato alla formazione. Un’occasione particolare, a Vaiano, per parlare di un’ “Altra Scuola”. Una scuola attenta alle esigenze dei bambin*, capace di porsi da un’angolazione differente (ma per davvero, non solo per esigenze ministeriali che – sappiamo – introducono tanti cambiamenti..salvo poi fermarsi alla teoria).

Moltissimi seminari, tutti dedicati a temi innovativi (home schooling, scuole parentali, la realizzazione di asili nel bosco…). Io ho scelto di focalizzarmi sull’Osservazione del bambino nell’approccio montessoriano. Un tema interessante, due relatrici che lavorano da Anni all’interno dell’Opera Nazionale Montessori, formate e molto preparate.

Ci sono state molte attività pratiche che ho gradito molto e tanti momenti di scambio col gruppo. Di tutta la giornata, però, porto via soprattutto un pensiero che una delle formatrici ci ha riportato. Si tratta di una considerazione propria di Maria Montessori la quale sottolinea come l’ambiente definisca le persone. Se un bambino cresce in un contesto di amore, di riconoscimento sarà necessariamente foriero di pace. Questo pensiero ha una rilevanza assoluta in questo periodo particolarmente complesso a livello sociale. Mi chiedo quanti bambin* vivano in contesti di odio – e penso chiaramente alla guerra, a coloro che sono costretti a lasciare tutto per una vita incerta in un’altra zona, ai tanti bambin* che assistono a violenza domestica per non pensare a coloro che la subiscono… – e a come sarà il loro ingresso sociale una volta adulti. Non potranno essere forieri di pace, se hanno vissuto nell’odio. Penso all’importanza dell’educazione, della ri-educazione, e alla necessità di sviluppare nuovi modelli inclusivi. Penso, in sostanza, alla bellezza e alla profondità del mio lavoro; a quanto sia complesso stare accanto alle persone, alla necessità di osservare (e su questo il metodo Montessori ha stabilito le fondamenta) senza giudicare. Penso anche al valore ultimo della Pedagogia che è poi la speranza e la fiducia nella possibilità di creare un  ambiente nuovo..questa volta autenticamente foriero di pace.

 

Se i capricci bloccano una comunità. Per una genitorialità consapevole

Diversamente dalle settimane precedenti, dedico l’articolo di oggi ad un tema prettamente pedagogico.

Ho trascorso l’ultima settimana di ferie al mare e, complici le belle giornate e il relax bordo-mare, ho avuto un sacco di tempo (tempo “pieno”, cioè utilizzato per pensare  e lavorare su tematiche che svilupperò nelle prossime settimane) per leggere e approfondire diversi contenuti. Proprio leggendo le pagine di un quotidiano sono stata colpita da una notizia in particolare che potete leggere qui.  

Una bambina di 4 anni ha tenuto sotto scacco un intero aereo: passeggeri e hostess, comandanti e assistenti di volo. Come si legge nel breve articolo, prima di iniziare la procedura di atterraggio il personale di volo ha richiesto ai passeggeri – come da procedura – di allacciare le cinture ma una bambina su è opposta. Cosa incredibile, “i genitori hanno dato ragione a lei e nemmeno il comandante è riuscito a far cambiare loro idea”.

La lettura dell’articolo mi ha spinto a pormi alcune domande: come è possibile che i genitori non riescano ad aiutare la bambina a capire ciò che deve fare? Come è possibile che siano convinti che la figlia abbia ragione? Se fossero stati in auto e la bambina non avesse voluto né le cinture, né il seggiolino, avrebbero acconsentito pur sapendo i rischi e l’eventuale pericolosità?

Credo che l’articolo metta in luce determinate problematiche relative alla genitorialità. 

In sintesi: 

– i genitori hanno bisogno di riflettere in maniera approfondita su quelli che comunemente chiamiamo capricci. Comprenderne le motivazioni (che non significa ‘dare ragione’, ma solo capire), fermarsi ad ascoltare le proprie reazioni davanti ad essi serve per avere quella distanza necessaria da frapporre tra se e i bambini per avere la lucidità di mettere in atto comportamenti adeguati.

– i genitori hanno bisogno di imparare ad ascoltare di più i figli: spesso i capricci non sono altro che strategie per ottenere l’attenzione, agite dopo che il bambin* ha già provato a percorrere, senza successo, altre strade). L’ascolto è il primo strumento per spezzare sul nascere l’insorgenza di un capriccio.

– i genitori devono trovare le parole e i modi giusti attraverso i quali agire: quando lavoro con famiglie che mi contattano per problemi di questo tipo mi accorgo che uno dei motivi che fa sfuggire dal controllo la situazione è che davanti al pianto isterico del piccol*, magari anche per un motivo apparentemente futile, si crede che reagire con la violenza (intendo con un gesto di forza, di supremazia, nei confronti del bambin*) sia il miglior metodo per mettere tutto/tutti a tacere. Questo ovviamente scatena un pianto ancora più forte (sia per lo spavento, sia perché urlare scatena inevitabilmente altre urla) e, lungi dal placarsi, il pianto si intensifica. Parlare, aiutare il bambin* a trovare un canale comunicativo attraverso il quale esprimere l’emozione che prova permette di guardare al problema da un’altra angolazione.

I genitori non sono supereroi: per fare tutto ciò possono avere bisogno di un supporto, di un sostegno. Per questo esistono i pedagogisti 😉

Attraverso la consulenza educativa è possibile fare luce su questi aspetti e trovare il modo giusto (giusto per quella coppia, per quella famiglia!) per affrontarli. Il rischio maggiore lo si coglie sempre quando si è impreparati: le emozioni ci travolgono e ‘regredire’ alle urla o alle mani è dannatamente facile. Essere preparati ci permette di avere il controllo della situazione: trovare un metodo per affrontare i ‘capricci’, poi, è anche il miglior modo per vederli ridurre man mano: se il bambin* trova un modo diverso di esprimere il proprio dissenso verrà di volta in volta educato ad applicarlo (anche perché lo sarà sicuramente un modo che gli creerà meno disagio).

Queste sono le ragioni per le quali attivamente mi impegno nella realizzazione di questi percorsi: lavorare con i genitori, accogliere i loro timori, ascoltare le loro perplessità trovando insieme le soluzioni migliori  significa realizzare un’azione benefica sull’intera comunità.