Deumanizzazione. Come si legittima la violenza

Dedico l’articolo del lunedì ad un tema che, come sapete, mi sta particolarmente a cuore sia in termini personali che professionali. Ho deciso di recensire e commentare per voi un bel libro che ho letto recentemente e che spiega bene quei meccanismi sociali e psicologici che appaiono – soprattutto sui social – in concomitanza con una notizia relativa ad una violenza – di qualsiasi tipo – subita da una donna. Spesso la donna passa ad essere da soggetto colpito a possibile concausa del problema ( “ma cosa indossava..?”, “eh.l’avete voluto la parità sessuale??”), molte volte viene pesantemente accusata attraverso lo ‘slutshaming’ o ad altre forme forme di violenza verbale diretta ad indagarne la lunghezza dei vestiti, la profondità della sua morale, la liceità dei suoi gesti. Questi meccanismi rientrano in un più ampio progetto di deumanizzazione della vittima, che è appunto il tema di questo interessante volume.

Se, per passione o per diletto, vi occupate di questioni di genere, di storia o di politica, non potete non affrontare la lettura di questo bel saggio di Chiara Volpato.

Volpato, professoressa di Psicologia Sociale all’Università di Milano, si occupa di deumanizzazione affrontando l’argomento sotto profili diversi. Deumanizzare significa negare l’umanità all’altr* e sono molti i contesti in cui l’uomo mette in atto questa pratica: durante  i conflitti, per sottolineare l’importanza di alcuni gruppi sociali e giustificarne la supremazia (basti pensare a quelle fasi oscure della nostra storia, come il nazismo o l’apartheid… ma anche la deumanizzazione delle donne nelle nostre civilissime società occidentali postmoderne.

L’interrogativo di Volpato è di tipo sociale:

quali sono le condizioni nelle quali la deumanizzazione diventa un fenomeno che ha conseguenze  severe nella vita sociale?

La deumanizzazione è alla base di molti crimini contro l’umanità, come gli stermini o i genocidi. In questo caso la deumanizzazione è esplicita (un intero gruppo sociale ha dichiarato e – in taluni casi – teorizzato – l’inferiorità di un popolo/razza rispetto ad un altro). Bandura – ci ricorda Volpato –  ha raccontato bene alcuni esiti della deumanizzazione attraverso il costrutto del disimpegno morale.  Nel corso dello sviluppo morale ogni soggetto introietta egli standard etici che determinano il suo comportamento. Quando alcuni individui, con il loro agire, vanno contro gli standard acquisiti , si innescano quattro forme di disimpegno morale:

1- si giustificano i comportamenti negativi su un piano morale

2- si minimizza il ruolo dell’agente

3- si distorcono o minimizzano le conseguenze degli atti

4- le vittime vengono incolpate di quanto subiscono

In una delle forme implicite pi evidenti della disumanizzazione – quella contro le donne o altre categorie sociali (“i gay”, “i/le trans” etc…) si assiste proprio a questa situazione: le vittime sono incolpate di provocare la reazione da parte egli aggressori. Questo tipo di giustificazione diventa possibile perché le categorie sopra riportate “perdono” il valore umano che le dovrebbe caratterizzare. Ciò accade, ad esempio, con l’oggettivazione (in particolare del corpo femminile). Il volume di Volpato ha il pregio di soffermarsi a lungo su questa questione andando ad indagare anche il collegamento tra gli effetti sociali (le donne sono “meno umane” degli uomini) e psicologici (le donne oggettivate fanno una maggiore esperienza di sentimenti negativi, ansia, paure). Il volume non dimentica poi di analizzare anche le ultime perversioni che questo concetto ha acquisito, primo tra tutte l’antropomorfismo, una sorta di deumanizzazione al contrario.

Consiglio la lettura del volume soprattutto a chi si occupa degli studi di genere: comprendere le modalità sottili con cui la società ci de-forma e de-umanizza permette di avere una visione più chiara attorno a quei fenomeni sociali che fanno molto clamore (le baby-prostitute, il gender gap etc..) e che spesso rimangono ad un livello troppo limitato di autentica riflessione sociale.

Di bellezza e umanità

Buongiorno a tutt*!

Ricomincio oggi – e spero di poter continuare con regolarità – a produrre qualche articolo per il blog. A partire dalla scorsa primavera, complici diversi nuovi impegni professionali, ho ridotto di molto la scrittura che ho poi definitivamente interrotto nel corso di questi ultimi mesi.

In questi ultimi giorni di agosto mi sono dedicata alla programmazione delle news sulla pagina (il mio obiettivo sarà qullo di darvi il buongiorno con una delle “educationquote”: aforismi, frasi, citazioni sui temi che caratterizzano il mio lavoro, il counselling e la pedagogia) e per questo vi invito a seguirla. La comunicazione sulla pagina infatti è più semplice ed agevole anche per scambi veloci, riflessioni o richieste.

Gli articoli sul blog, invece, avranno – di volta in volta- un contenuto diaristico  o prettamente professionale. Lo scopo sarà, quindi, quello di produrre riflessioni sul mio lavoro allo scopo di coinvolgervi e provare a farvi capire “cosa si cela” dietro la dimensione professionale oppure – sulla base delle vostre richieste – realizzare brevi articoli sugli interventi professionali che svolgo (sostegno alla genitorialità, apprendimenti & DSA, counselling…). Se siete interessat* ad approfondire determinati argomenti vi invito fin da subito a contattarmi 🙂

Oggi vorrei partire da una specie di cortocircuito che mi è balzato in testa l’altro ieri. Stavo guardando su un sito di news alcune notizie, quelle principali, che ruotano attorno a due macro-argomenti: i bombardamenti ad Aleppo e le Olimpiadi. Mi sono messa a leggere, in particolare, qualche notizia in più su Omran, il bambino di cinque anni la cui foto ha letteralmente fatto il giro del mondo dopo essere stato salvato e messo al sicuro su un’ambulanza. Sporco, insanguinato, coperto della polvere dei calcinacci…solo. Uno sguardo che difficilmente scorderò, quello della disperazione inconsapevole.

Poi un’altra notizia mi ha catturato ed è quella relativa a Abbey D’Agostino e Nikki Hamblin le due atlete che cadono rovinosamente durante la batteria dei 5000. Una delle due rovina a terra e fa fatica a rialzarsi, è dolorante, e l’altra – che si era ristabilita con più facilità, decide di aspettarla, aiutarla a rialzarsi e ripartire assieme. Una bella immagine che la dice lunga sulla forza femminile, sul coraggio, sul gioco di squadra e sull’empatia.

Ecco, si tratta di due notizie assolutamente slegate – che ho ascoltato, letto, lasciato sedimentare.

Non so perché – o anzi si, forse lo so – ma ieri mi sono tornate alla mente entrambe le notizie, come un cortocircuito immediato.

Ieri, al lavoro, abbiamo fatto l’accoglienza in emergenza di una donna – straniera, completamente priva di una conoscenza minima di italiano – e la sua bambina di quattro anni. Uno scricciolo con due occhi neri enormi che squadravano me e la collega con enorme sospetto. Per parlare con la mamma ci siamo avvalse di una traduttrice, la bambina ovviamente capiva tutto perché anche lei come la donna parlava solo la sua lingua di origine. Spostarla nella stanza giochi sarebbe stato ancora peggio: la bambina non si è mai staccata dalla gonna della mamma, collocata di sbieco sempre un pochino dietro di lei a far capolino solo coi grandi occhi.

I suoi occhi, la sua espressione triste e distante mi ha ricordato Omran: una disperazione inconsapevole per aver vissuto quattro dei suoi quattro anni nel brutto, nel non amore, segregata insieme alla mamma. I volti nuovi degli ultimi dieci giorni della sua vita, i tanti spostamenti, le tante case cambiate – camere di albergo, di amic*, fino ad approdare alla nostra struttura – devono averla catapultata in un mondo ancora più difficile, più pauroso, sicuramente incomprensibile.

Appena entrate nella nostra struttura le ragazze già presenti si sono prodigate immediatamente: chi cominciava a cercare negli armadi la biancheria per i letti, chi nella dispensa il cibo da dare alla nuova ospite. Una di loro, nordafricana con un’ottima padronanza dell’italiano, mi ha regalato un’immagine bellissima: ha preso la nuova ragazza sotto braccio e l’ha portata in giro per la casa illustrandole tutto, cercando di farsi capire a gesti. Ho ripensato a quella forza delle donne che i notiziari avevano individuato nel gesto delle due atlete e non ho colto molte differenze con il gesto delle due ragazze in struttura: una delle due – quella meno in difficoltà – che aiutava l’altra a rialzarsi e, in  primis, a ritrovare fiducia negli esseri umani.

La bellezza del mio lavoro è nell’umanità che si incontra.

 

(foto: web)