…e per gli uomini cosa fate?

Succede sempre.

Ogni volta che, in una situazione informale (un aperitivo con amici, dal parrucchiere…) sono “costretta” a dire che lavoro faccio subito mi viene posta la domanda più scomoda di tutte.

Di solito affronto l’argomento con molto tatto. Non urlo ai quattro venti che lavoro in un centro antiviolenza ma racconto che mi occupo di violenza di genere, che come pedagogista progetto interventi educativi che possano servire a contrastare una cultura – gretta e maschilista –  e a proporne una migliore, più inclusiva e aperta per i bambin* e gli adult*. Queste considerazioni di solito non sono neppure recepite. “Ah, ti occupi di donne picchiate in casa dai mariti allora. Ehh…se ne sentono così tante oggigiorno. Ma per gli uomini cosa fate?”.

Sempre. Sempre. E no, non sono solo gli uomini a chiedermelo…spesso sono proprio le donne. “Cosa fate per gli uomini che subiscono dalle mogli, invece?? Ahhh, guarda..ho conosciuto delle tipe..delle vere arpie che sono diventate anche peggio in fase di separazione dal poveretto”.

Cosa faccio in situazioni di questo tipo? Una gran parte delle mie energie se ne va nel tentativo – stoico – di mantenere la calma e non aggredire verbalmente l’interlocutore di turno (l’Analisi Transazionale mi ha insegnato a contrastare i giochi psicologici, anziché caderci dentro..certo, è faticosissimo ma deve essere fatto…essere trascinati al suo stesso livello è sicuramente controproducente per me).

Poi, lentamente provo a ribattere. 

Cosa facciamo con gli uomini? Beh, facciamo in modo che non siano più degli autori di violenze ad esempio. In questo senso sono fiera di collaborare col Cam, primo centro che si occupa di uomini maltrattanti nato a Firenze nel 2009, il cui lavoro consiste  proprio nell’avviare percorsi – educativi e psicologici – per aiutare gli uomini che agiscono violenza nelle relazioni a cambiare modalità e comportamenti.

Al di là di questo…niente. Non si fa nulla perché il fenomeno da loro indicato non ha origini sociali, culturali, antropologiche da combattere. La violenza degli uomini contro le donne, invece, si. E no, non è la costruzione organizzata ad hoc da quattro pazze femministe. Purtroppo la violenza di genere ha dei paramenti specifici che la rendono un fenomeno socialmente indagabile e rilevante per le sue conseguenze. Certo, anche le donne possono essere violente ci mancherebbe. Il problema però è che queste forme di violenza non possono essere indagate alla luce della dinamica di potere e controllo che invece caratterizza la violenza maschile. In una situazione violenta perpetuata da un uomo, infatti, c’è una disparità nella diffusione del potere (pende più da una parte, per dirla alla spicciola) e nel controllo (che è agito dall’uomo allo scopo di limitare la donna).

No, che io sappia non esistono associazioni  – serie – che aiutano gli uomini a sottrarsi alle angherie di quelle brutte arpie di sesso femminile.

Certo, in rete si trova di tutto. Lupi vestiti da agnelli soprattutto. Come questa pagina Facebook che mi ha segnalato la mia amica Elena 

Nella descrizione si legge che si tratta di un”movimento egualitario di uomini e donne per la parità dei sessi e la difesa degli esseri umani di sesso maschile”.

Già qui a me sorgono dei dubbi: è un movimento per la difesa degli uomini (inteso come maschi) o per la parità?

Basta osservare ciò che viene postato per notare fin da subito il più gretto maschilismo (oltre che una serie di luoghi comuni). Quello più grande di sempre è la diversità di trattamento tra uomini e donne. 

 

L’esempio migliore ce lo fornisce questa immagine. Una donna che denuncia uno ‘che gli ha toccato le tette’ viene creduta subito e il malcapitato – che magari si era appoggiato per sbaglio – tratto in galera come il peggiore dei criminali. 

Ecco, vorrei dire solo una cosa. MA MAGARI!  Chi fa il mio lavoro, invece, sa benissimo che una donna spesso non viene ascoltata. Viene trattata con biasimo, rimproverata col più gretto dei paternalismi. Non viene creduta quando racconta anni di soprusi, violenze, ricatti. 

Di immagini come queste, di pagine come queste ce ne sono tantissime. A volte passano indisturbate sotto al nostro sguardo perché non siamo in grado di coglierne i messaggi ulteriori. L’educazione, in questo senso, è l’unica arma che possiamo utilizzare per contrastare gli stereotipi e la violenza di genere e, soprattutto, per costruire una cultura nuova.

Il Pedagogista e i DSA

E’ vero, la scuola è appena finita. Con risultati più o meno buoni i nostri ragazz* hanno completato un altro anno di studi e ora, finalmente, le tanto meritate vacanze!

Per i genitori, invece, questa può essere l’occasione per approfondire determinate questioni, per fare una sorta di resoconto finale. Come è andato a scuola vostro figli*? Ci sono state delle difficoltà particolari? Ha affrontato il percorso con serenità o con difficoltà?

Se ci sono state difficoltà è questo il momento giusto per correre ai ripari! Come? Anzitutto rivolgendosi a professionisti competenti il cui supporto diventa fondamentale per:

  • migliorare la socializzazione del ragazz*, se ci sono state difficoltà nella costruzione di rapporti significativi
  • aiutare il raggiungimento di un buon metodo di studio
  • migliorare il rendimento scolastico

L’estate rappresenta il momento migliore per fare tutto ciò perché è il momento in cui si può provare, sperimentare e lavorare in vista dell’autunno.

In tutto ciò l’alleato migliore è il pedagogista, soprattutto colui che si è formato come facilitatore degli apprendimenti.

Per Firenze Formato Famiglia, il blog che racconta Firenze da una prospettiva di famiglia, ho scritto un articolo per illustrare in che senso il Pedagogista-facilitatore può essere utile a tutti quei ragazzi che vedono la scuola come una tortura…

Lo condivido qui, sperando possa essere utile 🙂

Il sostegno del pedagogista nei casi di DSA

Il sostegno del pedagogista nel percorso di diagnosi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Torniamo a parlare dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento e questa volta il focus lo mettiamo su una figura professionale importante che per la famiglia può svolgere la delicata funzione di “ponte”, di “collegamento” fra tra le diverse realtà che ruotano attorno al bambino e alla sua diagnosi. Come genitori di bambini che hanno un disturbo dell’apprendimento il passaggio dal sospetto, alla consapevolezza della situazione e infine alla diagnosi e terapia è spesso costellato di dubbi, incertezze, dilemmi. Essere affiancati da un pedagogista per molti bambini e le loro famiglie è un sostegno importante, una guida, accanto alla quale compiere un percorso. Per comprendere la funzione del pedagogista e la sua utilità ci siamo fatti aiutare da una professionista che in questo campo a maturato una notevole esperienza e che per noi ha lasciato questo prezioso contributo.

Il Pedagogista accanto alla famiglia e al bambino nei casi di DSA

di Alessia Dulbecco, Pedagogista e counsellor
Chi ha figli o chi lavora nelle scuole lo sa: da diverso tempo, ormai, una delle tematiche intorno al quale si scatena il dibattito è costituita dai Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Se da una parte è un bene che tale argomento abbia acquisito una certa rilevanza all’interno delle discussioni tra addetti ai lavori e non, è pur vero che – dall’altro lato – questi argomenti possono lasciare le famiglie e gli insegnanti (magari non ancora adeguatamente aggiornarti) in una grande confusione.

Ciò si verifica, soprattutto, quando gli istituti scolastici acconsentono ad eseguire screening di valutazione in seguito ai quali – se i bambini ottengono, nelle valutazioni, un punteggio che li colloca in fasce a rischio potenziale – vengono recapitate alle famiglie lettere e comunicazioni con le quali vengono esortate a  prendere contatto con le Asl locali per eseguire ulteriori accertamenti.

Spesso i genitori restano spiazzati e le scuole non sanno indicare loro i passaggi e le azioni concrete da svolgere per capirne di più.

Scopo del mio intervento non è quello di soffermarmi sulla diagnosi (di esclusiva competenza dell’Asl o di professionisti accreditati) o sulla normativa di riferimento (L.170/2010 e Direttiva Miur  170/2012).

Dal punto di vista pedagogico è fondamentale capire come sostenere un alunno/a  con queste difficoltà (o con un Bisogno Educativo Speciale) e la sua famiglia.

Un pedagogista che ha svolto specifici percorsi di formazione può acquisire, infatti, la qualifica di facilitatore degli apprendimenti. Lo scopo di un facilitatore è quello di fornire quel collegamento – spesso carente o mancante – tra le diverse realtà che ruotano attorno al bambino e alla sua diagnosi.

Vediamo in dettaglio di cosa si può occupare il pedagogista

– discutere assieme al professionista che ha emesso la diagnosi per comprendere nel dettaglio il problema: una volta diagnosticato, il primo passo per affrontare il problema consiste nell’ascolto e nel confronto col professionista che lo ha diagnosticato. E’ fondamentale capire di cosa si tratta e in quali delle varie prove l’alunno ha dimostrato un punteggio più basso. Ciò risulta essenziale per definire quali potranno essere gli strumenti compensativi migliori e sul rafforzamento di quali competenze impostare il PDP (piano didattico personalizzato);

-sostenere, motivare e facilitare l’apprendimento dell’alunno: dopo aver affrontato il “problema diagnosi” è possibile cominciare a costruire, pedagogicamente, un progetto educativo mirato sull’alunno/a. Questi ragazzi/e, spesso, hanno carenze nella motivazione e nell’autostima personale. Un progetto pedagogico mira a ri-costruire le abilità passando dalle risorse residuali per potenziarle e svilupparne di nuove. Gli interventi devono essere mirati a vedere oltre il possibile disturbo facendogli riacquisire, pienamente, il senso delle proprie capacità;

– aiutare la famiglia a “decifrare” la diagnosi traducendo quanto vi è riportato: la diagnosi è scritta con un linguaggio scientifico. Sono indicate i nomi delle prove effettuate, i valori ottenuti applicando le scale utilizzate come strumenti di valutazione. Chi non è addetto ai lavori può riscontrare qualche difficoltà a comprenderne i significati. I genitori, però, hanno estremo bisogno di capire quanto riportato nel documento. E’ fondamentale per dare loro quella sicurezza necessaria per affrontare il problema. Uno dei principali compiti del pedagogista è proprio quello lavorare sull’intera famiglia predisponendo per ognuno dei componenti adeguate azioni educative. La famiglia ha bisogno di non sentirsi isolata, straniata, diversa e ha bisogno di cogliere le risorse dei propri figli/e, non solo le difficoltà. In questo senso il pedagogista può aiutare i genitori a cogliere le risorse più dei problemi.

-aiutare la scuola nella compilazione del pdp: come affermato precedentemente, compito del pedagogista è quello di fornire un aiuto globale,  non solo all’alunno/a ma anche alle agenzie che ruotano attorno a lei/lui. Nei confronti della scuola egli può aiutare a definire il Piano Didattico Personalizzato, lo strumento che esplicita la programmazione didattica personalizzata che tiene conto delle specificità segnalate nella diagnosi. Questo documento costituisce la linea guida da seguire per facilitare l’apprendimento, in classe e non, dell’alunno. Per questo si può dire che rappresenti il patto d’intesa fra docenti, famiglia e istituzioni socio-sanitarie attraverso il quale devono essere individuati e definiti gli interventi didattici individualizzati e personalizzati, gli strumenti compensativi e le misure dispensative che servono all’alunno/a per raggiungere in autonomia e serenità il successo scolastico. Per poterlo compilare è necessario che il professionista abbia interagito con l’alunno/a, ne abbia colto le specificità per comprendere – di conseguenza – verso quali obiettivi a breve, medio e lungo termine orientare l’azione didattica ed educativa.

Come si è cercato di mettere in luce, l’intervento del pedagogista è strutturato secondo un’ottica globale in grado tenere conto dei processi formativi del soggetto. Punta a sviluppare le risorse incrementando le capacità sul breve e lungo periodo. Sul piano educativo, invece, questa tipologia di intervento ha il compito di tenere in considerazione i numerosi contesti nel quale l’alunno/a si trova inserito allo scopo di facilitarne le relazioni e le occasioni di scambio, didattiche, di apprendimento ed educazione che esse possono suscitare.

 

L’articolo è fruibile qui:

http://www.firenzeformatofamiglia.it/2016/06/23/sostegno-del-pedagogista-nei-casi-di-dsa/

 

La dimensione pedagogica del doposcuola

Venerdì si è concluso il percorso di sostegno scolastico nel quale sono stata impiegata, come pedagogista, a partire dallo scorso ottobre.

Per quanto il servizio sia denominato di “sostegno scolastico” e sia recepito dai servizi sociali del Comune espressamente sotto questa veste è in realtà un lavoro molto più complesso.

Risulta complesso perché “complicati” sono i ragazz* che vi accedono: hanno un’età – delicatissima – compresa tra gli 11 e i 14 anni; complesse sono inoltre le loro storie (familiari, sociali) e le loro esistenze.

Il lavoro con i ragazz* che accedono al servizio non è solo quello di sostenerli lungo il percorso scolastico.  Vi è una prima fase di monitoraggio e valutazione delle situazioni di partenza e la definizione, in equipe, del percorso educativo e psicologico da intraprendere affinché le risorse di partenza possano essere pienamente espresse e potenziate mentre i potenziali deficit (soprattutto quelli relazionali) possano essere colmati.

E’ un lavoro complesso quindi per le tante variabili da considerare,  per i rapporti che devono essere intrattenuti con le famiglie e la scuola (che vedono il servizio esclusivamente dal punto di vista di sostegno allo svolgimento dei compiti) e per la mole di ragazz* da seguire.

Dopo un anno di lavoro, di affiancamento, di ragionamenti, di sostegno… posso dire però che si tratta di un lavoro stupendo. E’ la dimensione pedagogica nella sua forma più pura: la forza di una relazione educativa che cambia -tras-forma – entrambe le parti in gioco.

E’ l’affiancamento autentico, quello che porta ad uno scambio e ad una condivisione. A fidarsi. A credere  in se stess*.

Io sono grata a questo lavoro che mi ha fatto riscoprire le parti migliori di me..ma ancor più esprimo la mia gratitudine ai ragazz* che hanno partecipato all’ultimo giorno di attività  insieme e che – nel gioco dei saluti – hanno scelto di donarmi “allegria”, “sorrisi”, “spensieratezza”.

Martina ha voluto rappresentare  tutto ciò attraverso un disegno che porterò sempre con me e di cui mi ricorderò soprattutto nei giorni di sconforto – naturali in una professione come la mia – in cui tutto sembra più grande e difficile del previsto.

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